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martedì 2 giugno 2020

Carestie, epidemie e congiure in Sardegna nel primo ventennio del 1800


Gli eventi che si delinearono all’inizio del 1800 in Sardegna si rivelarono in seguito determinanti per quei risvolti che portarono poi alla fatidica decisione di richiedere la fusione perfetta con la terraferma che si realizzò nel 1848.

Il 3 giugno 1802 Carlo Emanuele IV abdicò a favore del fratello, il duca d’Aosta, con il nome di Vittorio Emanuele I che, in seguito ad una nuova invasione dell’Italia settentrionale da parte dei francesi dopo lo scoppio di un’altra guerra tra la stessa e l’Inghilterra (alla quale i Savoia erano alleati), nel 1806, fu costretto nuovamente a cercare rifugio in Sardegna su una nave russa seguito dalla sua corte.

La presenza della corte, come in passato, non contribuì a migliorare il costume pubblico, mentre la situazione interna si faceva sempre più preoccupante nella zona centro-orientale dell’isola, dove si giunse addirittura ad una piccola guerra tra Fonni da una parte, e Villagrande e Villanova Strisaili dall’altra per questioni di pascolo e vi furono disordini particolarmente gravi anche a Tortolì. In seguito a questi disordini furono costituite due colonne volanti, una per la parte meridionale e l’altra per quella settentrionale dell’Isola, composte da militari e da magistrati con il potere di giudicare sommariamente, l’unico limite ai loro poteri era determinato dall’impossibilità di eseguire le condanne a morte senza l’approvazione del re.


Ad aggravare la situazione contribuirono anche le terribili carestie che flagellarono l’Isola dal 1802 al 1821, la più clamorosa fu quella del 1812 alla quale si deve il famoso detto “su famini de s’annu dóxi” (la fame dell’anno dodici) ancora oggi utilizzato. Nel 1811 contribuirono ad aggravare le due annate povere precedenti la mancanza di piogge ad aprile e un caldo eccessivo a maggio, nel frattempo infieriva un’epidemia di vaiolo e la mancanza di soldi rendeva difficile l’approvvigionamento dall’estero. Per far fronte a questi problemi furono adottate varie misure di emergenza, come obbligare gli agricoltori a denunciare la quantità di grano raccolta in eccesso rispetto ai bisogni delle famiglie ed ulteriori prelevamenti di fondi da varie amministrazioni particolari, come i Monti di soccorso e di riscatto. Si ricorse anche alla requisizione nelle campagne del grano necessario all’approvvigionamento delle città, dove veniva venduto a prezzo politico. Era perciò vietata l’esportazione del prodotto dalle città all’interno dell’isola, dove alla fine dell’anno il prezzo salì in maniera esorbitante. Chi non aveva soldi doveva dare per uno starello di grano (50 lt circa) uno starello di terra coltivabile (4000 m2). La conseguenza più immediata fu ovviamente l’aumento della delinquenza e l’emigrazione a Cagliari dei poveri che nei paesi non riuscivano a sopravvivere. Fu allestito un centro di raccolta per i profughi nel convento di San Lucifero, ma il grano a disposizione era insufficiente a garantire una regolare erogazione di cibo fino al raccolto successivo. Una commissione composta dai tre grossi commercianti Gaetano Pollini, Giacomo Ignazio Federici e Salatore Rossi fu incaricata di predisporre l’importazione di grano, ma la mancanza di soldi non permetteva loro di compiere questa operazione. Solo quando Vittorio Emanuele I promise di far fronte alla spesa impegnando il sussidio che per il mantenimento della famiglia reale gli era stato concesso a carico della sua cassa privata dal re d’Inghilterra, sussidio che gli veniva pagato a Malta, il Rossi poté raggiungere l’isola e acquistare 730 salme di grano e 200 barili di farina americana.

Malgrado le rigorose misure paventate ai produttori, il prezzo del grano si mantenne molto alto anche dopo il modesto raccolto del 1812 e le conseguenze furono gravissime, infatti crebbe il debito pubblico dello stato, entrarono in crisi le amministrazioni frumentarie dei municipi e aumentò l’indigenza degli agricoltori a vantaggio dei grandi proprietari che, essendo perlopiù preti e notabili, erano esentati dal pagamento dei tributi dei quali si avvantaggiavano i monti frumentari che si assottigliarono sempre di più provocando la decadenza dell’agricoltura stessa.


Il 1800 inaugurò anche una stagione di insurrezioni e congiure che provocarono un inasprimento delle misure restrittive da parte dei regnanti. Le prime avvisaglie furono le insurrezioni antifeudali del 1800 scoppiate a Thiesi e Santu Lussurgiu, seguite, nel 1802, dal tentato moto repubblicano da parte del Cilocco e Sanna Corda, rientrati in Sardegna dalla Corsica dove erano emigrati per radunare gli antichi seguaci dell’Angioj.

Nell’ottobre del 1812 nel capoluogo sardo fu organizzata una congiura borghese, nota come la “Congiura di Palabanda” dal nome della zona stampacina da dove partì (tra l’attuale orto botanico e il convento di Sant’Ignazio). Le origini della congiura si fanno risalire alle tendenze progressiste maturate durante i moti del 1794, allora il partito progressista lottava unito contro il nemico comune, ma ben presto si divise principalmente in due grandi aree, una decise di abbracciare ideali più moderati se non addirittura reazionari, più per convenienza che per reale senso di redenzione, mentre l’altra cercò di portare avanti quegli ideali che erano stati alla base del cosiddetto vespro sardo cercando collegamenti col movimento antifeudale. Come abbiamo visto, i vari congiurati subirono feroci repressioni e chi riuscì a sfuggire alla giustizia dovette riparare o in Corsica o in Francia in attesa che i tempi fossero maturi per una nuova era rivoluzionaria. In ogni caso vi era un viscerale desiderio di redenzione da quel governo esoso e inetto e le ambizioni democratiche non erano state debellate, ma aspettavano solo il momento propizio per potersi manifestare.  














Abbiamo avuto modo di osservare che fin dall’inizio del 1800 vi furono vari tentativi insurrezionali e questo dimostra il generale stato di insofferenza diffuso un po’ in tutta l’Isola e i sospetti di congiure erano sempre più reali. Nel 1812 la popolazione era esasperata dalla carestia che ormai assumeva i connotati di una piaga e i tempi potevano sembrare maturi per un riscatto che mettesse d’accordo un po’ tutti.

Sicuramente i congiurati di Palabanda pensarono questo quando decisero di attuare il loro piano progettato nell’abitazione dell’avvocato Salvatore Cadeddu, segretario dell’Università e tesoriere del Comune di Cagliari, uno dei noti “patrioti novatori” del periodo rivoluzionario, dove si riuniva un eterogeneo gruppo composto da studenti, popolani e piccoli artigiani. Non è chiaro se lo scopo della congiura fosse quello di cacciare nuovamente i piemontesi o porre sul trono Carlo Felice al posto di Vittorio Emanuele I, gli storici in tal senso non hanno ancora avuto riscontri che convalidassero l’una o l’altra teoria; in ogni caso il piano prevedeva che fra il 30 e il 31 ottobre i congiurati di Stampace varcassero la porta di S. Agostino, lasciata aperta da amici complici, per unirsi ai congiurati della Marina con i quali, grazie alla complicità di due sergenti e di altri militari, si sarebbero impadroniti delle armi della Real Marina, successivamente, dopo essersi uniti ai congiurati del quartiere di Villanova, avrebbero assediato il quartiere di Castello, dove risiedevano le autorità.




Nonostante il piano fosse ben combinato non fu possibile portarlo avanti perché uno dei congiurati, Girolamo Boi, raccomandò il suo amico Proto Meloni, sostituto dell’avvocato fiscale regio, di mettersi in salvo finché fosse in tempo. Quest’ultimo invece parlò della faccenda al suo capo, Raimondo Garau, il quale riferì la notizia al re che, a sua volta avvisò il comandante della piazza Giacomo Pes di Villamarina. Il comandante, nonostante non avesse ravvisato il pericolo di una congiura, intensificò la vigilanza, la quale sorprese di notte uno dei congiurati, Giacomo Floris, incaricato di collegare nella piazza del Carmine i congiurati di Stampace e quelli di Villanova, ma lo lasciò libero e gli offrì la possibilità di dare l’allarme ai complici.  Il Floris  ritornò nella piazza mandando nel panico tutti quanti e, dopo aver scartato la possibilità di portare avanti la congiura uccidendo il Villamarina sguarnito di speciali precauzioni all’alba del giorno seguente, decisero di abbandonare l’impresa.

Il governo si rese conto in ritardo della congiura e, per soffocare qualsiasi tentativo simile, promise l’impunità e premi in denaro a quanti avessero consentito la cattura dei capi; i congiurati furono così perseguitati e lo stesso capo della congiura fu giustiziato.

La congiura di Palabanda può essere considerata l’ultimo atto dei moti di fine Settecento che, purtroppo ebbero come conseguenza una recrudescenza delle azioni repressive da parte del governo piemontese.

 

Fabrizio e Giovanna

 

Riferimenti bibliografici:

Leopoldo Ortu, Storia della Sardegna dal Medioevo all’Età contemporanea

Lorenzo del Piano, Giacobini e Massoni in Sardegna fra Settecento e Ottocento

sabato 16 maggio 2020

Via Pietro Martini



Nella parte alta del quartiere di Castello si può accedere o da Viale Buoncammino, passando da porta Cristina, o dai Giardini Pubblici percorrendo la via Ubaldo Badas e passando da porta San Pancrazio. 




Giunti alla torre di San Pancrazio ci si trova nella piazza Indipendenza, da dove, per accedere nel cuore del quartiere, si possono imboccare la via Martini, la via Canelles e la via La Marmora.




Via Pietro Martini è una delle strade più antiche, in essa, verso il XIII secolo, si insediarono alcuni fabbri pisani e la loro presenza valse la denominazione di Ruga Fabbrorum. 

 

La via fu denominata Vicus Fabbrorum anche durante i primi tempi della dominazione aragonese, fino a quando tale attività fu trasferita nel tratto che da via Manno porta al largo Carlo Felice, denominato appunto s’arruga de is ferreris. Nei documenti del XVI secolo  la strada fu denominata Carrer de Palau e Carrer de Santa Lucia.

 



Per quanto riguarda la prima denominazione essa è da attribuirsi alla presenza del Palazzo regio quale sede del governatore generale del regno di Sardegna, mentre per quanto concerne la denominazione Carrer de Santa Lucia è connessa all’omonima chiesa donata dal viceré don Antonio Cardona alle suore Clarisse, venute da Barcellona sotto l'invito di papa Paolo III. 





La chiesa, attualmente inglobata nella scuola intitolata a "Umberto e Margherita", è a navata unica a tre campate e la sua facciata è ancora visibile nella via anche se si mimetizza con il resto del muro. 

Aggiungi didascalia

Dalla vicina piazzetta Mundula è possibile ammirare il retro dell’edificio ecclesiastico che sorge sopra le tracce delle precedenti fortificazioni pisane sulla roccia a strapiombo.



Nel XVIII secolo la via venne più frequentemente indicata con Calle de lo Palacio, mentre, nel secolo successivo, il tratto di fronte al palazzo reale e a quello episcopale continuò ad essere denominato Contrada del Palazzo, mentre il tratto che arriva alla piazza di San Pancrazio prese il nome di Contrada di Santa Lucia, dove, come riportato nel post LA SOMMOSSA DEL 6 LUGLIO 1795, fu trucidato il sovrintendente Pitzolo mentre veniva tradotto in stato di arresto nel carcere di San Pancrazio.





Sulla destra, nel tratto di strada che precede la piazzetta Mundula, all’interno di un cortile è possibile ammirare un bel medaglione in cotto risalente ai primi decenni del XX secolo con canoni estetici del liberty che riproduce un busto femminile.



L’attuale intitolazione risale al 1874, quando, con un atto formale, l’amministrazione civica di Cagliari volle ricordare l’insigne studioso Pietro Martini che vi dimorò con la sua famiglia nel palazzotto che si affaccia alla piazzetta Mundula, come testimonia l’epigrafe commemorativa; in essa vengono menzionati anche i fratelli Antonio e Michele che, al pari di Pietro, ebbero il merito di dare un grande contributo culturale donando la loro biblioteca al comune di Cagliari. 




Pietro Martini, nonostante la sua laurea in giurisprudenza manifestò un profondo interesse per gli studi storici e letterari, infatti, nel 1842, lasciò il suo lavoro di funzionario capo divisione della Segreteria di Stato e preferì assumere la presidenza della Biblioteca universitaria di Cagliari. Insieme ai fratelli fu redattore del settimanale “L’indicatore Sardo”, pubblicato a Cagliari dal 1832 al 1852.



La produzione culturale relativa alla storia della Sardegna di Pietro Martini fu molto feconda e comprendeva anche l’archeologia, la storia dell’arte e la storia ecclesiastica. Purtroppo ebbe la sfortuna di pubblicare, credendole vere, delle pergamene relative al giudicato di Arborea provenienti dagli archivi degli stessi Giudici, meglio conosciute come Falsi di Arborea. La vicenda risale al 1846, quando il Martini pubblicò la prima pergamena offerta in vendita dal frate Cosimo Manca del convento di santa Rosalia in Cagliari. La pubblicazione si concluse con la morte dello storico, avvenuta nel 1863, ma fu seguita da un lungo dibattito circa la loro autenticità che si concluse il 31 gennaio del 1870 quando, un’accurata indagine storico-filologica all'Accademia delle Scienze di Berlino promossa dal celebre studioso tedesco di antichità Theodor Mommsen, sentenziò definitivamente la loro contraffazione.

Un’altra vicenda che coinvolse il nostro studioso, o meglio la sua salma, riguarda un esperimento condotto dopo la sua morte dall'amico medico e anatomista Efisio Marini, meglio conosciuto come “il pietrificatore”, che trattò il suo corpo con l’intento di produrre l’incorruttibilità dei cadaveri. Dopo quattro mesi dal suo decesso il Marini effettuò una ricognizione nel cimitero monumentale di Cagliari dove era depositato il corpo dello studioso e constatò l’integrità dello stesso. In un post relativo alla via intitolata al medico parleremo diffusamente di questo personaggio controverso e poco considerato dal mondo accademico cagliaritano, dal quale si allontanò definitivamente alla volta della città di Napoli dove ancora oggi sono esposte le sue opere.



Fabrizio e Giovanna



Bibliografia:

Scano Dionigi, Forma Kalaris

Nonnis Giuseppe Luigi, Cagliari. Passeggiate semiserie. Castello

Sorgia Giancarlo, Cagliari. La suggestione delle epigrafi

Maccioni Antonio, Efisio Marini e la conquista dell'eternità







giovedì 12 marzo 2020

Interventi piemontesi nel litorale di Cagliari e Quartu Sant’Elena durante e dopo l’attacco francese





L’attacco dei francesi mise a nudo l’inadeguatezza del sistema difensivo del Golfo di Cagliari e si sentì il bisogno di adeguarlo alle nuove tecniche belliche.

Durante il tentativo di invasione francese le torri spagnole di Carcangiolas, del Margine Rosso, di Foxi, di Sant’Andrea e di Is Mortorius furono giudicate ormai indifendibili e l’Amministrazione decise di provvedere alla costruzione di numerose postazioni difensive nei litorali di Sarroch, Cagliari, Quartu Sant’Elena, Sant’Antioco e nell’Alta Gallura.

Torre Foxi




Fortino di Sant'Ignazio

Nel 1792 l’Amministrazione delle Torri decise di creare una linea difensiva nell’area tra il Margine Rosso e Is Mortorius con tre batterie costiere situate al Margine Rosso, a Serra Perdoso e a Santa Luria, nelle quali nel febbraio 1793 furono inviati 16 cannonieri. 


Dopo l’attacco francese iniziarono i lavori di fortificazione di tali baluardi, però, vista la loro lentezza, nel 1794 si pensò di affidare la difesa costiera ad un’unica torre bene armata; per tale esigenza si decise di completare una delle tre batterie edificate nel 1792 e la scelta cadde su quella situata al Margine Rosso denominata Su Forti.



La torre di Su Forti fu dotata di 6 cannoni e difesa da una guarnigione di 5 uomini e rimase di pertinenza dell’Amministrazione fino al 1798, dopo tale data fu presa in carico dalle ville circostanti di Quartu, Quartucciu, Pirri, Selargius, Settimo S. Pietro, Maracalagonis e Sinnai.





Nel novembre del 1801, sotto la direzione dell’ingegnere Francesco Ari si decise di costruire il forte, l’anno successivo furono necessari ulteriori finanziamenti per la sua manutenzione e la guarnigione fu ridotta a due soli torrieri. Fino al 1841 il forte fu sottoposto a diversi lavori di restauro, fino a che, dopo l’abbandono del 1843, fu ulteriormente fortificato con cemento armato durante la Seconda Guerra Mondiale e trasformato in posto di osservazione. 

Dopo diversi anni di lavori atti al recupero del forte, divenuto ormai un rudere, il 7 dicembre 1985 venne adibito a chiesa parrocchiale, intitolata a San Luca fino al 2001, quando fu inaugurata la nuova chiesa attualmente utilizzata dalla comunità del Margine Rosso.




Diverso destino fu riservato al Forte di Sant’Ignazio, edificato nel 1793, che fu il principale baluardo difensivo del Colle di S. Elia contro l’attacco della flotta francese. Il fortilizio è inscrivibile in un quadrilatero ideale di 49 metri per 46,5. 

La sua posizione risultò strategica per la difesa e la guardia della torre di Calamosca che difendeva il Lazzaretto e la gola del monte di Sant’Elia; dalla sua sommità, pari a circa 96 metri s.l.m., era infatti possibile  controllare un campo visivo di circa 35 km.

Torre di Calamosca o dei Segnali




Fortino di Sant'Ignazio


Il primo forte, edificato in tutta fretta e ultimato il primo giorno dell’attacco francese del 27 gennaio 1793, fu proposto dal segretario dell’Amministrazione delle Torri e progettato dal maggiore ingegnere Franco. Durante il conflitto si presentava come un fossato a forma di cuneo protetto da palizzate in legno dove erano collocati una mezza dozzina di cannoni piazzati frettolosamente.

Dopo la guerra si decise di rinforzare la struttura, vinse l’appalto il progetto presentato dall’ingegnere Franco che propose, ispirandosi al sistema del Vauban, un forte a pianta stellare.


  






La forma stellare è determinata dai cinque bastioni con parapetto in “barbetta” che lo compongono; tre di essi sono adiacenti e rivolti verso la città di Cagliari e costituiscono un’opera a corona o a cappello di prete, i due rivolti verso Calamosca costituiscono un’opera a corno con due torrette “casamattate” voltate nel pianterreno. 




 






Fabrizio e Giovanna





Notizie tratte da:  “Guida alle torri e forti costieri”, Massimo Rassu, in Conosci la Sardegna, vol. I

martedì 26 febbraio 2019

La sommossa del 6 luglio 1795


Il 6 luglio del 1795 vi fu nella città di Cagliari una sommossa che, per la partecipazione popolare e per i suoi fattori scatenanti, si può considerare la più spontanea e politicizzata. 

Abbiamo visto che quanto accadde il  28 APRILE 1794 non ebbe effetti così eclatanti dal punto di vista sociale: non vi furono grosse rappresaglie e i funzionari piemontesi furono allontanati con i loro effetti personali senza subire violenza alcuna. Fu una rivolta atta semplicemente ad ufficializzare una nuova realtà caratterizzata dall'ascesa della nuova classe politica, dove spiccavano uomini di legge e intellettuali che, incoraggiati dal clima rivoluzionario che imperversava il mondo circostante, si facevano portavoce di nuovi ideali, atti a superare le vecchie concezioni feudali di proprietà e sfruttamento del lavoro. I feudatari, dal canto loro, nonostante la poca devozione nei confronti di una monarchia tendente all'assolutismo, si resero conto del fatto che il loro destino fosse fortemente legato a quello della classe dominante e sentivano sempre più pressante il terrore di venire travolti dall'ondata innovatrice.



Dopo “il vespro sardo” il governo fu assunto dalla Reale Udienza, dominata da Giovanni Maria Angioy, e la difesa fu affidata alla milizia popolare di Vincenzo Sulis.
Dopo la fallimentare missione a Torino il Sircana e il Pitzolo rientrarono nell’isola e quest’ultimo manifestò da subito la sua avversione ai fatti appena occorsi, spaccando così la città di Cagliari in due fazioni contrapposte che vedevano, da un lato, quella conservatrice dove confluì lo stesso Pitzolo, e dall’altro, quella chiamata dei Giacobini, costituita da personaggi dotati di idee più progressiste come il Cabras, il Pintor, il Sulis, il Musso e l’Angioy. 
Nella città di Cagliari si incominciò a sospettare che il Pitzolo si fosse venduto per ottenere in cambio dei vantaggi, tale idea trovò conferma il 5 luglio 1794 con la nomina di nuovi alti ufficiali da parte del governo di Torino: il Pitzolo fu nominato sovrintendente del Regno, il marchese Paliaccio della Planargia generale delle milizie, l’avvocato Gavino Cocco reggente la Reale Cancelleria e il Cavalier Santuccio governatore di Sassari.
Questo fu un subdolo espediente che, apparentemente, soddisfaceva una delle cinque domande, ma di fatto saltò l’antica prassi del sistema delle terne, che consisteva nella presentazione di tre candidati decisi in Sardegna, tra i quali il re poteva sceglierne uno. 
Tale imposizione dall’alto inasprì le già pressanti divisioni interne che il nuovo viceré, il marchese Filippo Vivalda, sbarcato nella città di Cagliari il 6 settembre 1794, seppe sfruttare a suo vantaggio.




Il malcontento fu in seguito alimentato dalla sostituzione del conte Avogrado nella Reggenza degli Affari del Regno con il conte Pietro Gaetano Galli della Loggia e dalla conferma delle nomine dei tre magistrati Flores, Fontana e Sircana, già contestati dagli stamenti perché troppo legati alla corte torinese. 
Nonostante le rimostranze degli stamenti militare ed ecclesiastico, il 30 giugno 1795 il vicerè Vivalda ricevette un dispaccio contenente la notizia della conferma delle nomine dei tre magistrati da parte del ministro Galli e l’ordine che comunicasse la decisione governativa al Generale delle Armi per prendere le precauzioni del caso.

Ai primi di luglio del 1795 si diffuse la notizia di un tentativo di sommossa e il Planargia mise le truppe in stato di allarme e si preparò a fronteggiare il pericolo, intenzionato ad imprigionare i “novatori” con la collaborazione del Pitzolo.




Il 6 luglio del 1795 alcuni membri degli Stamenti chiesero formalmente al vicerè la destituzione del Generale e dell’Intendente. Il vicerè girò la richiesta agli Stamenti riuniti, che in una seduta tumultuosa espressero parere favorevole. Nonostante la protesta del popolo presente nella sala della riunione e la successiva occupazione del palazzo, l’astuto vicerè continuò a tergiversare finché dichiarò di arrestare il sovrintendente Pitzolo in attesa di ordini regi. 




Mentre si conduceva l’arrestato nel carcere di S. Pancrazio fu trucidato dal popolo inferocito che seguiva silenzioso il corteo.
Il 22 luglio 1795 il Planargia subì lo stesso trattamento nel cortile di S. Pancrazio.
I sanguinosi eventi di luglio sancirono l’estromissione dei conservatori dagli affari pubblici nella città di Cagliari.




Fabrizio e Giovanna

sabato 28 gennaio 2017

L’ARRIVO DEI REALI A CAGLIARI NEL 1799 E L’ARRESTO DI VINCENZO SULIS



Il 3 marzo del 1799 un convoglio di sette navi mercantili con la scorta di un vascello da guerra inglese entrò nel golfo di Cagliari.   Le navi trasportavano la famiglia reale sabauda nell’ultimo lembo di terra in loro possesso dopo che i francesi ebbero occupato l’intero Piemonte, infatti il 9 dicembre del 1798 Carlo Emanuele IV, dopo aver abdicato, decise di raggiungere la Sardegna col consenso degli invasori.  
La corte sabauda fece prima una sosta a Parma, poi si recò a Firenze, dove si trattenne fino a quando a Livorno vennero allestite le navi e le vettovaglie loro necessarie.  Mentre i reali aspettavano che si compissero le operazioni necessarie per la loro partenza, a Cagliari si discuteva il da farsi in questa straordinaria circostanza.

La notizia dell’imminente arrivo dei Savoia aveva creato non poche preoccupazioni sia  in quei personaggi coinvolti attivamente nella cacciata dei piemontesi sia nelle istituzioni che decisero di rimettere ogni decisione ad una speciale commissione formata dalle prime voci degli Stamenti e da alcuni altri loro eminenti rappresentanti.
Questa commissione dopo aver preso contatto con la Reale Udienza, il Consiglio di Stato ed essersi consultata col capopopolo cagliaritano Vincenzo Sulis e avergli chiesto precise garanzie nei confronti dei reali, decise di inviare una deputazione a Livorno con l’incarico di consegnare al re un messaggio che lo invitava a raggiungere al più presto la Sardegna.

Per festeggiare il suo arrivo nel regno il 6 marzo il re concesse l’indulto per tutti i delitti compresi quelli politici. 
Questo fu solo il primo dei provvedimenti volti a riorganizzare il regno e ad esso ne seguirono diversi altri, infatti  il re ridistribuì le alte cariche conferendo al duca d’Aosta il titolo di governatore di Cagliari, di capo meridionale e della Gallura e generale delle armi,  il duca del Monferrato ebbe la nomina di governatore di Sassari e del Capo settentrionale e il duca del Genovese e il conte di Moriana furono nominati rispettivamente comandante della fanteria e della cavalleria miliziana.

Tra i provvedimenti decisi dalla corte alcuni furono fondamentali per il futuro dell’ormai quasi ex tribuno cagliaritano Vincenzo Sulis; questi minarono infatti il suo potere e, soprattutto, lo privarono della forza dei suoi miliziani con lo scioglimento delle centurie di volontari e il congedo dei comandanti il 27 marzo 1799.   




Questo provvedimento del re a pochi giorni dal suo arrivo avrebbe dovuto mettere in allarme il Sulis  che invece, come lui stesso riferisce nella sua autobiografia, non si avvide di nessun pericolo. 

Apparentemente egli godette della protezione del duca d’Aosta, ma la posizione non più sicura si rese chiara con le accuse di congiura contro la famiglia reale e le perquisizioni in casa sua dove vennero ritrovate delle lettere con la sua firma che in seguito risultò falsa. 
Era ormai chiaro che qualcuno tramava per la sua rovina ed egli riteneva fossero le stesse persone che furono da lui fermate nei loro numerosi tentativi di tramare contro il re e contro la monarchia.
Molto probabilmente, invece tutta la vicenda che scosse Cagliari nell’ultimo anno del 1700 fu abilmente orchestrata dalla corte sabauda per eliminare un pericoloso ostacolo al loro inflessibile assolutismo.  

A poco a poco le autorità fecero il vuoto intorno al loro bersaglio, vennero arrestati amici e parenti del Sulis, il tutto mentre il duca d’Aosta gli dimostrava amicizia e gli proponeva il consolato di Smirne che fu sempre rifiutato, perché il Sulis confidava nella protezione del duca convinto che fosse un uomo di parola.

Dopo aver incarcerato e scarcerato diversi amici e parenti del Sulis perché le accuse nei loro confronti erano inammissibili, i magistrati competenti si concentrano sul personaggio principale. Indagarono prima il giudice Mameli e poi il giudice Francesco Maria Pilo Boyl.  I due magistrati dopo lunghe indagini ritennero che tutte le accuse nei confronti del loro indagato fossero prive di ogni fondamento, ma stranamente i risultati di questa prima istruttoria non furono allegati alle carte processuali.  
Il 12 agosto venne emanato un ordine d’arresto per Vincenzo Sulis e per i suoi seguaci.  
Il tribuno, caduto ormai in disgrazia, si diede alla latitanza e si rifugiò in casa di un amico nel quartiere della Marina.  




Il 28 agosto la “delegazione della Zecca” deliberò di “doversi sopprimere quella causa calunniosa, indi procedersi economicamente nella medesima con  esiliare fuori regno tutti i calunniati e falsamente accusati compreso il detenuto Sulis. ” 
 Nonostante la delibera della delegazione in favore di Sulis e compagni, Carlo Felice,  che nel frattempo aveva aggiunto ai suoi innumerevoli titoli quello di viceré, lo mise al bando proibendo a chiunque di aiutarlo e dargli asilo e mettendo una taglia di 500 scudi sulla sua testa. 

Il fuggiasco vista la piega degli eventi, tentò di espatriare in Corsica, affidandosi al cognato Giovanni Battista Rossi e al proprietario della feluca napoletana sulla quale doveva fuggire, Tommaso Scotto, che lo tradirono consegnandolo al cavalier Raimondo Mameli, comandante della nave da guerra che li abbordò.
Il cavalier Mameli lo consegnò alle truppe che attendevano al molo che lo rinchiusero sotto stretta sorveglianza nella torre dell’Aquila (attualmente inglobata nel lato sinistro del palazzo Boyl).   



Dentro la torre dell’Aquila era sorvegliato costantemente anche durante i pasti e, a suo dire, il cavalier Villamarina non esitava a terrorizzarlo continuamente prospettandogli la forca sicura. Nel frattempo il processo andava avanti e si concluse con la condanna a carcere perpetuo da scontarsi nella torre dello Sperone ad Alghero.  


Fabrizio e Giovanna