domenica 19 febbraio 2012

UN ILLUSTRE CAGLIARITANO DI NOME SIGISMONDO ARQUER Vita e opere - II parte -


Nel precedente post UN ILLUSTRE CAGLIARITANO DI NOME SIGISMONDO ARQUER - abbiamo parlato dell’opera più famosa di Sigismondo commissionatagli da Sebastian Münster, abbiamo anche detto che nonostante i contatti con gli ambienti luterani rimase profondamente cattolico ma che ciò non bastò a scagionarlo dall'accusa di eresia che gli costò la vita.
Come abbiamo già visto la severità del suo operato gli valse l'ostilità della nobiltà sarda, in particolare degli Aymerich, che, nella persona di don Salvatore, fecero tendenziosamente circolare il compendio dove l’Arquer giudicava molto duramente il clero sardo affermando:Sacerdotes indoctissimi sunt, ut rarus inter eos, sicut et apud monachos, inveniatur qui latinam intelligat linguam. Habent suas concubinas maioremque dant operam procreandis filiis quam legendis libris”  (I sacerdoti sono ignorantissimi, al punto che tra questi, come anche tra i monaci, è raro trovarne uno che comprenda la lingua latina. Hanno le loro concubine e mettono maggiore impegno nel fare figli che nel leggere libri)[1].
L’avversione dell’Arquer nei confronti dell’ignoranza e della superstizione dei ministri del culto si può ritrovare anche nel processo contro il commerciante Malla da lui difeso nel 1552.
Questo processo fu una delle conseguenze dei conflitti tra l’inquisitore sardo Andrea Sanna e il viceré Antonio Cardona, che traevano origine dalla fondazione dell'inquisizione spagnola nell'Isola: il potere regio non era favorevole al fatto che i suoi ministri fossero esenti dalla giurisdizione episcopale e da quella civile e che i familiari, oltre a superare la quota prevista, sfruttassero il loro incarico per compiere illegalità restando impuniti. Al tempo dell’Arquer i due poteri coinvolsero nella diatriba i loro funzionari e i personaggi appartenenti alla nobiltà e al ceto mercantile che si sentivano da essi rappresentati; in questo contesto il commerciante Malla, residente nel quartiere della Marina, fu coinvolto nel 1540 dall’alguazile e commissario generale per la Sardegna Truisco Casula, accusato dall’inquisizione sarda di possedere un demonio dentro un'ampolla e di averlo adorato. Entrambi subirono l’autodafé nel 1540 che si concluse con la confisca dei beni e la punizione del carcere perpetuo con l'obbligo di portare il sambenito.

L’obiettivo dell’inquisizione sarda era quello di screditare il potere regio e a tal fine riuscirono a corrompere il Casula sistemandolo insieme ad una donna di Sinnai, da lui stesso accusata, nelle carceri inquisitoriali, situate nella casa cagliaritana dell'inquisitore Sanna, dove godeva di assoluta libertà entrando e uscendo a suo piacimento. I due complici denunciarono più di cento persone, tra le quali spiccava la viceregina che fu accusata di aver preso un demonio chiuso dentro un corno di bue.

Nel frattempo il Malla, dopo aver trascorso un certo periodo di prigionia nell’ospedale di S. Antonio, fu sistemato a casa del fratello per far fronte al problema finanziario del sovraffollamento delle carceri inquisitoriali e, nel 1546, gli fu concessa la libertà di circolare per l'isola, senza però tentare di uscire per non incorrere nell'accusa di relapso. Il commerciante ritenendosi  innocente  decise di appellarsi direttamente al re avvalendosi dell’aiuto di Giovanni Antonio Arquer e della protezione del viceré Cardona, ma mentre cercava di raggiungere Madrid fu scoperto e imprigionato nelle carceri del S. Ufficio.
Il coinvolgimento del viceré diede alla vicenda una grandissima risonanza e il Malla riuscì a far giungere le proprie richieste all'inquisitore generale Fernando Valdés che, nel 1551, ordinò all'inquisitore Sanna di concedergli la facoltà di recarsi a Madrid.
A questo punto entrò in scena il giovane Sigismondo Arquer che difese il suo assistito confutando tutti i capi d’imputazione.
In primo luogo mise in evidenza la corruzione dell’inquisizione sarda nel decennio 1540-50 che, per andare contro il potere regio non esitò a permettere che nella stessa cella coabitassero due persone di sesso opposto che tramarono affinché la stessa viceregina fosse coinvolta in quel giro di false accuse. Aggiunse inoltre che l’inquisitore Sanna era direttamente responsabile nonostante avesse affermato di non essere a conoscenza di tali trame, egli infatti sosteneva che fosse deplorevole da parte del diretto responsabile dell’inquisizione sarda non occuparsi degli eventi interni all’organismo che rappresentava.
Successivamente si occupò di smentire le varie teorie circa le modalità di contatto con il demonio che, a suo parere, furono strumentalizzate dai ministri del tribunale sardo con l’obiettivo di  spartirsi i soldi del Malla.

L’avvocato cagliaritano riteneva che la confessione resa dal suo assistito fosse inverosimile perché estorta sotto tortura, infatti la paura di incorrere nell’ira degli inquisitori induceva il condannato a confermare le loro accuse confessando ciò che si aspettavano di sentire.

I capi di imputazione si rifacevano ai vari trattati di demonologia tra questi si ricorda il trattato dell’XI sec. scritto dal bizantino Michele Psello, secondo la quale i demoni si dividevano in sei gruppi e all’interno del terzo erano presenti quelli chiamati terrestri che potevano risiedere dentro recipienti di vetro o cristallo.
L’Arquer non credeva in tali teorie e le confutò utilizzando le sacre scritture e i padri della chiesa:
Contrariamente all'idea comune aveva una concezione spirituale del diavolo, così come fu teorizzata nel V secolo dallo Pseudo-Dionigi e ripresa dalla dottrina cattolica con San Tommaso d'Aquino.

Rifacendosi all’apostolo Paolo affermò che il diavolo per ottenere l’onore divino si presentasse trasfigurato sotto forma di angelo luminoso e non in forma infima e vile.
Avvalendosi invece di San Pietro Apostolo riteneva che il diavolo vagasse come un animale feroce in cerca di anime da possedere, riteneva dunque contrario alla dottrina credere che restasse chiuso dentro un’ampolla in attesa di essere utilizzato.

Secondo gli inquisitori il Malla confessò di avere adorato il diavolo in maniera consapevole, ma nessuno poteva adorare consapevolmente il male; era inoltre impossibile credere che il Malla, già sotto il dominio del diavolo, avesse rifiutato di donargli l’anima. Per rendere più incisivo il suo punto di vista l’Arquer si avvalse anche dell'Apologetico di Tertulliano, dove, nei capitoli 22, 23 e 27 dedicati a chiarire la natura degli antichi dei pagani identificati con i demoni, si asserisce che solo presentandosi come dei, riuscivano a farsi adorare. 

L'Arquer fece un grosso errore giudicando duramente l'operato dell'inquisizione sarda perché in tal modo accusava implicitamente anche all’inquisizione spagnola che aveva precedentemente dato credito a quelle affermazioni; ovviamente questo atteggiamento non poteva sortire la revoca della condanna del Malla perché la Suprema non poteva smentire la sua linea di condotta andando contro sé stessa.
Le richieste del Malla e del suo difensore non furono dunque accettate e il risultato ottenuto fu identico all’esito del processo precedente. Il Malla continuò a dichiarare la sua innocenza e nel 1556, dopo aver rinnovato l'appello alla Suprema, fu difeso da un altro avvocato e ottenne l’assoluzione da tutte le accuse.
Di fatto si condannava l'operato del tribunale sardo nel decennio 1540-1550 dando implicitamente ragione alle tesi sostenute dall'Arquer nel processo celebrato nel 1552.



Fabrizio e Giovanna


Notizie tratte da:
Sigismondo Arquer. Un innocente sul rogo dell’Inquisizione, Salvatore Loi


[1] Sigismondo Arquer. Sardiniae brevis historia et descriptio, cap. VII, a cura di Maria Teresa Laneri, saggio introduttivo di Raimondo Turtas

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