domenica 19 febbraio 2012

È MORTO GIOVANNI LILLIU IL PADRE DELL’ARCHEOLOGIA SARDA



Oggi all’età di quasi 98 anni è morto l’archeologo Giovanni Lilliu la cui fama fu legata soprattutto allo scavo che diresse negli anni ’50 del grande nuraghe “Su Nuraxi ” di Barumini, divenuto nel 2000 patrimonio dell’Unesco.
Accademico dei Lincei e autore di numerosi testi sulla civiltà sarda prenuragica e, soprattutto, nuragica, ha sviluppato una teoria sull’organizzazione sociale e militare della Sardegna preistorica che ancora oggi è condivisa dal mondo accademico.
Pur non essendo pienamente d’accordo con le sue conclusioni, salutiamo il decano dell’archeologia sarda al quale va comunque riconosciuto il grande merito di aver portato agli onori della scienza internazionale il patrimonio storico ed archeologico della nostra bellissima isola.

Il Mulino del Tempo

UN ILLUSTRE CAGLIARITANO DI NOME SIGISMONDO ARQUER Vita e opere - II parte -


Nel precedente post UN ILLUSTRE CAGLIARITANO DI NOME SIGISMONDO ARQUER - abbiamo parlato dell’opera più famosa di Sigismondo commissionatagli da Sebastian Münster, abbiamo anche detto che nonostante i contatti con gli ambienti luterani rimase profondamente cattolico ma che ciò non bastò a scagionarlo dall'accusa di eresia che gli costò la vita.
Come abbiamo già visto la severità del suo operato gli valse l'ostilità della nobiltà sarda, in particolare degli Aymerich, che, nella persona di don Salvatore, fecero tendenziosamente circolare il compendio dove l’Arquer giudicava molto duramente il clero sardo affermando:Sacerdotes indoctissimi sunt, ut rarus inter eos, sicut et apud monachos, inveniatur qui latinam intelligat linguam. Habent suas concubinas maioremque dant operam procreandis filiis quam legendis libris”  (I sacerdoti sono ignorantissimi, al punto che tra questi, come anche tra i monaci, è raro trovarne uno che comprenda la lingua latina. Hanno le loro concubine e mettono maggiore impegno nel fare figli che nel leggere libri)[1].
L’avversione dell’Arquer nei confronti dell’ignoranza e della superstizione dei ministri del culto si può ritrovare anche nel processo contro il commerciante Malla da lui difeso nel 1552.
Questo processo fu una delle conseguenze dei conflitti tra l’inquisitore sardo Andrea Sanna e il viceré Antonio Cardona, che traevano origine dalla fondazione dell'inquisizione spagnola nell'Isola: il potere regio non era favorevole al fatto che i suoi ministri fossero esenti dalla giurisdizione episcopale e da quella civile e che i familiari, oltre a superare la quota prevista, sfruttassero il loro incarico per compiere illegalità restando impuniti. Al tempo dell’Arquer i due poteri coinvolsero nella diatriba i loro funzionari e i personaggi appartenenti alla nobiltà e al ceto mercantile che si sentivano da essi rappresentati; in questo contesto il commerciante Malla, residente nel quartiere della Marina, fu coinvolto nel 1540 dall’alguazile e commissario generale per la Sardegna Truisco Casula, accusato dall’inquisizione sarda di possedere un demonio dentro un'ampolla e di averlo adorato. Entrambi subirono l’autodafé nel 1540 che si concluse con la confisca dei beni e la punizione del carcere perpetuo con l'obbligo di portare il sambenito.

L’obiettivo dell’inquisizione sarda era quello di screditare il potere regio e a tal fine riuscirono a corrompere il Casula sistemandolo insieme ad una donna di Sinnai, da lui stesso accusata, nelle carceri inquisitoriali, situate nella casa cagliaritana dell'inquisitore Sanna, dove godeva di assoluta libertà entrando e uscendo a suo piacimento. I due complici denunciarono più di cento persone, tra le quali spiccava la viceregina che fu accusata di aver preso un demonio chiuso dentro un corno di bue.

Nel frattempo il Malla, dopo aver trascorso un certo periodo di prigionia nell’ospedale di S. Antonio, fu sistemato a casa del fratello per far fronte al problema finanziario del sovraffollamento delle carceri inquisitoriali e, nel 1546, gli fu concessa la libertà di circolare per l'isola, senza però tentare di uscire per non incorrere nell'accusa di relapso. Il commerciante ritenendosi  innocente  decise di appellarsi direttamente al re avvalendosi dell’aiuto di Giovanni Antonio Arquer e della protezione del viceré Cardona, ma mentre cercava di raggiungere Madrid fu scoperto e imprigionato nelle carceri del S. Ufficio.
Il coinvolgimento del viceré diede alla vicenda una grandissima risonanza e il Malla riuscì a far giungere le proprie richieste all'inquisitore generale Fernando Valdés che, nel 1551, ordinò all'inquisitore Sanna di concedergli la facoltà di recarsi a Madrid.
A questo punto entrò in scena il giovane Sigismondo Arquer che difese il suo assistito confutando tutti i capi d’imputazione.
In primo luogo mise in evidenza la corruzione dell’inquisizione sarda nel decennio 1540-50 che, per andare contro il potere regio non esitò a permettere che nella stessa cella coabitassero due persone di sesso opposto che tramarono affinché la stessa viceregina fosse coinvolta in quel giro di false accuse. Aggiunse inoltre che l’inquisitore Sanna era direttamente responsabile nonostante avesse affermato di non essere a conoscenza di tali trame, egli infatti sosteneva che fosse deplorevole da parte del diretto responsabile dell’inquisizione sarda non occuparsi degli eventi interni all’organismo che rappresentava.
Successivamente si occupò di smentire le varie teorie circa le modalità di contatto con il demonio che, a suo parere, furono strumentalizzate dai ministri del tribunale sardo con l’obiettivo di  spartirsi i soldi del Malla.

L’avvocato cagliaritano riteneva che la confessione resa dal suo assistito fosse inverosimile perché estorta sotto tortura, infatti la paura di incorrere nell’ira degli inquisitori induceva il condannato a confermare le loro accuse confessando ciò che si aspettavano di sentire.

I capi di imputazione si rifacevano ai vari trattati di demonologia tra questi si ricorda il trattato dell’XI sec. scritto dal bizantino Michele Psello, secondo la quale i demoni si dividevano in sei gruppi e all’interno del terzo erano presenti quelli chiamati terrestri che potevano risiedere dentro recipienti di vetro o cristallo.
L’Arquer non credeva in tali teorie e le confutò utilizzando le sacre scritture e i padri della chiesa:
Contrariamente all'idea comune aveva una concezione spirituale del diavolo, così come fu teorizzata nel V secolo dallo Pseudo-Dionigi e ripresa dalla dottrina cattolica con San Tommaso d'Aquino.

Rifacendosi all’apostolo Paolo affermò che il diavolo per ottenere l’onore divino si presentasse trasfigurato sotto forma di angelo luminoso e non in forma infima e vile.
Avvalendosi invece di San Pietro Apostolo riteneva che il diavolo vagasse come un animale feroce in cerca di anime da possedere, riteneva dunque contrario alla dottrina credere che restasse chiuso dentro un’ampolla in attesa di essere utilizzato.

Secondo gli inquisitori il Malla confessò di avere adorato il diavolo in maniera consapevole, ma nessuno poteva adorare consapevolmente il male; era inoltre impossibile credere che il Malla, già sotto il dominio del diavolo, avesse rifiutato di donargli l’anima. Per rendere più incisivo il suo punto di vista l’Arquer si avvalse anche dell'Apologetico di Tertulliano, dove, nei capitoli 22, 23 e 27 dedicati a chiarire la natura degli antichi dei pagani identificati con i demoni, si asserisce che solo presentandosi come dei, riuscivano a farsi adorare. 

L'Arquer fece un grosso errore giudicando duramente l'operato dell'inquisizione sarda perché in tal modo accusava implicitamente anche all’inquisizione spagnola che aveva precedentemente dato credito a quelle affermazioni; ovviamente questo atteggiamento non poteva sortire la revoca della condanna del Malla perché la Suprema non poteva smentire la sua linea di condotta andando contro sé stessa.
Le richieste del Malla e del suo difensore non furono dunque accettate e il risultato ottenuto fu identico all’esito del processo precedente. Il Malla continuò a dichiarare la sua innocenza e nel 1556, dopo aver rinnovato l'appello alla Suprema, fu difeso da un altro avvocato e ottenne l’assoluzione da tutte le accuse.
Di fatto si condannava l'operato del tribunale sardo nel decennio 1540-1550 dando implicitamente ragione alle tesi sostenute dall'Arquer nel processo celebrato nel 1552.



Fabrizio e Giovanna


Notizie tratte da:
Sigismondo Arquer. Un innocente sul rogo dell’Inquisizione, Salvatore Loi


[1] Sigismondo Arquer. Sardiniae brevis historia et descriptio, cap. VII, a cura di Maria Teresa Laneri, saggio introduttivo di Raimondo Turtas

venerdì 10 febbraio 2012

ORIGINI DEL MITO DIONISIACO



Proseguiamo il nostro discorso sul culto dionisiaco cercando di delineare le origini del suo mito attraverso le testimonianze di alcuni autori antichi.
La religione dionisiaca ha il suo principio in epoche molto arcaiche, la Grecia classica, la fece sua e la codificò nei termini propri della sua ideologia, mantenendo però il carattere di divinità straniera e ambigua.

La divinità di Dioniso ha radici molto antiche, anche Omero nell’Iliade e nell’Odissea fa riferimento ad essa.
Com’è noto i poemi omerici narrano fatti avvenuti in un’epoca cosiddetta pre-ellenica, prima che la civiltà greca si manifestasse in tutto lo splendore del periodo classico, era il tempo degli eroi minoico-micenei.
La divinità viene rappresentata in due passi dell’Iliade e in due dell’Odissea:

nell’Iliade Dioniso viene presentato come il  figlio di Zeus e Semele.
 Semele è una donna mortale, ma tale condizione non ostacola le prerogative divine di Dioniso, anzi essa è un mezzo per la sua nascita, un demiurgo[1].
In altro passo Dioniso è messo in fuga da Licurgo re della Tracia, che percuote e mette in fuga le nutrici del Dio.  Dioniso fugge tremante da Thetis, ma Zeus punisce Licurgo privandolo della vista[2].

Nell’Odissea invece si accenna ad Ariadne abbandonata da Teseo ed uccisa da Artemide per volere di Dioniso[3].
 Ancora nello stesso libro si ricorda un’anfora d’oro creata da Vulcano donata da Dioniso a Tetide[4].
All’epoca della composizione epica molto probabilmente non dovettero esistere templi in suo onore, il suo era un culto diverso da quello degli altri dei, infatti non fu mai il Dio di uno stato, le sue funzioni differivano da quelle delle altre divinità.

Erodoto menziona un tempio di Dioniso a Bisanzio tutto ricoperto di  iscrizioni assire e di un oracolo  sopra Satra in Beozia dove risiedeva una Pizia simile a quella delfica[5].
Riporta anche un’altra tradizione relativa all’infanzia di Dioniso: il Dio sarebbe stato allevato in Arabia, nel Cinnamomo; in altri punti del racconto è messo in relazione con divinità egizie, tracie e con la religione Orfica (sulla quale ci soffermeremo in altra sede).
Erodoto quindi (così come altri autori antichi), afferma che Dioniso è una divinità non originaria della Grecia ma straniera, la cui importazione  in tale territorio si potrebbe far risalire ad un periodo pre-ellenico.
Questa ipotesi è suffragata dai passi omerici che ad onor del vero potrebbero risentire di apporti relativi ad un’età più tarda e soprattutto da un altro episodio riportato da Erodoto (II, 52) nel quale elenca le divinità adorate dai Pelasgi tutte apprese dagli egizi tranne Dioniso che conobbero molto tempo dopo.
 Lo storico greco non dice da quale popolo i Pelasgi impararono il culto Dionisiaco, ciò che interessa il nostro studio è che secondo Erodoto i Pelasgi, una popolazione da lui considerata pre-ellenica, conoscevano il Dio.
I passi che abbiamo esaminato testimonierebbero l’origine “straniera”(probabilmente di origine asiatico-semitica) del culto Dionisiaco e la sua alta cronologia.
Nelle  “Baccanti” di  Euripide Dioniso, pur nato a Tebe in Beozia, vi fa ritorno per stabilire il suo culto dopo aver soggiornato in Lidia, nella Frigia, nella Media ed in Arabia; appare quindi evidente il carattere asiatico della sua religione anche in considerazione del fatto che il corteo delle sue accompagnatrici celebranti il culto proviene dalla Lidia.
Il testo euripideo fa riferimento ad uno speciale culto dionisiaco nelle zone settentrionali della Grecia, ossia nella Macedonia, molto vicina alle zone asiatiche prima menzionate.
Il racconto di Euripide è una rielaborazione sacerdotale prettamente greca del mito nell’intento di riportare in ambito ellenico la divinità di Dioniso.


Fabrizio e Giovanna


Bibliografia
Carolina Lanzani, Religione dionisiaca
Omero, Iliade e Odissea
Erodoto, Le storie
Euripide, Le Baccanti



[1] Iliade, XIV,325
[2] Iliade, VI, 30
[3] Odissea, XI, 325
[4] Odissea, XXIV, 74
[5] Erodoto, Le storie, IV,87 e VII,111

giovedì 2 febbraio 2012

IL CULTO DELLA DIVINITÁ FEMMINILE : ECATE





Ecate è oggi riconosciuta come la dea delle arti magiche e della stregoneria, Il suo nome significa colei che colpisce da lontano.
Circe e Medea avevano appreso da Ecate la loro arte ed erano iniziate ai suoi misteri.
Anche questa figura mitologica ebbe inizialmente connotazioni positive in qualità di dea delle terre selvagge e del parto (assimilabili quindi alla dea madre), in seguito, quando iniziò la demonizzazione del femminile, divenne dea della stregoneria e il suo ruolo fu relegato a quello di “Regina degli Spettri”, tale attributo fu trasmesso alla cultura post-rinascimentale, dalla quale presero poi spunto gli inquisitori durante la loro opera di “pulizia religiosa”.
Era rappresentata con tre teste e un solo corpo o con tre corpi uniti per la schiena (trimorfa).  
Per gli orfici era trimorfa non solo perché rappresentava le fasi lunari, ma anche per l'assimilazione al culto delle grandi divinità ctonie come Demetra, Persefone e Artemide.

Esistono due teorie circa la sua origine:
·  Una ritiene che fosse figlia di Zeus e della figlia di Eolo Ferea e che la sua rappresentazione infernale derivasse dall'ira di Era che, immergendola nell'Acheronte con lo scopo di purificarla, ne determinò la trasformazione in una divinità degli inferi. In  qualità di dea degli inferi teneva per cento anni aldilà dello Stige le anime di coloro che erano morti senza sepoltura.
·         Secondo la Teogonia di Esiodo era invece figlia dei Titani Asteria e Perse:
E Asteria incinse, e a vita diede Ècate, cui sopra tutti Giove Croníde onorò, le die' fulgidissimi doni:
parte le die' della terra, del mare che mai non si miete: 
ed anche ella ha potere nel cielo gremito di stelle,
e piú d'ogni altra, onore fra i Numi immortali riscuote.
Ed anche adesso, quando qualcuno degli uomini in terra fa sacrifizi, e placa, secondo le usanze, i Celesti,
Ècate invoca per nome. E onore accompagna un mortale, quando la Dea le sue preghiere benevole intende;
e gli concede prosperità: ché ben grande è sua possa.
Perché di quanti nacquer da Terra e da Uràno, ed onori ebbero, questa Dea parte ha degli onori d'ognuno;
perché duro con lei non fu Giove, né nulla le tolse di quanto ella avea già fra i Numi piú antichi, i Titani,
bensí tutta la parte che allor possedeva, possiede.
Né meno onor la Dea, perché figlia è unica, ottenne, non della terra parte minore, del cielo e del mare,
ma anzi assai di piú: ché molto l'onora il Croníde.
E sta presso a chi vuole proteggere, e molto gli giova.
Nell'assemblea, prevale fra gli uomini l'uom ch'ella brama: quando alla guerra, sterminio degli uomini, s'arman le genti,
Ecate qui, la Diva, si mostra, ed a quelli che vuole, volonterosa gloria concede, concede vittoria:
dove giustizia si parte, vicino ai re giusti ella siede: anche allorché negli agoni contendono gli uomini, giova:
ché anche presso a loro si reca la Diva e li assiste, e chi di gagliardia prevalse, di forza, il bel premio
agevolmente guadagna, ricopre i suoi figli di gloria.
Ai cavalieri anche sa, quando vuole, recare assistenza.
E a chi nel glauco mare travaglia, e tra l'ira dei flutti Ecate invoca, e l'Enosigèo che profondo rimbomba,
la celeberrima Dea, facilmente concede ogni preda, agevolmente, e, dopo scovata, se vuole, la toglie.
Moltiplicare il bestiame nei chiusi ella può con Ermète. Le mandre dei giovenchi, le greggi gremite di capre,
le mandrïe lanose di pecore, ov'essa lo voglia, da pochi a molti capi, da molti riduce a ben pochi.
Così costei, che fu di sua madre l'unica figlia, onor su tutti i Nomi che nacquer piú antichi, riscote.
E protettrice il Croníde dei pargoli tutti la fece che gli occhi dopo lei dischiusero ai raggi del sole:
così da prima fu tutrice onorata ai bambini1

Nella tradizione più antica era probabilmente una divinità lunare della Tessaglia, più tardi confusa con l'aspetto invisibile di Artemide corrispondente alla luna nuova per la sua identificazione con Selene. Come Artemide non usciva mai dalle dimore sotterranee e vagava sulle montagne come la luna, ma proprio per questo motivo in seguito divenne la dea degli spettri e di ogni magia, le erano sacri i crocicchi e i trivi nelle strade (per cui veniva chiamata anche Trivia) e la sua presenza era annunciata dai latrati dei cani da battaglia.
Anche questo animale merita una breve riflessione perché nel corso dei secoli subì interpretazioni ora positive, ora negative, in relazione ai personaggi che affiancavano o che rappresentavano (si pensi all'iconografia domenicana). Si riteneva che i cani fossero in grado di salvaguardare gli uomini dai pericoli invisibili perché in grado di vedere gli spiriti, in relazione al dio Anubi, che prese la forma di un grande cane simile allo sciacallo, ebbero anche il ruolo di guidare le anime nell'aldilà, però durante l'azione repressiva intrapresa dall'Inquisizione, i cani neri entrarono a far parte del novero dei simboli demoniaci presenti nei diversi trattati di demonologia perché considerati accompagnatori demoniaci delle streghe o dei maghi.


Fabrizio e Giovanna


NOTIZIE TRATTE DA:
Rosalba Mulas“Iconografia delle streghe dall’antichità all’età moderna e stregoneria in Sardegna”
in Salvatore Loi “Inquisizione, magia e stregoneria in Sardegna”
H. Biedermann Enciclopedia dei simboli”
Esiodo Teogonia”




1Esiodo, Teogonia: Ècate figlia unica di Astèria e di Perse