sabato 25 agosto 2012

La cattedrale di Saint-Pierre a Beauvais



Beauvais, in Piccardia, è città di antica origine preromana. Situata in felice posizione a metà strada tra Parigi e Amiens, ebbe notevole importanza in epoca medioevale, come testimoniano le grandiose strutture della sua cattedrale e altri monumenti cittadini.
Certamente meno nota rispetto alle illustri “vicine” di Parigi, Reims, Amiens, Laon, Chartres, Rouen, la cattedrale di Beauvais merita particolare attenzione per alcune sue particolarità, che ne fanno uno degli esempi più impressionanti del virtuosismo architettonico sperimentato nei grandi cantieri gotici del XIII secolo nel nord della Francia.
Sorto nel luogo della precedente cattedrale, l’edificio si presenta incompiuto ed è frutto di diverse fasi costruttive ben distinguibili e di vicissitudini documentate. Di quella che sarebbe dovuta diventare una delle cattedrali più vaste d’Europa, possiamo oggi ammirare il coro, il transetto e la prima campata della navata centrale.
Vista transetto e coro da S-E

L’interruzione definitiva del cantiere alla fine del XVI secolo ha concesso la rara opportunità di poter ancora osservare, davanti alla chiesa gotica, un moncone della cattedrale preromanica, destinato a scomparire progressivamente con la costruzione del corpo delle tre navate, mai cominciato. I resti di questo antico edificio sono di notevole interesse; datata generalmente al X secolo e rimaneggiata nell’XI e nel XII, la chiesa primitiva, nota localmente come Notre-Dame-de-la-Basse-Oeuvre, mostra forme architettoniche che la avvicinano ai pochissimi esempi superstiti di architettura carolingia. Dell’impianto basilicale con corpo trinavato si conservano la facciata, caratterizzata da un profilo a salienti e da una grande finestra monofora con luce semicircolare, e un piccolo tratto delle tre navate e dei fianchi, purtroppo molto restaurato e risarcito nel corso dei restauri.
È documentato che l’antica chiesa fu gravemente danneggiata da un incendio nel 1225.

L'antica cattedrale fagocitata dalla "nuova" 

Facciata dell'antica cattedrale carolingia
Particolare dell'interno 

L’avvenimento segna l’atto di fondazione del nuovo edificio, che probabilmente venne iniziato poco tempo dopo, più o meno contemporaneamente al cantiere della cattedrale di Amiens (iniziata nel 1220), ma con proporzioni ancora più ambiziose: la nuova cattedrale avrebbe dovuto essere una delle più grandi mai costruite e certamente la più alta; l’evoluzione del sistema costruttivo gotico, perfezionatosi nel corso della seconda metà del XII secolo e nei primi decenni del XIII, consentiva ormai l’erezione di strutture notevolmente ardite; il coro della cattedrale di Beauvais, a tre navate, con deambulatorio e sette cappelle radiali, fu portato a termine con molta lentezza e completato in circa mezzo secolo, ed è ancora oggi il più alto del mondo, con le volte a crociera che coprono lo spazio interno a un’altezza di oltre 48 metri. Inoltre, per consentire l’ingresso libero della luce attraverso le altissime vetrate (le finestre sono alte circa 18 metri), si tentò di assottigliare al massimo possibile lo spessore dei contrafforti esterni e degli archi rampanti che dovevano sostenere i carichi.

Cappella del deambulatorio
Vetrate della parete S del coro

Ne risultò una struttura straordinariamente leggera e ardita, ma altrettanto fragile, dato che, già pochissimi anni dopo la consacrazione, iniziarono a presentarsi i primi problemi di stabilità, che portarono a un crollo delle volte del coro e delle parti alte dei muri perimetrali nel novembre del 1284. I lavori di restauro e ricostruzione procedettero fino a circa il 1350, e dovettero per forza di cose apportare delle piccole modifiche al progetto iniziale, al fine di dare maggiore stabilità all’edificio: la pianta rimase invariata, ma venne aumentato il numero dei pilastri riducendo la luce degli archi (particolare che, tra l’altro, dà alla struttura interna uno slancio ascensionale ancora maggiore: gli archi si impostano a oltre 20 metri dal suolo) e rinforzando il sistema dei contrafforti radiali all'esterno. L’altezza rimase immutata.
Coro
Coro

Dalla metà del Trecento e per tutto il Quattrocento il cantiere subì una lunga stasi, anche a causa della precarietà della situazione politica ed economica del Regno, funestato dagli avvenimenti della Guerra dei Cent’anni.
Il cantiere riprese vigore nell’anno 1500, quando si pose mano all’edificazione del transetto trinavato davanti al coro; la nuova struttura, caratterizzata da una ricca decorazione in stile gotico flamboyant, si salda armonicamente al coro due-trecentesco, specialmente per quanto attiene allo spazio interno, dove le altezze e le proporzioni delle campate e delle volte dovettero adattarsi a quanto già esistente.
Il nuovo transetto si caratterizza esternamente per l’ esuberanza dei prospetti delle testate nord e sud, caratterizzate da una ricchissima ornamentazione a traforo su tutte le superfici. 
Testata del transetto S
Testata del transetto N

Portato a termine in un cinquantennio, il cantiere venne chiuso con l’innalzamento, sul vano centrale all’incrocio tra transetto e coro, di una slanciata torre-guglia che superava i 150 metri di altezza, completata nel 1569.

Incrocio tra coro e transetto

La struttura superava in altezza la guglia della vicina cattedrale di Rouen, da poco portata a termine. Una torre del genere, di grande arditezza, non aveva eguali nell’Europa del tempo e testimonia del persistere, ancora nel XVI secolo, della volontà di fare della cattedrale di Beauvais la chiesa più alta della cristianità. Le murature della torre si impostarono su una struttura delicata, già fortemente provata dal punto di vista statico. Pochi anni dopo avvenne l’inevitabile: il 30 aprile del 1573 la torre crollò, portandosi dietro le volte del transetto, da poco completate, e causando seri danni anche al coro. I lavori di ripristino iniziarono quasi subito, come testimoniano le date incise nelle nuove volte del transetto, ma la torre all’incrocio non venne riedificata. Giunti agli ultimi anni del XVI secolo, un cantiere come quello di Beauvais risultava ormai fuori tempo e, cosa di non poco conto, non era facile reperire le somme necessarie al completamento dell’edificio, mancante ancora dell’intero corpo trinavato longitudinale. Il cantiere venne allora definitivamente interrotto e la cattedrale rimase incompiuta.
Al giorno d’oggi le strutture di Saint-Pierre, splendide pur nella loro frammentarietà e discontinuità, dominano l’intero abitato e sono visibili da chilometri di distanza. 


La chiesa resta a testimonianza delle potenzialità costruttive che i maestri del gotico andavano sperimentando nelle cattedrali francesi nella prima metà del XIII secolo e anche del sogno, purtroppo portato a compimento solo in parte, che sta alla base del progetto duecentesco: conferire alla piccola città piccarda il primato di avere la chiesa più alta della cristianità.

I problemi statici dell’edificio non si sono interrotti con il compimento dei lavori cinquecenteschi, e ancora oggi la chiesa deve continuamente essere sottoposta a interventi di consolidamento e restauro, tesi a prevenire ulteriori danni alle già tormentate strutture medioevali.
Non è questa la sede per una descrizione di questi interventi: basti dire che alcune opere restano visibili a tutti, in quanto all’esterno il coro si presenta completamente incatenato a diverse altezze, onde evitare pericolosi movimenti tra i contrafforti e le pareti; all’interno sono invece state installate, nei due bracci del transetto, alcune armature fisse di controspinta.

Braccio N del transetto
Braccio N del transetto

All’interno l’edificio è ulteriormente arricchito da alcuni preziosi arredi e da un interessante corredo di vetrate, databili a epoche diverse, dal XIII secolo a oggi.
Volte del coro

Arcate della parete N del coro
Volte del deambulatorio












Nicola S.




lunedì 6 agosto 2012

LA GUERRA DI SUCCESSIONE SPAGNOLA E SUE RIPERCUSSIONI IN SARDEGNA (IL BOMBARDAMENTO ANGLO-FRANCESE)



Torre dei segnali - Colle S. Elia -

Nel 1700 Carlo II  d’Asburgo-Spagna morì senza figli e designò come erede universale Filippo d'Angio', nipote della sorellastra Maria Teresa e del re di Francia Luigi XIV, con la clausola che tenesse separate le due monarchie.
Ad avanzare pretese  sul trono di Spagna c'era anche l'arciduca Carlo d'Asburgo, secondogenito   dell'Imperatore  Leopoldo I e di Margherita Teresa l’altra sorellastra di Carlo II.
Dietro suggerimento del re di Francia Filippo d’Angiò si insediò a Madrid con il nome di Filippo V promettendo di rispettare la volontà del suo predecessore, ma nessuna potenza europea diede credito alle buone intenzioni manifestate dal nuovo monarca, anche perché nel frattempo il re di Francia cominciò ad occupare i presidi spagnoli presenti nei Paesi Bassi e in Lombardia.
Nel 1702 già si profilava lo schieramento antifrancese capeggiato dall’impero Asburgico, che l’anno precedente iniziò la sua opera bellica in Italia; ad esso si unirono l’Inghilterra, le Province Unite seguite poi da Prussia, Portogallo, Svezia e dal duca di Savoia che, fedele alla subdola politica della sua casata, uscì dall’alleanza con la Francia.
I campi di battaglia della guerra di successione spagnola furono, oltre l’Italia, i Paesi Bassi, la Germania e la Spagna.
Nel 1709 vi fu la battaglia più sanguinosa del conflitto, quella di Malplaquet, combattuta fra francesi e anglo-olandesi che segnò la distruzione dell’esercito delle Province Unite.
Nel 1711, dopo la morte dell’imperatore Leopoldo I e del primogenito dello stesso, l’arciduca ereditò i domini asburgici divenendo imperatore con il nome di Carlo VI; a quel punto la sua pretesa di ereditare anche il trono di Spagna allarmò le potenze europee alleate che temevano la creazione di un Impero di dimensioni addirittura maggiori di quello di Carlo V. Nel frattempo in Inghilterra i Tories vinsero le elezioni e manifestarono la volontà di porre termine una guerra divenuta ormai troppo costosa e patrocinata dai  Whigs.
Si giunse così alla pace di Utrecht firmata nel 1713 da Francia e Spagna con Inghilterra, Olanda e Savoia, seguita poi, nel 1714, da quella di Rastatt con l’imperatore Carlo VI.

CON LA FINE DELLA GUERRA DI SUCCESSIONE SPAGNOLA TERMINO' ANCHE IL DOMINIO DELLA SPAGNA IN ITALIA:
Napoli, Sardegna e Milano andarono sotto il dominio dell’Austria, mentre in Sicilia approdò Vittorio Amedeo II di Savoia.

VEDUTA DI CAGLIARI DAL COLLE DI S. ELIA
In Sardegna, durante la Guerra di Successione Spagnola, si delinearono due contrapposti schieramenti che parteciparono localmente agli eventi bellici: quella filo austriaca e quella filo spagnola; la prima cooperava per contrastare Filippo d’Angiò e appoggiava le mire di Carlo VI tese a conquistare la Sardegna con l’appoggio dell’Inghilterra, che il 5 agosto del 1708 organizzò la partenza da Barcellona di un’armata navale  anglo - olandese comandata dall’ammiraglio John Leake.
Quando la flotta comparve nel golfo di Cagliari il viceré Pietro Nuño Colon marchese di Giamaica, fece rinforzare le difese nel promontorio di Sant’Elia e fece eseguire riparazioni al Bastione di Gesus e alla Batteria di Bonaria; ordinò anche la mobilitazione generale, ma quest’ordine fu disatteso dalla fazione filo austriaca composta dal comandante della cavalleria miliziana il conte di Montesanto, dall’Intendente del Regio Demanio Don Gaspar Carnicier e dal marchese della Guardia e governatore del Capo di sotto Don Antonio Genoves.
Dopo aver inutilmente intimato la resa l’ammiraglio Leake la notte dell’11 agosto ordinò il bombardamento della città che terminò la mattina del 12 con lo sbarco incontrastato nei pressi del Lazzaretto di S. Elia.

In città vi fu una vera e propria rappresaglia nei confronti dei francesi e dei cagliaritani filo spagnoli che furono cacciati e si videro privati delle loro case, la situazione era ormai sfavorevole per il viceré che decise di arrendersi e i vincitori, il 13 agosto del 1708, entrarono trionfanti nel quartiere di Castello presidiando i punti strategici della città.
Dopo quasi 400 anni di governo spagnolo la Sardegna passò prima nella sfera di influenza austriaca e poi a quella dei Savoia, di cui parleremo nei prossimi post.


Fabrizio e Giovanna


Riferimenti bibliografici:

- A. Giardina, G. Sabbatucci, V. Vidotto, L'età Moderna
Bartolo Guido, De Waele Jo & Tidu Alessandro (2005),  Il Promontorio di Sant'Elia in Cagliari
- Rassu Massimo, Baluardi di pietra. Storia delle fortificazioni di Cagliari

mercoledì 1 agosto 2012

Solino: la Sardegna nel "Delle cose maravigliose"



Solino, autore del testo "Delle cose meravigliose" è vissuto ed ha operato nel III secolo dopo Cristo.
Il titolo originale dell'opera, scritta in latino, era "Collectanea rerum memorabilium" e raccoglieva le cose che meritavano a suo parere di essere ricordate dei popoli del passato e della loro storia.
Ciò che mi interessa è, come spesso ho già detto, ogni riferimento alla mia Terra, la Sardegna, così ecco cosa è possibile leggere al capitolo IX, intitolato: "Della isola detta Sardegna; d'una sorte di formiche venenose, dell'herba Sardonia, e delle maravigliose forze dell'acque".
Ed è questo capitolo che vado ora a riportarvi integralmente, dato che è abbastanza breve da consentirlo.
La lingua in cui ve lo riporto è l'italiano di alcuni secoli fa, tradotto dal latino da Don Giovan Vincenzo Belprato Conte d'Anversa e pubblicato nel 1559 a Venezia.
Ma vediamo infine che cosa ci dice Solino su quest'isola meravigliosa che è la Sardegna:

          "Egli è cosa molto pubblica, in qual mare è posta Sardegna, laquale ho letto appresso di Timeo, che si chiamava etiandio Sandaliote, e appresso di Crispo Ichnusa, e da chi abbiano havuto origine i suoi habitatori. Non è a proposito dunque di dire che Sardo fosse generato da Hercole, e Norace da Mercurio, essendo venuto l'uno dalla Libia, et l'altro da Tarteso di Spagna in questo medesimo paese, e che Sardo fosse dato il nome alla isola, e da Norace al Castello Nora."

Dunque, prima di andare avanti, mi piace sottolineare che al tempo in cui Solino scriveva, la Sardegna e la sua storia era abbastanza nota, quasi da rendere superfluo parlarne. Solino ci dice anche quali fonti utilizzò per il suo libro, cioè Timeo (forse lo storico greco Timeo di Tauromenion, vissuto nel IV secolo avanti Cristo) e Crispo (immagino si riferisca a Crisippo). Per chi non è abituato a leggere testi antichi, devo inoltre avvertire che con il termine Libia si intendeva più genericamente l'Africa e che Tartesso  dovrebbe essere una città della Spagna anche se da molti si dubita che sia mai esistita. Da questi autori Solino trae i nomi noti dell'isola, Sandaliotes e Ichnusa. Ma ora proseguiamo:

          "Ne manco è a tempo di soggiungere, che poco dopo Aristeo regnando appresso a questi nella città di Carale (Cagliari), laquale egli aveva edificata, e che havendo fatto di due popoli un solo, egli egualmente congiunse quelle genti in modo, che poneva sei huomini a un carro: e così gli faceva condurre dinanzi a lui, e che per quella insolenza non ricusavano si fatto dominio. Questo Aristeo generò Iolao, ilquale fece la residenza in que' luoghi. Più oltre lassarò di dire de gli Iliensi, e de' Locrensi. La Sardegna non produce serpi, ma quello effetto che fanno le serpi altrove, fa in quel paese un picciolo animaletto, chiamato solifuga, simile di forma al ragno: così detto, perchè il giorno si asconde: ve n'è copia nelle miniere d'argento: percioche quella terra è riccadi questo metallo. Egli occultamente camina, e coloro, che scioccamente l'offendono, uccide."

Dunque, in queste poche righe Solino riassume una storia antica della Sardegna, riportata anche da altri autori antichi. A partire da Aristeo, re di Cagliari, unificatore dell'Isola. Poi si parla del figlio, Iolao, che diede vita al popolo degli Iliensi. Dovrò leggere con attenzione tutto il libro se voglio trovare notizie sugli Iliensi e sui Locrensi... lo farò quando sarà il momento! Ma ora andiamo avanti...

          "Con questo male vi è di più l'herba Sardonia, questa nasce abbondantissimamente più del giusto ne i rivoli, che corrono. Se si mangia, ritira i nervi, e in modo distende le labra, che coloro, che ne muoiono, par che moiano ridendo. Al contrario, ciò che vi è d'acqua, serve a diversi commodi. Gli stagni sono copiosissimi di pesce, le piogge del verno sono riserbate per la penuria della state: percioche i paesani di quella isola si arricchiscono molto per la quantità delle piogge. Si servono dell'acque raccolte, perche siano a bastanza all'uso tutte lee volte che mancano le sorgenti: lequali si sogliono usare per il vitto: in molti luoghi bollono fontane calde, e sane, lequali giovano a saldare l'ossa rotte, o a scacciare il veleno delle solifughe, o veramente guariscono le infirmità de gli occhi, ma essendo utili a gli occhi, sono nocive a i furti: percioche havendo alcuno rubato, e giura di non haverlo fatto, quell'acque lo accecano, se non è pergiuro, vede più chiaramente: s'egli ostinatamente nega, il fallo si scuopre con la cecità, e essendo offuscato della vista, confessa l'errore."

E così termina per ora il testo, che apassa a parlare dell'isola di Sicilia. Interessante il racconto dell'erba Sardonia, responsabile della morte e del detto "riso sardonico". Per il resto c'è poco da dire, se non che non appena trovo ulteriori riferimenti, sarà mia cura informarvi.

A presto dunque...

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO