lunedì 20 aprile 2015

LA SARDEGNA E LE FORTIFICAZIONI CAGLIARITANE NELLA PRIMA METÀ DEL 1700


Il primo periodo di amministrazione sabauda fu caratterizzato soprattutto dalla precarietà del rapporto con la realtà isolana.
Inizialmente i Savoia cercarono di conservare l’autonomia degli ordinamenti isolani, ma nel contempo fecero del loro meglio per mantenere le prerogative della sovranità. Questo atteggiamento fu determinato da una prudente valutazione politica nella quale influiva, da un lato, la preoccupazione di abituare soprattutto i ceti privilegiati alla nuova dominazione, da un altro lato, influivano invece considerazioni di politica internazionale.
Coerentemente a questo proposito, il 31 dicembre del 1721, fu istituito a Torino il Supremo Consiglio di Sardegna, un organo consultivo del governo che ereditò le attribuzioni del Supremo Consiglio d’Aragona, mentre la Reale Udienza, l’organo collegiale creato in epoca spagnola al fine di amministrare la giustizia, continuò ad esercitare le sue funzioni; rimasero in vigore anche quei privilegi concessi dagli aragonesi e spagnoli alle sette città regie e quelli conferiti attraverso diplomi speciali ad altri territori e paesi.
Poiché la dominazione spagnola aveva lasciato un‘impronta significativa sugli usi e costumi, si pensò di non apportare innovazioni significative e drastiche, ma di introdurle in maniera impercettibile partendo dalla lingua italiana che doveva subentrare al castigliano in modo tale da farlo cadere in disuso.
Il re Vittorio Amedeo II (1720-1730), appena preso possesso del Regno di Sardegna, si  occupò del sistema fortificatorio della città di Cagliari concentrando la sua attenzione alle opere necessarie a proteggere il quartiere di Castello dalla parte di Villanova e di San Pancrazio. La progettazione e la direzione dei lavori furono affidati all’ingegnere militare Felice De Vincenti che si occupò anche delle fortificazioni di Alghero e progettò i lavori della nuova chiesa di N. S. di Bonaria e il modello in legno che fu esposto per la prima volta a Cagliari nel 1722.
Ancora oggi si può ammirare la fortificazione della cittadella di San Pancrazio con i due bastioni del Beato Emanuele (incluso tra viale Buoncammino e via Belvedere)


di San Filippo (incluso tra viale Buoncammino e via Anfiteatro)




 

Nella zona d'ingresso denominata S'Avanzada, nell'attuale via Ubaldo Badas, è presente un'iscrizione incastrata sulla muraglia che ricorda le opere di sistemazione delle fortificazioni, tale iscrizione si trovava nell'arco della porta detta d'Aprémont che ora non esiste più. 


Il re Carlo Emanuele III (1730-1773) nel primo periodo del suo regno, rimasto coinvolto nelle guerre di successione polacca e austriaca, esplicò un’intensa azione diplomatica e militare volta sia a rafforzare la posizione dello stato sabaudo nel contesto europeo, sia ad ottenere ulteriori ingrandimenti territoriali nella Pianura Padana.
I diversi viceré che si avvicendarono dal 1731 in poi, si trovarono alle prese con gli stessi problemi che avevano impegnato senza grandi risultati i loro  predecessori, come il banditismo e il commercio isolano. Per quanto riguarda il primo problema, ebbe maggior rilievo l’azione del viceré marchese di Rivarolo (1735-‘38), anche se la sua azione era volta a curare più i sintomi che le cause dei mali che affliggevano l’Isola; egli, infatti, concentrò i suoi sforzi sul problema dei malviventi senza risalire alle ragioni del malessere sociale che si celavano dietro le attività criminali, prima fra tutte il fatto che l’azione della legge non fosse in grado di proteggere l’individuo contro le malefatte e le prepotenze mettendolo nella necessità di tutelarsi da se medesimo e di vendicare i soprusi ricevuti. Ricorse a vari mezzi per estirpare il banditismo come incorporare i delinquenti minori nel reggimento di Sicilia e colpire i favoreggiatori e i conniventi, ma fu una quiete raggiunta con la forza e non poteva essere, di conseguenza, né consistente né duratura.

Durante questo viceregno si realizzarono diverse opere all’interno della città di Cagliari, furono infatti ristrutturati gli interni del palazzo regio ad opera dell’ingegnere militare Augusto De La Vallee 


e, nel 1738, fu ultimata la costruzione della caserma di San Carlo in via Santa Croce, sul progetto iniziale del De Vincenti che prevedeva la realizzazione di una scuderia e di una caserma per reparti a cavallo. Sotto la direzione del De La Vallee la struttura fu ampliata e completata in modo tale da poter sistemare la truppa in maniera più organica.




  
Il Rivarolo ebbe anche il merito di occuparsi concretamente del problema riguardante il ripopolamento, ritenuto l’unico rimedio valido contro l’arretratezza dell’economia isolana, le scarse attività agricole e le attività criminali. Egli auspicava la fondazione di nuove ville e case per contenere l’aumentata popolazione da attuarsi col sistema delle cessioni in feudo di zone a chi si assumesse l’obbligo di ripopolarli ed allettando gli stranieri a stabilirsi nell’Isola con concessioni d’immunità. In ottemperanza alle disposizioni di Carlo Emanuele III, avviò nel 1736-’37, delle trattative con i rappresentanti di una colonia ligure stanziata in Tabarca, un’isoletta della costa tunisina, che versava in condizioni critiche a causa della popolazione in esubero e delle persecuzioni dei corsari barbareschi. La scelta del luogo da ripopolare cadde sull’isoletta di S. Pietro, che offriva buone possibilità per la pesca del corallo e per la creazione di una salina. Nei primi mesi del 1738 la colonia, denominata Carloforte in onore del re, contava più di settecento abitanti che salirono ben presto a più di un migliaio, e prosperò a tal punto che, a distanza di qualche decennio, altri tabarchini e liguri, imitati da alcune famiglie piemontesi, s’insediarono nella vicina isola di S. Antioco, fondandovi la comunità di Calasetta.

Nel 1750, sotto il viceregno del Valguernera, vi fu un’altra immissione di tabarchini a Carloforte riscattati dai tunisini e fu tentato un secondo tentativo di colonizzazione, quello di Montresta, una regione situata tra Alghero e Bosa, con coloni greci provenienti da Majna,  che però non sortì gli effetti sperati per le diatribe religiose che si scatenarono.
Sempre in questo periodo, per interessamento del padre Gian Battista Vassallo della Compagnia di Gesù, fu eretto nella città di Cagliari il Conservatorio della Provvidenza destinato a fanciulle orfane e povere[1].







Fabrizio e Giovanna




Bibliografia
Carlino Sole, Aspetti economici e politici del contrabbando fra la Sardegna e la Corsica nel XVIII secolo, “Studi Sardi”, vol. XIV (1955-56)
G. Manno, Storia di Sardegna, vol. III
Dionigi Scano, Forma Kalaris
Sorgia G. (a cura di),  Cagliari : la suggestione delle epigrafi




[1] Inizialmente ebbe sede in una casa in via San Giuseppe, poi, nel 1831, fu trasferito in piazza Indipendenza nel Collegio dei Nobili fondato nel XVII secolo 

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