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giovedì 18 aprile 2013

CARTOGRAFIA ANTICA - CARTOGRAFIA FIORENTINA


Pubblichiamo un altro interessante contributo di Rolando Berretta che ci segnala alcune curiosità che ha riscontrato durante i suoi interessanti studi sulla cartografia antica.



Ci sarebbero due planisferi realizzati dal portoghese, con cittadinanza spagnola dal 1519, Diego Ribero.


Piccola premessa. Rientrato Colombo dal primo viaggiò, fu còmpito di Papa Alessandro VI dividere le terre da evangelizzare assegnando, sia alla Spagna che al Portogallo, la propria zona. Fu indicato il  meridiano che cadeva a 100 leghe dalle Isole del Capo Verde. Per evitare lo scoppio di una guerra le due potenze si accordarono nel 1494, a Tordesillas, e si aggiunsero altre 270 leghe ai territori  portoghesi. Quel meridiano, in tutte le carte, viene indicato come RAYA. Nel 1524 le due potenze si ritrovarono, con la conferenza di Badajoz, al tavolo delle trattative per stabilire dove dovesse cadere l’antimeridiano, la mitica Linea delle Spezie. Non si accordarono.
Diciamo subito che, in quel tempo, era Papa Clemente VII: quello del Sacco di Roma ed era il fiorentino Giulio di Giuliano de Medici.
Il Planisfero Castiglioni ha una sua storia.
Baldassarre Castiglioni, uomo di notevole cultura rinascimentale, nel 1520 si fa prete. Nel 1527 lo troviamo come Nunzio Apostolico alla corte di Carlo V. Al suo rientro a Roma, nello stesso anno, ebbe una bella lavata di capo dal Papa. Erano arrivati i Lanzichenecchi e lui non si era accorto di nulla. Quella carta, che si era portato dietro. era un dono di Carlo V; e non era la sola. Anche il Cardinale Salviati ne aveva portata un’altra.   E qui, cari Storici, dovreste spiegarci alcune cosette:
Carlo V, mentre organizzava la spedizione contro il Papa, si preoccupava di mandargli carte? Ufficialmente la Carta Castiglioni dovrebbe essere opera del grande cartografo Diego Ribero perché, nel 1529, ne aveva realizzata una identica. Se avesse controllato, e capito, quello che stava copiando credo che Ribero non avrebbe riportato alcuni particolari che solo un Fiorentino poteva aver inserito. Un Fiorentino che lavorava per Carlo V. Faccio un nome a caso: Giovanni Vespucci.
Basta uno sguardo alla posizione delle bandierine di demarcazione, nelle diverse carte, per capire che l’autore è diverso. Intuisco che il Papa aveva mandato un Planisfero in Spagna nel quale si doveva aggiornare la toponomastica. C’era già, sicuramente, la configurazione delle terre scoperte e segnalate dai vari ordini religiosi. Tanto sprovveduti non erano i nostri evangelizzatori.  Diego Ribero ha dato una mano ad aggiornare la toponomastica sicuramente; c’è anche la sua grafia nel Planisfero Castiglioni. Di contro l’ha copiato papale, papale, è ha creato il Suo planisfero. Gli sono sfuggiti alcuni particolari che indicavano, come città di provenienza, nell’altro planisfero, Firenze. E, poi, ha voluto fare il furbo per il Portogallo a scàpito della Spagna. (Memorizziamo che la Raya cade a 370 leghe dalle Isole del Capo Verde: è importante. Per capire tutto ciò bisogna cominciare a vedere i due schemi geometrici nei singoli planisferi.


L’Atlante Castiglioni è stato impostato affiancando due quadrati da 40 x 40. Abbiamo una griglia da 80 unità sull’asse est/oves e di 40 sull’asse nord/sud. Ricordiamoci di esaltare quelle linee che cadono a 6(sei) unità dai lati esterni e 6(sei) unità dal centro. I nodi (bussole minori per gli addetti) cadono, anche, sui Circoli Polari. E’ sin troppo facile realizzarlo. Sull’emisfero di sinistra c’è un bellissimo goniometro. Si consiglia di procurarsi il Planisfero Castiglioni e la carta di Ribero (o Ribeiro o de Riveiro o de Riveira) in alta definizione. Sono veri capolavori di grafica. Il centro del goniometro, sulla sinistra, indica il meridiano posto a 135° dalla Grande Canaria. Sul quel meridiano si dovrà inserire, in futuro, la costa dell’Asia.  Marino di Tiro aveva detto che la distanza tra la Grande Canaria e la fine del -paese della seta- era di 225°. Nei 135° di oceano sta prendendo forma un Nuovo Continente come segnalato da Amerigo Vespucci; altro che un paio di isole come aveva scritto Toscanelli. Verso il 1550 su quel meridiano si scontreranno la masse dell’America e dell’Asia; 135° corrispondono a 27 settori da 5° ciascuno.
Analizziamo lo schema di Ribero.
Sull’asse est/ovest ha uno schema impostato sulle 80 unità; identico alla Castiglioni.
Sull’asse nord/sud sono 42 unità. Troppo furbo. Con due quadrati da 42, affiancati e sovrapposti sulla Raya, ha permesso che i due centri si avvicinassero tra loro.


  
  
Ad un confronto diretto ci si rende conto che i profili sono identici ma manca un settore di Oceano. Ho notato che, nelle carte del periodo, quelle di ispirazione tolemaica, le Isole del Capo Verde e le Azzorre sono poste sullo stesso meridiano. Su una carta moderna, sempre da 80 meridiani sull'asse est/ovest, le Azzorre sono spostate a ovest di un settore. 
Ribero ha portato le Isole di Capo Verde sul meridiano delle Azzorre trascinandosi dietro la massa dell’Africa.  Se la Raya cade a 370 leghe dalle Isole del Capo Verde qualcuno ha fatto qualcosa di poco chiaro togliendo un settore di Oceano. Per non dare troppo nell’occhio, nel settore destro, ha realizzato un ovale. La parte sinistra è perfettamente sferica.
Ripeto: era il periodo che le due potenze avevano cercato di tracciare l’antimeridiano della Raya. Si consiglia di memorizzare, con la massima attenzione, quali terre sono attraversate dal meridiano delle Spezie. Giappone e Australia prima di tutto. Siamo a 133° 30’ est.
Quanta storia è stata scritta a causa di quei due meridiani. Meridiani che già erano evidenziati sulle carte.

     
Anche l’ammiraglio/cartografo Piri Reis, frugando nei nostri conventi, ha trovato qualcosa. Un pezzetto di Giappone ben allineato sull’isola di Shikoku.

 A Genova ne avevano, in abbondanza, di pezzi delle terre poste a 133° 30’ est.

Nicolò Caveri – Genova 1504


Credo che qualcuno abbia confuso l’Isola della Vera Croce ( Vera Crux) con l’isola della Croce del Sud.  C’è anche la Tasmania nella Carta di Caveri.

Ricorderei che in Venezuela, subito dopo la penisola del Parias, c’è il Delta dell’Orinoco. In queste carte rinascimentali ci sono due penisole. 

Della Cantino ne parlerò a parte come, a parte, illustrerò altri particolari –curiosi- della Castiglioni.

La carta Castiglioni ha delle sorprese da mostrarci; iniziamo dai gradi riportati.
Il discorso si può semplificare con i tropici a 24 gradi e i circoli polari a 66 gradi. 24+66=90

Una volta evidenziati i loro gradi si esegue la prima verifica su Alessandria d’Egitto. 


Una bella torsione all'intero Mediterraneo e hanno sistemato Alessandria. Decisamente era troppo a nord.  

Ritorniamo ai due autori diversi


Mentre nella Castiglioni le terre asiatiche si incontrerebbero a 135°, pari a 27 settori da 5 gradi, nella Ribero, da Lisbona alle terre asiatiche, sono esatti 26 settori. Fino alla nobilissima città di Quinsay avevano scritto … per il Toscanelli. Che tutto poteva sapere meno che fosse dritta davanti a Lisbona.  Ribero aveva grandi amici, a corte, del tipo Ferdinando Colombo e il Las Casas. 26 settori da 250 miglia romane. 
Non sanno, però, degli 80 settori complessivi su quel parallelo.  Dei quadranti per mancini ho già parlato precedentemente.

Ne veniva raffigurato uno a Firenze. Un primo indizio importante.




Forse un confronto diretto permette di capire, meglio, le due impostazioni diverse.

Si è tentata una verifica ulteriore facendo ricorso ai ricordi scolastici. E’ stato notato che, alla base delle loro carte, c’è una Terra sferica con diametro da 26 unità. Quasi tutti i cartografi della prima metà del 1500 hanno impostato diversi giri di compasso da 26 partendo da uno schema base da34. Nella Castiglioni si notano due quadrati da 40 x 40. Nella Ribero sono due quadrati da 42 x 42.
Se si calcola la circonferenza di una sfera, con diametro 26, si ottiene una misura di 81,64. Questa misura dovrebbe equivalere alla vista in piano dei 360°. Mezza circonferenza vale 40,82 pari a un singolo emisfero di 180° x 180°. I valori ottenuti sono prossimi alle due griglie ma le bandierine di demarcazione sono messe con un altro tipo di calcolo. Se le bandierine fossero state piazzate alla fine dei due quadrati, a 40 unità dalla Raya, si poteva affermare che dietro c’era una proiezione della sfera. 76 unità dimostrano che hanno sommato le 5 unità dei tropici alle 14 dei circoli polari.
Per loro, le 19 unità, equivalgono a 90°. 38 unità sono 180° e 76 unità sono 360°.
Passiamo all'isola dello YUCATAN.

Nella Castiglioni, e nelle altre coeve, per un paio di decenni compare l’INSULA YUCATAN.  Come si fa a raffigurare lo Yucatan, la terra dei Maya, come un’isola ?
Grazie a Colombo che riporta le grandi isole di Giovanna e Isabella come quinta e quarta delle migliaia delle isole da lui scoperte.  Gli Storici hanno fatto delle due isole un’isola unica. Ma qual è la INSULA IV CATAI ?? quella che manca all'appello ???

Fatti un paio di controlli con le carte dell’epoca… si scopre l’arcano. L’isola dello Yucatan altri non è che l’ Ultima Antilla.  Un'altra carta sbagliata di 180° esatti. (Dopo le isole del Giappone e dell’Australia).  
Lo Sri Lanka, la mitica Taprobana, non sanno proprio  dove collocarla.

Ha avuto anche una collocazione più nobile: raffigurerà, pure, la mitica ATLANTIDE.


Dopo l’isola dello YUCATAN passo ad illustrare la data di compilazione delle carte. A questo punto le persone di buon senso tirano un sospiro e ti guardano con tanta commiserazione.
Se avete osservato bene le due carte avete visto due goniometri. Due capolavori. Sull’anello esterno dei due lavori è raffigurato lo zodiaco: 12 segni zodiacali sviluppati su 360 gradi.
Diego Ribero ha assegnato 30 gradi a ciascuno dei dodici segni zodiacali; è giusto.
Nella Castiglioni ci sono gli stessi segni zodiacali (quelli sono). Sulla linea dell’Equatore c’è l’Ariete. Siamo al 55 a.C. Il goniometro ha un giro completo di 360 gradi. Lo zero non è sull’Equatore e neanche alla fine dei Pesci dove sarebbe indicata la data del 1500 d.C. che sarebbe l’indicazione cronologica della data della realizzazione. Lo ZERO è posto in un’altra posizione.
Questa è la data della prima compilazione delle carte. Stesso sistema usato nello Zodiaco di Dendera.  Quando nella piana di Gyza si costruivano le Piramidi, quando vicino alle Piramidi si poteva piantare un bastone ed ottenere un ombra di 6 gradi al solstizio d’estate, con il tropico a 24°, in quel periodo c’era qualcuno in grado di raffigurare il cielo raffigurato a Dendera e sapeva fare carte geografiche. La spiegazione non chiedetela al Sottoscritto. Andate dagli STORICI, quelli che si definiscono Accademici e chiedetela a loro. Credo che queste siano prove alle quali dovrebbero prestare più attenzione.  Ritorniamo alle carte e prestiamo attenzione ai due astrolabi riportati in basso sulla parte destra.

Qui c’è la prova definitiva che il Planisfero Castiglioni è stato realizzato a Firenze.
Mentre Diego Ribero indica un generico 45 gradi che non significa assolutamente nulla..
Nessuna località della Penisola Iberica arriva a quella latitudine nord; a 45°.
Nella Castiglioni c’è riportata, oltre alla data di compilazione, LA LATITUDINE NORD della città di Firenze.
Non si può affermare che il Planisfero Castiglioni e quello di Ribeiro sono dello stesso autore. 
Nel 1804…   Dessalines ne divenne il primo presidente. Saint-Domingue venne dunque ribattezzata HAITI in ossequio alla popolazione degli arauachi, i quali chiamavano l'isola Ayiti.  ( E’ scritto nella Lettera al Soderini: Vespucci disse di aver toccato l’isola di ITI ). Nel planisfero di Ribeiro, del 1529, l’isola di Hispagnola non c’è. C’è l’isola di Haiti. Cosa pensare?


Rolando Berretta

sabato 23 marzo 2013

Meridiano 0 sul Gennargentu III PARTE


Pubblichiamo la terza parte del gentile contributo di Rolando Berretta.


Passiamo all’esecuzione della parte più noiosa. Dobbiamo tracciare la ragnatela. Impostiamo una griglia di 34 x 34 settori (quadratini). Consiglio di raddoppiarli per le future scale minori.



Tracciamo, aiutandoci con la griglia sottostante, la croce centrale e quella sulle diagonali. Tracciamo il rombo che tocca il centro dei lati del quadrato da 34. Passate esattamente al centro dei singoli quadratini o lungo le singole linee degli stessi. Tracciate le rette che delimitano il settore da 26 e 24 unità. Tracciate le rette a 5 settori dal centro e vi ritrovate con tutto il lavoro impostato. Consiglio di evidenziare in rosso le linee dell’Equatore e dei Tropici. In azzurro le altre. I colori sono essenziali per evidenziare alcuni schemi che presentano una diversa inclinazione rispetto all’Equatore e ai Tropici. (Detto in parole misere: cercate di ricopiare bene lo schema proposto.)
Ci ritroviamo con 12 bussole minori (così vengono chiamate; io li chiamo nodi. Nel senso di incroci di linee. Per me sono 12 nodi.)  Come si procede per inserire le altre linee e i 4 nodi mancanti? C’è un trucco. Dai dodici nodi e dal centro tracciate delle rette che scalano di un quadretto ogni cinque.
Sia in verticale che in orizzontale. Controllate bene il lavoro. Si deve andare con una diagonale che salta una unità dopo cinque unità.




Se usate i colori verde e arancione apprezzerete meglio la precisione del lavoro. Questo schema, a base 34 con giro di compasso da 26 l’ho ribattezzato RoBer. Sono modesto. Reis, Vesconte Maggiolo, Nicolò Caveri e Battista Agnese usano schemi con giri di compasso da 26. Anche Juan de la Cosa ha usato, male, schemi da 26. La carta Cantino usa uno schema da 34 con una variante;
si vedranno poi. Adesso passiamo alle scale minori. Uno schema, con giro di compasso da 26, ne origina un altro, che ho chiamato secondario, che misura 13 unità.




Il secondario da 13 cade esattamente al centro di quello da 26. Aiutatevi con l’immagine per capirlo. Il giro di compasso da 13 va misurato sugli spigoli del quadrato da 13  non sulla croce centrale. Ho inserito una parte dell’Atlante Catalano del 1370 per spiegare come si presenta il suo schema che vale 13 rispetto a un primario da 26.  Ho inserito anche la Carta di Grazioso Benincasa che ha utilizzato un secondario da 13, ha utilizzato i 9 settori (tropico circolo polare) per ricavare il suo schema che è un vero capolavoro. Posso usare scale diverse ma il Mediterraneo presenterà sempre la stessa grandezza ( diamolo per buono per adesso!). Tutto qui. Con l’ausilio dei quadratini si capisce qualcosa. Chi predica l’uso del compasso, ancora, deve venirne a capo.
Tutto ciò si apprezzerà meglio analizzando le singole carte. Termino con l’ultima immagine. Tutte le carte riportano il parallelo di Alessandria (evidenziato in verde) Ha una quarta di vento di differenza rispetto alla linea dell’Equatore e del Tropico. Una quarta di vento vale 11° 15’ o 11,25 gradi. Se osservate gli altri schemi si nota subito quella linea inclinata, in verde, che sfiora Alessandria d’Egitto. Quella linea dimostra, senza ulteriori commenti, i problemi che ebbe Colombo con la BUSSOLA. Arrivò a un certo punto, sul meridiano dei sargassi, e la sua bussola ebbe uno scarto, ad est, di una quarta di vento….  (credo che non sapesse leggere le carte).



Ho fatto tutti i controlli. Il quadrato secondario da 13 tocca il 30° parallelo nord e quello sud. Alessandria è posta a 31° 12’ (Eratostene lo sapeva bene) . Io trovo un incrocio sopra la piana di Gyza e non su Alessandria. Alessandria è sul mare.
Rifletteteci sopra.

Rolando Berretta

venerdì 22 marzo 2013

Meridiano 0 sul Gennargentu II PARTE



Pubblichiamo la seconda parte dell’articolo scritto da Rolando Berretta ringraziandolo nuovamente per il contributo.

Questa materia ha una particolarità: non è studiata da nessun Organismo Ufficiale. Tutti ne parlano a livello personale. Chi scrive, dopo tanti anni, ha capito che i COMPASSI non c’entrano assolutamente nulla; meglio i settori o quadratini. Basta entrare nell’idea che a un giro di compasso corrisponde un quadrato ideale sulla circonferenza. Basta studiare come si incastrano tra loro i vari quadrati ed il gioco è fatto. CUM PASSUM DA NAVEGARE si traduce con DISTANZE per la NAVIGAZIONE: i compassi bucano la charta.
Ci eravamo lasciati con uno schema di 80 x40 settori (ideale) ma avevo fatto notare che c’era qualcosa di diverso tra questo schema e l’Atlante Castiglioni che l’utilizza. Allego un’immagine a dimostrazione.
                                   

Nella Castiglioni si notano 5 settori tra l’Equatore e il Tropico. 9 settori tra i Tropici e i Circoli Polari. Come dire che tra l’Equatore e i Circoli Polari ci sono 14 settori. Se si hanno le idee chiare riguardo l’inclinazione della Terra (e l’avevano) si sa che la distanza tra il Polo e il Circolo Polare e identica alla distanza che c’è tra l’Equatore e il Tropico. La terra è una SFERA; non si può sbagliare. Quant’è la distanza tra l’Equatore e il Tropico? cinque settori. Quant’è la distanza tra l’Equatore e i C.Polari? quattordici settori. Perfetto. Basta sommare ai 14 settori i 5 che dovrebbero essere, anche, i rimanenti settori tra i C.Polari e i Poli. Ottengo un totale di 19 (diciannove) settori tra Equatore e Polo. 19 settori corrispondono a 90 gradi. Allora 38 settori (19+19) corrispondono a 180° e 76 settori (38+38) corrispondono a 360°. A questo punto si cerca il primo meridiano fondamentale, la mitica Raya, e si piantano le due Bandiere. Poi, a 38 settori a est si pianta la bandierina del Portogallo. A 38 settori a ovest si pianta la bandierina della Castiglia. Hanno trovato anche l’antimeridiano e si sono spartiti il mondo. Poi, con tanta pazienza, hanno messo i singoli gradi. Oggi, con il senno del poi, posso affermare che il C.Polare messo a 9 (nove) settori dal Tropico ha tutt’altra origine.  
                     


Nella parte superiore dell’immagine, a sinistra, c’è lo schema (griglia) della Castiglioni. Sulla destra, a parità di settori, a parità di Equatore, di Tropici e C.Polari c’è un diverso Polo che cade a tre (3) settori dai Circoli Polari. Tra Polo e Polo ci sono 34 settori. Su di una griglia di 34 x 34 settori si ottiene un giro di compasso da 26 (ventisei unità). Quello è lo Schema Base. Con questo schema si spiega tutta la cartografia antica. La prima notevole differenza che si nota è che tutta la griglia di quadratini è orientata (centrata) su Alessandria d’Egitto. Nella parte inferiore dell’immagine c’è tutta l’Antica Cartografia. Possiamo capire quanto affermato da Marino di Tiro. Possiamo capire tutti i loro meridiani principali e le loro distanze. Se togliamo il Continente Americano e stiriamo le terre, tanto da portare l’Asia di fronte all’Europa, possiamo capirLi.
Nessuno era in grado di andare in giro per il mondo e cartografare interi continenti. Questa è una favola. L’emisfero australe poi… sorvoliamo. Posso affermare che i nostri antenati ci hanno lasciato delle carte e gli strumenti per assemblarle. Magari ci ritroviamo con terre sbagliate di 180°. Terre completamente fuori scala. Si trovano le isole giapponesi scambiate con le Grandi Antille. Pezzi dell’Australia formeranno la grande isola della Vera Crux (il mitico Nuovo Mondo). Per iniziare questa ricerca, però, bisogna partire dalla terza immagine.

                    

Siamo di fronte ad una moderna Proiezione Omalografica discontinua (spero di non sbagliare). Da questa proiezione si ricavano la griglia dei quadratini, l’Equatore, i Tropici, i  C.Polari e Poli. Da qui possiamo passare all’analisi delle carte in formato ridotto nelle scale diverse. Da qui si capirà chi erano i Veri Cartografi e chi sapeva, solo, disegnare (copiando malamente). Tutto questo è vero ma…. è tanto, tanto, noioso. Bisogna cominciare a disegnare quella ragnatela di linee per capirli.

Rolando Berretta

mercoledì 20 marzo 2013

Meridiano 0 sul Gennargentu I PARTE

Pubblichiamo l’articolo scritto da Rolando Berretta ringraziandolo per il contributo.





Vorrei segnalare una cosa che incuriosisce.
Pietro Vesconte, un genovese che lavorò a Venezia, nel 1.318 ci ha lasciato una CHARTA che ha una piccolissima particolarità: è centrata sul Gennargentu e riporta una porzione precisa del Mediterraneo. Veramente di carte strane ne circolavano diverse; nulla che vedere con Tolomeo o con i ricordi degli arabi. Ho preso spunto dal Planisfero Castiglioni del 1525 che è sviluppato su di una griglia di 80 settori sull’asse est/ovest e 40 settori sull’asse nord/sud per fare alcune verifiche. Il Planisfero Castiglioni è stato realizzato sicuramente a Firenze ma la critica moderna lo attribuisce all’Iberico (portoghese con cittadinanza spagnola) Diego Ribeiro o Diogo De Ribeiro.
Altro spunto l’ho preso da un altro Planisfero realizzato dal fiorentino Giovanni Vespucci: Cuba è attraversata dal Tropico. Ricordo solo che Giovanni ereditò tutto il materiale scientifico dallo zio Amerigo Vespucci. Mettendo insieme le diverse segnalazioni fiorentine ho realizzato un Planisfero suddiviso in una griglia di meridiani e paralleli da 4,50 gradi a settore. Ricordo che i settori sono 80 sull’asse est/ovest e 40 sull’asse nord/sud. Attenzione: i Tropici cadono a 22,50 gradi (22°30’) mentre i Circoli Polari cadono a 67,50 gradi (67°30’) come dire che viene rappresentata la TERRA quando presentava la minima inclinazione dell’asse terrestre. Non dico a che periodo risale una simile inclinazione. Ricordo solo che Eratostene segnalò il Tropico a 24° ed un’ombra, ad Alessandria, di 7,20 gradi (7°12’) misure perfette per il 2.700 a.C. non sicuramente per il suo tempo. Ai suoi tempi il Tropico era spostato ed, ad Alessandria, avremmo avuto un’ombra con diversa inclinazione. I valori di Eratostene andavano bene quando la Terra era quasi con la massima inclinazione dell’asse. Ognuno faccia i suoi calcoli. L’unica differenza riscontrata tra il mio planisfero e quello di Castiglioni consiste nel fatto che i Circoli Polari, nella Castiglioni, cadono a 9 settori dal Tropico e a 6 dal Polo. Nella mia ricostruzione i Circoli Polari cadono a 10 settori dai Tropici e a 5 settori dai Poli. Tutto questo per dire che, per una curiosissima coincidenza, il meridiano ZERO cadeva sul Gennargentu. La Terra era divisa nella parte destra con tutta l’Asia mentre nella parte sinistra c’è solo l’America. Che stranissima combinazione.
Concludo segnalando che i profili costieri sono stati ripresi da una modernissima proiezione satellitare: è perfetta.  La Charta di Pietro Vesconte, del 1.318, non sembra molto diversa.
Concludo con una Formella presa dal Campanile di Giotto; sempre a Firenze.
In questa formella c’è lo stesso Quadrante della CASTIGLIONI.


Fu un certo Toscanelli (sempre di Firenze) a dire a Colombo che, per raggiungere il Paese delle Spezie andando ad Ovest, doveva percorrere 26 settori da 250 miglia partendo da Lisbona. Quel parallelo, quello di Lisbona, se lo dividiamo in 80 parti, ci restituirà 250 miglia a settore. Calcolo facilissimo e precisissimo. Secondo me, a Firenze, ne sapevano TROPPE. Anche Dante ci ricordò della Croce del Sud.


Rolando Berretta

lunedì 18 febbraio 2013

Strabone e la Sardegna



Intanto, chi era Strabone?
Eclettico, storico, politico, letterato, nato ad Amasea nel Ponto, nel 64 a.C. e vissuto a Roma.
La sua opera principale, cui lavorò per tutta la vita, è conosciuta come Geografia. Quest'opera comprende 17 libri e tra questi i libri V e VI sono dedicati all'Italia. Geografia è un'opera monumentale, che comprende la descrizione dei luoghi ma anche molte informazioni storiche e mitologiche. Per esempio, buona parte del libro V Capitolo 1 è dedicato ai Pelasgi, popolazione mitica che pare si sia spostata per tutto il mediterraneo. 
Ora voglio evitare di annoiarvi e parlarvi della parte che oggi più mi interessa, la Sardegna e per farlo vi leggerà alcuni passi del libro V, capitolo 2, paragrafo 7 che inizia descrivendo l'isola di Corsica e i suoi abitanti per poi passare alla Sardegna:
"la lunghezza della Sardegna è invece di 220 miglia, la larghezza di 98 miglia."
Queste le dimensioni attribuite all'isola. Strabone aggiunge che per alcuni autori il perimetro della Sardegna sarebbe di circa 4000 stadi, dove lo stadio era una unità di misura che valeva circa 178 metri; dunque la Sardegna aveva un perimetro di circa 712 km, molto meno di quanto sia attualmente. Sembra infatti che le misure in miglia di Strabone siano più vicine a quelle attuali di quelle riferite da altri autori. Ma proseguiamo.
Strabone racconta che la maggior parte della Sardegna era rocciosa e non del tutto pacificata. Possedeva molta terra fertile di ogni prodotto e in particolare di grano. Inoltre vi si trovavano molte città fra cui le più importanti erano "Caralis e Sulci", ovvero Cagliari e Sant'Antioco. Dice Strabone che:
"alla bontà dei luoghi fa riscontro una grande insalubrità"
essendo l'isola malsana in estate in particolare nelle regioni più fertili. Forse facendo riferimento alla presenza di paludi e probabilmente delle malattie dovute alle zanzare, come la malaria.
"queste stesse regioni sono continuamente saccheggiate dagli abitanti delle montagne che si chiamano Diagesbei, mentre una volta erano chiamati Iolei".
Ecco che Strabone riporta in sintesi la stessa origine mitica degli Iolei che potete trovare in Pausania e di cui ho già parlato.
"Si dice infatti che Iolao, conducendo alcuni dei figli di Eracle, venne qui e che essi abitarono insieme ai barbari che occupavano l'isola: costoro erano Tirreni (ovvero Etrusci o Tusci come li chiama lo stesso Strabone qualche pagina prima), ma poi il dominio passò ai Fenici provenienti da Cartagine insieme ai quali combatterono contro i Romani. Sconfitti, tutto passò sotto il dominio Romano."
Riassumendo, Iolao arrivo in Sardegna e la trovò abitata da Tirreni (Etruschi), convivette con essi fino all'arrivo dei fenici che conquistarono l'isola che poi venne conquistata dai Romani.
Strabone aggiunge qualche notizia dei popoli presenti:
"ci sono quattro tribù delle montagne:  i Parati, i Sossinati, i Balari e gli Aconiti, che abitano tutti nelle caverne e se possiedono delle terre seminabili non si preoccupano di farlo ma depredano i prodotti di quelli che lavorano, sia di quanti abitano li, sia navigando, di quanti abitano sul continente antistante, in particolare i Pisati"
Sembra dunque che queste tribù selvaggie esercitassero una qualche forma di pirateria raggiungendo il continente per depredare. Strabone racconta che l'impresa di conquistare la Sardegna da parte dei Romani non è ancora completa e che gli strateghi inviati da Roma usano assalire gli isolani quando si riuniscono per festeggiare dopo aver fatto qualche grosso colpo.
"La Sardegna produce dei montoni che hanno peli di capra invece che lana, chiamati musmoni, con le cui pelli fanno corazze. Inoltre fanno uso di un piccolo scudo e di una piccola spada"
I musmoni sono i mufloni, come potete ben immaginare.
Le ultime informazioni sono relative alla distanza tra Sardegna e Libia (ovvero l'Africa) che secondo il Corografo è di 300 miglia e tra la Sardegna e le coste italiane, Strabone infatti afferma di aver visto lui stesso l'isola dall'alto delle montagne sulle coste del continente italiano. 
Ora vi lascio, sperando di avervi dato delle notizie interessanti.

Alessandro Giovanni Paolo Rugolo

Fonte: http://tuttologi-accademia.blogspot.it/2013/02/strabone-e-la-sardegna.html


martedì 12 febbraio 2013

TOMBE DEI GIGANTI (PRESENTAZIONE+VIDEO)




Le tombe di giganti sono monumenti sepolcrali collettivi in cui venivano deposti i morti di tutto il villaggio, forse dopo 
essere stati ridotti allo scheletro. La forma forma tipica di queste sepolture è quella della testa taurina, simbolo sacro dello stato di divinità che, insieme alla Dea Madre, proteggeva i morti nel loro cammino nell'oltretomba. 
Oltre che per onorare la memoria degli avi, i nuragici si recavano nelle tombe anche per la cerimonia della incubazione, durante la quale  il credente pregava e dormiva per parecchi giorni affinché durante il sonno i morti gli dessero  consigli e lo liberassero dagli incubi che lo assillavano.
Vi proponiamo questo video dove sono presentate alcune meravigliose tombe da noi visitate.
Buona visione


Fabrizio e Giovanna

mercoledì 30 gennaio 2013

Ajò a is cantoris




Venerdì 8 febbraio 2013 alle h 18.00 in via Piccioni 94 a Cagliari i Cantori di San Giovanni del rione Villanova saranno lieti di ricevere nuovi amici disposti ad unirsi al loro coro.
Sarà  una chiacchierata in allegria tra amici durante la quale i Cantori illustreranno la loro attività attraverso le loro preziose testimonianze  e la proiezione di brevi filmati.
Siete tutti invitati a partecipare.

martedì 8 gennaio 2013

La chiesa di Santa Croce a Ittireddu




Il piccolo centro di Ittireddu, nel Meilogu, a breve distanza da Ozieri, si trova al centro di un territorio ricchissimo di testimonianze del passato. I numerosi siti archeologici e i monumenti di epoca medioevale documentano le diverse epoche storiche, dal neolitico recente all’epoca romanica, con strutture architettoniche di notevole interesse.
Per quanto riguarda l’epoca medioevale si segnalano, in particolare, le chiese di Santa Croce e di Sant’Elena (quest’ultima allo stato di rudere), di età bizantina, e la chiesa di San Giacomo, che conserva strutture romaniche inquadrabili nel XIII secolo.
L’edificio senza dubbio più interessante è la chiesa di Santa Croce, che sorge isolata in una piccola piazza nel centro storico del paese, di cui potrebbe essere stata l’antica parrocchiale.

Ben conservata, la piccola chiesa presenta soluzioni strutturali di particolare rilievo e complessità, che pongono non pochi problemi relativamente al loro inquadramento cronologico e alle diverse fasi edilizie che hanno portato all'organismo attualmente visibile. La pianta è a croce latina, orientata, con il braccio est absidato e transetto, più stretto dell’aula, che presenta due piccole absidi anch'esse rivolte a oriente. 

 


Tutti i bracci sono voltati a botte. L’illuminazione interna è assicurata da due finestrelle nelle absidiole minori e da due aperture più ampie (rivolte a nord e a sud) nel tiburio. Una ulteriore luce bifora, oggi occlusa, si apriva al centro del semicilindro dell’abside maggiore. 


Le coperture a botte, all’esterno, sono interamente mascherate con tetti a doppia falda e tegole. La facciata principale è sormontata da un campanile a vela con unica luce a tutto sesto.

La presenza di un transetto con bracci più stretti rispetto alla navata principale crea un vano d’incrocio con inconsueta pianta rettangolare, elemento che non permette l’imposta della canonica cupoletta su base quadrata e con trombe angolari, visibile in altri edifici bizantini cruciformi della Sardegna; all’incrocio tra navata e transetto si innalza, pertanto, un tiburio su base rettangolare con copertura a botte trasversale all’aula e in asse con quella dei due bracci del transetto.


Quest’ultimo particolare costruttivo, l’icnografia a croce latina e la presenza delle tre absidi sono elementi estremamente rari nel panorama architettonico altomedioevale della Sardegna, almeno allo stato attuale delle conoscenze. L’unico parallelismo possibile può essere proposto unicamente con un altro edificio: la piccola chiesa di San Salvatore, oggi inglobata nei moderni quartieri della periferia di Iglesias e recentemente recuperata dopo decenni di incuria e abbandono.


Le due chiese hanno strutture architettoniche pressoché identiche, ma ciò non consente di ipotizzare dei legami storici diretti tra i due edifici, situati in aree geografiche molto distanti tra loro; nonostante ciò, le stringenti analogie formali e le peculiarità costruttive rendono l’indagine di questo fenomeno una questione aperta e ancora ben lontana dall'essere risolta.


 Chiesa di San Salvatore - Iglesias 


La chiesa di Santa Croce, dopo gli ultimi interventi di restauro, che hanno rimosso i pesanti intonaci esterni (l’interno si presenta, invece, totalmente intonacato ad esclusione delle absidi), permette una lettura delle stratigrafie murarie abbastanza agevole: l’esame delle murature ha permesso di formulare alcune ipotesi sulla genesi dell’edificio e sulle ipotetiche fasi di ampliamento successivo.
Il monumento è costruito con cantonetti litici di piccola pezzatura appena sbozzati, con elementi altrettanto grezzi, ma più grandi, posti a rinforzo degli spigoli. 


Alcuni studiosi hanno formulato l’ipotesi di un originario impianto a croce greca con unica abside, a cui poi seguì, in una seconda fase, l’apertura delle due absidiole minori e, infine, un ampliamento ancora successivo verso occidente, con la conseguente realizzazione di una nuova facciata, come testimonierebbe una rottura muraria verticale apprezzabile nel braccio occidentale. L’ipotesi di un edificio nato con icnografia a croce greca e monoabsidato a cui poi si aggiunsero le altre due absidiole non sembrerebbe supportata da riscontri oggettivi, mentre diverso è il discorso per quanto concerne l’ampliamento della chiesa verso occidente, che sarebbe sostenuto da diversi elementi: innanzi tutto i caratteri formali del prospetto principale, che presenta una muratura isodoma in piccoli conci rozzamente squadrati, in cui si apre un portale non architravato con arco ogivale che propone stilemi già volgenti al gotico; i marcati accenni alla bicromia, ottenuta con piccoli conci basaltici, sia nel paramento murario che nell’arco del portale, unitamente alle caratteristiche dell’arco stesso, porterebbero a formulare, per l’ampliamento in oggetto, una datazione al pieno XIII secolo. 


Ulteriore elemento a sostegno di questa ipotesi, emerso dai restauri, sarebbe la presenza di fondazioni robuste nel braccio occidentale a partire dalla cesura muraria suddetta, mentre il resto dell’edificio poggerebbe direttamente sul terreno.
Nonostante le diverse ipotesi e le soluzioni proposte, le argomentazioni qui esposte restano problema aperto, in quanto, come già detto, l’edificio costituisce, per le sue particolarità costruttive, un caso quasi isolato nel panorama dell’architettura altomedioevale sarda, essendo radicalmente differente rispetto alle altre chiese a croce greca con bracci di uguale ampiezza e cupola all’incrocio e non essendo del tutto convincenti (se si esclude la cronologia del prospetto principale) le diverse idee di restituzione planimetrica delle ipotetiche fasi edilizie. 


Inoltre la stretta affinità della chiesa con l’edificio iglesiente sopra ricordato, e che mostra strutture eseguite in apparenza in un’unica fase, complica le cose e impone riflessioni più approfondite, che servirebbero a chiarire la genesi di edifici con queste caratteristiche e i riferimenti culturali, diretti o indiretti, verso altre zone dell’impero bizantino.


L’estrema rozzezza tecnica mostrata nella messa in opera dei paramenti murari suggerisce una esecuzione dell’edificio da parte di maestranze locali incapaci di dominare la tecnica costruttiva, ma che erano perfettamente a conoscenza dei modelli a cui fare riferimento, che, comunque, restano difficili da precisare, se non in modo piuttosto generico.
L’inquadramento cronologico della chiesa di Santa Croce è probabilmente l’elemento che più ha fatto discutere i diversi studiosi che, negli anni, hanno dedicato all’edificio contributi scientifici più o meno ampi. 


Diversamente datata, in modo incerto e ipotetico, dal VI-VII al X-XI secolo, è molto difficile stabilire una cronologia precisa. Qui si sceglie di seguire la recente proposta di datazione all’VIII-IX secolo, alla luce degli ultimi studi di Roberto Coroneo, che ha prospettato un interessante parallelo con altre architetture bizantine dell’area mediterranea e ha ampliato l’orizzonte culturale e artistico a cui fare riferimento, che sembra prendere forma con maggiore precisione e con argomentazioni strutturate e più convincenti. 


Molto interessante l’accostamento alle fasi del primo impianto della chiesa di San Salvatore a Montecchia di Crosara (Verona), che presenta soluzioni del tutto simili. La datazione della chiesa di Santa Croce viene estesa, per le suddette ragioni, anche alla chiesa di San Salvatore di Iglesias.


Nicola S.

Per saperne di più si veda:
R. Coroneo, Arte in Sardegna dal IV alla metà dell’XI secolo, Edizioni AV, Cagliari 2011, con bibliografia precedente.

domenica 23 dicembre 2012

LA BATTAGLIA DELLE TERMOPILI




La battaglia delle Termopili è forse il più famoso degli episodi bellici della storia e delle guerre persiane che videro contrapporsi le Polis greche all'esercito invasore di Serse di Persia.
Le cause della guerra tra greci e persiani  ebbero origine circa 70 anni prima dell’episodio delle Termopili: nel 549 a.C. Ciro il Grande creò l’immenso impero persiano unificando la miriade di tribù che componevano il variegato mondo delle steppe orientali, il suo regno arrivò ad estendersi dall'Indo al Nilo.
Nel 546 a.C. conquistò le colonie greche della Ionia.
Ciro fu un sovrano eccezionalmente  tollerante, le popolazioni assoggettate erano tenute a pagare un tributo al re, ma per tutto il resto avevano la possibilità di mantenere i loro usi, costumi e religione; forse fu questa relativa autonomia che permise la ribellione degli ioni nel 500/499 a.C.
Come abbiamo appena scritto, circa cinquant'anni dopo la conquista di Ciro, sotto il regno del suo successore  Dario, i greci della Ionia si ribellarono al giogo persiano chiedendo e ottenendo l’aiuto della città di Atene.
Grazie all'alleanza della potente città greca gli ioni sterminarono i persiani e distrussero tra le altre la città di sardi ed i suoi templi.
Nell'antichità la distruzione dei templi era considerata una terribile offesa, infatti Dario decise di lavare col sangue l’oltraggio subito dagli ateniesi; si narra infatti che un suo servo avesse il compito di dirgli varie volte nel corso della giornata: “Sire ricordatevi degli ateniesi”.
Nel 490 a.C. una potente flotta persiana si diresse verso l’Attica portando con se migliaia di soldati; gli ateniesi non avevano mai affrontato un esercito così numeroso e ben addestrato, ma nella piana di Maratona gli opliti riuscirono a sconfiggere un nemico che li superava numericamente di almeno tre volte.
Questa cocente sconfitta indusse Dario a non sottovalutare il nemico e lo persuase che la conquista della penisola ellenica necessitava di una seria preparazione, ma non fece in tempo ad attuare il suo progetto, quindi alla sua morte fu suo figlio Serse a portare avanti la vendetta.
Nel 481 a.C. una spia avvertì gli ateniesi dell’imminente invasione e che l’esercito persiano era composto da centinaia di migliaia di guerrieri provenienti da tutte le province dell’impero (Erodoto riferisce trecento miriadi ossia tre milioni, ma è probabile che i persiani fossero circa trecentomila ), fu allora che essi chiesero l’aiuto delle altre Polis e sopratutto di Sparta che all’inizio tergiversò, poi, dopo aver chiesto il consiglio degli Dei al santuario di Delfi, accettarono e mandarono in guerra i famosi 300 opliti.
Di fronte ad un nemico così numeroso ed organizzato le città stato greche decisero di mettere da parte le loro rivalità e costituirono un’alleanza, la Lega Panellenica, alla quale parteciparono quasi tutte le Polis.  
Il numero degli spartani era esiguo sia a causa dell’opposizione da parte del consiglio degli anziani all’invio di un contingente numeroso la cui possibile perdita avrebbe lasciato la città senza difese, sia perchè l’esercito nemico arrivò proprio durante le Feste Carnee durante le quali a nessuno spartiate era consentito combattere.
Il comando delle operazioni militari di terra fu affidato a Leonida, uno dei due re di Sparta, fu appunto lui a recarsi al santuario di Delfi nel quale la Pizia gli diede un tragico vaticinio dicendogli che la sua città sarebbe stata distrutta se non avesse pianto la morte di un suo sovrano discendente di Eracle; Leonida, considerandosi suo discendente, si convinse che fosse necessario il suo sacrificio affinché si avverasse la profezia e  forse fu per questo motivo che si unì all'alleanza con i suoi pochi guerrieri.
Il re lacedemone decise di bloccare l’avanzata dell’invasore alle Termopili, unico passo per la Tessaglia e la Focide largo appena 200 metri, pensava che in uno spazio angusto il numero dei nemici avrebbe contato poco e il valore e la forza dei suoi guerrieri sarebbe stata sufficiente.
Fu proprio in quello stretto passo che circa 6000 greci (tra i quali, oltre ai celebri “300”, ricordiamo i 1000 Tespiesi che restarono al fianco di Leonida fino all'ultimo uomo) attesero l’arrivo del più potente esercito dell’antichità, dopo aver restaurato le mura difensive costruite tempo addietro dai focesi.
Venuto a sapere che i famigerati guerrieri spartani erano alla testa dei difensori, Serse mandò degli ambasciatori per offrire la resa in cambio di favori e ricchezze, ma al loro deciso rifiuto replicò con le minacce dicendo che quando gli arcieri persiani scagliavano le frecce tutti insieme erano in grado di oscurare il cielo, a questo punto il luogotenente di Leonida rispose con la famosa frase: “Vuol dire che combatteremo all'ombra”.
Forse questa frase non fu mai pronunciata, ma sicuramente rende l’idea di quale fosse lo spirito degli spartani, pronti a combattere e a morire per mantenere alto l’onore della loro città.
Re Leonida decise di resistere ad oltranza attendendo rinforzi dagli alleati e si mise alla testa dei suoi uomini nonostante l’età, per l’epoca, avanzata (Leonida aveva circa cinquant'anni).
Serse, convinto di risolvere la battaglia in poche ore, mandò contro i nemici la prima ondata d’assalto, ma i greci, armati pesantemente con corazze di bronzo, elmi, scudi e lunghe lance, dimostrarono la loro superiorità tattica facendo strage degli invasori armati alla leggera e con scudi in vimini.
La superiorità spartana derivava soprattutto dalla tattica a falange, che consisteva in ranghi serrati nei quali ogni combattente difendeva il suo vicino; gli opliti combattevano in linea con diverse file sovrapposte, solo quella avanzata combatteva mentre le altre avevano il compito di spingerla per permetterle di reggere l’urto del nemico, quando la prima fila dava segni di stanchezza veniva sostituita dalla retroguardia consentendo all'avanguardia di poter sempre contare su guerrieri freschi.
L’esercito persiano era imbattibile nei grandi spazi, per l’80% si componeva di fanti e per il restante da cavalleria, quindi in un luogo angusto come il passo delle Termopili, non poteva dispiegare appieno le sue forze.
Il secondo giorno, dopo la disfatta del primo, il re persiano decise di impiegare la sua guardia personale, gli immortali, un contingente di diecimila uomini i cui membri uccisi o feriti gravemente venivano immediatamente sostituiti in modo che il loro numero fosse sempre lo stesso; purtroppo per Serse anche quella giornata si rivelò fallimentare e i cadaveri degli immortali (che di fatto non lo erano per niente) vennero raccolti in enormi mucchi.
Serse, frustrato dagli scarsi risultati ottenuti e non capacitandosi del fatto che un pugno di uomini riuscisse a tenere in scacco il suo potente esercito, intensificò gli attacchi, ma ogni tentativo si infrangeva contro gli scudi degli opliti.
La situazione cambiò radicalmente quando un greco di nome Efialte tradì il suo popolo rivelando ai persiani l’esistenza di un sentiero che conduceva alle spalle dei difensori delle Termopili.
Il passaggio segreto era presidiato da un migliaio di focesi che ai primi scontri col nemico fuggirono lasciando libero il campo.
Leonida venne a sapere che presto sarebbe stato preso tra due fuochi e decise di continuare la lotta tenendo con sé, oltre i suoi uomini, soltanto i tebani, i tespiesi decisero invece di restare volontariamente e si batterono con coraggio fino all'ultimo uomo.
Alcune spie persiane, vedendo gli spartani intenti a pettinarsi i capelli, ungersi il corpo di olio e fare colazione, pensarono ad un eccesso di vanità, non capirono invece che si approntavano a preparare il loro corpo alla morte, in quest’occasione Leonida pronunciò infatti la famosa frase: “Spartani fate una bella colazione, stasera ceneremo tutti insieme all'Inferno!”.
La battaglia finale fu una vera e propria carneficina, i greci, chiusi tra i due contingenti nemici, si batterono fino alla fine con ogni arma a loro disposizione; quando Leonida venne ucciso si scatenò una gara per appropriarsi del suo cadavere, gli spartani riuscirono due volte a sottrarlo agli uomini di Serse, ma alla fine dovettero soccombere sotto la stretta mortale delle armi degli avversari.
Quella delle Termopili fu una battaglia importante non tanto dal punto di vista militare perché fu una delle più grandi sconfitte per gli elleni, quanto dal punto di vista morale e strategico, infatti l’eroica resistenza di Leonida e dei suoi alleati consentì al resto dei greci di riorganizzarsi  e potenziare le loro capacità difensive, inoltre ridimensionò la baldanza dei persiani che da allora nutrirono un sacro timore nei confronti dei terribili guerrieri spartani.
Dopo questa famosa battaglia il sacrificio  di Leonida entrò nella leggenda e venne assurto ad emblema delle virtù guerresche e morali degli spartani.

Fabrizio e Giovanna

Riferimenti bibliografici: Erodoto "Storie, libro VII"