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mercoledì 1 agosto 2012

Solino: la Sardegna nel "Delle cose maravigliose"



Solino, autore del testo "Delle cose meravigliose" è vissuto ed ha operato nel III secolo dopo Cristo.
Il titolo originale dell'opera, scritta in latino, era "Collectanea rerum memorabilium" e raccoglieva le cose che meritavano a suo parere di essere ricordate dei popoli del passato e della loro storia.
Ciò che mi interessa è, come spesso ho già detto, ogni riferimento alla mia Terra, la Sardegna, così ecco cosa è possibile leggere al capitolo IX, intitolato: "Della isola detta Sardegna; d'una sorte di formiche venenose, dell'herba Sardonia, e delle maravigliose forze dell'acque".
Ed è questo capitolo che vado ora a riportarvi integralmente, dato che è abbastanza breve da consentirlo.
La lingua in cui ve lo riporto è l'italiano di alcuni secoli fa, tradotto dal latino da Don Giovan Vincenzo Belprato Conte d'Anversa e pubblicato nel 1559 a Venezia.
Ma vediamo infine che cosa ci dice Solino su quest'isola meravigliosa che è la Sardegna:

          "Egli è cosa molto pubblica, in qual mare è posta Sardegna, laquale ho letto appresso di Timeo, che si chiamava etiandio Sandaliote, e appresso di Crispo Ichnusa, e da chi abbiano havuto origine i suoi habitatori. Non è a proposito dunque di dire che Sardo fosse generato da Hercole, e Norace da Mercurio, essendo venuto l'uno dalla Libia, et l'altro da Tarteso di Spagna in questo medesimo paese, e che Sardo fosse dato il nome alla isola, e da Norace al Castello Nora."

Dunque, prima di andare avanti, mi piace sottolineare che al tempo in cui Solino scriveva, la Sardegna e la sua storia era abbastanza nota, quasi da rendere superfluo parlarne. Solino ci dice anche quali fonti utilizzò per il suo libro, cioè Timeo (forse lo storico greco Timeo di Tauromenion, vissuto nel IV secolo avanti Cristo) e Crispo (immagino si riferisca a Crisippo). Per chi non è abituato a leggere testi antichi, devo inoltre avvertire che con il termine Libia si intendeva più genericamente l'Africa e che Tartesso  dovrebbe essere una città della Spagna anche se da molti si dubita che sia mai esistita. Da questi autori Solino trae i nomi noti dell'isola, Sandaliotes e Ichnusa. Ma ora proseguiamo:

          "Ne manco è a tempo di soggiungere, che poco dopo Aristeo regnando appresso a questi nella città di Carale (Cagliari), laquale egli aveva edificata, e che havendo fatto di due popoli un solo, egli egualmente congiunse quelle genti in modo, che poneva sei huomini a un carro: e così gli faceva condurre dinanzi a lui, e che per quella insolenza non ricusavano si fatto dominio. Questo Aristeo generò Iolao, ilquale fece la residenza in que' luoghi. Più oltre lassarò di dire de gli Iliensi, e de' Locrensi. La Sardegna non produce serpi, ma quello effetto che fanno le serpi altrove, fa in quel paese un picciolo animaletto, chiamato solifuga, simile di forma al ragno: così detto, perchè il giorno si asconde: ve n'è copia nelle miniere d'argento: percioche quella terra è riccadi questo metallo. Egli occultamente camina, e coloro, che scioccamente l'offendono, uccide."

Dunque, in queste poche righe Solino riassume una storia antica della Sardegna, riportata anche da altri autori antichi. A partire da Aristeo, re di Cagliari, unificatore dell'Isola. Poi si parla del figlio, Iolao, che diede vita al popolo degli Iliensi. Dovrò leggere con attenzione tutto il libro se voglio trovare notizie sugli Iliensi e sui Locrensi... lo farò quando sarà il momento! Ma ora andiamo avanti...

          "Con questo male vi è di più l'herba Sardonia, questa nasce abbondantissimamente più del giusto ne i rivoli, che corrono. Se si mangia, ritira i nervi, e in modo distende le labra, che coloro, che ne muoiono, par che moiano ridendo. Al contrario, ciò che vi è d'acqua, serve a diversi commodi. Gli stagni sono copiosissimi di pesce, le piogge del verno sono riserbate per la penuria della state: percioche i paesani di quella isola si arricchiscono molto per la quantità delle piogge. Si servono dell'acque raccolte, perche siano a bastanza all'uso tutte lee volte che mancano le sorgenti: lequali si sogliono usare per il vitto: in molti luoghi bollono fontane calde, e sane, lequali giovano a saldare l'ossa rotte, o a scacciare il veleno delle solifughe, o veramente guariscono le infirmità de gli occhi, ma essendo utili a gli occhi, sono nocive a i furti: percioche havendo alcuno rubato, e giura di non haverlo fatto, quell'acque lo accecano, se non è pergiuro, vede più chiaramente: s'egli ostinatamente nega, il fallo si scuopre con la cecità, e essendo offuscato della vista, confessa l'errore."

E così termina per ora il testo, che apassa a parlare dell'isola di Sicilia. Interessante il racconto dell'erba Sardonia, responsabile della morte e del detto "riso sardonico". Per il resto c'è poco da dire, se non che non appena trovo ulteriori riferimenti, sarà mia cura informarvi.

A presto dunque...

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO






sabato 30 giugno 2012

Archeologia: in Siria scoperta una "Stonehenge" di 10mila anni fa



(AGI) - Toronto, 27 giu. - Potrebbe essere una nuova Stonehenge l'area ritrovata in Siria, risalente probabilmente a circa 10mila anni fa. Le misteriose rovine trovate a 50 miglia a nord di Damasco, chiamate "il paesaggio dei morti", pero', non possono essere esplorate a causa del conflitto in corso in questa regione

NOTIZIA COMPLETA:
http://www.agi.it/estero/notizie/201206271509-est-rt10199-archeologia_in_siria_scoperta_una_stonehenge_di_10mila_anni_fa

venerdì 29 giugno 2012

LA SARDEGNA VISTA DAGLI STORICI ANTICHI - I PARTE



L’Isola di Sardegna fu popolata fin da epoche remotissime ed è quindi logico che fosse nota agli antichi storici greci e latini.
Non avendo finora a disposizione una letteratura sardo-antica (almeno ufficialmente) per cercare di ricostruire il passato della nostra terra a 360° siamo costretti ad avvalerci delle testimonianze lasciateci in eredità dagli storici antichi, soprattutto greci, comunque di epoca molto tarda rispetto a quella che in realtà vorremo analizzare.
Per gli antichi greci la Sardegna era un luogo quasi mitico la cui frequentazione da parte di eroi come Eracle o Iolao era spesso determinata dagli oracoli; quindi le notizie in loro possesso erano impregnate di elementi mitici e della tradizione orale.

lo pseudo aristotele e diodoro siculo

Uno degli autori spesso citati dagli studiosi è lo pseudo Aristotele il quale riporta una precedente tradizione: “si dice che nell’Isola di Sardegna esistevano degli edifici modellati secondo l’antica tradizione ellenica (Micenea?) e molti altri splendidi edifici, e delle costruzioni con volta a cupola e con straordinario rapporto delle proporzioni”. Questa frase è stata interpretata come la testimonianza che le strutture architettoniche sarde fossero una diretta filiazione di quelle micenee e che gli edifici voltati a cupola fossero naturalmente i nuraghi. A questo punto sorgono spontanee alcune domande:

-          quali sono esattamente gli edifici modellati secondo l’antica tradizione ellenica?
-          quali sono gli altri splendidi edifici?
-          come mai lo pseudo Aristotele non conosceva il nome e la funzione degli edifici voltati a cupola dal momento che non parla né di templi né di fortezze?

Noi non conosciamo le risposte e socraticamente ci limitiamo a porre delle domande atte a dare degli spunti di riflessione.
L’autore in questione riteneva che gli edifici di cui parlava fossero opera di Iolao che condusse nell’isola una colonia formata dai Tespiadi[1] figli di Eracle perché quest’ultimo riteneva che gli appartenesse per diritto qualunque terra situata ad Occidente.
In un altro passo attribuisce ad Aristeo il merito dell’introduzione dell’agricoltura nell’isola e, per dimostrare che prima dell’arrivo dell’eroe non esisteva civiltà, dice che nei tempi più antichi prosperavano soltanto grandi uccelli.

Diodoro Siculo dà un’altra versione del motivo per il quale Eracle decise di mandare in Sardegna Iolao e i Tespiadi: al termine delle famose dodici fatiche Eracle attendeva di essere accolto tra gli Dei dell’Olimpo, ma, secondo un oracolo, egli prima di essere assunto tra le divinità doveva adempiere ad un ultimo dovere, doveva cioè spedire una colonia nell’Isola di Sardegna con a capo i 50 figli che ebbe dalle Tespiadi, data la loro giovanissima età nell’impresa furono guidati dal nipote Iolao.
Non tutti i giovani seguirono la colonia, due di essi restarono a Tebe, perciò Iolao raccolse i restanti 48 e molte altre persone che vollero unirsi alla colonia. I colonizzatori, secondo l’autore, vinsero in battaglia gli indigeni e presero possesso della zona pianeggiante dell’Isola e, soprattutto, di quella che ancora ai tempi di Diodoro (circa 80 a.C.) veniva chiamata Ioleo; bonificò la regione, piantò degli alberi da frutta e la rese appetibile ai cartaginesi (il mito diorodeo è chiaramente in funzione anticartaginese).

Come ben sappiamo gli autori greci cercavano di riportare nella loro sfera di influenza culturale ogni opera degna di nota, le grandiose strutture megalitiche che costellavano la Sardegna non erano sicuramente sfuggite all’ammirazione degli antichi esploratori, esse non potevano essere l’opera di barbari e incolti selvaggi, quindi Diodoro le attribuiva a Dedalo chiamato nell’Isola dallo stesso Iolao.
Sempre secondo la tradizione, Dedalo edificò “…anche ginnasi grandi e suntuosi e istituì dei tribunali e tutte le altre cose che conducono alla prosperità”(Anche in questo caso non è facile individuare questi edifici dalle rilevanze archeologiche a nostra disposizione).
Iolao chiamò Iolaei gli abitanti della colonia in accordo con i Tespiadi che gli diedero addirittura il titolo di progenitore ponendolo tra gli eroi ecisti della Sardegna, perciò in seguito furono istituiti dei riti che lo veneravano come “Iolao padre”.
Un oracolo di Apollo predisse la libertà perpetua a tutti gli appartenenti alla colonia e ai loro discendenti, tale vaticinio si rivelò esatto fino ai tempi di Diodoro, il quale affermava che i discendenti dei Tespiadi, nonostante gli sforzi dei Cartaginesi e dei Romani, mantennero ancora ai suoi tempi la libertà pur imbarbariti e segregati nelle montagne.
Attraverso gli scritti di Diodoro sappiamo che Aristeo, un altro eroe ritenuto fondatore, arrivò nell’incolta Sardegna su suggerimento di sua madre, la ninfa Cirene, e vi si stabilì istituendo la tecnica della coltivazione.
Anche in questo caso si può notare che l’eroe in questione arrivò nell’Isola attraverso il suggerimento di un essere sopranaturale (la ninfa) ed egli stesso era un semidio essendo suo padre il dio Apollo.
Concludendo si può affermare attraverso questa breve analisi che per gli antichi autori greci la Sardegna era una terra mitica colonizzata da personaggi favolosi, insomma una terra “altra” di libertà che, dietro la giustificazione del mito, cercarono di porre sotto il loro dominio al fine di legittimare la loro vana intenzione di espandersi verso Occidente.

Fabrizio e Giovanna


[1] I Tespiadi erano i 50 figli che Eracle ebbe dalle 50 figlie del re di Tespie, Tespio figlio Ereteo di stirpe ateniese, con le quali si accoppiò in una sola notte.

martedì 26 giugno 2012

ARCHEOLOGIA SARDA- Il tempio a pozzo di Tattinu - Nuxis (Articolo più video)





Come arrivare: 
Da Cagliari percorrere la SS 130 fino a Siliqua dove si imbocca la SS293, superato l'abitato di Nuxis proseguire in direzione Villaperuccio. All'altezza della località Is Pittaus si svolta a sinistra e si seguono le indicazioni.


Il complesso templare è immerso in un paesaggio che, ad eccezione delle moderne ed opportune opere di copertura, da l'impressione di essere cambiato ben poco dai tempi in cui devoti pellegrini affrontavano un lungo e faticoso cammino per assistere ai riti che vi si praticavano.

Il tempio a pozzo di Tattinu, ascrivibile secondo la datazione ufficiale al Bronzo finale (1100-900 a.C.), si trova nelle campagne del paese sulcitano di Nuxis ai piedi di una collina alla sommità della quale sono presenti i resti di un nuraghe monotorre.
Intorno al pozzo sono presenti i resti di un aggregato abitativo dove si distinguono ambienti ovali, circolari e retto-curvilinei, sono invece più consistenti i resti murari verso sud-est dove scorre un modesto torrente,.
Il tempio a pozzo è situato nel margine periferico settentrionale rispetto al punto che pare fosse il cuore del villaggio e presenta alcune particolarità che potrebbero anche essere smentite con uno scavo più sistematico:
-    la tholos supera di soli 60 cm il primo gradino che emerge di poco sotto la linea dello humus
-    il pozzo non mostra né strutture a vista né atrio
-    la continuità della scala di 29 gradini con il vano acqua formano un vuoto rettangolare lungo m 8,12 e largo m 1,25/1,10
-    la particolare sezione a bottiglia ellittico in pianta (m 1,82 x 1,25 di altezza pari a m 5,12)


La scala arriva ad una profondità pari a m 3,17 ma è ostruita nel tratto terminale da un muretto di blocchi alto 1,30 m, conservando in buone condizioni la parte ipogea costituita da un bacino di m 1,25x1,82.

La camera a tholos è alta m. 5,12 e si conclude al di sotto del piano di campagna. Il materiale da costruzione, grossi blocchi di calcare e ciottolame fluviale, ha creato cedimenti visibili nel lato destro del vano scala. L’edificio è perciò rafforzato con un doppio architrave e non si eleva oltre il piano di campagna. Dallo scavo del pozzo e delle capanne circostanti provengono stoviglie di terracotta databili dal Bronzo recente al Ferro.

Nel sacello, sono stati ritrovati numerosi ex voto in ceramica, tra questi Lilliu elenca quelli appartenenti al Bronzo Finale come delle olle globoidi a collo, delle ollette ovoidi con orlo piano, dei vasi panciuti con ansa a gomito rovescio, delle scodelle carenate biansate e delle ciotole a spigolo


Lilliu affermava: “Insomma la costruzione, per vero inelegante e scadente, può dirsi un anomalo e trasgressivo prodotto locale, in linea però con la tradizione sulcitana che tende a regionalizzare forme e tecniche d’un comune sustrato materiale”


Con tutto il rispetto per il padre dell'archeologia Sarda, a noi il pozzo sacro di Tattinu è piaciuto moltissimo e non ci è sembrato inelelegante e scadente.
Come tutti gli altri templi a pozzo quello di Nuxis è un'opera ingegneristica che denota la grandissima capacità degli antichi costruttori Sardi e ricordiamo che realizzare una struttura di questo genere con delle pietre non squadrate presenta delle difficoltà che metterebbero a dura prova tantissimi moderni ingegneri.


Di seguito il video.



Fabrizio e Giovanna

Notizie tratte da:
- V. Santoni, “I Templi di età nuragica”, in La civiltà nuragica di Enrico Atzeni
- G. Lilliu, "Preistoria e protostoria del Sulcis", in Carbonia e il Sulcis: archeologia e territorio, a cura di V. Santoni.




giovedì 24 maggio 2012

VIA CANELLES E L'OMICIDIO CAMARASSA






Via Canelles, insieme a via La Marmora e via dei Genovesi, è una delle strade più antiche della città di Cagliari. Si hanno sue notizie dal XIII secolo, quando compare in un diploma della primiziale di Pisa con il nome di Ruga Marinariorum, durante l'epoca spagnola prese il nome di Carrer del Cavallers, denominazione che mantenne fino al XIX secolo, quando assunse il nome attuale di Nicolò Canelles al fine di commemorare l'editore-imprenditore che nel 1566 impiantò proprio nella via dei Cavalieri la prima tipografia sarda e stampò molti libri a sue spese; l'officina si trovava nel numero civico 69 dove è presente un epigrafe commemorativa posta nel 1872 dai fratelli Nieddu, allora proprietari della casa.

Nicolò Canelles nel 1560 fu ordinato sacerdote e verso il 1570 frequentò la Biblioteca Vaticana dove rinvenne dei manoscritti inediti che provvide a stampare a sue spese. Questo gesto gli valse la benevolenza del papa Giulio III che lo segnalò ai vescovi di Cagliari e di Oristano per la concessione di benefici e prebende; fu infatti canonico della Cattedrale di Cagliari ed ebbe modo di conoscere l'Arcivescovo Antonio Parragues di Castellejo.
Nel 1571 andò via da Cagliari e lasciò la tipografia in vendita temporanea ad uno dei suoi procuratori, il Sembenino, che apportò migliorie all'officina con nuovi attrezzi e locali più idonei; dopo un paio d'anni ad esso subentrò il tipografo lionese Francesco Guarnerio.
Nel 1572 Nicolò Canelles fu commissario generale della diocesi di Cagliari e, successivamente, vicario capitolare, titolo che rinnovò con il nuovo arcivescovo nel 1574. L'8 aprile del 1578 fu consacrato vescovo di Bosa.
Dopo la sua morte, avvenuta nel 1585, la tipografia aveva maturato moltissimi volumi ma anche molti debiti e le attrezzature furono vendute all'asta nel 1589 a Giovanni Maria Galeerino.

A un secolo di distanza la via fu teatro di un evento sanguinoso dove è difficile stabilire se furono determinanti gli elementi passionali o quelli politici.
Nel muro adiacente al numero civico 32 è presente un'iscrizione spagnola datata 21 luglio 1668 recante una perenne nota di infamia nei confronti dei nobili che uccisero Don Emanuele Gomez de los Cobos il marchese di Camarassa, l'allora vicario regio del Regno:


para perpetua nota de infamia de que fueron traydores del rey
Per perpetua nota di infamia del fatto che furono traditori del re
nuestro señor don jaime artal de castelvì que fue marques de cea
nostro signore, don Jaime Artal di Castelvì, che fu marchese di Cea,
doña francisca cetrillas, que fue marquesa de setefuentes
donna Francesca Zatrillas, che fu marchesa di Sietefuentes,
don antonio brondo don silvestre aymerich don francisco cao don
don Antonio Brondo, don Silvestro Aymerich, don Francesco Cao, don
francisco portvgves y don gavino grixoni como reos de crimen
Francesco Portugues e don Gavino Grixoni, come rei del crimine
lesa magestad por homicidas del marques de camarassa virrey de
di lesa maestà per l'omicidio del marchese di Camarassa viceré di
cerdeña fveron condenados a mverte perdida de bienes y de
Sardegna furono condannati a morte, perdita di beni e di
honores demolidas svs casas conservando en sv rvina eterna
onori, demolite le loro case, conservando a propria rovina eterna
ignominia de sv nefanda memoria y por ser en esto sitio la casa
ignominia della loro nefanda memoria. E per essere questo sito la casa
de donde se cometio delicto tan atroz a veynte y vno de jvlio
da dove si commise un delitto tanto atroce il 21 di luglio
de mil seiscientos sesenta y ocho se erigio este epitaphio
del 1668, fu eretto questo epitaffio.

Prima di narrare sinteticamente la vicenda inquadriamo brevemente i personaggi principali coinvolti. Al fine di comprendere appieno le motivazioni che indussero i cospiratori a uccidere il viceré è necessario fare un passo indietro di un mese, per l'esattezza nella notte tra il 20 e il 21 giugno del 1668, quando nella Calle Mayor, l'attuale via La Marmora, fu ucciso ad archibugiate e pugnalate il Marchese di Laconi don Agostino di Castelvì.
Quest'ultimo oltre ad essere la prima voce dello stamento militare era anche un uomo molto ricco e potente, egli capeggiava la fazione che rivendicava il diritto dei nobili sardi di origine spagnola ad accedere alle più alte cariche del Regno, compresa quella viceregia. L'attempato don Agostino era sposato con la giovanissima nobildonna Francesca Zatril, la, marchesa di Sietefuentes, che aveva la metà dei suoi anni (poco più che ventenne) che, come vedremo in seguito, fu coinvolta nell'omicidio del vicerè in qualità di amante di uno dei cospiratori.
La pretesa rivendicativa dei nobili sardi non era ben accetta soprattutto da parte della reggente di Spagna Anna d'Austria che, tramite il marchese di Camarassa, faceva sentire la sua pesante autorità nel Regno di Sardegna. La situazione degenerò quando verso la fine del 1664 la corona, tramite il vicerè, pretese dal parlamento sardo un donativo di 70.000 ducati.
L'organo di governo sardo in tutta risposta si dichiarò disponibile a dare il suo contributo solo a condizione che gli antichi privilegi fossero rispettati e, soprattutto, che i regnicoli potessero avere accesso a tutte le alte cariche del Regno; una simile richiesta non poteva trovare accoglimento e si creò una situazione di stallo che si protrasse per tutto il 1665 e il 1666.
Successivamente vi furono due partenze verso la corte di Madrid, da un lato il vicerè mandò un messo incaricato di illustrare la situazione in Sardegna e di ricevere istruzioni sul da farsi, da un altro lato lo stamento militare, in accordo con quello ecclesiastico e reale, decise di inviare il marchese di Laconi con il compito di spiegare alla reggente le ragioni dei sardi.
La missione di don Agostino non ebbe successo forse anche a causa dell'ostilità, probabilmente collegata a personali ragioni di natura economica in territorio sardo, dimostratagli da don Cristoforo Crespi di Valdaura al quale la reggente scaricò il problema.
Mentre don Agostino si trovava ancora fuori Sardegna, da Madrid giunse l'ordine al vicerè di Camarassa, al quale fu riconfermato l'incarico per altri tre anni, di riaprire il parlamento. Approfittando dell'assenza del marchese di Laconi, venne chiamato a presiedere la seduta don Artaldo Alagon marchese di Villasor, suo acerrimo rivale. Nel frattempo don Agostino rientrò a Cagliari e chiese una sospensione dei lavori parlamentari per riferire l'esito della sua missione in Spagna. Gli vennero concessi solo tre giorni, al termine dei quali, il 28 maggio del 1668, il vicerè chiuse il parlamento.
Dopo 23 giorni, come già detto, nella notte tra il 20 e il 21 giugno fu assassinato don Agostino di Castelvì; l'opinione pubblica indicò subito quali artefici dell'omicidio due personaggi legati alla famiglia del marchese di Camarassa, don Gaspare Niño e don Antonio de Molina, che si rifugiarono nel palazzo viceregio, da dove riuscirono a scappare alla volta della Sicilia.
Il fatto che i due probabili assassini fossero intimi della famiglia viceregia e trovarono rifugio palazzo di rappresentanza rafforzò la convinzione che il mandante dell'omicidio fosse proprio il marchese di Camarassa.
Dopo un mese, il 21 di luglio, il marchese di Camarassa, mentre passava per la via dei Cavalieri (via Canelles) insieme alla moglie e un largo seguito di cavalieri e guardie, fu colpito a morte da una salva di archibugi partita dalla casa di Antioco Brondo (attuale numero civico 32).

Nonostante il grande clamore e la paura dei tumulti, le funzioni di presidente del regno vennero assunte, secondo la costituzione da don Bernardino di Cervellon con grande equità e obiettività.
Durante la breve istruttoria aperta dalla Reale Udienza sulla morte del marchese di Laconi Francesca Zatrillas portò dei documenti atti a confermare la sua convinzione della responsabilità del vicerè della morte del marito, poco dopo però partì nel suo feudo di Cuglieri in compagnia di don Silvestro Aymerich; questo fatto fece nascere il sospetto che tra i due vi fosse una relazione già precedente alla morte di don Agostino e che avessero utilizzato l'espediente della diatriba politica per liberarsi del peso coniugale che contrastava la loro unione. Il fatto che nel mese di ottobre del 1668, dopo solo quattro mesi di vedovanza, i due giovani si unirono in matrimonio aggravò la loro condizione.
Il nuovo vicerè don Francesco di Tuttavilla duca di San Germano, fu incaricato di trovare i responsabili dell'omicidio del vicerè precedente.
I due amanti furono ritenuti responsabili dell'uccisione di don Agostino di Castelvì in un momento di forte tensione con il vicerè e quindi di aver indirettamente provocato la sua morte determinata dall'immediata vendetta della fazione a lui ostile.
Iniziò così una feroce ricerca e cattura di coloro che furono ritenuti colpevoli del delitto di lesa maestà. Il procedimento istruttorio si chiuse con la sentenza del 18 giugno del 1669 nella quale furono condannati a morte Silvestro Aymerich, don Artaldo di Castelvì marchese di Cea e don Antonio Brondo marchese di Villacidro, ai quali furono inoltre confiscati i beni e demolite le abitazioni.
La cattura dei responsabili avvenne in tempi e modalità diverse, la più cruenta fu quella del marchese di Cea tratto in catene dal nord Sardegna fino a Cagliari, dove fu giustiziato.
Francesca Zatrillas e don Silvestro, dopo essere stati condannati per l'omicidio di don Agostino, tentarono la fuga, ma don Silvestro fu catturato e ucciso e donna Francesca si ritirò in un convento dove trascorse il resto della sua vita. 


Il processo fu sbrigativo e le indagini portate avanti con l'inganno e le minacce da parte del nuovo viceré, don Francesco di Tuttavilla duca di San Germano, che inoltre si avvalse della collaborazione di loschi individui.


Alla corona spagnola serviva assolutamente un capro espiatorio perché l'omicidio del marchese di Camarassa fu interpretato come un attacco all'autorità regia e molti innocenti probabilmente finirono sacrificati sull'altare della ragione di stato.


Fabrizio e Giovanna


Notizie tratte da:
F. C. Casula, Storia di Sardegna
L. Ortu, Storia della Sardegna
F. Loddo Canepa, La Sardegna dal 1478 al 1793, vol. I
Paolo de Magistris e Giancarlo Sorgia, Cagliari : la suggestione delle epigrafi 

giovedì 17 maggio 2012

DOMUS DE JANAS GENNA SALIXI - VILLA SANT'ANTONIO -






A breve scriveremo qualche notizia su questa monumentale necropoli anche se le immagini parlano da sole.




                          Per una migliore visione http://www.youtube.com/watch?v=CL3ybP3oDao



Fabrizio e Giovanna 

venerdì 20 aprile 2012

CONVEGNO DEL 27 APRILE 2012

In occasione della commemorazione di "Sa die de sa Sardigna" il 27 aprile la nostra associazione organizza con il contributo della -Regione Sardegna- un convegno che si terrà presso il teatro dei Gesuiti in via ospedale 4 dalle ore 9.30.
L'ingresso è libero e gratuito. Vi aspettiamo!



link del sito web dell'iniziativa da cui si può scaricare l'app per Android:


martedì 10 aprile 2012

Il tempio di Mnajdra a Malta



Le isole dell’arcipelago maltese custodiscono, su un territorio relativamente ridotto, una straordinaria concentrazione di monumenti megalitici, dotati di forme architettoniche peculiari che si identificano come un unicum nel panorama della preistoria del Mediterraneo e che non trovano confronti nella vicina Sicilia o negli altri territori più prossimi.
Isolotto di Filfla
Senza volersi addentrare nella complessità del discorso relativo alle origini, alla datazione e allo sviluppo delle forme delle architetture megalitiche maltesi, si presentano qui una breve descrizione e una serie di immagini recenti di uno dei monumenti più rappresentativi ed emblematici, che riassume in sé più o meno tutte le caratteristiche che sono proprie del fenomeno architettonico.



Il complesso archeologico di Mnajdra è, insieme al vicinissimo sito di Haġar Qim, uno degli esempi meglio conservati del suo genere. Il sito archeologico si trova nei pressi del villaggio di Qrendi, a meno di venti chilometri a sud-ovest de La Valletta, e domina dalla sua spettacolare posizione un ampio tratto della rocciosa costa meridionale dell’isola di Malta, di fronte all’inaccessibile isolotto di Filfla.
Inquadrando il fenomeno si può dire che le architetture megalitiche caratteristiche della preistoria maltese sono il risultato di un lungo percorso di gestazione e affinamento delle tecniche costruttive e delle tipologie di pianta, che hanno infine portato ai complessi cultuali sviluppati nelle forme complesse che possiamo vedere oggi, in genere frutto di aggiunte e ampliamenti anche molto distanziati nel tempo ma che mantennero, in linea di massima, le stesse proporzioni e la stessa concezione di sviluppo degli spazi, sia interni che esterni.

Plastico del tempio di Mnajdra

A una prima fase, datata intorno al V millennio, risalgono le prime strutture architettoniche semplici documentate in alcuni siti maltesi (ad esempio il sito archeologico di Skorba a Mġarr); a queste seguono, in una fase successiva, i primi esempi di strutture templari di tipo complesso, che vedranno la massima fioritura e il massimo grado di sviluppo tra il 3600 e il 2500 a. C., datazioni avallate da diversi elementi rilevati durante le fasi di scavo e oggi generalmente accettate dalla maggior parte degli studiosi.
Una datazione tra la metà del IV e la metà del III millennio è stata proposta anche per il complesso di Mnajdra. I due siti di Haġar Qim e Mnajdra, distanti tra loro poco più di cinquecento metri oggi percorribili agevolmente a piedi per mezzo di un moderno percorso lastricato che supera il pendio della scogliera, sono probabilmente meno noti al grande pubblico rispetto ai più “turistici” siti di Ġgantija sull’isola di Gozo e di Tarxien a Malta (da quest’ultimo sito proviene la maggior parte degli splendidi rilievi scolpiti conservati nel Museo Archeologico Nazionale de La Valletta), in quanto più distanti dalle principali località balneari e dalla capitale; nonostante questo il loro eccezionale stato di conservazione e l’isolamento nel paesaggio, rimasto sostanzialmente immutato in questa zona nonostante i recentissimi interventi di valorizzazione, ne fanno uno degli esempi più importanti di architettura megalitica nel bacino del Mediterraneo.

I templi maltesi, negli esempi più semplici, presentano una particolare pianta a trifoglio, costituita da un vano di fondo centrale a cui si addossano altri due ambienti contrapposti lungo l’asse principale dell’edificio, accessibile da un piccolo corridoio che comunica con l’esterno. Tutti gli ambienti mostrano un profilo curvilineo, in genere a ferro di cavallo, che caratterizza lo sviluppo dello spazio interno e che viene riproposto nel perimetro esterno dell’edificio, con una cortina muraria di notevole spessore. 

Il muro di prospetto del tempio è in genere formato da una esedra, al centro della quale si apre l’ingresso agli ambienti interni, sempre costituito da una porta architravata dal profilo rettangolare. 

A volte (ad esempio a Mnajdra) gli ambienti interni erano separati tra loro per mezzo di ortostati di grandi dimensioni, in cui si apriva il varco che permetteva il passaggio. Il vano di fondo centrale spesso si riduce a poco più di una nicchia.

A questo sviluppo di base della pianta vennero via via ad aggiungersi altri ambienti che, seguendo lo stesso sviluppo curvilineo delle pareti, formano edifici più complessi, con più ambienti simmetrici giustapposti, la cui precisa funzione non è chiara ed è ancora oggi oggetto del dibattito storiografico.

La tecnica costruttiva di queste strutture è data da megaliti di dimensioni variabili, spesso accuratamente tagliati e messi in opera con estrema perizia tecnica.
Resta tuttora acceso il dibattito relativo al tipo di copertura che doveva caratterizzare i vani interni dei templi, e le ipotesi sono diverse: per le strutture più semplici e arcaiche si è pensato a una copertura litica a piattabanda, con lastroni orizzontali; per i templi più complessi si è ipotizzata una soluzione di tipo diverso: l’aggetto delle pietre ancora visibile in alcuni vani di Mnajdra e di altri siti, farebbe pensare a una copertura litica realizzata per mezzo del progressivo aggetto dei corsi di pietre, che andavano a chiudersi alla sommità; questa soluzione, verosimile per ambienti di piccole dimensioni, sarebbe stata diversa nei vani maggiori, dove i primi corsi di pietre aggettanti costituirebbero la base d’appoggio di travi a sostegno di una copertura lignea. Le ipotesi restano comunque tali, data anche la difficoltà dell’analisi delle strutture residue in ambienti che hanno subito interventi di restauro e ricostruzioni recenti anche di ampia portata.

Il complesso cultuale di Mnajdra è in realtà costituito non da un solo tempio, ma da tre edifici affiancati e raccolti attorno ad un’ampia area d’ingresso a forma di esedra. A causa del dislivello del terreno, in decisa pendenza verso il mare, le tre parti del complesso hanno i piani di calpestio a livelli differenti. Il più semplice dei tre ambienti, che è anche il più danneggiato e meno leggibile, è formato da una semplicissima pianta a trifoglio secondo lo schema suddetto;

gli altri due vani sono invece caratterizzati da una maggiore complessità: al vano di fondo dalla canonica pianta trifogliata si aggiunge un secondo ambiente, caratterizzato anch’esso da due vani dal profilo a ferro di cavallo contrapposti, collocati in posizione simmetrica davanti al primo ambiente e comunicanti con esso tramite un piccolo corridoio architravato; un altro brevissimo corridoio permette l’accesso dall’esterno. 

Tutti i vani si dispongono accuratamente secondo uno schema comune anche ad altri siti, allineandosi lungo un asse di simmetria che parte dall’ingresso e passa per la nicchia di fondo. L’esedra all’ingresso dei templi mostra, alla base del tempio principale, un ampio bancone litico, funzionale al culto e destinato, probabilmente, ai fedeli. Tutti e tre i templi che formano il complesso sono caratterizzati da un perimetro esterno a ferro di cavallo, che circonda gli ambienti interni con una cortina muraria imponente spessa diversi metri, oggi purtroppo in gran parte crollata.

Il rinvenimento di diversi elementi di arredo, ricollocati in fase di restauro, testimonia la presenza di altari all’interno dei vani del tempio. Alcuni siti (ad esempio Haġar Qim e Tarxien) hanno inoltre restituito numerosi frammenti di statue di culto ed elementi architettonici con decorazioni scolpite a bassorilievo, di eccezionale interesse archeologico e artistico.
Notevole attenzione è stata dedicata, da parte di diversi studiosi e appassionati, all’indagine dei particolari orientamenti astronomici dei templi maltesi, che ha dato risultati molto interessanti. Per quanto concerne il sito di Mnajdra è stato rilevato un orientamento particolare che consente ai raggi del sole, durante gli equinozi, di penetrare all’interno degli ambienti principali del complesso secondo un percorso ben preciso.

I due complessi megalitici di Haġar Qim e Mnajdra iniziarono ad attirare l’attenzione degli studiosi verso la metà dell’Ottocento, cui seguirono i primi interventi di scavo sistematico tra la fine del secolo e i primi decenni del Novecento. Interventi di scavo e restauro si sono susseguiti per tutto il XX secolo, fino al radicale intervento conservativo conclusosi nel 2009, che ha visto la predisposizione di due enormi tensostrutture a protezione dei templi. 

Questo intervento, sebbene invasivo poiché inficia la percezione dei monumenti a distanza e impatta sul paesaggio in modo negativo, è tuttavia giustificata dal processo di estremo degrado a cui gli edifici stavano andando incontro negli ultimi anni, sopra tutto a causa dell’effetto delle piogge, che avevano causato lo smottamento e il crollo di intere parti dei templi.


Nicola S.

martedì 3 aprile 2012

La Dea Madre e il concetto di Androgino



 Immagine tratta da: Atalanta Fugiens di Michael Maier


Come abbiamo avuto occasione di vedere in alcuni post precedenti, la Grande Dea è un simbolo ambivalente, infatti essa è donatrice di vita e di morte, protegge i vivi ed accoglie nel suo ventre materno i defunti.
Essa è anche dispensatrice di grandi doni e terribile vendicatrice nei confronti di chi osa avvicinarsi a lei senza essere iniziato ai suoi segreti.
Esistono inoltre numerosi esempi di divinità femminili che pur essendo preposte alla tutela della maternità e della fecondità, sono allo stesso tempo protettrici della guerra.
Asharte la Dea semitica più venerata è la divinità dell’amore e della fecondità e nello stesso tempo la protettrice degli uomini d’arme.

Anche la Ishtar venerata a Babilonia è stata fin dagli inizi del suo culto, Dea della fecondità e della guerra, così come ‘Anat, un’altra divinità semitica onorata in Palestina ai tempi di Tutmosi III (1501-1447 a.C.) e la iranica Anaitis.

Sembra in realtà una contraddizione  che la Grande Dea, principio del femminile, creatrice e protettrice, madre misericordiosa fonte ed origine del creato sia nel contempo una divinità della guerra.
Nella guerra le virtù femminili non trovano spazio, la guerra è all’antitesi delle caratteristiche della Dea che essa invece prende sotto la sua tutela.
Come abbiamo visto prima la Magna Mater è la madre premurosa dei vivi e dei morti, la guerra è il più efficace strumento di morte, quindi la grandi Dee asiatiche non sono divinità militari, non appartengono ai soldati ma alla guerra in quanto dispensatrice di morte.
Esse sono invocate dalle donne in tempo di pace e dagli uomini in tempo di guerra, perché la Dea è principio e fine di tutto, la fonte della vita coincide con la vittoria della morte.

 Questa apparente contraddizione che fa coesistere in uno stessa divinità vita e morte, gioia e dolore, piacere e sofferenza, trova la sua spiegazione nel principio dell’unione degli opposti, la cui massima espressione è l’Androgino, l’essere perfetto che unisce in se le caratteristiche del maschile e del femminile.

L’Androgino è uno dei simboli principali dell’Alchimia e di tutta la filosofia ermetica antica e medioevale.
L’Androgino cosmico dell’Alchimia europea è il Rebis (letter. due cose), rappresentato come una creatura umana bisessuale, nata dal principio femminile (la luna) e da quello maschile (il sole).

Anche Zurvan il Dio iranico del Tempo Illimitato che i greci chiamavano Cronos era una divinità androgina, dalla quale nacquero due gemelli, , Ohrmazd e Ahriman, il principio del bene e del male e della luce e delle tenebre.
Il fatto che due gemelli siano figli dello stesso Dio dimostra che i principi opposti hanno un’origine comune, Zurvan rappresenta la loro unione, il compimento della Grande Opera alchemica.

Anche nelle religioni degli egizi, dei babilonesi e degli indiani esistono numerosi esempi in cui la divinità è chiamata Padre e Madre, artefice da sola dell’intero creato.
Lo stesso Atum-Ra, il Dio principale degli egizi rappresenta la coppia primordiale da cui scaturisce l’impulso creatore, infatti come dice Mircea Eliade: L'androginia divina ha come conseguenza logica la "monogenesi" o l’autogenesi”.

L’unione degli opposti rappresenta le “nozze mistiche” tra il principio maschile e il principio femminile.

Queste nozze mistiche,  tuttavia,  non si devono interpretare soltanto come una esperienza precisa della presenza divina nell'anima dell'uomo, ma hanno anche un altro senso segreto: l'uomo non si può avvicinare alla  divinità se non diventando perfetto e,  prima di poter conoscere Dio,  la  sua  anima  deve  realizzare  compiutamente  se   stessa,
ridiventando archetipo, ridiventando Adamo-Eva  dell'inizio  degli  inizi, l'uomo del tempo anteriore al peccato.
 (Mircea Eliade, Il mito della reintegrazione.)



Fabrizio e Giovanna



Riferimenti bibliografici:

 Mircea Eliade, Il mito della reintegrazione,

 E. Zolla: L’Androgino- L'umana nostalgia dell'interezza