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domenica 24 luglio 2011

ARCHEOLOGIA: NURAGHI SARDI E BROCHS SCOZZESI



Dun Troddan
Santa Sirbana



I Nuraghi Sardi e i Broch Scozesi sono dei monumenti megalitici che nonostante la distanza geografica e la differente datazione, mostrano elementi architettonici che denotano una parentela quantomeno culturale.
In questo filmato si alterneranno le immagini di entrambi  i monumenti al fine di evidenziare gli elementi che li accomunano, in attesa di un prossimo post che affronterà nel dettaglio l'argomento.
Ringraziamo il nostro amico Andrea Cera che ci ha concesso di pubblicare le foto dei Brochs che ha scattato in occasione di un suo recente viaggio in Scozia. 






Fabrizio e Giovanna

sabato 23 luglio 2011

I TEMPLARI: Battaglie famose



Le fonti di Cresson: primo maggio 1187








Un altro episodio discusso della storia dei Templari in Terra Santa, precedente alla battaglia dei Corni di Hattin, vede protagonista Gerard de Ridfort, Gran Maestro del Tempio, quello della cruenta “Carica di Cresson”. Ancora una volta abbiamo a che fare con un atteggiamento apparentemente irrazionale dei Cavalieri che si concluse in una grande dimostrazione di valore volta al martirio.
Vediamo ora gli avvenimenti che portarono alla battaglia delle fonti di Cresson.

Nonostante i vari tentativi, i baroni cristiani non riuscirono ad impedire che il Regno di Gerusalemme finisse in mano ad un Re inetto e notoriamente pavido come Guido di Lusignano e di un uomo discusso e politicamente incapace come il Gran Maestro dei Templari, Gerard de Ridfort.
Il conte Raimondo di Tripoli, anch’egli profondamente inviso al re di Gerusalemme, entrò in un rapporto d’amicizia con l’astro nascente della nobiltà militare islamica, il noto Saladino.

Il precario equilibrio fra i regni franchi e l’islam si ruppe a causa dello sconsiderato comportamento di Rinaldo di Chatillon, signore d'Oltregiordano che attaccò e depredò una grossa carovana araba.

Questo attacco e il successivo rifiuto da parte dello Chatillon di obbedire all’ordine di Guido di Lusignano, che gli intimava di restituire il bottino, innescò una serie di conflitti che portarono alla perdita definitiva di Gerusalemme.

La reazione di Saladino fu immediata, assediò la fortezza di Moab, di proprietà del signore d'Oltregiordano, e dopo aver depredato la Transgiordania decise di spostare il teatro delle sue operazioni verso il regno di Gerusalemme.

Saladino, non volendo entrare in contrasto con Raimondo di Tripoli, al quale era legato da un rapporto d’amicizia, gli chiese di poter attraversare i territori di sua proprietà pacificamente.

Il conte Raimondo non voleva trovarsi nella situazione di apparire come un alleato dei musulmani (e quindi nemico dei cristiani), ma nello stesso tempo non intendeva arrecare offesa al suo amico Saladino; decise allora di permettere il passaggio di una colonna islamica, comandata dal figlio di Saladino, a patto che lasciasse il suo territorio entro un giorno.

Saputa la notizia della penetrazione di truppe arabe in territorio cristiano, il Gran Maestro del tempio Gerard de Ridfort, che covava un antico rancore nei confronti del conte di Tripoli risalente ad un periodo antecedente il suo ingresso nell’Ordine (il conte gli aveva promesso in sposa la giovane ereditiera del feudo di Botru, che invece concesse ad un ricco mercante italiano), radunò tutti i Cavalieri disponibili per tentare una rappresaglia.

Riuscì a mettere in campo un drappello di circa 150 uomini, di cui 90 Templari, 10 Ospitalieri col loro Gran Maestro e 40 cavalieri secolari.

Fu con questi pochi uomini che Gerard de Ridfort andò incontro ai circa 7000 soldati musulmani che stavano facendo abbeverare i cavalli alle fonti di Cresson.

Considerata la differenza di numero, il Maresciallo del Tempio Jacques de Milly e il gran maestro degli Ospedalieri Ruggero Des Moulins, consigliarono di agire con prudenza.

A questo sensato consiglio il Maestro del Tempio reagì con violenza, tacciando di codardia il suo omologo degli Ospitalieri e  schernì il suo Maresciallo dicendogli che per paura di perdere la sua testa bionda, non esitava a comportarsi da vile.

Il Maresciallo rispose che sarebbe morto con coraggio sul campo di battaglia e che invece il suo Gran Maestro sarebbe fuggito come un traditore.

Dopo queste poche parole Gerard de Ridfort, lanciò una disperata e folle carica verso un nemico che per, quanto impreparato all'attacco, era infinitamente più numeroso.

L’attacco cristiano avvenne con un tale impeto che, come disse uno storico arabo "I capelli più neri divennero bianchi" (da Domenico Lancianese, La guerra dei Templari), ma la grande superiorità numerica dei Saraceni ebbe presto ragione del valore dei Cavalieri cristiani.

La disperata impresa dei Crociati si concluse con il massacro di tutti i Cavalieri, tranne il Gran Maestro del Tempio e altri due Templari scampati miracolosamente alla carneficina e con la colonna islamica che riprese il suo cammino issando sulle lance le teste dei nemici uccisi, sotto gli occhi del conte Raimondo di Tripoli che osservò la scena dalle mura di Tiberiade.

Gerard  de Ridfort scamperà anche al massacro dei Corni di Hattin (I TEMPLARI: Battaglie famose), la sua discussa figura sarà oggetto di un prossimo articolo.

Questa folle battaglia testimonia ancora una volta il coraggio e, forse, la sconsideratezza dei Templari, che forse si può spiegare con la vocazione al martirio e ad una morte gloriosa che permeava lo spirito cavalleresco nel periodo di decadenza degli stati franchi in Terra Santa.

Oppure non c’è niente da spiegare: I Templari non chiedevano mai quanti erano i nemici, ma unicamente dove essi fossero.

 



Fabrizio e Giovanna




Riferimenti bibliografici: 
Georges Bordonove, I Templari-
Malcon Barber, La storia dei Templari- 

Domenico Lancianese, La guerra dei Templari-

 

venerdì 22 luglio 2011

ARCHEOLOGIA SARDA: NURAGHE SANILO - AIDOMAGGIORE




Come si arriva

Da Cagliari percorrere la SS 131 fino al bivio per Borore, dove si prende la SP 66 Borore-Sedilo. L’area del nuraghe si trova sulla destra all’altezza del Km 7, per accedervi è necessario superare un cancelletto in legno di difficile individuazione situato sul lato della strada.

Il nuraghe di tipo complesso Sanilo è situato su un costone basaltico a 350 m sopra il livello del mare nel territorio di Aidomaggiore.




Si compone di una torre centrale alla quale sono addizionate altre due torri laterali inaccessibili a causa del materiale di crollo che ne impedisce l’accesso.
L’accesso alle tre torri avviene tramite un cortile formato dalle mura che le racchiude.

Parte del cortile con ingresso alla torre principale
Parte del cortile dall'interno del nuraghe


L’ingresso alla torre centrale volge verso est  e presenta un corridoio con pareti aggettanti, attraverso il quale si accede alla camera di pianta circolare che conserva la tholos intatta.

Andito d'ingresso 
Tholos

L’andito d’ingresso presenta sulla destra una nicchia e sulla sinistra si apre il vano scala che conduce al secondo piano.

Vano scala

La torre centrale di pianta circolare, che si sviluppa su due piani, è meglio conservata e presenta un’altezza massima di 8 metri circa e due nicchie affrontate nel piano terra.









Tramite la scala elicoidale si giunge al secondo piano, anch’esso di pianta circolare, dove si trova una nicchia, occultata dalla fitta vegetazione, dalla quale prende avvio un angusto corridoio che si conclude con un piccolo vano, illuminato da una finestrella a luce trapezoidale, situato al di sopra del corridoio d’accesso al piano terra.

Ruderi del secondo piano


Fabrizio e Giovanna



giovedì 21 luglio 2011

IL PADRE DELL’ARCHEOLOGIA? MAH...


Rovine di Troia: torre nella cinta muraria



Di Alberto Majrani 



Nell’intervista ad Alberto Majrani http://ilmulinodeltempo.blogspot.com/2011/05/laltro-ulisse.html  abbiamo accennato a come l’identificazione della mitica città di Troia in Turchia sia tutt’altro che sicura: ora l’autore ci regala un capitolo del suo libro “Ulisse, Nessuno, Filottete” (www.logisma.it) in cui viene approfondita la questione.


QUI SI NARRA DELL’ASTUTO SCHLIEMANN

Qualcuno a questo punto potrebbe spazientirsi, e domandare: ma Troia, allora? Heinrich Schliemann ha ben scoperto una città nell’Asia minore! In realtà l’identificazione del sito turco di Hissarlik con la città dell’assedio ha sempre lasciato perplessi gli studiosi; gli archeologi seri tendono oggi a metterne in rilievo più le differenze che le analogie. Per esempio, gli studi geologici dimostrano che l’ampia pianura alluvionale che si trova alla base della collina su cui sarebbe sorta Troia non esisteva ancora all’epoca del XII secolo avanti Cristo, data che viene comunemente considerata come la più probabile per l’evento della guerra. Il che significa che non c’era l’ampia spiaggia dove parcheggiare più di mille navi, non c’era la piana dove far correre i carri, e non c’era neanche il campo di battaglia!

Rovine di Troia


 Schliemann, inoltre, nell’ansia di cercare i tesori dell’antica Troia, combinò dei disastri notevoli, scoperchiando i vari strati archeologici e danneggiandoli irreparabilmente. Credette di trovare il “tesoro di Priamo” nel secondo strato (risalente ad almeno mille anni prima della presunta data della guerra), identificando in seguito la città dell’assedio con il sesto o il settimo strato (gli strati archeologici vengono numerati in ordine progressivo dal più profondo, che è anche il più antico, al più recente). Inoltre, lo stesso Schliemann era tutt’altro che un personaggio irreprensibile, e la sua autobiografia, che molti conoscono,  è ampiamente “romanzata”: parecchi episodi citati sono inventati di sana pianta, come per esempio la storia del suo incontro con il presidente degli Stati Uniti, la presenza a San Francisco durante il famoso incendio della città, la stessa smania di scoprire le vestigia di Troia fin dalla più tenera infanzia, e molto altro ancora. Rimandiamo a questo proposito al documentatissimo saggio di David A. Traill: “Schliemann e la verità perduta di Troia”, dove il professore americano mostra dell’archeologo tedesco un ritratto molto meno lusinghiero di quello divulgato da lui stesso e dai suoi ammiratori. Particolarmente gravi sono le accuse di aver alterato i risultati dei propri scavi con oggetti trovati altrove, forse comprati o addirittura contraffatti, distorcendo molti dati archeologici e persino falsificando i propri diari per provare certe affermazioni. Addirittura il bel tipo si vantava della propria scorrettezza nei confronti di altri archeologi che dovevano sovraintendere agli scavi, e contrabbandava illegalmente i pezzi più preziosi, infischiandosene degli accordi sottoscritti con le autorità locali. Traill non sembra però sostanzialmente dubitare della realtà della scoperta delle rovine di Troia.

Rovine di Troia


Tuttavia, molti archeologi la pensano in modo diverso. Per esempio, il prof. Dieter Hertel (che insegna Archeologia Classica all’Università di Colonia ed ha preso parte a diverse campagne di scavo nell’area di Hissarlik), nel suo libro Troia (Bologna 2003), dopo aver premesso che “fra i tanti strati che testimoniano le diverse ricostruzioni di Troia dopo ogni distruzione avvenuta nei secoli, le fasi Troia VI (1700-1300) e Troia VII (XIII secolo) non furono il teatro di famose imprese militari”, sottolinea che «non è possibile parlare di una spedizione di greci micenei contro la città, fosse essa Troia VI o Troia VIIa [...] Lo studio delle fasi Troia I-VII [...] ci ha rivelato i contorni di una lunga epoca storica, dai caratteri del tutto diversi da quelli del mondo e degli eventi descritti da Omero». Inoltre, «non vi è alcun indizio che consenta di attribuire a una conquista la fine di Troia VI, VIIb1 e VIIb 2 [...] Anche nel caso in cui Troia VIIa sia stata presa con la forza, questo evento non può aver trovato riflesso nella saga greca: nemmeno il minimo indizio depone a favore di tale possibilità». Per di più, aggiunge Hertel, «nei dintorni di Troia non è stato trovato alcun segno di un assedio contemporaneo agli strati di distruzione rinvenuti nello scavo della città, portato da greci micenei o da altre popolazioni; né trincee, né accampamenti fortificati per le navi, né alcunché di simile è stato scoperto nei dintorni della città, sulla costa settentrionale o nella baia di Beşika, nonostante le numerose e alacri ricerche condotte».
Da notare che i turisti vengono spesso portati a vedere resti come la cosiddetta “tomba di Aiace”: peccato che tali reperti archeologici risalgano all’epoca romana, circa un millennio dopo Omero, e furono costruiti per far contenti i già allora numerosi viaggiatori provenienti da Roma, compresi alcuni imperatori, che restavano affascinati nello scoprire quelle che Virgilio aveva raccontato essere le “radici” degli antichi romani! Trascriviamo testualmente da Il libro dei libri perduti di Stuart Kelly:  «L'imperatore Adriano cercò di districare quei resoconti contraddittori chiedendo un parere alla sibilla Pizia, che gli rispose: “Itaca è la sua patria, Telemaco suo padre, ed Epicasta, figlia di Nestore, la madre che lo partorì, un uomo che è di gran lunga il più saggio fra i mortali”. 

Imperatore Adriano


Se aveva ragione, e se Telemaco, figlio di Ulisse, era l'antenato di Omero, l'Odissea è una biografia di suo nonno oltre che un poema epico» e quindi, aggiungiamo noi, un espediente agiografico per legittimare il suo potere su Itaca. Così la Pizia, che era a capo dell’oracolo di Delfi, poteva magari essere a conoscenza di qualche “mistero”, ben custodito e ben tramandato da generazioni. Niente male l'idea di Omero, figlio di Telemaco, che scrive la storia della nobile casata...

Si aggiunga poi che se si vanno a vedere le descrizioni che Omero fa di Troia, per esempio nei libri XII e XX dell’Iliade, ci si accorge che l’antica città di pietra del sito di Hissarlik, fondata nel 3000 avanti Cristo sulla costa turca, ha ben poco in comune con quello che sembra un tipico villaggio fortificato dell’Europa nordica. Omero riferisce che le mura del campo degli Achei sono ancor più imponenti di quelle di Troia, ma che vengono in parte abbattute durante un attacco troiano, e che sono poi spazzate via dalla successiva piena del fiume. La stessa Troia verrà poi completamente distrutta da un incendio: il tutto fa arguire che fosse fatta in gran parte di legno; Omero sottolinea che solo le case dei membri della famiglia reale erano di pietra. Si consideri quanta fatica fece secoli dopo Giulio Cesare per fare capitolare Alesia, la città dei Galli, per rendersi conto di quanto i villaggi del nord Europa fossero difficili da espugnare, pur essendo protetti solo da robuste palizzate di tronchi. A questo punto si può anche pensare, riprendendo le osservazioni di alcuni storici dell’antica Grecia,  che il famoso “Cavallo di Troia” fosse in realtà una specie di “macchina da guerra”, non molto dissimile da quelle architettate da Cesare per conquistare Alesia.  L’eroe troiano Enea poi afferma (Iliade XX, 219-240) che la fondazione della sua città risale a meno di sei generazioni prima, cioè a circa 200 anni addietro; quindi se la guerra datasse al 1200 avanti Cristo, e la fondazione al 1400, ci sarebbero “appena” 1600 anni di differenza con la data reale di nascita della città turca! Insomma, in poche parole, non c’è quello che dovrebbe esserci, e c’è quello che non dovrebbe esserci! Alla fine di questo discorso, dunque, gli archeologi avrebbero tutti i motivi per tirare un bel sospiro di sollievo al pensiero che la gloriosa città cantata da Omero non sia quel cumulo di macerie devastato dal “mitico” Schliemann!
Quindi la Troia della Turchia non è altro che una delle tante città chiamate così, come ce n’è una in Puglia, una in Portogallo, una Troyes in Francia, una Troynovant nell’antica Inghilterra, per non parlare della ventina circa di Troy negli USA. Del resto questo meccanismo di chiamare luoghi diversi con lo stesso nome ha continuato a perpetuarsi dall’antichità fino ai giorni nostri: basti pensare che il termine Eridano indicava anticamente un fiume europeo (non si è mai capito se il Rodano o il Reno, o qualcun altro) e poi ha designato il Po. O a quanti monti Olimpo ci sono: sette tra Grecia e Turchia, alcuni altri sparsi per il mondo, tra cui uno in America, e uno persino su Marte! Quindi Schliemann non ha scoperto la Troia omerica, ma solo un’importante città dell’antichità che poi è stata chiamata così. Sarebbe ora interessante scoprire quale città fosse, magari è proprio quella che gli Ittiti chiamavano Wilusa.  La sua non fu un'impresa particolarmente difficile, in fondo: egli era un ricco mercante, che viaggiava molto ed era appassionato di archeologia, in un’epoca in cui i ricchi viaggiatori erano pochissimi, e gli archeologi ancora meno. Bastava solo chiedere un po’ in giro e lasciare qualche mancia, per scoprire resti interessanti. Bei tempi!

Archeologia- scoperta tomba del VII sec A.C. a Caporciano


Nuove scoperte archeologiche sull’altopiano di Caporciano a cura dell'archeologo Vincenzo D'Ercole - il 4 agosto un incontro pubblico al Municipio di Caporciano.
L’Aquila 19 luglio 2011 - Una grande tomba a fossa risalente al VII secolo a.C. di tre metri per cinque è l’ultima scoperta effettuata dall’equipe dell’archeologo della Soprintendenza abruzzese Vincenzo d’Ercole nella piana di Caporciano. Si tratta di un rinvenimento molto importante perché dal ricco corredo funebre rinvenuto si può ipotizzare che il defunto fosse un guerriero di rango. La tomba, infatti, ci ha restituito due pugnali, cinque lance, una mazza ferrata come oggetti da guerra; sono stati puoi rinvenuti un grande “dolio” per il vino con una capienza di almeno un ettolitro, due brocche in bronzo provenienti dal sud dell’Etruria, dei bastoncini con i resti di scarponi o ramponi per potersi spostare agevolmente sulla neve o sul ghiaccio.

new completa: 
http://www.giornaledimontesilvano.com/cultura/34-cultura/8691-nuove-scoperte-archeologiche-sullaltopiano-di-caporciano-.html

ARCHEOLOGIA, ETRUSCHI / a Tarquinia riprendono gli scavi alla Doganacia



Dal 25 luglio p.v. il corso di Etruscologia e Antichità italiche dell’Università degli Studi di Torino, la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Etruria Meridionale e l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, riprenderanno le indagini archeologiche nell’area della Doganaccia, situata nel cuore della Necropoli Etrusca di Tarquinia, elevata a patrimonio dell'umanità dall’Unesco.




Come l’anno scorso, le ricerche si concentreranno sul tumulo di età orientalizzante detto “della Regina” (VII sec. a.C.) che, con quello “del Re”, costituisce una maestosa coppia di sepolcri che caratterizzavano, per chi proveniva anticamente dalla costa marina, l’ingresso alla necropoli tarquiniese.

Grazie agli scavi e agli interventi di valorizzazione, il Tumulo “della Regina” sta emergendo nella sua maestosità e soprattutto sta rivelando inaspettate particolarità architettoniche e decorative. La tomba presenta un basamento di circa 40 metri di diametro, misura che qualifica questo sepolcro come la più grande struttura a tumulo di Tarquinia.

La nuova campagna di scavo punterà a precisare le caratteristiche della costruzione, mettendone in risalto i limiti e gli apprestamenti destinati alle attività di culto; la tomba infatti conserva nella parte anteriore un “piazzaletto” sacro utilizzato per le celebrazioni in memoria del nobili defunti. Come il gemello tumulo “del Re







 New completa : http://www.unonotizie.it/15009-archeologia-etruschi-a-tarquinia-riprendono-gli-scavi-alla-doganacia.php

mercoledì 20 luglio 2011

CAGLIARI IN EPOCA CATALANO - ARAGONESE - I PARTE



Come abbiamo già visto, nel 1297 il papa Bonifacio VIII infeudò il “Regnum Sardinae et Corsicae” al re Giacomo II; le operazioni per la conquista dell’Isola iniziarono dieci anni dopo e furono avviate dall’infante Alfonso, figlio dello stesso re.
Il 1 giugno 1323 i Catalano - aragonesi sbarcarono nella Sardegna sud-occidentale con trecento navi, ma subito dopo si accesero veri e propri focolai di ribellione capeggiati sia dalle città di Sassari e Alghero, sia da famiglie potenti come i Doria e, soprattutto, gli Arborea dove spicca la figura della giudicessa Eleonora che, durante la prigionia del marito Brancaleone Doria, dovette sopportare il momento più critico della battaglia, nonostante la momentanea pace stipulata nel 1388  con Giovanni d’Aragona.
Nel 1409 i Catalano - aragonesi sconfissero il visconte di Narbona e trasformarono il Giudicato di Oristano in marchesato e nel 1478 la battaglia di Macomer, con la sconfitta di Leonardo Alagòn, sancì la definitiva conquista dell’Isola.

L’assedio di Castel di Castro durò circa tre anni (dal 1323 al 1326), il 29 febbraio del 1324 vi fu nei pressi di Cagliari la battaglia campale di Lutocisterna che sancì la definitiva sconfitta dei Pisani e la successiva capitolazione dello stesso Castel di Castro.
Subito dopo la conquista i Catalano - aragonesi attuarono diverse azioni:
- Castel di Castro fu ripopolato con numerose famiglie provenienti dai regni della stessa Corona di Aragona
- nel 1327 Giacomo II il Giusto emanò uno statuto municipale, il Coeterum, che tra le prerogative e i privilegi, già sperimentati a Barcellona, comprendeva anche la facoltà di legiferare
- le fortificazioni del Castello e della Marina furono potenziate. Le attenzioni si concentrarono soprattutto nell’area portuale, infatti, dal 1323 fu estesa a tal punto da essere trasformata in un vero e proprio quartiere e fu ripopolata con coloni iberici, nel 1332 i suoi confini si congiunsero con le mura del Castello, trasformandosi ben presto in una sua appendice, sempre nel 1332 fu costruita la darsena.

In quel periodo potevano risiedere nel Castello soltanto i catalani, gli aragonesi, i valenzani e i maiorchini; i sardi che, insieme agli altri “stranieri”, risiedevano nelle appendici della Marina, di Stampace e di Villanova erano esclusi dalla rocca e al calar della sera dovevano lasciarla al suono della tromba, essi erano inoltre esclusi dalle esenzioni doganali di cui godevano i Catalano - aragonesi. La totale parificazione tra i cittadini di Castello e quelli delle appendici avvenne soltanto verso la fine del Cinquecento per grazia concessa agli Stamenti.
Ogni appendice disponeva un’assemblea quale organo rappresentativo, che si riuniva nella chiesa più importante della zona, vale a dire la chiesa di Sant’Anna  per Stampace,
Chiesa di Sant'Anna

 quella di San Giacomo per Villanova


Chiesa di San Giacomo
 e la chiesa di Sant’Eulalia per la Marina. 


Chiesa di Sant'Eulalia
Durante tali assemblee, autorizzate dal viceré che inviava una guardia incaricata a gestire l’ordine pubblico, si discuteva su  questioni che riguardavano i quartieri dove avvenivano.

Le cariche pubbliche più importanti si concentrarono nelle mani dei conquistatori, vi fu una trasformazione dei poteri precedentemente esercitati dai Pisani, come quello dei consoli e dei castellani che vennero sostituiti dal vicario, dal baiulo e l’alcalde.
Il vicario rappresentava l’autorità regia in tutte le sue espressioni civili e militari, compresa quella di amministrare la giustizia penale.
Il baiulo era subordinato al vicario regio, inizialmente ricoprì, oltre alla carica di sovrintendente della conservazione dei diritti regi, anche quelle di portolano e doganiere.
L’alcalde era incaricato della difesa e della manutenzioni delle mura e delle torri.
Tra le figure minori si ricordano gli obrieri, incaricati di vigilare sull’edilizia urbana e sugli edifici pubblici, gli amostassen, che controllavano i pesi e le misure relativi al commercio e il salier, che amministrava le saline, le cui rendite erano amministrate dalla Corte Regia.

La città era amministrata da un consiglio civico composto da cinque consiglieri e cinquanta giurati di origine iberica fino al seicento, inizialmente nominati per designazione, poi scelti per estrazione con il sistema dell’insaccolazione.
A cadenza annuale i cinque consiglieri uscenti nominavano i cinquanta giurati che avevano il compito di designare i dodici probi viri incaricati, a loro volta, di scegliere i futuri cinque consiglieri.
Con questo sistema la monarchia aveva un’azione limitata dal momento che garantiva una sorta di continuità ad un governo urbano i cui poteri erano concentrati nelle mani di un gruppo ristretto di persone.  


Fabrizio e Giovanna


Notizie tratte da: 

Manlio Brigaglia “storia della Sardegna”
Manlio Brigaglia  "La Sardegna, Enciclopedia" a cura di
Antonello Angioni “Profilo storico della città di Cagliari”

martedì 19 luglio 2011

ARCHEOLOGIA SARDA: ALCUNE BELLISSIME TOMBE DEI GIGANTI

La devozione del popolo nuragico nei confronti dei loro antenati si manifestava anche dal punto di vista architettonico con l'edificazione di questi grandi sepolcri megalitici.



Tomba dei Giganti Is Concias, Quartucciu



Il video è stato caricato anche su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=zyv1n-W9KPI


Fabrizio e Giovanna

ARCHEOLOGIA: Valle d'Aosta, rinvenuta la "Signora di Indrod", una donna di 5000 anni


A
osta, 18 lug. - (Adnkronos) - Gli archeologi della Sovrintendenza ai beni culturali della Valle d'Aosta, impegnati a sondare il terreno prima di dare l'autorizzazione a procedere con i lavori di ampliamento dell'istituto scolastico di Introd, in Val di Rhe'mes, hanno rinvenuto una sepoltura risalente a 5000 anni fa. All'interno, rannicchiata sul fianco destro, con il capo rivolto a nord-ovest, e' stata trovata una donna, prontamente ribattezzata la ''Signora di Introd''.

New originale: ttp://www.libero-news.it/news/785639/Archeologia-Valle-d-Aosta-rinvenuta-la--signora-di-Introd--una-donna-di-5000-anni.htm

lunedì 18 luglio 2011

I TEMPLARI: Battaglie famose


I Corni di Hattin,  4 luglio 1187



Il coinvolgimento dell'Ordine del Tempio  non è tanto  importante dal punto di vista militare, perché come sempre diedero prova di coraggio e spirito di sacrificio, quanto per la controversa figura del suo Maestro Gerard de Ridefort. Egli non solo diede prova di uno scarso acume tattico consigliando male il Re Guido Di Lusignano, fu anche l'unico Templare ad avere salva la vita in cambio della consegna di Gaza. 
Quest'ultimo avvenimento getta un'ombra di sospetto sulla fedeltà del Maestro negli ideali della Cavalleria Cristiana.

La battaglia di Hattin, che ebbe conseguenze disastrose per l’esercito Crociato, si svolse lungo la strada che univa il villaggio di Manescalia ad Hattin, non lontano da Gerusalemme che cadde il 2 ottobre dello stesso 1187.

Lo scontro vide contrapporsi l’esercito Crociato, comandato dal Re di Gerusalemme Guido di Lusignano, alle truppe musulmane al comando del fondatore della dinastia degli Ayubiti, Ṣalāḥ al-Dīn al-Ayyūbi, meglio noto come Saladino.

Il comandante musulmano ebbe un’ascesa rapida e inarrestabile, infatti in pochissimo tempo da Califfo del Cairo diventò re di un vasto regno che si estendeva dalla Siria fino al Sinai.
Egli dimostrò una grandissima capacità strategica, intuì che per riuscire a battere l’esercito franco aveva bisogno di una compagine agile ed eterogenea, formata da diversi gruppi etnici che, pur mantenendo ognuno il suo stile di combattimento, si integrassero tra loro rispondendo alle esigenze del loro comandante.
Lo schieramento di Saladino, di circa 35.000 - 40.000 uomini, era composto da reparti di guerriglia formati dai muttawiyah (volontari religiosi), Turchi, Curdi e Mammelucchi. I reparti di fanteria vantavano la presenza di circa 20.000 unità, era inoltre presente una grande percentuale di cavalleria leggera e una limitata aliquota di cavalleria pesante destinata ad essere impegnata nelle fasi finali dello scontro.

L’esercito crociato era composto da circa 3000 unità di  cavalleria pesante e 2000 di turcopoli nella quasi totalità appartenenti agli Ordini Militari, e più di 22.000 fanti pesantemente armati e con un ottimo addestramento.
Questo scontro mise in luce tutti i limiti delle armate franche in Terrasanta, contraddistinte dalla mancanza di un unico comandante e dal fatto che lo stato maggiore del re fosse composto da baroni talmente potenti da non permettere al re l’autonomia decisionale necessaria.
L’esercito posto in campo dai cristiani era il più grande e potente di tutta la storia delle crociate, ma ebbe la pregiudiziale che i suoi reparti, nonostante fossero ben armati e addestrati, non furono in grado di integrarsi in una strategia unitaria di combattimento che fu causa di tantissimi errori strategici.
L’esercito Franco iniziò le sue manovre il 2  luglio convergendo a Seforia dove si accamparono in una zona ricca d’acqua e di pascoli per i cavalli, quindi in un’ottima posizione. Il re Guido, consigliato da Reginaldo di Chatillon (che fu principe di Antiochia dal 1153 al 1160) e dal Maestro del Tempio Gerard de Ridefort, prese l’infelice decisione di lasciare la posizione il giorno successivo al fine di avvicinarsi alle armate arabe che assediavano Tiberiade. I Crociati furono così costretti ad affrontare una marcia della durata di un giorno sotto il sole cocente e senz’acqua; quando, ormai stanchi e assetati,  raggiunsero l’altopiano che sovrastava Hattin per piantarvi le tende trovarono i pozzi asciutti.
Dal canto suo Saladino aveva scelto per il suo accampamento la pianura sottostante che gli garantiva abbondanti scorte d’acqua.



Vista la situazione critica del suo avversario Saladino decise di aprire le ostilità la notte stessa, dopo una ricognizione del terreno le sue truppe risalirono il pendio che portava all’altopiano e protette dall’oscurità e dal fumo dell’incendio che appiccarono furono agevolate nelle manovre di spostamento.
L’esercito arabo fu diviso in tre tronconi:
- il primo contingente, con a capo il nipote Taki ed - Din, venne impiegato per bloccare la strada che conduceva ad Hattin presidiando lo sbocco delle gole ad est,
- il secondo contingente, agli ordini di Kukburi, bloccava l’eventuale ritirata franca verso ovest in direzione del villaggio di Manescalia,
- il terzo contingente, comandato dallo stesso Saladino, si schierò a cavallo a sud verso Tiberiade per impedire un eventuale tentativo di sfondamento del nemico diretto al lago sottostante.

La zona nord di fronte ai Corni, era presidiata dai muttawiyah affiancati dai sufi.

La mattina seguente i Crociati ripresero la marcia nel tentativo di raggiungere l’acqua, ma si trovarono circondati e nell’impossibilità di sganciarsi dal nemico senza combattere.
Il contingente templare era formato da circa 350 uomini, di cui 150 cavalieri  e 200 sergenti, dietro di loro erano presenti 500 turcopoli. I Templari e gli Ospitalieri formavano la retroguardia dell’esercito crociato comandati da Baliano di Ibelin. Al centro dell’armata stava Guido di Lusignano con la sua guardia di mille uomini tra cavalieri e scudieri a cavallo e la fanteria di Enrico II d’Inghilterra.   
Raimondo di Tripoli che era il signore dei luoghi aprì il combattimento caricando gli arabi verso est, tentando di sfondare lo schieramento nemico, però riuscì a passare solo lui e pochi altri cavalieri lasciando il resto dell’avanguardia bloccato in combattimento sulla strada. Sul lato opposto della valle Templari e Ospitalieri tentarono una manovra analoga caricando insieme il nemico, superiore numericamente di almeno tre volte, con il risultato che solo Baliano di Ibelin e pochi altri cavalieri riuscirono ad attraversare lo schieramento nemico.
Gli ordini militari, visti i risultati della prima carica, tentarono una seconda volta l’attacco senza però sortire l’effetto sperato e il re, visti l’andamento sfavorevole della battaglia e la situazione di stallo, decise di spostare le truppe verso sud avvicinandosi ai Corni di Hattin. Nel frattempo ad est la situazione era molto critica, le truppe dell’avanguardia, rimaste isolate dal loro comandante Raimondo di Tripoli, furono sopraffatte dalla cavalleria leggera di Taki ed - Din. Saladino entrò in battaglia verso le undici del mattino attaccando il re cristiano e costringendolo ad avvicinarsi sempre di più verso la sommità dei Corni, i Templari e gli Ospitalieri non riuscirono ad intervenire in tempo perché impegnati in combattimento. A questo punto dello scontro Saladino ordinò alla sua cavalleria pesante l’attacco decisivo contro un esercito crociato ormai fiacco per la sete e la stanchezza.
In tale battaglia i Templari combatterono ininterrottamente dalle otto del mattino fino alle cinque del pomeriggio, come tutto il resto dell’esercito cristiano dimostrarono grandissimo valore tant’è vero che, nonostante le condizioni estreme furono necessarie tre cariche della cavalleria musulmana per domare la resistenza crociata.
In questa tragica battaglia fu persa per sempre la “Vera Croce” portata sul campo dal Vescovo di Acri, che fu presa come trofeo dai vincitori arabi.
Centinaia di cavalieri e migliaia di fanti furono catturati e ridotti in schiavitù e tutti i rappresentanti dei Templari e degli Ospitalieri vennero uccisi senza pietà dopo il loro rifiuto di abiurare la fede Cristiana, tutti, tranne il Gran Maestro Gerard de Ridefort, colpevole di aver consigliato male il re, che ottenne la libertà in cambio della consegna di Gaza.
Saladino solitamente magnanimo e generoso con il nemico, si dimostrò sempre spietato con gli Ordini Militari, perché era consapevole di trovarsi di fronte ai suoi più temibili nemici.
Il suo comportamento insolito nei confronti di Gerard de Ridefort, rende l'incompetenza tattica del "Templare" alquanto sospetta.
Il re Guido di Lusignano per la sua libertà dovette promettere la consegna di Ascalona che però non si arrese, anzi i suoi abitanti lo insultarono quando ordinò loro la resa.
Dopo aver conquistato la città Saladino premiò il coraggio degli Ascaloniti concedendo loro l’onore delle armi.
Questa vittoria gli spianò la strada verso la conquista di Gerusalemme il 2 ottobre dello stesso anno.




Fabrizio e Giovanna


Riferimenti bibliografici:
- Georges Bordonove, I Templari
- Ennio Pomponio, Templari in battaglia
- Malcolm Barber, La storia dei Templari

domenica 17 luglio 2011

ARCHEOLOGIA SARDA: ALCUNI MERAVIGLIOSI POZZI SACRI


In Sardegna da tempo immemorabile veniva praticato il culto delle acque. Fino a qualche decennio fa, e forse ancora oggi nelle zone più conservative, i pastori fanno il segno della croce prima di bere nelle fonti, segno forse della valenza sacrale attribuita all'acqua nella nostra Isola, dove l'annoso problema della siccità affonda le sue radici nel più remoto passato e la sua presenza era forse ritenuta quasi un miracolo da celebrare con la costruzione di questi meravigliosi Templi a Pozzo.






Fabrizio e Giovanna


sabato 16 luglio 2011

ARCHITETTURA ROMANICA: SAN PLATANO DI VILLASPECIOSA



La chiesa romanica di San Platano sorge su un piccolo poggio ai margini dell’odierno abitato di Villaspeciosa, di cui era probabilmente l’antica parrocchiale. Datata generalmente al secondo quarto del XII secolo risulta citata, per la prima volta, tra i possessi vittorini in un documento marsigliese del 1141, con cui l’arcivescovo di Cagliari Costantino confermava al monastero di San Vittore la chiesa di San Saturno di Cagliari e altri edifici.
Secondo il canonico Giovanni Spano la chiesa di San Platano fu dedicata al santo identificato come fratello di Sant'Antioco Sulcitano.

La chiesetta, costruita con pietra calcarea di pezzatura diversa e con abbondante uso di elementi di spoglio in marmo, mostra una particolare planimetria a due navate, che la mette in relazione con altri edifici dello stesso tipo del meridione sardo.
La bipartizione dell’aula avviene per mezzo di tre arcate poggiate su due colonne libere e due paraste addossate ai muri perimetrali. Le coperture originarie a botte risultano oggi sostituite da un tetto ligneo a doppia falda, in seguito al crollo delle volte avvenuto in un momento difficile da precisare, generalmente riportato al XIV secolo basandosi sulle forme goticheggianti del piccolo campanile a vela. Tale crollo coinvolse anche il muro perimetrale sud che risulta quasi integralmente ricostruito, in parte con i materiali originali. Anche il prospetto principale, che in origine presentava un coronamento orizzontale, subì di conseguenza delle modifiche, che lo portarono all’attuale configurazione a capanna, con campanile a vela al centro.

Prospetto ovest

Le volte a botte erano rinforzate per mezzo di sottarchi - di cui restano alcuni conci d’imposta - che nascevano da paraste poggiate ai muri perimetrali e da mensole nel setto divisorio.



Le colonne del setto divisorio sono elementi di spoglio probabilmente romani e mostrano due capitelli diversi: uno corinzio di epoca classica a foglie d’acanto, l’altro coevo all’edificio, con facce scolpite con motivi a foglie d’acqua, ovoli, volute e rosetta. Tra l’arco e il capitello si posizionano gli abachi a tavoletta; i catini delle due absidi mostrano, all’imposta, una cornice. 

Capitello medioevale

Capitello romano

L’illuminazione dell’aula è data dalle due monofore aperte nelle absidi e da quella nel prospetto principale.

Prospetto est
All'esterno la decorazione era limitata alle teorie di archetti su semicolonne, che caratterizzano i terminali delle absidi e probabilmente erano presenti anche nei fianchi, dove la parte alta è stata ricostruita.
La facciata presentava una decorazione dello stesso tipo: suddivisa in tre specchi per mezzo di due semicolonne, aveva arcatelle distribuite secondo il ritmo di due per specchiatura. Alle due navate dell'aula corrispondono, in facciata, due piccoli portali centinati.

Elementi da segnalare sono anche:

le ruote intarsiate di matrice pisana nella facciata e in una delle absidi;


la scala pensile innestata nel fianco nord;


un architrave di epoca romana riscolpito e riutilizzato al centro della facciata;


un concio, nella monofora di facciata, scolpito con due clipei, all'interno dei quali si vedono una croce greca e un animale non identificato con quattro zampe.


Sia all’interno, sia all’esterno dell’edificio si può notare un leggero accenno di bicromia, che rimanda a maestranze che erano a conoscenza degli sviluppi dell'architettura pisana.



Fabrizio, Giovanna e Nicola S.