Pagine

mercoledì 29 maggio 2013

Riflessione sul gotico

Vincennes (Ile-de-France, Francia), castello, cappella palatina (XIV sec.)

Quando si sente parlare di architettura gotica, immediatamente si affacciano alla mente le ardite concezioni strutturali delle grandi cattedrali duecentesche del nord della Francia. Abituati come siamo a inquadrare i ricorsi storici – e di riflesso anche i fenomeni artistici – secondo una rigida maglia cronologica impostaci dalla scuola, rischiamo però, in tal modo, di ignorare e di allontanare dal campo della ricerca e degli studi intere aree geografiche e culturali che non si adattano a questi schemi. A ben vedere, la realtà dei secoli del basso Medioevo è, dal punto di vista che ci interessa, molto complessa e articolata.
Infatti la maggior parte dei testi scolastici, semplificando per ovvie ragioni di tempo e spazio, tratta del gotico in questi termini: è una corrente architettonica e artistica che nasce, prende forma e si sviluppa nella zona dell’Ile-de-France a partire dalle sperimentazioni poste in essere nel cantiere dell’importante abbazia di Saint-Denis, presso Parigi, nel secondo quarto del XII secolo, al tempo del governo dell’abate Suger (1122-1151). 
Saint-Denis (Ile-de-France, Francia),
abbazia di Saint-Denis, facciata ovest (XII sec.)

Saint-Denis (Ile-de-France, Francia), abbazia di Saint-Denis,
interno (XII-XIII sec.)

Saint-Denis (Ile-de-France, Francia),
abbazia di Saint-Denis, coro (XII sec.)

Saint-Denis (Ile-de-France, Francia), abbazia di Saint-Denis, coro (XII sec.)




Da Saint-Denis, considerata tradizionalmente la prima struttura in cui i principi base del gotico vennero applicati in modo organico, la nuova moda dilagò in tutta la regione, per diffondersi poi, secondo i modi francesi, in altre zone d’Europa nel corso del Duecento. Ovviamente una così precoce affermazione di una nuova moda architettonica dovette, specialmente nei primi decenni, convivere con l’estetica romanica allora predominante. Senza voler entrare nel complicatissimo discorso sulle modalità di diffusione del nuovo stile nei diversi territori e sul ruolo svolto dalle case regnanti e dagli ordini religiosi in questo lungo processo, si vuole qui focalizzare l’attenzione su un altro aspetto e riflettere su un punto: tornando alla prima riflessione affrontata in queste righe, si può affermare che, in linea di massima, la storiografia artistica italiana suddivide, convenzionalmente, le correnti artistiche medioevali secondo questo schema: il romanico nei secoli XI-XIII, il gotico nei secoli XIII-XIV (dal XII per la Francia settentrionale); poi, a partire dal XV secolo, vediamo il trionfo della nuova estetica rinascimentale, fondamentale tassello dell’arte italiana. Anche solo limitando il nostro campo di indagine all'Italia (ma il moderno concetto di Italia non può essere applicato all’epoca medioevale) ci si accorge immediatamente che il così detto “Rinascimento” è un fenomeno che ha caratterizzato, a partire dal XV secolo, un’area relativamente ristretta comprendente una parte dei territori dell’Italia centrale attuale, per poi diffondersi lentamente verso Milano, poi Napoli, Venezia, Roma ecc.. E il resto dell’Europa e dell’attuale territorio italiano? Quali forme architettoniche e artistiche erano dominanti mentre in “Italia” fioriva il Rinascimento? Da qui in avanti la ricerca non è più scolastica e diventa territorio per specialisti del settore. Invano, infatti, si proverà a cercare, sui testi di storia dell’arte, qualche informazione approfondita su monumenti e opere d’arte prodotti in Francia, Spagna, Germania o altri paesi nel corso del XV e XVI secolo, se non nei pochissimi casi in cui l’estetica classicista tradotta dal Rinascimento “italiano” ha fatto capolino oltralpe, con un’unica attenzione particolare alle Fiandre, la cui pittura (per altro in gran parte gotica) era ben nota nell'Italia del Quattrocento.
Napoli (Campania, Italia), basilica di San Lorenzo Maggiore
(fine XIII sec.)

Napoli (Campania, Italia), basilica di Santa Chiara (XIV sec.)

Napoli (Campania, Italia), basilica di Santa Chiara (XIV sec.)

Pur non essendo tutto ciò una novità, soltanto molto di rado si riesce a superare questa visione toscanocentrica della storia dell’arte – e dell’architettura in particolare – e a rivolgere, senza pregiudizi, lo sguardo al resto dell’Europa, in cui l’estetica dominante, fino a tutto il Cinquecento, fu solamente una: il gotico. A ben vedere la corrente architettonica e artistica di cui stiamo parlando ha caratterizzato le espressioni culturali di un intero continente per quasi mezzo millennio, divenendo un vero linguaggio internazionale, a tutti i livelli di espressione, dall’architettura alla pittura, alla scultura, all’oreficeria, alla letteratura ecc., tanto che si può parlare di una vera e propria “civiltà gotica”, che ha lasciato tracce profonde della sua diffusione capillare in un territorio vastissimo, dal Portogallo alle regioni baltiche, dalla Scandinavia a Malta, con l’aggiunta di alcuni episodi significativi di epoca crociata in Terra Santa. 
Amiens (Piccardia, Francia), cattedrale di Notre-Dame (XIII sec.)
Amiens (Piccardia, Francia), cattedrale di Notre-Dame (XIII sec.)

Bruxelles (Belgio), cattedrale dei Santi Michele e Gudula, facciata (XV sec.) 
Amiens (Piccardia, Francia), cattedrale di Notre-Dame (XIII sec.)

Reims (Champagne, Francia), cattedrale di Notre-Dame (XIII sec.) 
Reims (Champagne, Francia), cattedrale di Notre-Dame (XIII sec.)
I limiti culturali possono essere individuati nel mondo islamico a sud e nei paesi di fede ortodossa a est e nell’area balcanica. È poco noto che diverse architetture gotiche, erette nel corso del XVI secolo e fino ai primi anni del XVII, sono presenti anche in alcuni paesi del centro America, in particolar modo nella Repubblica Dominicana (cattedrale di Santo Domingo) e in Messico.

Problema da non sottovalutare è che si è abituati a considerare il gotico come una corrente artistica appartenente al Medioevo (altro concetto convenzionale che attende ancora una logica demarcazione storica, cronologica, geografica e culturale), la cui data di fine, convenzionalmente, si pone al 1492; per cui, trovandoci al cospetto di manufatti e opere che richiamano alla mente uno stile che ha caratterizzato una fase storica ormai conclusa, siamo portati a credere che si tratti di un qualcosa di “tardo”, e di conseguenza minore, quasi fosse la ripetizione stanca e monotona degli stilemi di una corrente già superata.

Parigi (Francia), cattedrale di Notre-Dame (XII-XIII sec.)
Parigi (Francia, chiesa di Saint-Severin, coro (fine XV sec.)
Parigi (Francia), Hotel de Cluny, cappella (XV sec.)

Parigi (Francia), chiesa di St. Gervais-St. Protais (primi XVI sec.)

Oltralpe l’estetica classicista e “rinascimentale” non riuscì mai ad attecchire in maniera profonda, e la troviamo applicata in modo coerente solo in pochi grandi cantieri, generalmente sotto il diretto controllo regio (ad esempio il grandioso palazzo cinquecentesco de El Escorial, presso Madrid, voluto da Filippo II). In altri casi troviamo un’applicazione superficiale di pochi elementi decorativi, spesso inseriti su strutture architettoniche di schiette forme gotiche. Nelle varie zone europee, ovviamente, questo lungo periodo di sedimentazione ed evoluzione della cultura gotica, si esplica con declinazioni regionali diverse e molto particolari (basti pensare, a titolo di esempio, all’estetica così detta “manuelina” in Portogallo), ma con risultati in linea di massima di grande rilievo e originalità.
Lisbona (Portogallo), monastero dos Jerònimos de Belèm, chiesa (XVI sec.)
Lisbona (Portogallo), monastero dos Jerònimos de Belèm,
chiesa (XVI sec.)
Lisbona (Portogallo), monastero dos Jerònimos de Belèm, chiesa (XVI sec.)
Lisbona (Portogallo), monastero dos Jerònimos de Belèm, chiostro (XVI sec.)
Lisbona (Portogallo), monastero dos Jerònimos de Belèm, chiostro (XVI sec.)

Lisbona (Portogallo), monastero dos Jerònimos de Belèm, chiostro (XVI sec.)
In genere si tende a contrassegnare l’architettura e l’arte di questi secoli con il termine oltre modo improprio di “tardo-gotico”, che di per sé implica una concezione negativa del fenomeno, come se si trattasse di espressioni attardate e provinciali di un linguaggio oramai marginale nel quadro culturale dell’Europa del tempo. La realtà è invece ben diversa: il gotico fu, come già detto, fino a tutto il XVI secolo, l’unica estetica dominante in tutto il continente; per ovvie ragioni, quasi ovunque l’originaria declinazione del gotico del nord francese subì, nei tempi lunghissimi di elaborazione delle forme e di espansione nei diversi paesi, rielaborazioni e aggiornamenti anche di ampia portata, con risultati di estrema novità e rilevanti dal punto di vista delle soluzioni adottate. 
Chartres (Centre, Francia), cattedrale di Notre-Dame,
facciata ovest (fine XII-primiXIII sec.)
Chartres (Centre, Francia), cattedrale di Notre-Dame,
transetto sud (XIII sec.)
Chartres (Centre, Francia), chiesa di Sanint-Pierre (XIII sec.)
Il sedimentarsi – anche a opera delle diverse case regnati che la fecero propria – della cultura costruttiva gotica in una zona piuttosto che in un’altra portò, in effetti, a un’estrema diversificazione e a un grande fermento di rielaborazione, tanto che, a uno sguardo poco attento, potrebbe apparire difficile considerare come appartenenti allo stesso stile e allo stesso ambito culturale un edificio portoghese cinquecentesco con uno inglese della stessa epoca. L’estrema dilatazione cronologica del fenomeno porta poi con sé, alla luce di quanto appena detto, che una cattedrale francese del Duecento si presenta, a occhi profani, molto diversa da una chiesa tedesca o polacca del Quattrocento, non solo per una diversa applicazione e rielaborazione del repertorio decorativo, ma anche per la differente articolazione e concezione dello spazio, che, in alcuni casi, fa molto riflettere. 
Cracovia (Polonia), cattedrale dei Santi Stanislao e Venceslao (dal XIV sec.)
Cracovia (Polonia), chiesa di Santa Maria (XIII-XVI sec.)
Basilea (Svizzera), Leonhardskirche (XV sec.)
Praga (Boemia, Repubblica Ceca), cattedrale di San Vito,
coro (XIV sec.)

Praga (Boemia, Repubblica Ceca), cattedrale di San Vito, coro (XIV sec.)

Ad ogni modo e a discapito di queste ultime osservazioni, l’internazionalità del linguaggio gotico è innegabile e, anche là dove maggiormente l’edificio si discosta dalle forme originarie di questo stile e dall'idea che abbiamo di esso, l’immutata applicazione del sistema costruttivo e dei più significativi elementi strutturali, non lasciano adito a dubbi sul fatto che si tratti di una architettura gotica e non di qualcosa di diverso.
Il caso di molti monumenti italiani è, al riguardo, emblematico: basta l’esempio ben noto della cattedrale di Firenze per farci comprendere questo discorso senza troppe sottigliezze. 
Firenze (Toscana, Italia), cattedrale di Santa Maria del Fiore, navata (XIV sec.)

A una prima occhiata, sia all’esterno che all’interno, sorgono diversi problemi se abbiamo del gotico un’idea vicina a strutture quali le cattedrali di Amiens o di Canterbury: dopo il primo momento di smarrimento, si può invece notare che, da un punto di vista strutturale, gli elementi del gotico, in realtà, ci sono tutti; per cui si può senza problemi affermare che l’edificio è una applicazione degli stilemi del gotico francese attraverso il filtro della cultura classicista fiorentina (ma gli esempi di questo tipo potrebbero essere innumerevoli).
Firenze (Toscana, Italia), cattedrale di Santa Maria del Fiore, navata (XIV sec.)
Firenze (Toscana, Italia), cattedrale di Santa Maria del Fiore, navata (XIV sec.)
E la Sardegna come si colloca in questo discorso? Queste riflessioni dovrebbero portarci a considerare con un’ottica diversa il ricchissimo patrimonio architettonico di questi secoli, che caratterizza l’intero territorio regionale non meno del più noto fenomeno romanico. 
Cagliari (Sardegna, Italia), cattedrale di Santa Maria,
transetto nord, cappella (fine XIII sec.)
Cagliari (Sardegna, Italia), cattedrale di Santa Maria,
transetto sud (fine XIII-primi XIV sec.)













Sassari (Sardegna, Italia), cattedrale di San Nicola,
navata (primi XVI sec. ca.)
Alghero (Sardegna, Italia), cattedrale di Santa Maria 
(XVI sec.)a

Essendo oggi la Sardegna una regione periferica dello Stato italiano, su di essa non troviamo il minimo accenno nei testi scolastici a cui facevamo riferimento, e lo stesso discorso vale per altre regioni, oggi italiane, nei secoli dal XIII al XVI. 
Sotto la pesante ombra della visione toscanocentrica a cui abbiamo accennato, dove l’arte del Rinascimento è l’estetica dominante e il resto è “provincia”, si sono lasciati fino a oggi – e spesso con una certa superbia intellettuale –  nell’oblio interi capitoli di storia dell’arte e dell’architettura, considerati, alla luce delle odierne circostanze politiche e culturali, come marginali. 

Spesso si è sentito dire, anche in occasioni ufficiali, che in Sardegna nei secoli XV e XVI, e fino ai primi decenni del XVII, si costruivano “ancora” edifici che seguivano la moda gotica, che il Rinascimento non vi ha messo radici e che, alla fin fine, si tratta di espressioni provinciali e di poco rilievo.
Cagliari (Sardegna, Italia), convento di San Domenico,
chiostro (fine XV-primi XVI sec. ca.)

Cagliari (Sardegna, Italia), convento di San Domenico,
chiostro (fine XV-primi XVI sec. ca.)
Cagliari (Sardegna, Italia), convento di San Domenico,
chiostro (fine XV-primi XVI sec. ca.)
La realtà storica, se si tiene conto delle osservazioni sopra espresse, dice esattamente il contrario: la Sardegna, terra posta al centro del Mediterraneo e per questo aperta ai traffici non solo delle merci ma anche delle idee, era, nei secoli in questione, perfettamente allineata alle tendenze culturali europee contemporanee, e i diversi edifici sorti in quei decenni mostrano, in parecchi casi, un’applicazione raffinata, colta e aggiornata degli elementi architettonici e decorativi, secondo una particolare declinazione regionale che riflette il profondo legame storico, politico e culturale con la corona di Spagna.
Cagliari (Sardegna, Italia), chiesa del Santo Sepolcro, presbiterio
(fine XVI sec.)
Cagliari (Sardegna, Italia), chiesa della Purissima Concezione
(seconda metà XVI sec.)a
Cagliari (Sardegna, Italia), chiesa della Purissima Concezione
(seconda metà XVI sec.)a


Cagliari (Sardegna, Italia), chiesa di Santa Lucia
(metà XVI sec. ca.)
Cagliari (Sardegna, Italia), chiesa di Santa Maria del Monte, presbiterio
(seconda metà XVI sec.)



Parlando in modo provocatorio, si potrebbe sostenere che, per conoscere l’evoluzione artistica della Sardegna nei secoli XIV-XVII, non è di nessun interesse pratico studiare in modo approfondito il Rinascimento toscano, mentre sarebbe fondamentale conoscere nel dettaglio la storia dell’arte e dell’architettura della penisola iberica nella stessa epoca, perché quello era il baricentro culturale privilegiato a cui la Sardegna faceva riferimento e da cui giungevano gli apporti più diversi. 
Cagliari (Sardegna, Italia), chiesa di Sant'Eulalia
(seconda metà XVI sec.)
Cagliari (Sardegna, Italia), chiesa di Sant'Eulalia
(seconda metà XVI sec.)
Cagliari (Sardegna, Italia), chiesa di Sant'Eulalia
(seconda metà XVI sec.)



Siviglia (Andalusia, Spagna), cattedrale di Santa Maria
(XV sec.)
Toledo (Castiglia, Spagna), cattedrale di Santa Maria
(XIII-XV sec.)

Per le stesse ragioni si dovrebbe, ad esempio, quando si studia l’architettura romanica “italiana”, dedicare un capitolo alla Corsica, che in quei secoli gravitava in quest’orbita, mentre ciò non avviene per il semplice motivo che l’attuale situazione politica dell’isola la vede come una regione francese.
In conclusione, lo studio delle arti e dell’architettura dovrebbe sempre tenere conto della storia particolare di ogni singolo luogo in un dato momento, senza mai perdere di vista le matrici storiche e culturali comuni ai territori che un tempo formavano un’unità, mettendo definitivamente da parte le schematiche suddivisioni che seguono i moderni confini statuali.


Le immagini allegate a queste note vogliono offrire qualche spunto di riflessione sulle questioni appena affrontate, senza nessuna pretesa di esaustività.

Nicola S.

giovedì 18 aprile 2013

CARTOGRAFIA ANTICA - CARTOGRAFIA FIORENTINA


Pubblichiamo un altro interessante contributo di Rolando Berretta che ci segnala alcune curiosità che ha riscontrato durante i suoi interessanti studi sulla cartografia antica.



Ci sarebbero due planisferi realizzati dal portoghese, con cittadinanza spagnola dal 1519, Diego Ribero.


Piccola premessa. Rientrato Colombo dal primo viaggiò, fu còmpito di Papa Alessandro VI dividere le terre da evangelizzare assegnando, sia alla Spagna che al Portogallo, la propria zona. Fu indicato il  meridiano che cadeva a 100 leghe dalle Isole del Capo Verde. Per evitare lo scoppio di una guerra le due potenze si accordarono nel 1494, a Tordesillas, e si aggiunsero altre 270 leghe ai territori  portoghesi. Quel meridiano, in tutte le carte, viene indicato come RAYA. Nel 1524 le due potenze si ritrovarono, con la conferenza di Badajoz, al tavolo delle trattative per stabilire dove dovesse cadere l’antimeridiano, la mitica Linea delle Spezie. Non si accordarono.
Diciamo subito che, in quel tempo, era Papa Clemente VII: quello del Sacco di Roma ed era il fiorentino Giulio di Giuliano de Medici.
Il Planisfero Castiglioni ha una sua storia.
Baldassarre Castiglioni, uomo di notevole cultura rinascimentale, nel 1520 si fa prete. Nel 1527 lo troviamo come Nunzio Apostolico alla corte di Carlo V. Al suo rientro a Roma, nello stesso anno, ebbe una bella lavata di capo dal Papa. Erano arrivati i Lanzichenecchi e lui non si era accorto di nulla. Quella carta, che si era portato dietro. era un dono di Carlo V; e non era la sola. Anche il Cardinale Salviati ne aveva portata un’altra.   E qui, cari Storici, dovreste spiegarci alcune cosette:
Carlo V, mentre organizzava la spedizione contro il Papa, si preoccupava di mandargli carte? Ufficialmente la Carta Castiglioni dovrebbe essere opera del grande cartografo Diego Ribero perché, nel 1529, ne aveva realizzata una identica. Se avesse controllato, e capito, quello che stava copiando credo che Ribero non avrebbe riportato alcuni particolari che solo un Fiorentino poteva aver inserito. Un Fiorentino che lavorava per Carlo V. Faccio un nome a caso: Giovanni Vespucci.
Basta uno sguardo alla posizione delle bandierine di demarcazione, nelle diverse carte, per capire che l’autore è diverso. Intuisco che il Papa aveva mandato un Planisfero in Spagna nel quale si doveva aggiornare la toponomastica. C’era già, sicuramente, la configurazione delle terre scoperte e segnalate dai vari ordini religiosi. Tanto sprovveduti non erano i nostri evangelizzatori.  Diego Ribero ha dato una mano ad aggiornare la toponomastica sicuramente; c’è anche la sua grafia nel Planisfero Castiglioni. Di contro l’ha copiato papale, papale, è ha creato il Suo planisfero. Gli sono sfuggiti alcuni particolari che indicavano, come città di provenienza, nell’altro planisfero, Firenze. E, poi, ha voluto fare il furbo per il Portogallo a scàpito della Spagna. (Memorizziamo che la Raya cade a 370 leghe dalle Isole del Capo Verde: è importante. Per capire tutto ciò bisogna cominciare a vedere i due schemi geometrici nei singoli planisferi.


L’Atlante Castiglioni è stato impostato affiancando due quadrati da 40 x 40. Abbiamo una griglia da 80 unità sull’asse est/oves e di 40 sull’asse nord/sud. Ricordiamoci di esaltare quelle linee che cadono a 6(sei) unità dai lati esterni e 6(sei) unità dal centro. I nodi (bussole minori per gli addetti) cadono, anche, sui Circoli Polari. E’ sin troppo facile realizzarlo. Sull’emisfero di sinistra c’è un bellissimo goniometro. Si consiglia di procurarsi il Planisfero Castiglioni e la carta di Ribero (o Ribeiro o de Riveiro o de Riveira) in alta definizione. Sono veri capolavori di grafica. Il centro del goniometro, sulla sinistra, indica il meridiano posto a 135° dalla Grande Canaria. Sul quel meridiano si dovrà inserire, in futuro, la costa dell’Asia.  Marino di Tiro aveva detto che la distanza tra la Grande Canaria e la fine del -paese della seta- era di 225°. Nei 135° di oceano sta prendendo forma un Nuovo Continente come segnalato da Amerigo Vespucci; altro che un paio di isole come aveva scritto Toscanelli. Verso il 1550 su quel meridiano si scontreranno la masse dell’America e dell’Asia; 135° corrispondono a 27 settori da 5° ciascuno.
Analizziamo lo schema di Ribero.
Sull’asse est/ovest ha uno schema impostato sulle 80 unità; identico alla Castiglioni.
Sull’asse nord/sud sono 42 unità. Troppo furbo. Con due quadrati da 42, affiancati e sovrapposti sulla Raya, ha permesso che i due centri si avvicinassero tra loro.


  
  
Ad un confronto diretto ci si rende conto che i profili sono identici ma manca un settore di Oceano. Ho notato che, nelle carte del periodo, quelle di ispirazione tolemaica, le Isole del Capo Verde e le Azzorre sono poste sullo stesso meridiano. Su una carta moderna, sempre da 80 meridiani sull'asse est/ovest, le Azzorre sono spostate a ovest di un settore. 
Ribero ha portato le Isole di Capo Verde sul meridiano delle Azzorre trascinandosi dietro la massa dell’Africa.  Se la Raya cade a 370 leghe dalle Isole del Capo Verde qualcuno ha fatto qualcosa di poco chiaro togliendo un settore di Oceano. Per non dare troppo nell’occhio, nel settore destro, ha realizzato un ovale. La parte sinistra è perfettamente sferica.
Ripeto: era il periodo che le due potenze avevano cercato di tracciare l’antimeridiano della Raya. Si consiglia di memorizzare, con la massima attenzione, quali terre sono attraversate dal meridiano delle Spezie. Giappone e Australia prima di tutto. Siamo a 133° 30’ est.
Quanta storia è stata scritta a causa di quei due meridiani. Meridiani che già erano evidenziati sulle carte.

     
Anche l’ammiraglio/cartografo Piri Reis, frugando nei nostri conventi, ha trovato qualcosa. Un pezzetto di Giappone ben allineato sull’isola di Shikoku.

 A Genova ne avevano, in abbondanza, di pezzi delle terre poste a 133° 30’ est.

Nicolò Caveri – Genova 1504


Credo che qualcuno abbia confuso l’Isola della Vera Croce ( Vera Crux) con l’isola della Croce del Sud.  C’è anche la Tasmania nella Carta di Caveri.

Ricorderei che in Venezuela, subito dopo la penisola del Parias, c’è il Delta dell’Orinoco. In queste carte rinascimentali ci sono due penisole. 

Della Cantino ne parlerò a parte come, a parte, illustrerò altri particolari –curiosi- della Castiglioni.

La carta Castiglioni ha delle sorprese da mostrarci; iniziamo dai gradi riportati.
Il discorso si può semplificare con i tropici a 24 gradi e i circoli polari a 66 gradi. 24+66=90

Una volta evidenziati i loro gradi si esegue la prima verifica su Alessandria d’Egitto. 


Una bella torsione all'intero Mediterraneo e hanno sistemato Alessandria. Decisamente era troppo a nord.  

Ritorniamo ai due autori diversi


Mentre nella Castiglioni le terre asiatiche si incontrerebbero a 135°, pari a 27 settori da 5 gradi, nella Ribero, da Lisbona alle terre asiatiche, sono esatti 26 settori. Fino alla nobilissima città di Quinsay avevano scritto … per il Toscanelli. Che tutto poteva sapere meno che fosse dritta davanti a Lisbona.  Ribero aveva grandi amici, a corte, del tipo Ferdinando Colombo e il Las Casas. 26 settori da 250 miglia romane. 
Non sanno, però, degli 80 settori complessivi su quel parallelo.  Dei quadranti per mancini ho già parlato precedentemente.

Ne veniva raffigurato uno a Firenze. Un primo indizio importante.




Forse un confronto diretto permette di capire, meglio, le due impostazioni diverse.

Si è tentata una verifica ulteriore facendo ricorso ai ricordi scolastici. E’ stato notato che, alla base delle loro carte, c’è una Terra sferica con diametro da 26 unità. Quasi tutti i cartografi della prima metà del 1500 hanno impostato diversi giri di compasso da 26 partendo da uno schema base da34. Nella Castiglioni si notano due quadrati da 40 x 40. Nella Ribero sono due quadrati da 42 x 42.
Se si calcola la circonferenza di una sfera, con diametro 26, si ottiene una misura di 81,64. Questa misura dovrebbe equivalere alla vista in piano dei 360°. Mezza circonferenza vale 40,82 pari a un singolo emisfero di 180° x 180°. I valori ottenuti sono prossimi alle due griglie ma le bandierine di demarcazione sono messe con un altro tipo di calcolo. Se le bandierine fossero state piazzate alla fine dei due quadrati, a 40 unità dalla Raya, si poteva affermare che dietro c’era una proiezione della sfera. 76 unità dimostrano che hanno sommato le 5 unità dei tropici alle 14 dei circoli polari.
Per loro, le 19 unità, equivalgono a 90°. 38 unità sono 180° e 76 unità sono 360°.
Passiamo all'isola dello YUCATAN.

Nella Castiglioni, e nelle altre coeve, per un paio di decenni compare l’INSULA YUCATAN.  Come si fa a raffigurare lo Yucatan, la terra dei Maya, come un’isola ?
Grazie a Colombo che riporta le grandi isole di Giovanna e Isabella come quinta e quarta delle migliaia delle isole da lui scoperte.  Gli Storici hanno fatto delle due isole un’isola unica. Ma qual è la INSULA IV CATAI ?? quella che manca all'appello ???

Fatti un paio di controlli con le carte dell’epoca… si scopre l’arcano. L’isola dello Yucatan altri non è che l’ Ultima Antilla.  Un'altra carta sbagliata di 180° esatti. (Dopo le isole del Giappone e dell’Australia).  
Lo Sri Lanka, la mitica Taprobana, non sanno proprio  dove collocarla.

Ha avuto anche una collocazione più nobile: raffigurerà, pure, la mitica ATLANTIDE.


Dopo l’isola dello YUCATAN passo ad illustrare la data di compilazione delle carte. A questo punto le persone di buon senso tirano un sospiro e ti guardano con tanta commiserazione.
Se avete osservato bene le due carte avete visto due goniometri. Due capolavori. Sull’anello esterno dei due lavori è raffigurato lo zodiaco: 12 segni zodiacali sviluppati su 360 gradi.
Diego Ribero ha assegnato 30 gradi a ciascuno dei dodici segni zodiacali; è giusto.
Nella Castiglioni ci sono gli stessi segni zodiacali (quelli sono). Sulla linea dell’Equatore c’è l’Ariete. Siamo al 55 a.C. Il goniometro ha un giro completo di 360 gradi. Lo zero non è sull’Equatore e neanche alla fine dei Pesci dove sarebbe indicata la data del 1500 d.C. che sarebbe l’indicazione cronologica della data della realizzazione. Lo ZERO è posto in un’altra posizione.
Questa è la data della prima compilazione delle carte. Stesso sistema usato nello Zodiaco di Dendera.  Quando nella piana di Gyza si costruivano le Piramidi, quando vicino alle Piramidi si poteva piantare un bastone ed ottenere un ombra di 6 gradi al solstizio d’estate, con il tropico a 24°, in quel periodo c’era qualcuno in grado di raffigurare il cielo raffigurato a Dendera e sapeva fare carte geografiche. La spiegazione non chiedetela al Sottoscritto. Andate dagli STORICI, quelli che si definiscono Accademici e chiedetela a loro. Credo che queste siano prove alle quali dovrebbero prestare più attenzione.  Ritorniamo alle carte e prestiamo attenzione ai due astrolabi riportati in basso sulla parte destra.

Qui c’è la prova definitiva che il Planisfero Castiglioni è stato realizzato a Firenze.
Mentre Diego Ribero indica un generico 45 gradi che non significa assolutamente nulla..
Nessuna località della Penisola Iberica arriva a quella latitudine nord; a 45°.
Nella Castiglioni c’è riportata, oltre alla data di compilazione, LA LATITUDINE NORD della città di Firenze.
Non si può affermare che il Planisfero Castiglioni e quello di Ribeiro sono dello stesso autore. 
Nel 1804…   Dessalines ne divenne il primo presidente. Saint-Domingue venne dunque ribattezzata HAITI in ossequio alla popolazione degli arauachi, i quali chiamavano l'isola Ayiti.  ( E’ scritto nella Lettera al Soderini: Vespucci disse di aver toccato l’isola di ITI ). Nel planisfero di Ribeiro, del 1529, l’isola di Hispagnola non c’è. C’è l’isola di Haiti. Cosa pensare?


Rolando Berretta

sabato 23 marzo 2013

Meridiano 0 sul Gennargentu III PARTE


Pubblichiamo la terza parte del gentile contributo di Rolando Berretta.


Passiamo all’esecuzione della parte più noiosa. Dobbiamo tracciare la ragnatela. Impostiamo una griglia di 34 x 34 settori (quadratini). Consiglio di raddoppiarli per le future scale minori.



Tracciamo, aiutandoci con la griglia sottostante, la croce centrale e quella sulle diagonali. Tracciamo il rombo che tocca il centro dei lati del quadrato da 34. Passate esattamente al centro dei singoli quadratini o lungo le singole linee degli stessi. Tracciate le rette che delimitano il settore da 26 e 24 unità. Tracciate le rette a 5 settori dal centro e vi ritrovate con tutto il lavoro impostato. Consiglio di evidenziare in rosso le linee dell’Equatore e dei Tropici. In azzurro le altre. I colori sono essenziali per evidenziare alcuni schemi che presentano una diversa inclinazione rispetto all’Equatore e ai Tropici. (Detto in parole misere: cercate di ricopiare bene lo schema proposto.)
Ci ritroviamo con 12 bussole minori (così vengono chiamate; io li chiamo nodi. Nel senso di incroci di linee. Per me sono 12 nodi.)  Come si procede per inserire le altre linee e i 4 nodi mancanti? C’è un trucco. Dai dodici nodi e dal centro tracciate delle rette che scalano di un quadretto ogni cinque.
Sia in verticale che in orizzontale. Controllate bene il lavoro. Si deve andare con una diagonale che salta una unità dopo cinque unità.




Se usate i colori verde e arancione apprezzerete meglio la precisione del lavoro. Questo schema, a base 34 con giro di compasso da 26 l’ho ribattezzato RoBer. Sono modesto. Reis, Vesconte Maggiolo, Nicolò Caveri e Battista Agnese usano schemi con giri di compasso da 26. Anche Juan de la Cosa ha usato, male, schemi da 26. La carta Cantino usa uno schema da 34 con una variante;
si vedranno poi. Adesso passiamo alle scale minori. Uno schema, con giro di compasso da 26, ne origina un altro, che ho chiamato secondario, che misura 13 unità.




Il secondario da 13 cade esattamente al centro di quello da 26. Aiutatevi con l’immagine per capirlo. Il giro di compasso da 13 va misurato sugli spigoli del quadrato da 13  non sulla croce centrale. Ho inserito una parte dell’Atlante Catalano del 1370 per spiegare come si presenta il suo schema che vale 13 rispetto a un primario da 26.  Ho inserito anche la Carta di Grazioso Benincasa che ha utilizzato un secondario da 13, ha utilizzato i 9 settori (tropico circolo polare) per ricavare il suo schema che è un vero capolavoro. Posso usare scale diverse ma il Mediterraneo presenterà sempre la stessa grandezza ( diamolo per buono per adesso!). Tutto qui. Con l’ausilio dei quadratini si capisce qualcosa. Chi predica l’uso del compasso, ancora, deve venirne a capo.
Tutto ciò si apprezzerà meglio analizzando le singole carte. Termino con l’ultima immagine. Tutte le carte riportano il parallelo di Alessandria (evidenziato in verde) Ha una quarta di vento di differenza rispetto alla linea dell’Equatore e del Tropico. Una quarta di vento vale 11° 15’ o 11,25 gradi. Se osservate gli altri schemi si nota subito quella linea inclinata, in verde, che sfiora Alessandria d’Egitto. Quella linea dimostra, senza ulteriori commenti, i problemi che ebbe Colombo con la BUSSOLA. Arrivò a un certo punto, sul meridiano dei sargassi, e la sua bussola ebbe uno scarto, ad est, di una quarta di vento….  (credo che non sapesse leggere le carte).



Ho fatto tutti i controlli. Il quadrato secondario da 13 tocca il 30° parallelo nord e quello sud. Alessandria è posta a 31° 12’ (Eratostene lo sapeva bene) . Io trovo un incrocio sopra la piana di Gyza e non su Alessandria. Alessandria è sul mare.
Rifletteteci sopra.

Rolando Berretta

venerdì 22 marzo 2013

Meridiano 0 sul Gennargentu II PARTE



Pubblichiamo la seconda parte dell’articolo scritto da Rolando Berretta ringraziandolo nuovamente per il contributo.

Questa materia ha una particolarità: non è studiata da nessun Organismo Ufficiale. Tutti ne parlano a livello personale. Chi scrive, dopo tanti anni, ha capito che i COMPASSI non c’entrano assolutamente nulla; meglio i settori o quadratini. Basta entrare nell’idea che a un giro di compasso corrisponde un quadrato ideale sulla circonferenza. Basta studiare come si incastrano tra loro i vari quadrati ed il gioco è fatto. CUM PASSUM DA NAVEGARE si traduce con DISTANZE per la NAVIGAZIONE: i compassi bucano la charta.
Ci eravamo lasciati con uno schema di 80 x40 settori (ideale) ma avevo fatto notare che c’era qualcosa di diverso tra questo schema e l’Atlante Castiglioni che l’utilizza. Allego un’immagine a dimostrazione.
                                   

Nella Castiglioni si notano 5 settori tra l’Equatore e il Tropico. 9 settori tra i Tropici e i Circoli Polari. Come dire che tra l’Equatore e i Circoli Polari ci sono 14 settori. Se si hanno le idee chiare riguardo l’inclinazione della Terra (e l’avevano) si sa che la distanza tra il Polo e il Circolo Polare e identica alla distanza che c’è tra l’Equatore e il Tropico. La terra è una SFERA; non si può sbagliare. Quant’è la distanza tra l’Equatore e il Tropico? cinque settori. Quant’è la distanza tra l’Equatore e i C.Polari? quattordici settori. Perfetto. Basta sommare ai 14 settori i 5 che dovrebbero essere, anche, i rimanenti settori tra i C.Polari e i Poli. Ottengo un totale di 19 (diciannove) settori tra Equatore e Polo. 19 settori corrispondono a 90 gradi. Allora 38 settori (19+19) corrispondono a 180° e 76 settori (38+38) corrispondono a 360°. A questo punto si cerca il primo meridiano fondamentale, la mitica Raya, e si piantano le due Bandiere. Poi, a 38 settori a est si pianta la bandierina del Portogallo. A 38 settori a ovest si pianta la bandierina della Castiglia. Hanno trovato anche l’antimeridiano e si sono spartiti il mondo. Poi, con tanta pazienza, hanno messo i singoli gradi. Oggi, con il senno del poi, posso affermare che il C.Polare messo a 9 (nove) settori dal Tropico ha tutt’altra origine.  
                     


Nella parte superiore dell’immagine, a sinistra, c’è lo schema (griglia) della Castiglioni. Sulla destra, a parità di settori, a parità di Equatore, di Tropici e C.Polari c’è un diverso Polo che cade a tre (3) settori dai Circoli Polari. Tra Polo e Polo ci sono 34 settori. Su di una griglia di 34 x 34 settori si ottiene un giro di compasso da 26 (ventisei unità). Quello è lo Schema Base. Con questo schema si spiega tutta la cartografia antica. La prima notevole differenza che si nota è che tutta la griglia di quadratini è orientata (centrata) su Alessandria d’Egitto. Nella parte inferiore dell’immagine c’è tutta l’Antica Cartografia. Possiamo capire quanto affermato da Marino di Tiro. Possiamo capire tutti i loro meridiani principali e le loro distanze. Se togliamo il Continente Americano e stiriamo le terre, tanto da portare l’Asia di fronte all’Europa, possiamo capirLi.
Nessuno era in grado di andare in giro per il mondo e cartografare interi continenti. Questa è una favola. L’emisfero australe poi… sorvoliamo. Posso affermare che i nostri antenati ci hanno lasciato delle carte e gli strumenti per assemblarle. Magari ci ritroviamo con terre sbagliate di 180°. Terre completamente fuori scala. Si trovano le isole giapponesi scambiate con le Grandi Antille. Pezzi dell’Australia formeranno la grande isola della Vera Crux (il mitico Nuovo Mondo). Per iniziare questa ricerca, però, bisogna partire dalla terza immagine.

                    

Siamo di fronte ad una moderna Proiezione Omalografica discontinua (spero di non sbagliare). Da questa proiezione si ricavano la griglia dei quadratini, l’Equatore, i Tropici, i  C.Polari e Poli. Da qui possiamo passare all’analisi delle carte in formato ridotto nelle scale diverse. Da qui si capirà chi erano i Veri Cartografi e chi sapeva, solo, disegnare (copiando malamente). Tutto questo è vero ma…. è tanto, tanto, noioso. Bisogna cominciare a disegnare quella ragnatela di linee per capirli.

Rolando Berretta

mercoledì 20 marzo 2013

Meridiano 0 sul Gennargentu I PARTE

Pubblichiamo l’articolo scritto da Rolando Berretta ringraziandolo per il contributo.





Vorrei segnalare una cosa che incuriosisce.
Pietro Vesconte, un genovese che lavorò a Venezia, nel 1.318 ci ha lasciato una CHARTA che ha una piccolissima particolarità: è centrata sul Gennargentu e riporta una porzione precisa del Mediterraneo. Veramente di carte strane ne circolavano diverse; nulla che vedere con Tolomeo o con i ricordi degli arabi. Ho preso spunto dal Planisfero Castiglioni del 1525 che è sviluppato su di una griglia di 80 settori sull’asse est/ovest e 40 settori sull’asse nord/sud per fare alcune verifiche. Il Planisfero Castiglioni è stato realizzato sicuramente a Firenze ma la critica moderna lo attribuisce all’Iberico (portoghese con cittadinanza spagnola) Diego Ribeiro o Diogo De Ribeiro.
Altro spunto l’ho preso da un altro Planisfero realizzato dal fiorentino Giovanni Vespucci: Cuba è attraversata dal Tropico. Ricordo solo che Giovanni ereditò tutto il materiale scientifico dallo zio Amerigo Vespucci. Mettendo insieme le diverse segnalazioni fiorentine ho realizzato un Planisfero suddiviso in una griglia di meridiani e paralleli da 4,50 gradi a settore. Ricordo che i settori sono 80 sull’asse est/ovest e 40 sull’asse nord/sud. Attenzione: i Tropici cadono a 22,50 gradi (22°30’) mentre i Circoli Polari cadono a 67,50 gradi (67°30’) come dire che viene rappresentata la TERRA quando presentava la minima inclinazione dell’asse terrestre. Non dico a che periodo risale una simile inclinazione. Ricordo solo che Eratostene segnalò il Tropico a 24° ed un’ombra, ad Alessandria, di 7,20 gradi (7°12’) misure perfette per il 2.700 a.C. non sicuramente per il suo tempo. Ai suoi tempi il Tropico era spostato ed, ad Alessandria, avremmo avuto un’ombra con diversa inclinazione. I valori di Eratostene andavano bene quando la Terra era quasi con la massima inclinazione dell’asse. Ognuno faccia i suoi calcoli. L’unica differenza riscontrata tra il mio planisfero e quello di Castiglioni consiste nel fatto che i Circoli Polari, nella Castiglioni, cadono a 9 settori dal Tropico e a 6 dal Polo. Nella mia ricostruzione i Circoli Polari cadono a 10 settori dai Tropici e a 5 settori dai Poli. Tutto questo per dire che, per una curiosissima coincidenza, il meridiano ZERO cadeva sul Gennargentu. La Terra era divisa nella parte destra con tutta l’Asia mentre nella parte sinistra c’è solo l’America. Che stranissima combinazione.
Concludo segnalando che i profili costieri sono stati ripresi da una modernissima proiezione satellitare: è perfetta.  La Charta di Pietro Vesconte, del 1.318, non sembra molto diversa.
Concludo con una Formella presa dal Campanile di Giotto; sempre a Firenze.
In questa formella c’è lo stesso Quadrante della CASTIGLIONI.


Fu un certo Toscanelli (sempre di Firenze) a dire a Colombo che, per raggiungere il Paese delle Spezie andando ad Ovest, doveva percorrere 26 settori da 250 miglia partendo da Lisbona. Quel parallelo, quello di Lisbona, se lo dividiamo in 80 parti, ci restituirà 250 miglia a settore. Calcolo facilissimo e precisissimo. Secondo me, a Firenze, ne sapevano TROPPE. Anche Dante ci ricordò della Croce del Sud.


Rolando Berretta