mercoledì 24 dicembre 2014

L’insediamento nuragico di Brunku s’Omu (Villaverde - Oristano)



Il villaggio nuragico si trova a pochi chilometri dall’abitato di Villaverde, paese che si affaccia nel versante orientale del Monte Arci.
La frequentazione della zona risale al neolitico come testimonia la presenza dell’ossidiana, probabilmente oggetto di commercio dal momento che sono note sette officine e dieci stazioni di raccolta e lavorazione della pietra.
Le campagne di scavo iniziarono nel 1982 e proseguirono fino al 2013. I primi due scavi (1982 e 1984) misero in evidenza 12 ambienti del villaggio, ma solo in alcuni vani lo scavo fu condotto a termine; successivamente (1998 e 1999), furono effettuati due cantieri archeologici per consolidare le strutture in condizioni di dissesto statico e per proseguire l’indagine archeologica parziale condotta negli anni ’80, in tale occasione furono messi in luce altri cinque ambienti; infine, nel 2013 l’attività di scavo riprese e si concentrò essenzialmente nella capanna n. 16, situata nell'area nord-orientale del villaggio, già evidenziata in precedenti indagini condotte da Locci e Usai nel 2008.
La parte del villaggio indagata è la porzione settentrionale dell’intero abitato, si trova nel margine orientale del nuraghe Brunku s’Omu e occupa mq 1.400.
Le costruzioni sono realizzate con basalto locale di varia pezzatura.
Nell’insediamento sono presenti 17 costruzioni megalitiche in opera poligonale con disposizione a filari orizzontali, che si adattano al naturale pendio del terreno. I loro schemi planimetrici sono vari, è possibile infatti notare costruzioni con impianto circolare, sub ellittico, a sezione di ellisse e quadrangolare. Alcuni ambienti sono arricchiti di particolari architettonici come banconi o sedili, nicchie e un piccolo bacile scolpito in rilievo nel pavimento.



Il settore Nord-orientale è tutt'ora oggetto di indagine e comprende la Capanna 1 scavata integralmente e le capanne 16 e 17 che si affacciano verso uno spazio ad Est.
Il settore finora indagato è quello posto a Sud, esso presenta costruzioni più fitte e articolate.

Tra queste evidenziamo la capanna 12 situata sulla nostra destra appena giunti nell'insediamento seguendo il sentiero indicato dai cartelli, da questa è possibile raggiungere la capanna 5 situata sulla destra di un grande spazio aperto, addossati a quest'ultima si trovano il vano 4, il vano 2 e il vano 3. 


La capanna 12 è di forma quadrangolare con blocchi di medie e piccole dimensioni. 

Lo spazio interno è di forma trapezoidale e risulta ampliato da una piccola nicchia. 


La capanna 5 è di forma circolare e struttura autonoma di perimetro sub circolare realizzato con grossi blocchi messi in opera a doppio paramento di forma sub squadrata. Ad essa si accede da un ingresso preceduto da un breve corridoio con asse Sud/Nord preceduto da due gradini leggermente inclinati verso l’esterno. 




Lungo la parete di fondo si evidenzia un bancone costituito da un filare di blocchi di media pezzatura limitato lateralmente da due nicchie.

La nicchia posta a destra rispetto all’ingresso ha forma subtrapezioidale irregolare, infatti il lato sinistro presenta uno stipite di tre grossi blocchi sovrapposti mentre il lato destro è costituito da una porzione di cerchio realizzata con blocchi di piccole dimensioni.

La sagoma della nicchia posta a sinistra è invece di forma rettangolare e presenta un affioramento roccioso.


Il Vano 4 ha forma ellittica e si addossa verso sud alla Capanna 5 e condivide il resto del suo perimetro con il vano 2. Esso si compone di blocchi di dimensioni medie e piccole.

Verso il muro di fondo si appoggia ad una grossa emergenza rocciosa che fu smussata delle sue asperità con un paramento deterioratosi col tempo; durante le opere di consolidamento di tale cedimento sono stati evidenziati due stipetti parietali sormontati da un architrave.


Il Vano 2 ha forma ellittica con ingresso rivolto a Sud ed è costituito da alcuni blocchi affiancati che determinano un gradino rialzato. 

Anche la muratura di questo vano si adagia sulla roccia viva che è stata lavorata a scalpello. 
La costruzione si compone di blocchi ciclopici anche se in prossimità dell’ingresso e nella muratura in comune con il vano 4 le loro dimensioni sono di media pezzatura.


Seguendo il percorso che arriva fino al nuraghe è possibile visitare la grande Capanna 13 a sinistra rispetto all'ampio spazio aperto sul quale si affaccia la Capanna 12. 

Questa capanna ha forma ellittica con ingresso a S/E  verso un ampio spazio, il suo perimetro è leggibile quasi per intero all’esterno mentre verso la parete interna la struttura si presenta dissestata. 

Al suo interno è presente una grande nicchia di forma rettangolare. 



Alcuni ambienti non sono stati inseriti in questo post perché sono attualmente oggetto di scavo, speriamo di poter fruire al più presto di tali aree e soprattutto di avere notizie più esaustive circa l'utilizzo di questo meraviglioso complesso.

Fabrizio e Giovanna 

Notizie tratte da:
E.Usai-M.C. Locci "L'insediamento nuragico di Brunku s'Omu" in La civiltà nuragica, nuove acquisizioni, vol. II

lunedì 8 dicembre 2014

DAL TRATTATO DI UTRECHT AL PASSAGGIO AI SAVOIA


Il Settecento fu per l’isola un importante secolo di transizione durante il quale il centro gravitazionale dei suoi interessi  politici,  economici e culturali, si spostò verso la penisola italiana. Il motivo di tale cambiamento va ricercato negli esiti della guerra di successione spagnola (1700-‘13).

La Sardegna, trovandosi necessariamente coinvolta nel conflitto come parte integrante della monarchia spagnola, ne subì le conseguenze passando, prima agli Asburgo nel 1713 con la pace di Utrecht, poi, per un breve periodo, nuovamente alla Spagna (1717-1718), e, infine, nel 1720 ai Savoia.


Nel post LA GUERRA DI SUCCESSIONE SPAGNOLA  abbiamo visto che nel 1708, dopo quasi 400 anni di governo spagnolo, la Sardegna passò nella sfera di influenza austriaca.

La conquista austriaca dell’isola fu agevolata dalle divisioni dell’aristocrazia sarda, una parte di essa, guidata da don Artaldo d’Alagon, marchese di Villasor, appoggiava le pretese di successione del principe asburgico, mentre la fazione avversa, capeggiata da don Francesco di Castelvì,  marchese di Laconi, , parteggiava per Filippo V di Spagna.
I nuovi governanti avrebbero preferito la Sicilia, molto più popolosa e ricca, ma si accontentarono della Sardegna sottoponendola  all’estrazione delle sue poche risorse come l’acquisizione del monopolio dei tabacchi avvenuta nel 1714.

Nel 1717 la Spagna rientrò in possesso dell’Isola con l’audace e avventata azione intrapresa dall’allora primo ministro il Cardinale Alberoni dalla quale scaturì la Guerra della Quadruplice Alleanza che vide schierati contro di essa l’Inghilterra, la Francia, i Paesi Bassi e gli Asburgo.

Il  22 agosto del 1717 apparve la flotta spagnola comandata dal marchese di Leide davanti alla città di Cagliari che aveva l’obiettivo di riportare la Sardegna a Madrid.

I danni subiti dalla città furono ingenti perché l’attacco partiva dal mare verso l’interno, la flotta  attaccava da est e nel frattempo i mortai appostati sulla collinetta di Bonaria iniziarono un devastante bombardamento. Durante l’attacco furono colpiti il monastero di Jesus (attuale ex Manifattura Tabacchi), il Bastione di Monserrato (viale Regina Margherita, sotto l'antico albergo Scala di ferro) e quello dello Sperone[1].





Il 29 settembre dello stesso anno gli austriaci si arresero e le truppe vittoriose entrarono in città.
Le fortificazioni compromesse furono restaurate l’anno successivo, ma, così come accadde alle altre roccaforti della città, dovettero dire addio ai loro cannoni che furono trasferiti sulla flotta spagnola per la riconquista della Sicilia. A quel punto vi fu l’intervento della Quadruplice Alleanza e gli Spagnoli furono definitivamente sconfitti.

Il 2 agosto del 1718 fu stipulato il trattato di Londra in virtù del quale la casa Savoia ottenne il Regno di Sardegna dall’Austria in cambio di quello siciliano. Il trattato di Londra fu completato più tardi nelle modalità dagli accordi di Vienna il 26 dicembre del 1718 e di Palermo l’8 maggio del 1720.

La cessione del regno fu un'operazione complessa caratterizzata da lunghe trattative diplomatiche e dettagliati accordi; si trattava, infatti, di una doppia cessione: dalla Spagna all’Austria e da questa al Piemonte.
Al fine di sottoscrivere i preliminari della cessione, il 2 agosto del 1720, nel palazzo regio di Cagliari si svolse un congresso tra il capitano generale Chacon, per la Spagna, il principe D’Ottaiano, per l’Austria, l’ammiraglio Byng, per l’Inghilterra, e il contadore Fontana, per il Piemonte.


Avvenne prima il passaggio di poteri tra il capitano generale spagnolo e il commissario imperiale, poi quello tra il principe D’Ottaiano e il plenipotenziario sabaudo. Infine, il 2 settembre, si celebrò nella cattedrale di Cagliari la cerimonia del giuramento solenne del primo viceré piemontese Filippo Pallavicino barone di Saint Remy.



Bibliografia
la storia della sardegna scritta dall'intendente michele antonio gazano
la sardegna sabauda: tra riforme e rivoluzione, Gian Giacomo Ortu, in “Storia della Sardegna 2. Dal Settecento a oggi” a cura di Manlio Brigaglia, Attilio Mastino e Gian Giacomo Ortu
quando la sardegna cambiò padrone, Antonello Mattone, in Almanacco di Cagliari, 1994
la sardegna dal 1478 al 1793, II vol., Loddo Canepa F.
baluardi di pietra. Storia delle fortificazioni di Cagliari,  Massimo Rassu




[1] Massimo Rassu  scrive che, contrariamente a quanto affermano molti autori, la torre medievale del Leone, attualmente inglobata nel palazzo Boyl,  non subì gravi danni dai bombardamenti del periodo preso in esame (Massimo Rassu, “Baluardi di pietra. Storia delle fortificazioni di Cagliari”, pag. 98)

giovedì 27 novembre 2014

LA BATTAGLIA DI SALAMINA - 23 settembre 480 a.C.




La battaglia navale di Salamina fu l’evento bellico più importante e decisivo delle guerre che videro le Poleis greche opposte all’esercito invasore del Gran Re Serse di Persia.
La battaglia navale ebbe luogo nel tratto di mare che separa l’isola di Salamina dalle coste dell’Attica; anche per questo scontro i greci utilizzarono la stessa tattica adottata alle Termopili e a capo Artemisio che consisteva nel cercare di annullare la superiorità numerica del nemico affrontandolo in uno spazio ridotto che non gli permettesse di dispiegare tutta la sua forza.
Il protagonista indiscusso dell’evento bellico fu l’ateniese Temistocle che affrontò i persiani già nel 490 a.C. nella vittoriosa battaglia di Maratona. 
Temistocle non fu solo un abile condottiero militare, ma anche un accorto stratega che, attraverso la sua attività diplomatica e la sua capacità oratoria, permise ai greci di stringere delle alleanze tra le varie città-stato e ad Atene di dotarsi di un’efficace flotta in grado di tenere testa al colosso persiano e ai molti contingenti inviati dai regni ad esso sottomessi.
 Dopo aver respinto i persiani a Maratona fu consapevole del fatto che il nemico, non accettando la sconfitta, avrebbe organizzato un’ invasione con un maggior numero di uomini e mezzi; egli fu anche il maggior sostenitore dell’opportunità che Atene si dotasse di una forte flotta perché si rese conto che le forze di terra da sole non bastavano.
Al tempo dello scontro decisivo con i persiani Atene era sotto l’influenza della politica filo-aristocratica di Milziade; questa fazione politica era convinta che i persiani dopo la sconfitta non si sarebbero più presentati in Grecia e che la falange oplitica fosse più che sufficiente per la difesa della patria, riteneva quindi che una flotta da guerra non fosse necessaria. Temistocle dovette ricorrere a tutta la sua abilità oratoria e ad uno stratagemma per ottenere il suo scopo; Atene non disponeva di materie prime per la costruzione delle navi, però ebbe la fortuna di poter disporre delle ricchissime miniere d’argento del monte Laurion nelle quali fu scoperto un nuovo ricchissimo filone, questo tesoro sarebbe dovuto essere diviso tra gli ateniesi, però Temistocle riuscì a convincere i suoi concittadini a destinarlo alla costruzione della flotta facendo loro credere che la vicina isola di Egina facesse una forte azione di pirateria minacciando i commerci della città. Gli ateniesi, preoccupati per i loro guadagni, permisero allo stratega di utilizzare il tesoretto per la costruzione delle triremi.



Le triremi erano navi da guerra lunghe 35-40 metri, larghe soltanto 6-7metri e con un pescaggio ridottissimo, erano dotate di tre ordini di rematori (da cui il nome) capaci di spingerle contro il nemico a forte velocità (6-7 nodi circa), la prora era rinforzata da un rostro in legno ricoperto di bronzo che serviva a speronare e ad affondare le navi avversarie.
Le battaglie navali del mondo antico non prevedevano la distruzione a distanza del vascello nemico, la Trireme veniva utilizzata come un siluro che colpendo il nemico con il rostro sotto la linea di galleggiamento ne provocava l’affondamento.
Solo quando i vascelli erano ormai a distanza talmente ravvicinata da impedire qualsiasi manovra diversiva si procedeva all’abbordaggio dell’imbarcazione nemica (nella battaglia di Salamina la fanteria pesante greca fu detterminante).
Anche dal punto di vista politico Temistocle dimostrò un’abilità straordinaria, riuscì, infatti, nel difficilissimo compito di creare un’alleanza tra le Poleis greche mediando tra gli interessi e i particolarismi delle stesse a discapito del suo stesso prestigio cedendo il comando allo spartiate Euribiade. La lega degli elleni fu meno numerosa del previsto, infatti tutta la Grecia a nord dell’Attica, salvo i tespiesi e i beoti, si arresero ai persiani, quindi l’alleanza greca si ridusse a Sparta, Atene, Megara, Corinto, Egina, Calcis e altre 25 città dal contributo militare praticamente nullo.
Temistocle era intenzionato a fermare i persiani nello stretto di Salamina per due motivi: era realmente convinto che solo in quel tratto di mare la flotta greca avrebbe avuto possibilità di vincere la guerra, e dopo aver visto la sua città in fiamme voleva impedire ai nemici di devastare il resto dell’Attica.
Non tutti i greci erano favorevoli al piano dell’ateniese, la maggior parte di essi (tranne i megaresi) era convinta che bisognasse ritirarsi nel Peloponneso e difenderlo ad oltranza considerando l’Attica ormai perduta.
Fu in questo frangente che, secondo Erodoto, Temistocle mise in atto uno stratagemma che indusse Serse a ingaggiare la battaglia nei pressi dell’isola di Salamina.
Senza essere visto, lasciò la sala della riunione e mandò un suo servo e pedagogo dei suoi figli, un certo Sicinno, alle navi dei Medi.
Sicinno riferì ai comandanti nemici che i greci meditavano di fuggire via mare e che agli invasori si presentava l’occasione di coglierli di sorpresa nelle acque tra Salamina e le coste dell’Attica.
I persiani cascarono nel tranello e mossero la loro imponente flotta contro gli avversari confidando nella superiorità numerica a loro disposizione.
Come in tutti gli episodi delle Guerre Persiane, anche in questo caso i greci si trovarono in netta inferiorità di uomini e mezzi: attraverso le fonti (soprattutto quelle erodotee) si calcola che la compagine ellenica disponesse di circa 370 navi in gran parte ateniesi e i persiani potessero contare su un numero di vascelli almeno doppio.
Secondo Erodoto “di fronte agli ateniesi erano schierati i fenici, che occupavano l’ala verso Eleusi e occidente; di fronte agli spartani gli ioni, disposti sull’ala verso oriente e il Pireo”.
L’angusto campo di battaglia era talmente ingombro di triremi che i marinai di Serse non poterono mettere in atto le loro manovre e far pesare la superiore perizia ed esperienza, infatti la maggior parte delle loro navi fu speronata ed affondata oppure abbordata dalla fanteria pesante greca.
La battaglia volse presto in favore dei greci che lamentarono la perdita di sole 42 unità contro le circa 200 dei persiani, il braccio di mare in breve tempo fu invaso dai rottami e i soldati di Serse che cercavano scampo aggrappandovisi vennero in gran parte trucidati dagli ateniesi ansiosi di vendicare la distruzione della loro città.
Erodoto riferisce che la battaglia fu costellata di atti di coraggio da entrambe le parti, i greci difendevano la loro terra con accanimento e i persiani erano galvanizzati dalla presenza del Gran Re, che si era fatto preparare un trono su un’altura per assistere al combattimento.
Lo storico di Alicarnasso scrive che tra gli elleni i migliori furono gli egineti e che gli ateniesi gli furono di poco inferiori, infatti, gli abitanti dell’isola di Egina furono determinanti nell’affondare le navi che tentavano di sfuggire alle temibili triremi di Atene.
Racconta inoltre un episodio accaduto ad Artemisia di Caria, unico comandante donna della flotta di Serse sulla quale gli ateniesi posero una taglia di 10.000 dracme per chi l’avesse catturata viva, reputando cosa indegna che una donna osasse minacciare Atene.
Quando ormai la flotta del Gran Re era in rotta, la nave di Artemisia si trovò braccata da una nave attica senza possibilità di fuga, decise quindi di speronare ed affondare la trireme alleata dei Calindi con a bordo il loro re Damasitimo; il comandante della nave greca vedendo l’episodio, pensò che quella che stava inseguendo fosse un’imbarcazione amica o una nemica che stesse passando dall’altra parte, virò di bordo e puntò un altro obbiettivo.
Questo fatto fruttò ad Artemisia un doppio guadagno: da una parte ebbe salva la vita, dall’altra i suo re osservando la sua mossa non si accorse che quella affondata dalla regina di Caria fosse una nave amica e lodò con i suoi consiglieri il suo coraggio pronunciando la famosa frase: “gli uomini mi sono diventati donne, e le donne uomini”.   
La vittoria dell’alleanza ellenica a Salamina fu determinante per la salvezza della Grecia, ancora una volta la tenacia e la capacità strategica si dimostrarono vincenti nei confronti della potenza e della superiorità numerica.
Serse, resosi conto dell’inevitabile disfatta, abbandonò l’Attica, lasciando indietro il generale Mardonio con circa 300.000 soldati (secondo Erodoto) per tentare una conquista di terra, che vedrà il suo momento di svolta nella battaglia di Platea, ma questo evento bellico sarà oggetto del prossimo articolo.


Fabrizio e Giovanna


Riferimento bibliografico: Erototo, "Le Storie"- Libro VIII

domenica 16 novembre 2014

Mezzo schema di Marino di Tiro


Il nostro pianeta va visto come una sfera. La sfera si può misurare, oggi, con una certa facilità grazie agli studi di Archimede. Per quello che ci riguarda dobbiamo mettere a fuoco, bene, il concetto del grande cerchio che è l’Equatore e la sua misura di 40.076 Km. Altri grandi cerchi sono i singoli meridiani (comprensivi degli antimeridiani) che passano per i Poli.



Nulla ci vieta di immaginare un grande cerchio che possiamo far passare, dove ci serve, sopra la sfera. Immaginiamo di segnare due punti in qualsiasi parte della superficie della sfera. Su quei due punti possiamo far passare un grande cerchio. La parte del nuovo grande cerchio, che tocca i due punti segnati della sfera, è la parte che ci permette di misurare la distanza tra le due località. Il nuovo grande cerchio è identico a quello dell’Equatore. Basta misurare, con l’apertura delle punte di un compasso, le due località segnate e vedere a quale lunghezza (quanti gradi)  corrisponde rispetto all’Equatore. Se si conosce la misura dell’Equatore non ci sono problemi. Se non si conosce questa misura bisognerebbe ricavarla. Se io fossi stato un Egiziano, di quelli antichi, sapendo che il Tropico cade a 24° e la Grande Piramide è a 30°… avrei misurato accuratamente  la distanza di quei 6° sul meridiano della Piramide e lo avrei moltiplicato per 60. (6 x 60 = 360). In Egitto c’erano degli abili tenditori di corde che non facevano altro che misurare tutto il paese. Un certo Eratostene, per non far capire che aveva ricopiato il metodo egiziano, lo ha personalizzato e spacciato per una sua grande scoperta. Così va il Mondo. Torniamo alla distanza minima tra due località e alla linea immaginaria che le collega: quella linea segue la curvatura della sfera. A quali calcoli complicatissimi bisogna far ricorso per conoscere la distanza delle due località?
Ma vi sembra mai possibile che Marino di Tiro non ci sia venuto incontro? Con lo schema RoBer si fa di tutto. Con l’Organum Directorium si possono disegnare gli schemi nelle diverse scale..


… e si può fare altro?
Ho visto che Mercatore ha raffigurato una strana proiezione e un suo Organum Directorium.
Da quella proiezione, con lo schema RoBer, posso ottenere (partendo dall’Equatore) il Tropico, il 32° ( o il parallelo di Alessandria?), il 50°, il 60°, il Circolo Polare, e il 70° e il 75° parallelo. Precisi precisi. Completare la scala non è difficile. Ma a cosa serve quella strana proiezione che, con la proiezione cilindrica modificata di Mercatore, non c’entra assolutamente nulla?
A questo punto ho voluto vederci chiaro.
L’Equatore misura 40.076 Km. L’ho semplificato in 40.000. Ogni 90° di Equatore sarebbero pari a 10.000 Km. Ogni 9° sarebbero 1.000 Km e ogni 4,5° sarebbero 500 Km.
Non solo sull’Equatore perchè ho assegnato queste distanze al meridiano ultimo, a sinistra, del quadrato che delimita l’Organum Directorium rispettando la corrispondenza dei singoli 9 gradi di parallelo. Se si proietta un –meridiano- allora anche i settori in kilometri risulteranno proiettati proporzionalmente. Ho portato queste misure sull’Organum Directorium. 
Così ci spiegano Mercatore:
  

Il meridiano Zero è quello delle Azzorre. La prima località, per capire l’esempio,è posta a 20° nord e a 33° a est dalle Azzorre. La seconda località è posta a 65° nord e a 75° a est delle Azzorre. La differenza tra le due latitudini è di 45°. Molto curiosa l’impostazione! Gli Autori hanno fatto, solo, un esempio oppure, quelle particolari coordinate sono, in qualche altro scritto del Mercatore?
In attesa di chiarimenti vado avanti. La retta che attraversa le località A e B cade con una certa incidenza sull’Equatore: Angolo interno 55° mentre l’esterno è di 35° (+90°).
A questo punto si parte con i due  goniometri dell’organum directorium.
Si invertono i valori dell’angolo di incidenza (perché?). Si riporta il tutto sul meridiano zero. Da quel meridiano si calcolano i 45° di differenza di latitudine e si tira una retta che va ad intercettare la nuova retta incidente (color arancione). Poi con un compasso si traccia un arco di circonferenza dove c’è il contatto con l’Equatore, sono 54°; e si fa il calcolo della distanza. E questo dovrebbe essere, anche, il pensiero di Mercatore.
Gli autori, ricorrendo anche alla moderna matematica, con una bellissima formula spiegano il tutto.
Io resto perplesso. Guardo e riguardo lo schema e

…  ma non è più semplice fare questo passaggio?


Tracciamo la retta che attraversa le due località (ortodromica). Da dove questa retta tocca l’Equatore si dovrebbero  far partire i 45° di differenza di latitudine. Dopo i 45° si dovrebbe tirare la retta che attraverserà nel punto X l’ortodromica. Siamo a 58° nord. Il tratto A-X dà l’esatto valore reale dell’ortodromica; riportandolo sull’Equatore: come ha già evidenziato una delle diagonali.
Io uso settori da 4,5° e 9°. In 90° riporto 10 settori da 9°. Ma a 45° e 90° i metodi si sincronizzano.
90° sono 90°. Ogni 9° sono 1.000 Km. 90° sono 10.000Km.

Qualcuno sa spiegarmi cosa c’entra la Rosa dei Venti e l’Organum Directorium in tutto questo discorso?





Anticamente, quando tutto ruotava attorno ad Alessandria, questo schema,bastava ed avanzava. Abbiamo visto come si passava da una scala all’altra. Adesso abbiamo tutta la sfera della Terra.
Come si operava?  Vi spiego qualche piccolo trucco.
Impostate, con la massima precisione il Quadrato di gradi 108° (12 settori da 9 gradi) all’Equatore.
Come dice L’Organum Directorium disegniamo i 75° con quel particolare sviluppo che nasce con gli schemi dei Portolani.  Tracciamo le due diagonali e il meridiano centrale. Facciamo la prima verifica. Andremo a misurare il tratto Londra Cuba dopo aver preso la distanza con Google Maps.



Si selezionano le due località da misurare. Dobbiamo trovare con la massima precisione il centro tra le due località. Una volta trovato il centro preciso si mettono 54° a destra e 54° a sinistra (sono 108° precisi).  Si prende la distanza della differenza di latitudine 23° nord e 51° nord, che rende 28 gradi, e la si duplica. Si traccia una nuova retta da Cuba che va a toccare la estremità la duplicazione della differenza di latitudine. Dove questa retta tocca  l’Equatore … segna direttamente la distanza.
(Non sperate che ve la spieghi matematicamente …. )

C’è un altro metodo:
Noi abbiamo uno sviluppo di paralleli; particolare ed unico. Se prendiamo direttamente la differenza di latitudine da questo sviluppo, vedasi la scala in gradi di sinistra, dobbiamo impostare sul lato destro una scala lineare di 108° come quella dell’Equatore. Misuriamo la differenza di latitudine a sinistra:  Siamo a 23° nord e 51° nord. Differenza di latitudine di 28° . Simulando che il lato destro sia l’Equatore … prendiamo i 28° lineari. Tracciamo la retta (rossa) e il punto di contatto dà la distanza.  



A questo punto sono andato a controllare cosa succede nelle regioni fredde.



Sono perplesso; considerate che è solo un prototipo! Ma non mi sembra che sia farina di
Mercatore.




Credo che Mercatore sia entrato in possesso, solo, di metà schema.


Rolando Berretta





giovedì 16 ottobre 2014

La chiesa bizantina di San Giovanni di Assemini




La piccola chiesa di San Giovanni Battista sorge in uno slargo di rispetto nel cuore del centro storico di Assemini, importante centro dell’area metropolitana di Cagliari, a circa quindici chilometri dal capoluogo. 

A brevissima distanza si trova la parrocchiale di San Pietro, di fabbrica più tarda, che ha restituito elementi epigrafici e architettonici databili a età bizantina, di cui però sono incerte la provenienza e la collocazione originarie.
Chiesa di San Pietro


A dispetto delle ridotte dimensioni, l’edificio costituisce una delle massime testimonianze di architettura bizantina dell’intera Sardegna. Nonostante sia quasi sconosciuta al grande pubblico, la chiesa è tuttavia molto nota alla storiografia artistica locale che, già a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, si è spesso soffermata sulle peculiarità architettoniche e decorative della piccola chiesa con un cospicuo numero di contributi scientifici che hanno tentato di ricostruire le sue vicende costruttive e di darle una corretta collocazione all’interno del più ampio quadro dell’architettura bizantina nelle province periferiche dell’Impero d’Oriente.


I risultati a cui i diversi studiosi sono giunti nel corso del tempo sono, però, molto spesso, discordanti e contraddittori. Uno dei limiti di alcuni di tali studi è dato dal fatto che, per la datazione dell’edificio ci si è spesso affidati alle caratteristiche stilistiche del ricco corredo di marmi decorativi ed epigrafici custoditi all’interno; essi, databili con relativa sicurezza ad età mediobizantina, tra il X e i primi dell’XI secolo, si inseriscono nel quadro di un’ampia serie di marmi dello stesso tipo presenti in altre chiese sarde e in diverse raccolte museali della regione. 


Questi elementi di arredo, di alta qualità, sono stati messi in relazione con una delle fasi di vita del piccolo edificio, e a volte intesi come parte integrante del corredo liturgico e decorativo originario della prima fase. In realtà, lungi dal documentare strettamente una fase architettonica ben precisa, essi testimoniano tutt’al più – se appartenenti fin dall’origine al San Giovanni – una fase di vita della chiesetta, senza tuttavia vincolare a datazioni così basse la struttura architettonica stessa, che può, senza problemi, essere fatta risalire a una fase molto più alta del X secolo.


La struttura architettonica stessa non è leggibile con facilità, e crea diversi problemi di interpretazione  a chi si accinge a esaminarla con criterio scientifico al fine di ricostruirne l’icnografia originaria e i dettagli planimetrici e architettonici. 
























Già a un esame superficiale dall’esterno, la chiesa mostra la sua peculiarità icnografica, che ne fa un unicum nel quadro delle architetture superstiti della Sardegna bizantina: la chiesa mostra, infatti, una pianta a croce greca inscritta in un quadrato, con pseudo cupola all’incrocio dei bracci. L’icnografia a croce inscritta è, allo stato attuale delle conoscenze, l’unica presente sul territorio sardo, e le peculiarità della struttura architettonica dell’edificio, ne fanno un unicum anche nel più ampio contesto dell’Italia meridionale. Infatti la totalità delle chiese bizantine sarde che mostrano uno sviluppo planimetrico cruciforme, presenta un impianto a croce libera con cupola centrale. 

Le quattro camere angolari, anche ad una ricognizione frettolosa, mostrano inequivocabili gli indizi di una loro ricostruzione (o costruzione ex novo a seconda delle interpretazioni fornite) in tempi successivi all’impianto.


Alcune testimonianze orali raccolte ai primi del Novecento – che non hanno tuttavia valore scientifico – raccontano della fabbrica dei quattro ambienti d’angolo in anni di poco precedenti la metà del XIX secolo. Il principale problema posto dal piccolo edificio è, infatti, proprio quello della fase d’impianto: la chiesa può aver avuto fin dall’origine la pianta così come si presenta attualmente, oppure può derivare da una ricostruzione e ampliamento successivi; non è certamente da scartare anche l’ipotesi che l’ipotetico ampliamento potrebbe essere avvenuto nel corso della stessa età bizantina, in tempi e modi difficili da precisare. 




Le murature originarie sono costituite, per la maggior parte, da conci ben squadrati di calcare locale, di media o grande pezzatura, messi in opera con relativa cura e perizia. I quattro bracci della croce sono coperti con robuste volte a botte, che si pronunciano all’esterno a formare un arco leggermente aggettante nelle testate; 


quest’ultimo elemento, tipicamente locale, è comune a diverse altre architetture bizantine sarde, quali, per esemplificare, la piccola chiesa di San Teodoro a San Vero Congius (Simaxis) o le strutture di ampliamento del San Giovanni di Sinis (Cabras), di datazione molto incerta ma certamente da ricondurre all’epoca bizantina, come dimostra il sistema metrico utilizzato per la fabbrica. Anche per quanto riguarda il San Giovanni di Assemini, il sistema metrico utilizzato per il proporzionamento dell’edificio è il piede bizantino, cosa che serve a fugare ogni dubbio riguardo la sua cronologia relativa. 

Le camere d’angolo, coperte con tetto ligneo a doppio spiovente disposto in senso trasversale all’asse dell’edificio, mostrano murature più eterogenee, formate da grossi blocci squadrati disposti con scarsa regolarità e da pietrame più minuto affogato nella malta. 


 



















Sul lato orientale, che ospita l’altare, si apre una piccola abside dal profilo semicircolare, che emerge dal muro esterno di testata con proporzioni basse e tozze. 





Il prospetto principale, rivolto a occidente, è caratterizzato da estrema semplicità e mostra i segni di numerosi rimaneggiamenti: un portale centinato privo di architrave è sovrastato da una finestra quadrangolare di datazione evidentemente seriore, riquadrata all’interno dell’arco che segna l’imposta della volta a botte che copre il braccio ovest, che in questo caso è a filo con il muro di prospetto e non aggetta; il profilo orizzontale del prospetto è chiuso in alto da un campanile a vela a unica luce, non originale ma di difficile collocazione cronologica. 




Lo spazio interno, molto angusto, mostra immediatamente la peculiare articolazione planimetrica dell’edificio; lungo i quattro bracci, sopra le ampie arcate che danno accesso ai vani angolari, corre una cornice continua lungo tutto il perimetro con l’esclusione delle testate; 

     
    

una seconda cornice corre più in alto a segnare l’imposta quadrata irregolare della piccola cupola emisferica nel vano di incrocio; essa è per due terzi del suo sviluppo inserita in un tiburio cubico che, all’esterno, la nasconde parzialmente alla vista, nel quale si aprono quattro piccole luci quadrangolari che consentono una fioca illuminazione; gli elementi di raccordo della cupola al quadrato di base non hanno funzione strutturale, ma, date le ridotte dimensioni della cupola stessa, sono semplicemente scolpiti nei quattro conci angolari, in modo da dare l’idea di un raccordo a trombe, come si vede in altri edifici sardi dello stesso tipo (es. Sant’Antioco nel centro omonimo, Sant’Elia di Nuxis). 


Altre finestre quadrangolari, di apertura sicuramente successiva, nelle testate e nelle camere d’angolo, e una piccola luce cruciforme sopra l’arco absidale illuminano l’interno della chiesa. 


La ristrettezza dello spazio interno dei bracci – molto più accentuata rispetto ad altre architetture coeve – costituisce un elemento a favore della tesi della pianta a croce inscritta fin dall’origine, con un ampliamento dunque dello spazio interno tale da consentire una minima abitabilità agli ambienti; da rilevare, inoltre, che le arcate di comunicazione tra i bracci e le camere d’angolo sembrano coerenti con le murature e non mostrano di essere state aperte in rottura. 




 


















Elemento molto interessante, rilevato e messo in evidenza con acume da Mark Johnson nel suo ultimo studio sull’architettura bizantina in Sardegna, è la particolarissima configurazione dei conci di chiave delle arcate in questione, che mostrano una forma cuneiforme molto accentuata, che si ritrova praticamente identica nelle pietre di chiave delle volte a botte dei bracci; tale elemento, unico, sarebbe una prova della contemporaneità nella fabbrica delle volte e degli archi in questione, salvo voler ipotizzare una improbabile più tarda imitazione di questo singolo elemento. 






Impossibile ripercorrere nel dettaglio, in questa sede, la storia degli studi e le diverse proposte interpretative a cui i diversi studiosi sono giunti ognuno per suo conto, così come è difficile ricostruire il contesto storico o urbanistico originario in cui la piccola chiesa venne a trovarsi al momento della sua erezione; né sono chiare o al momento ipotizzabili la committenza o la sua funzione originaria. La chiesa viene nominata per la prima volta nel 1108, relativamente alla sua donazione, da parte del giudice Mariano Torcotorio II de Lacon Gunale alla cattedrale di San Lorenzo a Genova; le altre menzioni sino tutte più tarde. 

Gli studi più recenti di Roberto Coroneo e di Mark Johnson sono giunti, sostanzialmente, alle stesse conclusioni, specialmente per quanto concerne la datazione della piccola chiesa, alzata da entrambi ad un periodo compreso tra la metà del VI e il VII secolo, sia per le caratteristiche architettoniche dell’edificio e per alcuni dettagli decorativi, che la ricondurrebbero allo stesso contesto storico e architettonico che vide l’erezione, in Sardegna, della gran parte delle altre chiese ad impianto cruciforme. 

Interessante la proposta di Mark Johnson di indiretta relazione formale tra questa chiesa e quella del Santissimo Salvatore a Rometta (Messina), che, tolte le dovute differenze, è l’unico esempio italiano che si lega strettamente ad essa. Non sono, invece, calzanti i paralleli con altre chiese a croce greca inscritta di area italica meridionale, quali le chiese di San Pietro a Otranto (Lecce) o quelle calabresi della Cattolica a Stilo (Reggio Calabria) e di San Marco a Rossano (Cosenza), che si legano invece agli sviluppi più tardi del tipo, comuni a quelli di altre aree dell’Impero.


Nicola S.

 

 



Bibliografia essenziale:

 

D. Scano, Storia dell’arte in Sardegna dal XI al XIV secolo, Cagliari-Sassari, 1907; 
F. Giarrizzo, La chiesetta di S. Giovanni di Assemini, Roma, 1920; 
R. Delogu, L’Architettura del Medioevo in Sardegna, Roma, 1953; 
B. Virdis, Rilievi di tre chiese sarde. S. Giovanni in Assemini, S. Antonio Abate e S. Lorenzo di Cagliari, “Palladio” XII, 1962; 
M. Johnson, The Cruciform Churches of Sardegna and the transmission of architectural form. Acts XVIIIth International Congress of Byzantines Studies. Selected papers III. Art History, Architecture, Music (Moscow, 1991), Sheperdstown, 1996; 
R. Coroneo, Scultura mediobizantina in Sardegna, Nuoro, 2000; 
S. Mancosu, “Assemini e la chiesa di San Giovanni”, in R. Martorelli ed., Città, territorio, produzione e commerci nella Sardegna medievale. Studi in onore di Letizia Pani Ermini, Cagliari, 2002; 
R. Coroneo, R. Serra, Sardegna preromanica e romanica, Milano 2004; 
R. Coroneo ed., La chiesa altomedievale di San Salvatore di Iglesias. Architettura e restauro, Cagliari, 2009; 
R. Coroneo, Arte in Sardegna dal IV alla metà dell’XI secolo, Cagliari, 2011; 
M. Johnson, The Byzantine Churches of Sardinia, Wiesbaden, 2013.