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lunedì 18 febbraio 2013

Strabone e la Sardegna



Intanto, chi era Strabone?
Eclettico, storico, politico, letterato, nato ad Amasea nel Ponto, nel 64 a.C. e vissuto a Roma.
La sua opera principale, cui lavorò per tutta la vita, è conosciuta come Geografia. Quest'opera comprende 17 libri e tra questi i libri V e VI sono dedicati all'Italia. Geografia è un'opera monumentale, che comprende la descrizione dei luoghi ma anche molte informazioni storiche e mitologiche. Per esempio, buona parte del libro V Capitolo 1 è dedicato ai Pelasgi, popolazione mitica che pare si sia spostata per tutto il mediterraneo. 
Ora voglio evitare di annoiarvi e parlarvi della parte che oggi più mi interessa, la Sardegna e per farlo vi leggerà alcuni passi del libro V, capitolo 2, paragrafo 7 che inizia descrivendo l'isola di Corsica e i suoi abitanti per poi passare alla Sardegna:
"la lunghezza della Sardegna è invece di 220 miglia, la larghezza di 98 miglia."
Queste le dimensioni attribuite all'isola. Strabone aggiunge che per alcuni autori il perimetro della Sardegna sarebbe di circa 4000 stadi, dove lo stadio era una unità di misura che valeva circa 178 metri; dunque la Sardegna aveva un perimetro di circa 712 km, molto meno di quanto sia attualmente. Sembra infatti che le misure in miglia di Strabone siano più vicine a quelle attuali di quelle riferite da altri autori. Ma proseguiamo.
Strabone racconta che la maggior parte della Sardegna era rocciosa e non del tutto pacificata. Possedeva molta terra fertile di ogni prodotto e in particolare di grano. Inoltre vi si trovavano molte città fra cui le più importanti erano "Caralis e Sulci", ovvero Cagliari e Sant'Antioco. Dice Strabone che:
"alla bontà dei luoghi fa riscontro una grande insalubrità"
essendo l'isola malsana in estate in particolare nelle regioni più fertili. Forse facendo riferimento alla presenza di paludi e probabilmente delle malattie dovute alle zanzare, come la malaria.
"queste stesse regioni sono continuamente saccheggiate dagli abitanti delle montagne che si chiamano Diagesbei, mentre una volta erano chiamati Iolei".
Ecco che Strabone riporta in sintesi la stessa origine mitica degli Iolei che potete trovare in Pausania e di cui ho già parlato.
"Si dice infatti che Iolao, conducendo alcuni dei figli di Eracle, venne qui e che essi abitarono insieme ai barbari che occupavano l'isola: costoro erano Tirreni (ovvero Etrusci o Tusci come li chiama lo stesso Strabone qualche pagina prima), ma poi il dominio passò ai Fenici provenienti da Cartagine insieme ai quali combatterono contro i Romani. Sconfitti, tutto passò sotto il dominio Romano."
Riassumendo, Iolao arrivo in Sardegna e la trovò abitata da Tirreni (Etruschi), convivette con essi fino all'arrivo dei fenici che conquistarono l'isola che poi venne conquistata dai Romani.
Strabone aggiunge qualche notizia dei popoli presenti:
"ci sono quattro tribù delle montagne:  i Parati, i Sossinati, i Balari e gli Aconiti, che abitano tutti nelle caverne e se possiedono delle terre seminabili non si preoccupano di farlo ma depredano i prodotti di quelli che lavorano, sia di quanti abitano li, sia navigando, di quanti abitano sul continente antistante, in particolare i Pisati"
Sembra dunque che queste tribù selvaggie esercitassero una qualche forma di pirateria raggiungendo il continente per depredare. Strabone racconta che l'impresa di conquistare la Sardegna da parte dei Romani non è ancora completa e che gli strateghi inviati da Roma usano assalire gli isolani quando si riuniscono per festeggiare dopo aver fatto qualche grosso colpo.
"La Sardegna produce dei montoni che hanno peli di capra invece che lana, chiamati musmoni, con le cui pelli fanno corazze. Inoltre fanno uso di un piccolo scudo e di una piccola spada"
I musmoni sono i mufloni, come potete ben immaginare.
Le ultime informazioni sono relative alla distanza tra Sardegna e Libia (ovvero l'Africa) che secondo il Corografo è di 300 miglia e tra la Sardegna e le coste italiane, Strabone infatti afferma di aver visto lui stesso l'isola dall'alto delle montagne sulle coste del continente italiano. 
Ora vi lascio, sperando di avervi dato delle notizie interessanti.

Alessandro Giovanni Paolo Rugolo

Fonte: http://tuttologi-accademia.blogspot.it/2013/02/strabone-e-la-sardegna.html


martedì 12 febbraio 2013

TOMBE DEI GIGANTI (PRESENTAZIONE+VIDEO)




Le tombe di giganti sono monumenti sepolcrali collettivi in cui venivano deposti i morti di tutto il villaggio, forse dopo 
essere stati ridotti allo scheletro. La forma forma tipica di queste sepolture è quella della testa taurina, simbolo sacro dello stato di divinità che, insieme alla Dea Madre, proteggeva i morti nel loro cammino nell'oltretomba. 
Oltre che per onorare la memoria degli avi, i nuragici si recavano nelle tombe anche per la cerimonia della incubazione, durante la quale  il credente pregava e dormiva per parecchi giorni affinché durante il sonno i morti gli dessero  consigli e lo liberassero dagli incubi che lo assillavano.
Vi proponiamo questo video dove sono presentate alcune meravigliose tombe da noi visitate.
Buona visione


Fabrizio e Giovanna

mercoledì 30 gennaio 2013

Ajò a is cantoris




Venerdì 8 febbraio 2013 alle h 18.00 in via Piccioni 94 a Cagliari i Cantori di San Giovanni del rione Villanova saranno lieti di ricevere nuovi amici disposti ad unirsi al loro coro.
Sarà  una chiacchierata in allegria tra amici durante la quale i Cantori illustreranno la loro attività attraverso le loro preziose testimonianze  e la proiezione di brevi filmati.
Siete tutti invitati a partecipare.

martedì 8 gennaio 2013

La chiesa di Santa Croce a Ittireddu




Il piccolo centro di Ittireddu, nel Meilogu, a breve distanza da Ozieri, si trova al centro di un territorio ricchissimo di testimonianze del passato. I numerosi siti archeologici e i monumenti di epoca medioevale documentano le diverse epoche storiche, dal neolitico recente all’epoca romanica, con strutture architettoniche di notevole interesse.
Per quanto riguarda l’epoca medioevale si segnalano, in particolare, le chiese di Santa Croce e di Sant’Elena (quest’ultima allo stato di rudere), di età bizantina, e la chiesa di San Giacomo, che conserva strutture romaniche inquadrabili nel XIII secolo.
L’edificio senza dubbio più interessante è la chiesa di Santa Croce, che sorge isolata in una piccola piazza nel centro storico del paese, di cui potrebbe essere stata l’antica parrocchiale.

Ben conservata, la piccola chiesa presenta soluzioni strutturali di particolare rilievo e complessità, che pongono non pochi problemi relativamente al loro inquadramento cronologico e alle diverse fasi edilizie che hanno portato all'organismo attualmente visibile. La pianta è a croce latina, orientata, con il braccio est absidato e transetto, più stretto dell’aula, che presenta due piccole absidi anch'esse rivolte a oriente. 

 


Tutti i bracci sono voltati a botte. L’illuminazione interna è assicurata da due finestrelle nelle absidiole minori e da due aperture più ampie (rivolte a nord e a sud) nel tiburio. Una ulteriore luce bifora, oggi occlusa, si apriva al centro del semicilindro dell’abside maggiore. 


Le coperture a botte, all’esterno, sono interamente mascherate con tetti a doppia falda e tegole. La facciata principale è sormontata da un campanile a vela con unica luce a tutto sesto.

La presenza di un transetto con bracci più stretti rispetto alla navata principale crea un vano d’incrocio con inconsueta pianta rettangolare, elemento che non permette l’imposta della canonica cupoletta su base quadrata e con trombe angolari, visibile in altri edifici bizantini cruciformi della Sardegna; all’incrocio tra navata e transetto si innalza, pertanto, un tiburio su base rettangolare con copertura a botte trasversale all’aula e in asse con quella dei due bracci del transetto.


Quest’ultimo particolare costruttivo, l’icnografia a croce latina e la presenza delle tre absidi sono elementi estremamente rari nel panorama architettonico altomedioevale della Sardegna, almeno allo stato attuale delle conoscenze. L’unico parallelismo possibile può essere proposto unicamente con un altro edificio: la piccola chiesa di San Salvatore, oggi inglobata nei moderni quartieri della periferia di Iglesias e recentemente recuperata dopo decenni di incuria e abbandono.


Le due chiese hanno strutture architettoniche pressoché identiche, ma ciò non consente di ipotizzare dei legami storici diretti tra i due edifici, situati in aree geografiche molto distanti tra loro; nonostante ciò, le stringenti analogie formali e le peculiarità costruttive rendono l’indagine di questo fenomeno una questione aperta e ancora ben lontana dall'essere risolta.


 Chiesa di San Salvatore - Iglesias 


La chiesa di Santa Croce, dopo gli ultimi interventi di restauro, che hanno rimosso i pesanti intonaci esterni (l’interno si presenta, invece, totalmente intonacato ad esclusione delle absidi), permette una lettura delle stratigrafie murarie abbastanza agevole: l’esame delle murature ha permesso di formulare alcune ipotesi sulla genesi dell’edificio e sulle ipotetiche fasi di ampliamento successivo.
Il monumento è costruito con cantonetti litici di piccola pezzatura appena sbozzati, con elementi altrettanto grezzi, ma più grandi, posti a rinforzo degli spigoli. 


Alcuni studiosi hanno formulato l’ipotesi di un originario impianto a croce greca con unica abside, a cui poi seguì, in una seconda fase, l’apertura delle due absidiole minori e, infine, un ampliamento ancora successivo verso occidente, con la conseguente realizzazione di una nuova facciata, come testimonierebbe una rottura muraria verticale apprezzabile nel braccio occidentale. L’ipotesi di un edificio nato con icnografia a croce greca e monoabsidato a cui poi si aggiunsero le altre due absidiole non sembrerebbe supportata da riscontri oggettivi, mentre diverso è il discorso per quanto concerne l’ampliamento della chiesa verso occidente, che sarebbe sostenuto da diversi elementi: innanzi tutto i caratteri formali del prospetto principale, che presenta una muratura isodoma in piccoli conci rozzamente squadrati, in cui si apre un portale non architravato con arco ogivale che propone stilemi già volgenti al gotico; i marcati accenni alla bicromia, ottenuta con piccoli conci basaltici, sia nel paramento murario che nell’arco del portale, unitamente alle caratteristiche dell’arco stesso, porterebbero a formulare, per l’ampliamento in oggetto, una datazione al pieno XIII secolo. 


Ulteriore elemento a sostegno di questa ipotesi, emerso dai restauri, sarebbe la presenza di fondazioni robuste nel braccio occidentale a partire dalla cesura muraria suddetta, mentre il resto dell’edificio poggerebbe direttamente sul terreno.
Nonostante le diverse ipotesi e le soluzioni proposte, le argomentazioni qui esposte restano problema aperto, in quanto, come già detto, l’edificio costituisce, per le sue particolarità costruttive, un caso quasi isolato nel panorama dell’architettura altomedioevale sarda, essendo radicalmente differente rispetto alle altre chiese a croce greca con bracci di uguale ampiezza e cupola all’incrocio e non essendo del tutto convincenti (se si esclude la cronologia del prospetto principale) le diverse idee di restituzione planimetrica delle ipotetiche fasi edilizie. 


Inoltre la stretta affinità della chiesa con l’edificio iglesiente sopra ricordato, e che mostra strutture eseguite in apparenza in un’unica fase, complica le cose e impone riflessioni più approfondite, che servirebbero a chiarire la genesi di edifici con queste caratteristiche e i riferimenti culturali, diretti o indiretti, verso altre zone dell’impero bizantino.


L’estrema rozzezza tecnica mostrata nella messa in opera dei paramenti murari suggerisce una esecuzione dell’edificio da parte di maestranze locali incapaci di dominare la tecnica costruttiva, ma che erano perfettamente a conoscenza dei modelli a cui fare riferimento, che, comunque, restano difficili da precisare, se non in modo piuttosto generico.
L’inquadramento cronologico della chiesa di Santa Croce è probabilmente l’elemento che più ha fatto discutere i diversi studiosi che, negli anni, hanno dedicato all’edificio contributi scientifici più o meno ampi. 


Diversamente datata, in modo incerto e ipotetico, dal VI-VII al X-XI secolo, è molto difficile stabilire una cronologia precisa. Qui si sceglie di seguire la recente proposta di datazione all’VIII-IX secolo, alla luce degli ultimi studi di Roberto Coroneo, che ha prospettato un interessante parallelo con altre architetture bizantine dell’area mediterranea e ha ampliato l’orizzonte culturale e artistico a cui fare riferimento, che sembra prendere forma con maggiore precisione e con argomentazioni strutturate e più convincenti. 


Molto interessante l’accostamento alle fasi del primo impianto della chiesa di San Salvatore a Montecchia di Crosara (Verona), che presenta soluzioni del tutto simili. La datazione della chiesa di Santa Croce viene estesa, per le suddette ragioni, anche alla chiesa di San Salvatore di Iglesias.


Nicola S.

Per saperne di più si veda:
R. Coroneo, Arte in Sardegna dal IV alla metà dell’XI secolo, Edizioni AV, Cagliari 2011, con bibliografia precedente.

domenica 23 dicembre 2012

LA BATTAGLIA DELLE TERMOPILI




La battaglia delle Termopili è forse il più famoso degli episodi bellici della storia e delle guerre persiane che videro contrapporsi le Polis greche all'esercito invasore di Serse di Persia.
Le cause della guerra tra greci e persiani  ebbero origine circa 70 anni prima dell’episodio delle Termopili: nel 549 a.C. Ciro il Grande creò l’immenso impero persiano unificando la miriade di tribù che componevano il variegato mondo delle steppe orientali, il suo regno arrivò ad estendersi dall'Indo al Nilo.
Nel 546 a.C. conquistò le colonie greche della Ionia.
Ciro fu un sovrano eccezionalmente  tollerante, le popolazioni assoggettate erano tenute a pagare un tributo al re, ma per tutto il resto avevano la possibilità di mantenere i loro usi, costumi e religione; forse fu questa relativa autonomia che permise la ribellione degli ioni nel 500/499 a.C.
Come abbiamo appena scritto, circa cinquant'anni dopo la conquista di Ciro, sotto il regno del suo successore  Dario, i greci della Ionia si ribellarono al giogo persiano chiedendo e ottenendo l’aiuto della città di Atene.
Grazie all'alleanza della potente città greca gli ioni sterminarono i persiani e distrussero tra le altre la città di sardi ed i suoi templi.
Nell'antichità la distruzione dei templi era considerata una terribile offesa, infatti Dario decise di lavare col sangue l’oltraggio subito dagli ateniesi; si narra infatti che un suo servo avesse il compito di dirgli varie volte nel corso della giornata: “Sire ricordatevi degli ateniesi”.
Nel 490 a.C. una potente flotta persiana si diresse verso l’Attica portando con se migliaia di soldati; gli ateniesi non avevano mai affrontato un esercito così numeroso e ben addestrato, ma nella piana di Maratona gli opliti riuscirono a sconfiggere un nemico che li superava numericamente di almeno tre volte.
Questa cocente sconfitta indusse Dario a non sottovalutare il nemico e lo persuase che la conquista della penisola ellenica necessitava di una seria preparazione, ma non fece in tempo ad attuare il suo progetto, quindi alla sua morte fu suo figlio Serse a portare avanti la vendetta.
Nel 481 a.C. una spia avvertì gli ateniesi dell’imminente invasione e che l’esercito persiano era composto da centinaia di migliaia di guerrieri provenienti da tutte le province dell’impero (Erodoto riferisce trecento miriadi ossia tre milioni, ma è probabile che i persiani fossero circa trecentomila ), fu allora che essi chiesero l’aiuto delle altre Polis e sopratutto di Sparta che all’inizio tergiversò, poi, dopo aver chiesto il consiglio degli Dei al santuario di Delfi, accettarono e mandarono in guerra i famosi 300 opliti.
Di fronte ad un nemico così numeroso ed organizzato le città stato greche decisero di mettere da parte le loro rivalità e costituirono un’alleanza, la Lega Panellenica, alla quale parteciparono quasi tutte le Polis.  
Il numero degli spartani era esiguo sia a causa dell’opposizione da parte del consiglio degli anziani all’invio di un contingente numeroso la cui possibile perdita avrebbe lasciato la città senza difese, sia perchè l’esercito nemico arrivò proprio durante le Feste Carnee durante le quali a nessuno spartiate era consentito combattere.
Il comando delle operazioni militari di terra fu affidato a Leonida, uno dei due re di Sparta, fu appunto lui a recarsi al santuario di Delfi nel quale la Pizia gli diede un tragico vaticinio dicendogli che la sua città sarebbe stata distrutta se non avesse pianto la morte di un suo sovrano discendente di Eracle; Leonida, considerandosi suo discendente, si convinse che fosse necessario il suo sacrificio affinché si avverasse la profezia e  forse fu per questo motivo che si unì all'alleanza con i suoi pochi guerrieri.
Il re lacedemone decise di bloccare l’avanzata dell’invasore alle Termopili, unico passo per la Tessaglia e la Focide largo appena 200 metri, pensava che in uno spazio angusto il numero dei nemici avrebbe contato poco e il valore e la forza dei suoi guerrieri sarebbe stata sufficiente.
Fu proprio in quello stretto passo che circa 6000 greci (tra i quali, oltre ai celebri “300”, ricordiamo i 1000 Tespiesi che restarono al fianco di Leonida fino all'ultimo uomo) attesero l’arrivo del più potente esercito dell’antichità, dopo aver restaurato le mura difensive costruite tempo addietro dai focesi.
Venuto a sapere che i famigerati guerrieri spartani erano alla testa dei difensori, Serse mandò degli ambasciatori per offrire la resa in cambio di favori e ricchezze, ma al loro deciso rifiuto replicò con le minacce dicendo che quando gli arcieri persiani scagliavano le frecce tutti insieme erano in grado di oscurare il cielo, a questo punto il luogotenente di Leonida rispose con la famosa frase: “Vuol dire che combatteremo all'ombra”.
Forse questa frase non fu mai pronunciata, ma sicuramente rende l’idea di quale fosse lo spirito degli spartani, pronti a combattere e a morire per mantenere alto l’onore della loro città.
Re Leonida decise di resistere ad oltranza attendendo rinforzi dagli alleati e si mise alla testa dei suoi uomini nonostante l’età, per l’epoca, avanzata (Leonida aveva circa cinquant'anni).
Serse, convinto di risolvere la battaglia in poche ore, mandò contro i nemici la prima ondata d’assalto, ma i greci, armati pesantemente con corazze di bronzo, elmi, scudi e lunghe lance, dimostrarono la loro superiorità tattica facendo strage degli invasori armati alla leggera e con scudi in vimini.
La superiorità spartana derivava soprattutto dalla tattica a falange, che consisteva in ranghi serrati nei quali ogni combattente difendeva il suo vicino; gli opliti combattevano in linea con diverse file sovrapposte, solo quella avanzata combatteva mentre le altre avevano il compito di spingerla per permetterle di reggere l’urto del nemico, quando la prima fila dava segni di stanchezza veniva sostituita dalla retroguardia consentendo all'avanguardia di poter sempre contare su guerrieri freschi.
L’esercito persiano era imbattibile nei grandi spazi, per l’80% si componeva di fanti e per il restante da cavalleria, quindi in un luogo angusto come il passo delle Termopili, non poteva dispiegare appieno le sue forze.
Il secondo giorno, dopo la disfatta del primo, il re persiano decise di impiegare la sua guardia personale, gli immortali, un contingente di diecimila uomini i cui membri uccisi o feriti gravemente venivano immediatamente sostituiti in modo che il loro numero fosse sempre lo stesso; purtroppo per Serse anche quella giornata si rivelò fallimentare e i cadaveri degli immortali (che di fatto non lo erano per niente) vennero raccolti in enormi mucchi.
Serse, frustrato dagli scarsi risultati ottenuti e non capacitandosi del fatto che un pugno di uomini riuscisse a tenere in scacco il suo potente esercito, intensificò gli attacchi, ma ogni tentativo si infrangeva contro gli scudi degli opliti.
La situazione cambiò radicalmente quando un greco di nome Efialte tradì il suo popolo rivelando ai persiani l’esistenza di un sentiero che conduceva alle spalle dei difensori delle Termopili.
Il passaggio segreto era presidiato da un migliaio di focesi che ai primi scontri col nemico fuggirono lasciando libero il campo.
Leonida venne a sapere che presto sarebbe stato preso tra due fuochi e decise di continuare la lotta tenendo con sé, oltre i suoi uomini, soltanto i tebani, i tespiesi decisero invece di restare volontariamente e si batterono con coraggio fino all'ultimo uomo.
Alcune spie persiane, vedendo gli spartani intenti a pettinarsi i capelli, ungersi il corpo di olio e fare colazione, pensarono ad un eccesso di vanità, non capirono invece che si approntavano a preparare il loro corpo alla morte, in quest’occasione Leonida pronunciò infatti la famosa frase: “Spartani fate una bella colazione, stasera ceneremo tutti insieme all'Inferno!”.
La battaglia finale fu una vera e propria carneficina, i greci, chiusi tra i due contingenti nemici, si batterono fino alla fine con ogni arma a loro disposizione; quando Leonida venne ucciso si scatenò una gara per appropriarsi del suo cadavere, gli spartani riuscirono due volte a sottrarlo agli uomini di Serse, ma alla fine dovettero soccombere sotto la stretta mortale delle armi degli avversari.
Quella delle Termopili fu una battaglia importante non tanto dal punto di vista militare perché fu una delle più grandi sconfitte per gli elleni, quanto dal punto di vista morale e strategico, infatti l’eroica resistenza di Leonida e dei suoi alleati consentì al resto dei greci di riorganizzarsi  e potenziare le loro capacità difensive, inoltre ridimensionò la baldanza dei persiani che da allora nutrirono un sacro timore nei confronti dei terribili guerrieri spartani.
Dopo questa famosa battaglia il sacrificio  di Leonida entrò nella leggenda e venne assurto ad emblema delle virtù guerresche e morali degli spartani.

Fabrizio e Giovanna

Riferimenti bibliografici: Erodoto "Storie, libro VII"

venerdì 5 ottobre 2012

Archeologia: Creta, trovato edificio minoico di 3500 anni fa

(di Demetrio Manolitsakis) - ATENE, 4 OTT - Un incontro fortuito, avvenuto nel 1982, fra il noto archeologo greco Yannis Sakellarakis e un pastore cretese e' all'origine di una scoperta archeologica di eccezionale importanza. Si tratta di Zominthos, un insediamento del periodo minoico nell'omonimo altopiano a 1.187 metri sul livello di mare, alle pendici dello Psiloritis, il monte piu' alto di Creta, e a circa otto chilometri dal villaggio di Anogia, sulla strada che portava da Cnossos all'Ideon Andron, la grotta dove secondo la mitologia nacque Zeus. Il pastore, che viveva ad Anogia, invito' l'archeologo - allora impegnato in alcuni scavi nella zona - a visitare il terreno di pascolo del suo gregge che si trovava appunto a Zominthos. Il nome era sufficiente per far sospettare ad un esperto come Sakellarakis che forse qualcosa di importante si trovava in quella località dal nome antico. Infatti, recatosi a Zominthos il giorno seguente, si rese conto di trovarsi davanti ad un insediamento di epoca minoica i cui resti erano nascosti da una folta vegetazione. Un anno dopo, nell'estate del 1983, Sakellarakis insieme con la collega Efi Sapouna–Sakellaraki (sua compagna di vita e di lavoro) avvio' i primi scavi durati fino al 1990, poi ripresi nel 2004 e tuttora in corso.


Notizia completa: http://ansamed.ansa.it/ansamed/it/notizie/rubriche/cultura/2012/10/04/Archeologia-Creta-trovato-edificio-minoico-3500-anni-fa_7575516.html

sabato 15 settembre 2012

OMAGGIO FOTOGRAFICO AL SITO ARCHEOLOGICO DI POMPEI





Ultimamente Pompei è stata oggetto dell’ennesimo crollo dovuto all’incuria e alla superficialità degli interventi ministeriali degli ultimi anni.
Con questo post fotografico vogliamo rendere omaggio a questo meraviglioso complesso archeologico e artistico che registra migliaia di visite al giorno, con la speranza che possa destare o ridestare l’interesse verso l’immenso patrimonio monumentale che il nostro paese ha a disposizione e che possa diventare il simbolo di un nuovo modo di concepire la valorizzazione dei beni culturali italiani.
PORTA MARINA

BASILICA


PARTICOLARE DEL PORTICATO DEL FORO A SINISTRA,
EDIFICIO DI EUMACHIA A DESTRA E  VESUVIO SULLO SFONDO


FORO
FORO

PORTICATO CHE CIRCONDA IL TEMPIO DI APOLLO
TEMPIO DI VESPASIANO

VIA DELL'ABBONDANZA
VIA DELL'ABBONDANZA

VICOLO

   
VICOLO

TERME STABIANE

VISTA DALL'ALTO
VISTA DALL'ALTO


FULLONICA DI STEPHANUS
 
PROPAGANDA ELETTORALE


DOMUS DELLA VENERE IN CONCHIGLIA
DOMUS DELLA VENERE IN CONCHIGLIA

ANFITEATRO
ANFITEATRO


TEMPIO DI ISIDE
Nicola S.