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giovedì 27 novembre 2014

LA BATTAGLIA DI SALAMINA - 23 settembre 480 a.C.




La battaglia navale di Salamina fu l’evento bellico più importante e decisivo delle guerre che videro le Poleis greche opposte all’esercito invasore del Gran Re Serse di Persia.
La battaglia navale ebbe luogo nel tratto di mare che separa l’isola di Salamina dalle coste dell’Attica; anche per questo scontro i greci utilizzarono la stessa tattica adottata alle Termopili e a capo Artemisio che consisteva nel cercare di annullare la superiorità numerica del nemico affrontandolo in uno spazio ridotto che non gli permettesse di dispiegare tutta la sua forza.
Il protagonista indiscusso dell’evento bellico fu l’ateniese Temistocle che affrontò i persiani già nel 490 a.C. nella vittoriosa battaglia di Maratona. 
Temistocle non fu solo un abile condottiero militare, ma anche un accorto stratega che, attraverso la sua attività diplomatica e la sua capacità oratoria, permise ai greci di stringere delle alleanze tra le varie città-stato e ad Atene di dotarsi di un’efficace flotta in grado di tenere testa al colosso persiano e ai molti contingenti inviati dai regni ad esso sottomessi.
 Dopo aver respinto i persiani a Maratona fu consapevole del fatto che il nemico, non accettando la sconfitta, avrebbe organizzato un’ invasione con un maggior numero di uomini e mezzi; egli fu anche il maggior sostenitore dell’opportunità che Atene si dotasse di una forte flotta perché si rese conto che le forze di terra da sole non bastavano.
Al tempo dello scontro decisivo con i persiani Atene era sotto l’influenza della politica filo-aristocratica di Milziade; questa fazione politica era convinta che i persiani dopo la sconfitta non si sarebbero più presentati in Grecia e che la falange oplitica fosse più che sufficiente per la difesa della patria, riteneva quindi che una flotta da guerra non fosse necessaria. Temistocle dovette ricorrere a tutta la sua abilità oratoria e ad uno stratagemma per ottenere il suo scopo; Atene non disponeva di materie prime per la costruzione delle navi, però ebbe la fortuna di poter disporre delle ricchissime miniere d’argento del monte Laurion nelle quali fu scoperto un nuovo ricchissimo filone, questo tesoro sarebbe dovuto essere diviso tra gli ateniesi, però Temistocle riuscì a convincere i suoi concittadini a destinarlo alla costruzione della flotta facendo loro credere che la vicina isola di Egina facesse una forte azione di pirateria minacciando i commerci della città. Gli ateniesi, preoccupati per i loro guadagni, permisero allo stratega di utilizzare il tesoretto per la costruzione delle triremi.



Le triremi erano navi da guerra lunghe 35-40 metri, larghe soltanto 6-7metri e con un pescaggio ridottissimo, erano dotate di tre ordini di rematori (da cui il nome) capaci di spingerle contro il nemico a forte velocità (6-7 nodi circa), la prora era rinforzata da un rostro in legno ricoperto di bronzo che serviva a speronare e ad affondare le navi avversarie.
Le battaglie navali del mondo antico non prevedevano la distruzione a distanza del vascello nemico, la Trireme veniva utilizzata come un siluro che colpendo il nemico con il rostro sotto la linea di galleggiamento ne provocava l’affondamento.
Solo quando i vascelli erano ormai a distanza talmente ravvicinata da impedire qualsiasi manovra diversiva si procedeva all’abbordaggio dell’imbarcazione nemica (nella battaglia di Salamina la fanteria pesante greca fu detterminante).
Anche dal punto di vista politico Temistocle dimostrò un’abilità straordinaria, riuscì, infatti, nel difficilissimo compito di creare un’alleanza tra le Poleis greche mediando tra gli interessi e i particolarismi delle stesse a discapito del suo stesso prestigio cedendo il comando allo spartiate Euribiade. La lega degli elleni fu meno numerosa del previsto, infatti tutta la Grecia a nord dell’Attica, salvo i tespiesi e i beoti, si arresero ai persiani, quindi l’alleanza greca si ridusse a Sparta, Atene, Megara, Corinto, Egina, Calcis e altre 25 città dal contributo militare praticamente nullo.
Temistocle era intenzionato a fermare i persiani nello stretto di Salamina per due motivi: era realmente convinto che solo in quel tratto di mare la flotta greca avrebbe avuto possibilità di vincere la guerra, e dopo aver visto la sua città in fiamme voleva impedire ai nemici di devastare il resto dell’Attica.
Non tutti i greci erano favorevoli al piano dell’ateniese, la maggior parte di essi (tranne i megaresi) era convinta che bisognasse ritirarsi nel Peloponneso e difenderlo ad oltranza considerando l’Attica ormai perduta.
Fu in questo frangente che, secondo Erodoto, Temistocle mise in atto uno stratagemma che indusse Serse a ingaggiare la battaglia nei pressi dell’isola di Salamina.
Senza essere visto, lasciò la sala della riunione e mandò un suo servo e pedagogo dei suoi figli, un certo Sicinno, alle navi dei Medi.
Sicinno riferì ai comandanti nemici che i greci meditavano di fuggire via mare e che agli invasori si presentava l’occasione di coglierli di sorpresa nelle acque tra Salamina e le coste dell’Attica.
I persiani cascarono nel tranello e mossero la loro imponente flotta contro gli avversari confidando nella superiorità numerica a loro disposizione.
Come in tutti gli episodi delle Guerre Persiane, anche in questo caso i greci si trovarono in netta inferiorità di uomini e mezzi: attraverso le fonti (soprattutto quelle erodotee) si calcola che la compagine ellenica disponesse di circa 370 navi in gran parte ateniesi e i persiani potessero contare su un numero di vascelli almeno doppio.
Secondo Erodoto “di fronte agli ateniesi erano schierati i fenici, che occupavano l’ala verso Eleusi e occidente; di fronte agli spartani gli ioni, disposti sull’ala verso oriente e il Pireo”.
L’angusto campo di battaglia era talmente ingombro di triremi che i marinai di Serse non poterono mettere in atto le loro manovre e far pesare la superiore perizia ed esperienza, infatti la maggior parte delle loro navi fu speronata ed affondata oppure abbordata dalla fanteria pesante greca.
La battaglia volse presto in favore dei greci che lamentarono la perdita di sole 42 unità contro le circa 200 dei persiani, il braccio di mare in breve tempo fu invaso dai rottami e i soldati di Serse che cercavano scampo aggrappandovisi vennero in gran parte trucidati dagli ateniesi ansiosi di vendicare la distruzione della loro città.
Erodoto riferisce che la battaglia fu costellata di atti di coraggio da entrambe le parti, i greci difendevano la loro terra con accanimento e i persiani erano galvanizzati dalla presenza del Gran Re, che si era fatto preparare un trono su un’altura per assistere al combattimento.
Lo storico di Alicarnasso scrive che tra gli elleni i migliori furono gli egineti e che gli ateniesi gli furono di poco inferiori, infatti, gli abitanti dell’isola di Egina furono determinanti nell’affondare le navi che tentavano di sfuggire alle temibili triremi di Atene.
Racconta inoltre un episodio accaduto ad Artemisia di Caria, unico comandante donna della flotta di Serse sulla quale gli ateniesi posero una taglia di 10.000 dracme per chi l’avesse catturata viva, reputando cosa indegna che una donna osasse minacciare Atene.
Quando ormai la flotta del Gran Re era in rotta, la nave di Artemisia si trovò braccata da una nave attica senza possibilità di fuga, decise quindi di speronare ed affondare la trireme alleata dei Calindi con a bordo il loro re Damasitimo; il comandante della nave greca vedendo l’episodio, pensò che quella che stava inseguendo fosse un’imbarcazione amica o una nemica che stesse passando dall’altra parte, virò di bordo e puntò un altro obbiettivo.
Questo fatto fruttò ad Artemisia un doppio guadagno: da una parte ebbe salva la vita, dall’altra i suo re osservando la sua mossa non si accorse che quella affondata dalla regina di Caria fosse una nave amica e lodò con i suoi consiglieri il suo coraggio pronunciando la famosa frase: “gli uomini mi sono diventati donne, e le donne uomini”.   
La vittoria dell’alleanza ellenica a Salamina fu determinante per la salvezza della Grecia, ancora una volta la tenacia e la capacità strategica si dimostrarono vincenti nei confronti della potenza e della superiorità numerica.
Serse, resosi conto dell’inevitabile disfatta, abbandonò l’Attica, lasciando indietro il generale Mardonio con circa 300.000 soldati (secondo Erodoto) per tentare una conquista di terra, che vedrà il suo momento di svolta nella battaglia di Platea, ma questo evento bellico sarà oggetto del prossimo articolo.


Fabrizio e Giovanna


Riferimento bibliografico: Erototo, "Le Storie"- Libro VIII

domenica 20 aprile 2014

IL SANTUARIO DI DELFI



Il santuario panellenico di Delfi, situato ad un’altitudine di 500 metri sulle pendici del monte Parnaso, fu il più importante santuario del mondo greco. 

Le due zone principali di cui si compone il sito archeologico sono separate dalla sacra fonte Castalia, in quella situata  più in basso sono presenti i resti di un ginnasio con palestra e bagni, il santuario di Atena Pronaia  ed una Tholos rotonda circondata da venti colonne doriche; La zona più alta comprende molti monumenti votivi, una lunga serie di Tesori come quelli  degli Ateniesi e degli Spartani, il Parlamento, la colonna ionica che sorreggeva la sfinge dei Nassi, la "roccia della Sibilla" con la tomba del serpente Pitone, tempio di Apollo, l'antico teatro e lo stadio dove si svolgevano i giochi pitici.

TESORO DEGLI ATENIESI

Il monumento simbolo del santuario, oltre al tempio di Apollo, è l’Omphalos che, secondo i greci, rappresentava il centro dell’universo.
Una tradizione infatti racconta che Zeus, volendo sapere quale fosse il centro del mondo, avesse liberato due aquile di pari forza da uno stesso punto in due direzioni opposte, il luogo dove esse si incontrarono fu appunto Delfi che da quel momento divenne il fulcro dell’universo segnalato da una pietra conica (betilo), l’Omphalos.

L’origine sacra del sito è probabilmente molto più antica del tempo in cui fu consacrato ad Apollo, infatti numerose evidenze archeologiche dimostrano la frequentazione cultuale nella famosa fonte Castalia, quasi sicuramente il fulcro da cui si sviluppò l’intero santuario.

Le prime frequentazioni furono quasi certamente di epoca micenea e, pur non sapendo la data ufficiale della consacrazione ad Apollo, possiamo comunque presumere che essa avvenne dopo la cosiddetta “invasione dorica”.
TEMPIO DI APOLLO

La modalità con cui avvenne questa consacrazione ci fa pensare ad una rottura con un ordine preesistente, infatti Apollo conquistò Delfi uccidendo il pitone o la dracèna, come definita nell’inno omerico ad Apollo, che custodiva la fonte Castalia.

Il mito ci racconta che il dio discendendo dall’Olimpo, dove il padre Zeus gli infuse l’arte mantica o della profezia (in altre tradizioni si afferma che Apollo abbia carpito quest’arte da Pan), si impegnò a cercare la  sua dimora sulla terra dove erigere un tempio in suo onore; dapprima si diresse alla fonte Telfusa che però lo convinse ad andare presso la fonte Castalia, custodita e protetta dalla Dracèna (un drago di sesso femminile), o un drago o pitone, comunque un grosso rettile dove stabilì il suo tempio dopo aver ucciso l’avversario con una freccia (che simboleggia il raggio del sole comandato dal dio).
COLONNE DEL TEMPIO DI APOLLO

Questa cesura col passato non intendeva cancellarne completamente il ricordo, infatti la donna che vaticinava gli oracoli del dio si chiamava Pizia o Pithia in ricordo della pitonessa uccisa dal figlio di Zeus quasi a voler simboleggiare un legame con il passato che, evidentemente i nuovi venuti non sentivano estraneo, come dimostrano i poemi omerici che parlano degli Achei per esaltare le origini e i valori dei greci.

Il santuario di Delfi ricoprì il suo ruolo di punto di riferimento spirituale per tutto il mondo ellenico e anche per le popolazioni che entrarono in contatto con i greci per più di mille anni, conoscendo il suo massimo splendore nell’epoca che siamo soliti chiamare classica attraverso alterne fortune fino a quando il fervore religioso dell’imperatore Teodosio ne decretò la distruzione.
AGORÀ ROMANA

Pausania nella "Descrizione della Grecia" del II secolo d.C, riferisce che tra i doni dedicati ad Apollo nel suo tempio a Delfi, trovava posto una statuetta del Sardus Pater, donata dai barbari che sono ad occidente ed abitano la Sardegna, indubbiamente parlava dei sardi; questo particolare ci chiarisce due concetti fondamentali: che i sardi  all’epoca  del dono (probabilmente nel VI secolo per celebrare la vittoria sul generale cartaginese Malco) avevano piena sovranità sull'isola e che il santuario delfico era un punto di riferimento anche per le popolazioni lontane dalla Grecia.
MURO POLIGONALE
Nel luogo sacro oltre ad Apollo veniva venerato anche Dioniso, altra figura importantissima (già menzionata precedentemente nei post ORIGINI DEL MITO DIONISIACO e IL MITO DI DIONISO E SUOI POSSIBILI COLLEGAMENTI CON LA SPIRITUALITA’ DELLA SARDEGNA ANTICA - I PARTE) della spiritualità misterica del mondo greco, infatti Eschilo nelle Eumenidi dice che Bromio (epiteto di Dioniso) è il signore del luogo e che da li si mosse con il suo esercito di baccanti (le sacerdotesse seguaci del dio) per punire ed uccidere Penteo di Tebe.

Dioniso regnava su Delfi durante i mesi invernali, egli era simbolo di resurrezione e della ciclicità della natura, infatti, dopo il solstizio invernale le ore di luce vanno via via aumentando, il sole inizia la sua lenta risalita dalle tenebre, il figlio di Zeus e Semele rappresentava il sole dei morti che si avviava a nuova vita.

A Delfi non si svolgevano solo rituali religiosi, ma era molto importante anche per le gare Pitiche, seconde per importanza solo alle Olimpiadi, a differenza delle quali prevedevano oltre alle prove ginniche anche esibizioni poetiche, canore e musicali.
PARTICOLARE DEL TEATRO

Nel grande santuario greco non vi era differenza di prestigio tra gli atleti e gli artisti, essi infatti godevano di pari dignità, un caso purtroppo unico nella storia dell’umanità.
I vincitori di tali gare avevano il diritto di edificare dei monumenti in ricordo dei loro trionfi.

Una scritta all’ingresso del tempio di Apollo recitava “conosci te stesso”, questo era il più importante avvertimento che veniva dato al supplice che chiedeva il responso all’oracolo, esortandolo a prendere coscienza del proprio essere affinché entrasse in sintonia con il dio.

Dopo i rituali di purificazione e i sacrifici rituali, il devoto era ammesso alla presenza della Pizia che dava il suo responso seduta sul sacro tripode tramite versi incomprensibili, il sacerdote di Apollo interpretava il vaticino e lo metteva per iscritto, in prosa o in esametri.
VIA SACRA
Se le parole della Pizia erano incomprensibili, l’interpretazione del Sacerdote erano spesso stravaganti ed enigmatiche, molto spesso i vaticini dovevano essere interpretati vista la loro ambiguità.

Ricordiamo come caso esemplare quello di re Creso sovrano del potente regno di Lidia che si recò a Delfi in vista della sua imminente campagna militare contro la Persia di Ciro il grande per chiedere il parere della Pizia.
La risposta che ottenne fu: "Se Creso attraverserà il fiume Halys cadrà un grande impero".
Il re credette che il vaticinio gli fosse favorevole e mosse senza indugio contro i persiani, il suo esercito venne distrutto e venne fatto prigioniero da Ciro, fu così che il suo grande impero cadde e si avverò la profezia di Apollo.

In questo caso l’errata interpretazione della volontà di Apollo provocò la caduta di un grande regno, ma in alcuni casi le parole della pitonessa salvarono i devoti del dio.

Vista la grande importanza del santuario delfico, nessuna decisione importante poteva essere presa senza conoscere la volontà del figlio di Zeus.

Un esempio di interpretazione corretta dell’oracolo si può ritrovare nelle vicende di Atene e Sparta durante le guerre persiane: in occasione del tentativo di invasione da parte dell’esercito di Serse, sia gli ateniesi che gli spartani si rivolsero all’oracolo delfico per conoscere il loro destino. 

Nel caso di Atene la Pizia disse all'emissario che gli abitanti dovevano abbandonare la città e che la loro salvezza sarebbe stata un muro di legno; Temistocle utilizzò l’oracolo per convincere i suoi concittadini ad abbandonare la città e fare affidamento sulla potente flotta ateniese.
La sua interpretazione si rivelò esatta e le sue navi sbaragliarono quelle persiane, coloro che lo seguirono ebbero salva la vita mentre chi rimase in città morì sotto le macerie della stessa.

Nel caso di Sparta l’oracolo disse che per la salvezza della città sarebbe dovuto morire un re, probabilmente proprio queste parole spinsero re Leonida a resistere fino alla morte al passo delle TERMOPILI, dando così il tempo ai suoi alleati di organizzare una difesa adeguata contro gli invasori persiani.

A dimostrazione della grande importanza che il santuario rivestì per il mondo antico basti pensare che, nel corso dei secoli, sovrani e poleis lo arricchirono di splendidi monumenti e doni, come ad esempio il tesoro degli ateniesi, al fine di ingraziarsi la divinità e acquisire prestigio e grandezza agli occhi dei loro alleati o avversari.
MURO POLIGONALE CON IL TESORO DEGLI ATENIESI 
IN FONDO A SINISTRA

MONUMENTO DEI RE DI ARGO


Il discorso relativo alla storia e alla spiritualità del santuario delfico non si esaurisce con questo post, ma verrà approfondito in future riflessioni che intendiamo condividere.

Fabrizio e Giovanna
Foto di Nicola S.

lunedì 18 febbraio 2013

Strabone e la Sardegna



Intanto, chi era Strabone?
Eclettico, storico, politico, letterato, nato ad Amasea nel Ponto, nel 64 a.C. e vissuto a Roma.
La sua opera principale, cui lavorò per tutta la vita, è conosciuta come Geografia. Quest'opera comprende 17 libri e tra questi i libri V e VI sono dedicati all'Italia. Geografia è un'opera monumentale, che comprende la descrizione dei luoghi ma anche molte informazioni storiche e mitologiche. Per esempio, buona parte del libro V Capitolo 1 è dedicato ai Pelasgi, popolazione mitica che pare si sia spostata per tutto il mediterraneo. 
Ora voglio evitare di annoiarvi e parlarvi della parte che oggi più mi interessa, la Sardegna e per farlo vi leggerà alcuni passi del libro V, capitolo 2, paragrafo 7 che inizia descrivendo l'isola di Corsica e i suoi abitanti per poi passare alla Sardegna:
"la lunghezza della Sardegna è invece di 220 miglia, la larghezza di 98 miglia."
Queste le dimensioni attribuite all'isola. Strabone aggiunge che per alcuni autori il perimetro della Sardegna sarebbe di circa 4000 stadi, dove lo stadio era una unità di misura che valeva circa 178 metri; dunque la Sardegna aveva un perimetro di circa 712 km, molto meno di quanto sia attualmente. Sembra infatti che le misure in miglia di Strabone siano più vicine a quelle attuali di quelle riferite da altri autori. Ma proseguiamo.
Strabone racconta che la maggior parte della Sardegna era rocciosa e non del tutto pacificata. Possedeva molta terra fertile di ogni prodotto e in particolare di grano. Inoltre vi si trovavano molte città fra cui le più importanti erano "Caralis e Sulci", ovvero Cagliari e Sant'Antioco. Dice Strabone che:
"alla bontà dei luoghi fa riscontro una grande insalubrità"
essendo l'isola malsana in estate in particolare nelle regioni più fertili. Forse facendo riferimento alla presenza di paludi e probabilmente delle malattie dovute alle zanzare, come la malaria.
"queste stesse regioni sono continuamente saccheggiate dagli abitanti delle montagne che si chiamano Diagesbei, mentre una volta erano chiamati Iolei".
Ecco che Strabone riporta in sintesi la stessa origine mitica degli Iolei che potete trovare in Pausania e di cui ho già parlato.
"Si dice infatti che Iolao, conducendo alcuni dei figli di Eracle, venne qui e che essi abitarono insieme ai barbari che occupavano l'isola: costoro erano Tirreni (ovvero Etrusci o Tusci come li chiama lo stesso Strabone qualche pagina prima), ma poi il dominio passò ai Fenici provenienti da Cartagine insieme ai quali combatterono contro i Romani. Sconfitti, tutto passò sotto il dominio Romano."
Riassumendo, Iolao arrivo in Sardegna e la trovò abitata da Tirreni (Etruschi), convivette con essi fino all'arrivo dei fenici che conquistarono l'isola che poi venne conquistata dai Romani.
Strabone aggiunge qualche notizia dei popoli presenti:
"ci sono quattro tribù delle montagne:  i Parati, i Sossinati, i Balari e gli Aconiti, che abitano tutti nelle caverne e se possiedono delle terre seminabili non si preoccupano di farlo ma depredano i prodotti di quelli che lavorano, sia di quanti abitano li, sia navigando, di quanti abitano sul continente antistante, in particolare i Pisati"
Sembra dunque che queste tribù selvaggie esercitassero una qualche forma di pirateria raggiungendo il continente per depredare. Strabone racconta che l'impresa di conquistare la Sardegna da parte dei Romani non è ancora completa e che gli strateghi inviati da Roma usano assalire gli isolani quando si riuniscono per festeggiare dopo aver fatto qualche grosso colpo.
"La Sardegna produce dei montoni che hanno peli di capra invece che lana, chiamati musmoni, con le cui pelli fanno corazze. Inoltre fanno uso di un piccolo scudo e di una piccola spada"
I musmoni sono i mufloni, come potete ben immaginare.
Le ultime informazioni sono relative alla distanza tra Sardegna e Libia (ovvero l'Africa) che secondo il Corografo è di 300 miglia e tra la Sardegna e le coste italiane, Strabone infatti afferma di aver visto lui stesso l'isola dall'alto delle montagne sulle coste del continente italiano. 
Ora vi lascio, sperando di avervi dato delle notizie interessanti.

Alessandro Giovanni Paolo Rugolo

Fonte: http://tuttologi-accademia.blogspot.it/2013/02/strabone-e-la-sardegna.html


domenica 23 dicembre 2012

LA BATTAGLIA DELLE TERMOPILI




La battaglia delle Termopili è forse il più famoso degli episodi bellici della storia e delle guerre persiane che videro contrapporsi le Polis greche all'esercito invasore di Serse di Persia.
Le cause della guerra tra greci e persiani  ebbero origine circa 70 anni prima dell’episodio delle Termopili: nel 549 a.C. Ciro il Grande creò l’immenso impero persiano unificando la miriade di tribù che componevano il variegato mondo delle steppe orientali, il suo regno arrivò ad estendersi dall'Indo al Nilo.
Nel 546 a.C. conquistò le colonie greche della Ionia.
Ciro fu un sovrano eccezionalmente  tollerante, le popolazioni assoggettate erano tenute a pagare un tributo al re, ma per tutto il resto avevano la possibilità di mantenere i loro usi, costumi e religione; forse fu questa relativa autonomia che permise la ribellione degli ioni nel 500/499 a.C.
Come abbiamo appena scritto, circa cinquant'anni dopo la conquista di Ciro, sotto il regno del suo successore  Dario, i greci della Ionia si ribellarono al giogo persiano chiedendo e ottenendo l’aiuto della città di Atene.
Grazie all'alleanza della potente città greca gli ioni sterminarono i persiani e distrussero tra le altre la città di sardi ed i suoi templi.
Nell'antichità la distruzione dei templi era considerata una terribile offesa, infatti Dario decise di lavare col sangue l’oltraggio subito dagli ateniesi; si narra infatti che un suo servo avesse il compito di dirgli varie volte nel corso della giornata: “Sire ricordatevi degli ateniesi”.
Nel 490 a.C. una potente flotta persiana si diresse verso l’Attica portando con se migliaia di soldati; gli ateniesi non avevano mai affrontato un esercito così numeroso e ben addestrato, ma nella piana di Maratona gli opliti riuscirono a sconfiggere un nemico che li superava numericamente di almeno tre volte.
Questa cocente sconfitta indusse Dario a non sottovalutare il nemico e lo persuase che la conquista della penisola ellenica necessitava di una seria preparazione, ma non fece in tempo ad attuare il suo progetto, quindi alla sua morte fu suo figlio Serse a portare avanti la vendetta.
Nel 481 a.C. una spia avvertì gli ateniesi dell’imminente invasione e che l’esercito persiano era composto da centinaia di migliaia di guerrieri provenienti da tutte le province dell’impero (Erodoto riferisce trecento miriadi ossia tre milioni, ma è probabile che i persiani fossero circa trecentomila ), fu allora che essi chiesero l’aiuto delle altre Polis e sopratutto di Sparta che all’inizio tergiversò, poi, dopo aver chiesto il consiglio degli Dei al santuario di Delfi, accettarono e mandarono in guerra i famosi 300 opliti.
Di fronte ad un nemico così numeroso ed organizzato le città stato greche decisero di mettere da parte le loro rivalità e costituirono un’alleanza, la Lega Panellenica, alla quale parteciparono quasi tutte le Polis.  
Il numero degli spartani era esiguo sia a causa dell’opposizione da parte del consiglio degli anziani all’invio di un contingente numeroso la cui possibile perdita avrebbe lasciato la città senza difese, sia perchè l’esercito nemico arrivò proprio durante le Feste Carnee durante le quali a nessuno spartiate era consentito combattere.
Il comando delle operazioni militari di terra fu affidato a Leonida, uno dei due re di Sparta, fu appunto lui a recarsi al santuario di Delfi nel quale la Pizia gli diede un tragico vaticinio dicendogli che la sua città sarebbe stata distrutta se non avesse pianto la morte di un suo sovrano discendente di Eracle; Leonida, considerandosi suo discendente, si convinse che fosse necessario il suo sacrificio affinché si avverasse la profezia e  forse fu per questo motivo che si unì all'alleanza con i suoi pochi guerrieri.
Il re lacedemone decise di bloccare l’avanzata dell’invasore alle Termopili, unico passo per la Tessaglia e la Focide largo appena 200 metri, pensava che in uno spazio angusto il numero dei nemici avrebbe contato poco e il valore e la forza dei suoi guerrieri sarebbe stata sufficiente.
Fu proprio in quello stretto passo che circa 6000 greci (tra i quali, oltre ai celebri “300”, ricordiamo i 1000 Tespiesi che restarono al fianco di Leonida fino all'ultimo uomo) attesero l’arrivo del più potente esercito dell’antichità, dopo aver restaurato le mura difensive costruite tempo addietro dai focesi.
Venuto a sapere che i famigerati guerrieri spartani erano alla testa dei difensori, Serse mandò degli ambasciatori per offrire la resa in cambio di favori e ricchezze, ma al loro deciso rifiuto replicò con le minacce dicendo che quando gli arcieri persiani scagliavano le frecce tutti insieme erano in grado di oscurare il cielo, a questo punto il luogotenente di Leonida rispose con la famosa frase: “Vuol dire che combatteremo all'ombra”.
Forse questa frase non fu mai pronunciata, ma sicuramente rende l’idea di quale fosse lo spirito degli spartani, pronti a combattere e a morire per mantenere alto l’onore della loro città.
Re Leonida decise di resistere ad oltranza attendendo rinforzi dagli alleati e si mise alla testa dei suoi uomini nonostante l’età, per l’epoca, avanzata (Leonida aveva circa cinquant'anni).
Serse, convinto di risolvere la battaglia in poche ore, mandò contro i nemici la prima ondata d’assalto, ma i greci, armati pesantemente con corazze di bronzo, elmi, scudi e lunghe lance, dimostrarono la loro superiorità tattica facendo strage degli invasori armati alla leggera e con scudi in vimini.
La superiorità spartana derivava soprattutto dalla tattica a falange, che consisteva in ranghi serrati nei quali ogni combattente difendeva il suo vicino; gli opliti combattevano in linea con diverse file sovrapposte, solo quella avanzata combatteva mentre le altre avevano il compito di spingerla per permetterle di reggere l’urto del nemico, quando la prima fila dava segni di stanchezza veniva sostituita dalla retroguardia consentendo all'avanguardia di poter sempre contare su guerrieri freschi.
L’esercito persiano era imbattibile nei grandi spazi, per l’80% si componeva di fanti e per il restante da cavalleria, quindi in un luogo angusto come il passo delle Termopili, non poteva dispiegare appieno le sue forze.
Il secondo giorno, dopo la disfatta del primo, il re persiano decise di impiegare la sua guardia personale, gli immortali, un contingente di diecimila uomini i cui membri uccisi o feriti gravemente venivano immediatamente sostituiti in modo che il loro numero fosse sempre lo stesso; purtroppo per Serse anche quella giornata si rivelò fallimentare e i cadaveri degli immortali (che di fatto non lo erano per niente) vennero raccolti in enormi mucchi.
Serse, frustrato dagli scarsi risultati ottenuti e non capacitandosi del fatto che un pugno di uomini riuscisse a tenere in scacco il suo potente esercito, intensificò gli attacchi, ma ogni tentativo si infrangeva contro gli scudi degli opliti.
La situazione cambiò radicalmente quando un greco di nome Efialte tradì il suo popolo rivelando ai persiani l’esistenza di un sentiero che conduceva alle spalle dei difensori delle Termopili.
Il passaggio segreto era presidiato da un migliaio di focesi che ai primi scontri col nemico fuggirono lasciando libero il campo.
Leonida venne a sapere che presto sarebbe stato preso tra due fuochi e decise di continuare la lotta tenendo con sé, oltre i suoi uomini, soltanto i tebani, i tespiesi decisero invece di restare volontariamente e si batterono con coraggio fino all'ultimo uomo.
Alcune spie persiane, vedendo gli spartani intenti a pettinarsi i capelli, ungersi il corpo di olio e fare colazione, pensarono ad un eccesso di vanità, non capirono invece che si approntavano a preparare il loro corpo alla morte, in quest’occasione Leonida pronunciò infatti la famosa frase: “Spartani fate una bella colazione, stasera ceneremo tutti insieme all'Inferno!”.
La battaglia finale fu una vera e propria carneficina, i greci, chiusi tra i due contingenti nemici, si batterono fino alla fine con ogni arma a loro disposizione; quando Leonida venne ucciso si scatenò una gara per appropriarsi del suo cadavere, gli spartani riuscirono due volte a sottrarlo agli uomini di Serse, ma alla fine dovettero soccombere sotto la stretta mortale delle armi degli avversari.
Quella delle Termopili fu una battaglia importante non tanto dal punto di vista militare perché fu una delle più grandi sconfitte per gli elleni, quanto dal punto di vista morale e strategico, infatti l’eroica resistenza di Leonida e dei suoi alleati consentì al resto dei greci di riorganizzarsi  e potenziare le loro capacità difensive, inoltre ridimensionò la baldanza dei persiani che da allora nutrirono un sacro timore nei confronti dei terribili guerrieri spartani.
Dopo questa famosa battaglia il sacrificio  di Leonida entrò nella leggenda e venne assurto ad emblema delle virtù guerresche e morali degli spartani.

Fabrizio e Giovanna

Riferimenti bibliografici: Erodoto "Storie, libro VII"