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giovedì 19 giugno 2014

I TEMPLARI: CHI ERANO COSTORO?








Iniziamo queste piccole riflessioni sui Cavalieri del Tempio parafrasando il don Abbondio di Manzoni, perché come il curato dei “Promessi Sposi” si chiedeva chi fosse Carneade, gli studiosi dell’Ordine si chiedono da sempre chi fossero i Templari.
La domanda che sia lo studioso o il semplice appassionato, al quale luccicano gli occhi al solo intravvedere una croce patente è: “Ma infondo chi erano questi Templari?”.
L’interlocutore si aspetta una risposta esauriente che in due parole soddisfi la sua curiosità, invece la questione è molto più complessa di quanto possa sembrare; infatti, chi erano i Templari?
Erano santi asceti, totalmente estranei alle lusinghe della vanità che come diceva San bernardo nel suo elogio alla Cavalleria spirituale contrapposta a quella mondana : “Si  tagliano i capelli corti avendo appreso dall'apostolo che è un'ignominia per un uomo curare la sua capigliatura. Non li si vede mai pettinati,  raramente lavati,  la barba irsuta pregna di polvere,  sporchi per il caldo nelle loro armature"?
Erano degli eroi che hanno versato il loro sangue per difendere la fede cristiana e i pellegrini che in nome di essa si recavano in Terra Santa, oppure, usurai, maghi, eretici, blasfemi e compromessi con gli infedeli?
Forse i Templari erano un po’ tutte queste cose insieme.
La contraddizione della loro esistenza non sfuggì agli uomini del medioevo, infatti fu un grosso problema fin dalle origini, questa figura ibrida di monaco e di guerriero, non fu accolta con entusiasmo da tutti i contemporanei, furono necessarie la competenza teologica e le doti di persuasione  di San Bernardo che al concilio di Troyes nel 1129, riuscì a far approvare la regola dell’ordine da lui redatta alle autorità ecclesiastiche, anche se il vero e proprio riconoscimento ufficiale lo ottenne il 29 marzo del 1139 con la bolla di Innocenzo II “Omne Datum Optimum” . 
Com’è noto un religioso non può versare il sangue di un altro essere umano, i Templari erano monaci che  avevano fatto voto di difendere la fede con le armi, la contraddizione evidente fu abilmente aggirata dall’abilità diplomatica di Ugo di Payns e da quella teologico - dottrinaria di Bernardo di Chiaravalle. Il primo Maestro dell’Ordine, Ugo di Payns, fece un vera e propria campagna promozionale, incontrando eminenti personalità della chiesa e della nobiltà, facendo non pochi proseliti e aumentando in maniera incredibile il numero dei suoi affiliati. Questi guerrieri di Dio, che incarnavano l’ideale di Cavalleria Spirituale, infiammarono il cuore di migliaia di rampolli della nobiltà europea, felici di poter dare sfogo alla loro violenza e voglia di avventura con la benedizione papale.
Dal canto suo San Bernardo sciolse il nodo della contraddizione  monaco-soldato, infatti affermò che il Templare non avrebbe dovuto combattere contro gli uomini, ma contro il male che in essi dimorava, siccome nei musulmani si trovava dimora il male dell’errore di fede, uccidendo l’infedele avrebbe ucciso l’islam e questo non poteva che essere un’opera meritoria.
Monaci molto particolari quindi i Templari, basterebbe questa strana figura di soldato di Dio per giustificare l’interesse verso l’Ordine del Tempio, ma la loro storia e i loro segreti rituali hanno dato adito a leggende e illazioni che in parte furono responsabili della loro rovina.
Analizziamo la caratteristica che li rese più famosi, quella di guerrieri.
I Cavalieri del Tempio, legarono indissolubilmente il loro destino a quello delle Crociate delle quali furono indiscussi protagonisti, erano uomini duri, forgiati dalle battaglie e da un durissimo addestramento. Uomini come questi non potevano certamente essere degli asceti e pii monaci, erano sicuramente dei feroci guerrieri e molto probabilmente nelle loro commende si respirava più aria di caserma che di convento. Modi di dire come: “Bere e bestemmiare come un Templare” probabilmente nascono dal comportamento dei Templari combattenti che rientravano in Europa dopo anni di servizio in Terra Santa. Considerando che nella loro regola era espressamente vietato intrattenere “inutili discussioni con chi non si conosce bene”, si può capire che questi “irsuti” monaci non riscuotessero grandi simpatie.
Un’altra accusa tipica rivolta all’Ordine era quella di essere degli usurai, questo probabilmente nasce anche dall’invenzione della lettera di cambio con la quale chi si recava in Terrasanta versava una somma in una commenda templare presente in Europa ricevendo in cambio una ricevuta con la quale poteva riscuotere il corrispettivo in una commenda di Terrasanta; naturalmente i Templari per fornire questo servizio ricevevano un compenso e da qui si sono accumulati ingenti patrimoni che sono valsi ai Poveri Cavalieri di Cristo la nomea di essere dediti all’usura anche se un’analisi più attenta farebbe propendere a ritenere che non si discostassero da quello che è attualmente la principale attività delle banche. Quando sono nate le varie maldicenze sulla ricchezza dei Templari, non si è forse tenuto conto degli altissimi costi che comportava mantenere un esercito attivo nelle terre d’ Outremer.
Per quanto riguarda l’accusa di eresia ne abbiamo parlato diffusamente nei precedenti articoli dei quali riportiamo alcuni passi. Il Capitolo segreto dei Templari aveva dei rituali ai quali non poteva accedere nessun estraneo all’Ordine, è quindi naturale che tale segretezza abbia fatto nascere sospetti e paure negli uomini del tempo.
Sono innumerevoli le accuse che colpirono l’Ordine del Tempio, vedremo di analizzarne qualcuna perché l’elenco completo richiederebbe uno sforzo simile a quello compiuto dalla fervida fantasia degli inquisitori dell’epoca.
Naturalmente noi crediamo che le accuse rivolte all’ordine scaturissero unicamente dalla cupidigia del re di Francia Filippo il bello e dal fatto che un ordine militare nato per le Crociate, una volta finite le guerre di Terrasanta fosse diventato un pericoloso e poco controllabile esercito in Europa, però cerchiamo comunque di dare una spiegazione sapienziale ai possibili atti “criminosi” dei Cavalieri.
Ai Cavalieri vennero imputati atti blasfemi come per esempio quello che vedeva il nuovo Templare all’atto dell’investitura sputare tre volte sulla croce e maledire il Cristo.
L’orribile crimine di sputare sulla croce e maledire Cristo trova una probabile spiegazione in ciò che i Templari acquisirono durante la loro permanenza in Terrasanta. Attraverso lo studio di testi antichi scoprirono che, alcuni millenni prima di Cristo, i popoli semitici usavano sacrificare il re, da loro considerato sacro, nei momenti di crisi, per rigenerare la terra e per dare nuovo vigore al Cosmo.
Gli antichi semiti sacrificavano il loro re sacro con modalità per noi sorprendenti: il re veniva fustigato in modo che il suo sangue nutrisse la terra, crocifisso ed esposto al vento del nord (anche il Golgota è esposto a nord) e nessun osso del suo corpo doveva essere spezzato (a Gesù non venne spezzato nessun osso, nonostante la frattura dei femori fosse una procedura standard della crocifissione romana).
Attraverso tali scoperte, i ranghi più alti dell’Ordine forse intesero la passione di Cristo come un progetto del popolo ebraico di sacrificare il re dei giudei per liberarli dall’oppressione dei romani. In effetti, è solo in quest’ottica che si può spiegare la volontà del popolo ebraico ad abbandonare Cristo, ed è sempre in quest’ottica che i Templari sputavano sulla croce, essi ripetevano in tal modo il sacrificio del re sacro, solo apparentemente abbandonato e disprezzato dal suo popolo, sicuramente con la speranza di redimere i peccati commessi dagli uomini della loro epoca.
Un’altra gravissima accusa fu quella di adorare una testa barbuta, Il Bafometto, per il quale l’intero Ordine dimostrava una particolare venerazione.
La sua ragione va probabilmente ricercata nelle radici celtiche del pensiero Templare. Com’è noto, l’Ordine aveva una venerazione molto grande per S. Giovanni Battista decollato, che può essere collegata al culto dei crani di origine celtica. In molti poemi irlandesi, infatti, i capi-eroi, al momento della morte, chiedevano ai loro compagni di essere decapitati e che la loro testa venisse portata sempre con loro. Dalla testa del capo i guerrieri traevano conforto e con essa intrattenevano piacevoli conversazioni (tracce di tale culto sono riscontrabili dalla notte dei tempi in moltissime culture, per esempio a Gerico, in Israele, sotto il pavimento delle capanne neolitiche venivano conservate le teste degli antenati).
Il Bafometto è stato definito dagli inquisitori la testa o del Demonio o di Maometto, volendo così accusare i Templari di adorare il Diavolo o il profeta degli infedeli, ma l’idolo barbuto dei Templari non ha niente a che vedere col satanismo o con l’Islam, ha un significato esoterico molto più profondo. Se l’adorazione per S. Giovanni Battista si può spiegare attraverso lo studio del pensiero celtico, quello per il Bafometto si deve analizzare attraverso la tradizione ermetica. In molte raffigurazioni il Bafometto (o quello che è stato interpretato tale) appare con due facce, una bianca e una nera; questa sorta di Giano Bifronte avente gli stessi colori del Baussant (vessillo che i Templari portavano in battaglia)  è stato interpretato dagli studiosi templaristi come un’ulteriore prova della visione “duale” dell’ideologia dell’Ordine. I Templari non adoravano il Bafometto come un feticcio fine a se stesso, ma propugnavano per suo tramite l’unione degli opposti, che sta alla base di tutto il pensiero spirituale e filosofico-sapienziale delle antiche culture. Forse è in questa chiave che vanno interpretati i loro rapporti con l’Islam, e in particolar modo col sufismo che è la sua parte più spirituale, intesi a riappacificarsi con esso con l’intento di trovare i punti di unione con il Cristianesimo e creare una religione unica che mettesse fine a tutte le guerre che si nascondevano sotto il vessillo della fede; in altre parole intendevano unire gli opposti religiosi. I Cavalieri cercavano la radice, il punto di partenza delle grandi religioni, perché erano convinti che Dio fosse “Uno” e che si manifestasse in diverse forme che dovevano giungere all’armonia tramite l’unione degli opposti poiché solo in tal modo si realizzava l’Unità tramite la quale si poteva raggiungere il vero Dio.
Questo era un progetto molto ambizioso che ancora oggi potrebbe sembrare assurdo e che i Cavalieri del Tempio pagarono con la tortura e con la vita.
I Templari furono un tentativo di costituire una cavalleria perfetta, il guerriero invincibile al totale servizio di Dio e degli ideali cristiani e cavallereschi.
Secondo San Bernardo questi cavalieri erano protetti dal male grazie alla loro fede e dai nemici dalle loro corazze, niente di meglio  quindi in un periodo nel quale era in atto un immane scontro di civiltà.
Purtroppo però gli alti ideali si scontrano sempre con i bisogni materiali, ci si rese presto conto che per una Crociata permanente era necessaria una grande quantità di denaro e da qui la necessità di procurarselo.
In pochi anni nelle casse del Tempio entrò tantissimo denaro sotto forma di donazioni in moneta, terriere e di rendite che lo resero il più ricco e potente ordine del medioevo, è facile capire come i suoi detrattori ebbero buon gioco nell’accusarlo di volersi arricchire smodatamente tradendo i voti delle origini.

Dopo questa breve e non esaustiva disamina sull’ordine del Tempio abbiamo le idee ancora più confuse, quindi alla domanda iniziale “Chi erano i Templari?”, non possiamo dare una risposta certa; infatti non sappiamo se i Templari furono soltanto dei puri cavalieri senza macchia e senza paura, armati dello scudo della  fede e della spada della parola di Dio, una setta esoterica dalla quale trassero ispirazione i contemporanei “Fedeli d’Amore”  di Dante Alighieri e Guido Cavalcanti e i moderni massoni, degli usurai, degli idolatri o dei simpatizzanti del Profeta. Crediamo fermamente che le fonti a nostra disposizione non potranno mai darci risposte certe e che ognuno di noi in base ai suoi ideali o alla sua fede, possa trovare in questi particolarissimi protagonisti del medioevo europeo moltissimi spunti di ricerca e di riflessione.
Attendiamo commenti e ipotesi da chiunque sia interessato a questo affascinante argomento.  



 Fabrizio e Giovanna


Riferimenti bibliografici:

Malcom Barber, "La storia dei Templari"
Giulio Malvani, "Della sapienzialità templare"


venerdì 26 agosto 2011

I TEMPLARI: LE FORTEZZE DEL TEMPIO IN TERRA SANTA



Gran parte dell’enorme importanza bellica che i Templari raggiunsero in Terra Santa, fu legata al possesso di fortezze, castelli, borghi e case fortificate dotate di fattorie e orti, ricalcando di fatto la loro organizzazione economico-militare in Europa.
Molti principi franchi si resero conto che il mantenimento di piazzeforti di grandi dimensioni era economicamente fuori dalla loro portata, perciò quando gli eventi bellici si inasprirono, chiamarono gli Ordini Militari a presidiare tali difese che spesso venivano loro donate.
La scelta di donare e affidare le opere difensive agli Ordini era dettata sia dal noto valore militare di Templari, Ospitalieri e Teutonici, sia dal fatto che essi disponevano di ingenti patrimoni tali da permettere di mantenere in perfetta efficienza gli avamposti in Terra Santa.
Il sistema di difesa del territorio in Terra Santa era basato sugli ordini militari, ma risultava frazionato, infatti il pattugliamento delle strade e il controllo dei luoghi strategici risultava impossibile nei territori d’Oltremare; prima di tutto perché i territori passavano repentinamente dai Cristiani ai Musulmani e poi perché le fortezze erano distribuite in maniera del tutto irrazionale.
A fronte di una massiccia presenza di piazzeforti tra Giaffa ed Haifa si aveva un’assoluta mancanza di presidi nei punti di grande rilevanza strategica come i passi interni e i valichi di montagna.
Da questo quadro difensivo-territoriale risulta chiaro che le grandi fortezze templari di Acri e Gerusalemme ebbero un’importanza strategica di gran lunga maggiore rispetto alla fitta rete di castelli e fortezze disseminate nel territorio che ebbero per lo più un’importanza logistica, in quanto svolgevano funzione di caserme e centri di presidio di polizia, da utilizzare come punti di partenza per attaccare gli Arabi.
La valenza logistica dei presidi templari fu data, probabilmente, dal fatto che al loro interno trovavano posto grandi magazzini di alimentari, riserve d’acqua e una grande quantità di armi, dalle quali attinsero anche le armate cristiane di passaggio.
L’Ordine del Tempio non possedette mai in Terra Santa più di una decina di castelli e fortezze contemporaneamente.
I primi castelli dell’Ordine in Palestina furono fortezze di origine bizantina situate in Siria settentrionale, alle quali poi se ne aggiunsero delle nuove soprattutto durante la Terza Crociata (1189-1192) ad opera di Riccardo Cuor di Leone e Filippo Augusto di Francia.
In questo periodo vi fu una vera e propria rivoluzione dell’architettura, che caratterizzò le opere difensive fino alla scoperta della polvere da sparo.
Per edificare le loro fortezze Templari utilizzarono tecniche sia tecniche di origine bizantina, sia quelle provenienti dai nuovi sviluppi in campo ingegneristico-bellico, provenienti dall’Europa.
La tipica fortezza medievale del XII sec. vide la nascita del mastio, una grande torre in pietra fortificata e dotata di feritoie. Questa struttura si rivelò ben presto inadatta a sostenere l’impatto delle nuove tecniche di assedio e di assalto, molto spesso accompagnate dall’utilizzo di macchine da guerra.
In risposta alla minaccia delle tecniche d’assedio, il mastio venne circondato da una o più cinte murarie collegate fra loro e dotate di torri di dimensioni più contenute di quella centrale, sormontate da spalti e da camminamenti di ronda.
Tali camminamenti merlati vennero dotati di feritoie che coprivano il tiro dei difensori e di caditoie dalle quali il nemico veniva sottoposto ad una pioggia di sassi, di frecce e a volte dal famoso olio bollente.
Un ulteriore innovazione fu rappresentata dal cosiddetto “fuoco di infilata”, che consisteva nella realizzazione di una cortina muraria dotata di due punti protetti in grado di attaccare autonomamente gli assedianti lateralmente.
Le nuove tecniche ingegneristiche trovarono in Terra Santa la loro massima espressione nel grande Krak dei Cavalieri Ospitalieri e nell’imprendibile Athlit dei Templari.
Nei prossimi articoli prenderemo in esame nel dettaglio alcune fortezze del Tempio in Palestina.

Fabrizio e Giovanna


Notizie tratte da:
Ennio Pomponio, Templari in battaglia  

domenica 21 agosto 2011

TEMPLARI: L'INVESTITURA




L’Ordine del Tempio nacque in Terra Santa e la maggior parte delle loro risorse erano destinate a questo scopo, però in Europa era molto forte la loro presenza con commende, chiese e una grande quantità di proprietà i cui proventi finanziavano i fratelli di stanza in oriente.
La presenza Templare in occidente era capillare, i maggiorenti dell’Ordine avevano frequenti rapporti con le maggiori personalità sia ecclesiastiche che laiche.
Il loro modo di vivere, ordinato e severo, affascinava gli uomini del medioevo e soprattutto  i giovani cavalieri cadetti di famiglie nobili con patrimoni non molto grandi.
Immaginiamo l’impatto che potevano avere questi guerrieri della fede, tutti vestiti uguali, bene equipaggiati con armi e armature robuste ma non di lusso, sottoposti ad una disciplina ferrea, che avevano votato la loro vita ad un ideale utopico, in una società cavalleresca dove il coraggio e la morte gloriosa in battaglia erano dei valori importantissimi.
Il giovane cavaliere che mostrava interesse per l’Ordine veniva accolto nella Casa, ma nessuno dei monaci del Tempio gli chiedeva di prendere i voti, questa era una regola ferrea, i Templari dovevano fare proselitismo con l’esempio e non con le parole.
Al postulante veniva concesso di condividere in parte la vita monastica, in modo che potesse rendersi conto della vita che avrebbe dovuto scegliere in piena libertà, perché una volta pronunciato i voti non sarebbe più potuto tornare indietro se non a prezzo di vergogna e severe punizioni.
La vita di un Templare era regolata da numerosi obblighi e divieti i più importanti dei quali erano comunicati al novizio al momento della sua investitura, mentre gli altri di minore entità gli avrebbe imparati durante il suo servizio.
Il postulante dopo aver fatto domanda di ammissione doveva come consuetudine attendere la conferma della sua accoglienza; questo periodo d’attesa serviva ai dignitari dell’Ordine per prendere le necessarie informazioni sul nuovo venuto.
Egli doveva essere cavaliere figlio di cavaliere e di Dama, non poteva essere sposato o fidanzato e nessuna donna doveva in qualche modo avere dei diritti nei suoi confronti, inoltre non poteva far parte di altri ordini ed avere debiti che sarebbero dovuti essere pagati dal Tempio.
La maggior parte delle reclute veniva dalle commende di provincia dove di solito si attendeva l’arrivo di un importante dignitario per l’investitura di un nuovo Cavaliere.
Quindi seguiamo il giovane cavaliere cadetto che una volta ricevuta la risposta affermativa tanto agognata, giungeva finalmente in una commenda di provincia dove era presente un alto dignitario dell’Ordine incaricato della sua investitura.
Al nuovo venuto si aprivano le porte della commenda dove si trovavano i domestici, i cuochi e i cavalieri, tutti portavano una croce rossa cucita sul cuore come emblema di appartenenza all'Ordine.
Il postulante veniva accolto all'interno della casa e attendeva che il capitolo deliberasse sulla sua richiesta. Una volta che il capitolo, presieduto dal commendatario o da un altro dignitario di passaggio e formato dai fratelli più saggi, deliberava favorevolmente, il nuovo venuto veniva invitato ad entrare in una stanza dove due fratelli  gli  anticipavano le domande che gli avrebbe fatto il capitolo e lo mettevano in guardia contro una decisione che sarebbe stata irrevocabile. Finché le sue promesse non fossero state pronunciate davanti al capitolo, egli sarebbe stato libero di andare via in qualsiasi momento, quindi l'avvertimento dei due fratelli era di vitale importanza.

Riportiamo alcune parti del rito a cui si sottoponeva il novizio  tratto da Georges Bordonove, La vita quotidiana dei Templari nel XIII secolo
La cerimonia di accettazione era preceduta da un colloquio con due fratelli più anziani ritenuti più saggi:

il fratello più anziano: "Chiedi di entrare nella nostra compagnia?"  
il novizio: "Si Signore"
il vecchio fratello, secondo la consuetudine, seguitava elencando i divieti e gli obblighi ai quali sarebbe stato sottomesso, poi aggiungeva: "Fratello, sopporterai tutto questo per amore di Dio? Sei ben deciso? Vuoi essere schiavo della Casa, da ora in poi per tutti i giorni della tua vita?"
il novizio: "Accetterò tutto questo per amore di Dio, e voglio essere servo e schiavo della Casa per sempre"
il vecchio fratello concludeva così il suo intervento: "Fra poco ti verrà chiesto se hai una sposa e una fidanzata, se hai pronunciato voti in un altro ordine, se hai debiti, se sei sano di corpo e uomo libero. Devi rispondere con onestà e senza nulla nascondere, perché una tua menzogna danneggerebbe l'Ordine e ti esporrebbe ai nostri castighi. Cosa risponderai?"
il novizio: "Sono libero da tutti questi legami"

I due Templari dopo aver parlato con il postulante si recavano al capitolo per rendere conto della loro conversazione, dichiarando di aver redarguito il nuovo venuto su tutti i pericoli e gli obblighi che lo attendevano e che egli aveva dichiarato di essere libero da qualsiasi impedimento e pronto ad essere servo della Casa.
Colui che presiedeva il capitolo, dopo aver ascoltato il rapporto dei due templari, chiedeva se qualcuno dei presenti rilevasse o fosse a conoscenza di un qualche impedimento per l'accoglienza del nuovo cavaliere. 

Iniziava così la cerimonia di accettazione: 

i due fratelli tornavano dal novizio per istruirlo sul comportamento da tenere e le parole da pronunciare davanti al capitolo. 
Secondo le istruzioni ricevute, il giovane si inginocchiava a mani giunte e diceva: "Signore, sono venuto davanti a Dio davanti a te e davanti ai fratelli e vi prego, vi imploro per Dio e Nostra Signora di accogliermi nella vostra compagnia e di farmi partecipe dei benefici della Casa"
il dignitario: "Amato fratello, tu chiedi molto, perché del nostro Ordine non vedi che la scorza che è al di fuori. La scorza che tu vedi sono i nostri bei cavalli e le nostre belle armature; vedi che mangiamo e beviamo bene e abbiamo dei begli abiti, e per questo credi che con noi starai bene. Ma tu non sai quali dure leggi vigono all'interno: perché è cosa dura per te, che sei nato signore, dover diventare servo. D'ora in poi non farai più ciò che desideri: se vuoi stare di qua dal mare ti si manderà di là e sei vuoi rimanere ad Acri ti si invierà a Tripoli o ad Antiochia oppure nelle Puglie o in Sicilia o in Francia o in Borgogna. Se vorrai dormire ti si farà vegliare e vorrai vegliare ti sarà ordinato di riposare. Quando sarai a tavola ti verrà ordinato di andare dove un altro vorrà e non saprai dove. Sarai in grado di sopportare tutte queste difficoltà?"
il novizio:  "Si Signore, a Dio piacendo."

Dopo aver nuovamente esortato il giovane a pensare bene a ciò che lo attendeva, veniva invitato ad uscire e il dignitario, rivolgendosi al capitolo, chiedeva nuovamente se qualcuno dei presenti avesse da obiettare circa l'accoglienza. 
Se il capitolo si esprimeva favorevolmente il nuovo venuto  veniva reintrodotto nel capitolo e pronunciava le parole del rituale di accoglienza:

"Signore, vengo davanti a Dio, davanti a te e davanti ai fratelli e vi prego e vi imploro per Dio e nostra Signora di accogliermi nella vostra compagnia e ammettermi spiritualmente e temporalmente ai benefici della Casa, come colui che vuole essere servo e schiavo della Casa, ormai per sempre".

Il dignitario redarguiva ulteriormente il novizio sui rigori della Casa e chiedeva ancora il parere del capitolo, questa volta davanti a lui, gli ripeteva le domande iniziali e, alla sua risposta affermativa, gli faceva rinnovare la promessa di servire per sempre la Casa. 
Dopo questo passaggio finale il dignitario prendeva una cappa con la croce vermiglia e la poneva sulle spalle del nuovo Templare, il cappellano recitava il Pater Noster e il presidente del capitolo lo baciava sulla bocca in segno di omaggio feudale.
Il suono della campana accompagnava l'emozione del nuovo cavaliere.






Fabrizio e Giovanna 


Notizie tratte da Georges Bordonove, La vita quotidiana dei Templari nel XIII secolo

giovedì 4 agosto 2011

I TEMPLARI: Battaglie famose





LA VITTORIA DI ARSUF: 7 settembre 1191

La caduta di Gerusalemme suscitò grande emozione in Occidente e i sovrani Europei decisero di mettere da parte le loro controversie per intraprendere la causa delle Crociate anche grazie alla predicazione del vescovo Guglielmo, incaricato a tal fine dal marchese Corrado di Monferrato che aveva da poco liberato la fortezza di San Giovanni d’Acri.
Filippo Augusto  di Francia ed Enrico II d’Inghilterra decisero quindi di recarsi in Oriente per tentare di liberare la Città Santa, ad essi si unì anche Riccardo Cuor di Leone figlio di Enrico II. Si unì alla Crociata anche l’imperatore Federico Barbarossa, accompagnato da molti dei suoi più alti feudatari e da un gran numero di coraggiosi capitani, suggestionati dalle parole di Guglielmo di Tiro, che si era recato in Germania per partecipare alla Dieta di Magonza[1]. Purtroppo l’accordo fra Filippo Augusto ed Enrico II fu di breve durata, la guerra riprese sanguinosa e Riccardo Cuor di Leone, spinto dall’odio nei confronti di suo padre, si mise dalla parte di Filippo Augusto guadagnandosi per questo la scomunica papale. Durante questa guerra morì Enrico II ponendo fine di fatto alle ostilità; questo evento spinse Riccardo a decidere di recarsi immediatamente in Terrasanta per espiare le sue colpe nei confronti del padre. Da quel momento Riccardo cominciò i preparativi per la Crociata, vendette tutto ciò che possedeva, impose enormi tasse ai suoi sudditi e spogliò gli ebrei di tutti i loro averi. Dopo la riunione di Nonancourt con Filippo Augusto nella quale i due sovrani stesero una sorta di regolamento militare atto ad evitare gli errori della seconda Crociata (come ad esempio il divieto di portare le mogli nella spedizione per evitare scandali, come quelli di cui fu protagonista Eleonora d’Aquitania, madre di Riccardo), il principe inglese partì per la volta della Terrasanta. Giunto a destinazione decise di marciare lungo la costa in direzione di Giaffa prima di tentare di riconquistare il Santo Sepolcro. Il Saladino, venuto a conoscenza di questa manovra, attuò la sua contromossa posizionando il suo esercito ad Arsuf a nord di Giaffa, con l’intento di bloccare l’avanzata cristiana ed impedire la conquista della città. L’armata musulmana era numericamente superiore e i suoi componenti erano notevolmente più riposati rispetto ai crociati già provati dal viaggio, però gli uomini a disposizione del Saladino erano dotati di armamenti leggeri, soprattutto la cavalleria. L’esercito cristiano, di contro, possedeva cavalcature robuste e pesantemente corazzate, oltre alle potentissime armature.
La battaglia iniziò poco dopo le nove del mattino, l’esercito crociato, con gli Ospitalieri di retroguardia e l’avanguardia formata dai Templari al comando di Roberto di Sablé[2], mentre la cavalleria e gli arcieri inglesi erano posizionati al centro.
Il Saladino aprì le ostilità utilizzando la fanteria egiziana e beduina, che scatenò un lungo attacco a base di lance e giavellotti contro le fila serrate dell’esercito cristiano scompaginando la fanteria ma lasciando praticamente illesa la cavalleria pesante. Gli ordini militari svolsero alla perfezione il compito a loro assegnato da Riccardo, gli Ospitalieri furono sottoposti a durissimi attacchi da parte degli arcieri a cavallo musulmani e, spinti dalla necessità, furono costretti a muovere la carica prima di ricevere l’ordine dal re. Questa manovra mise in crisi la strategia di Riccardo Cuor di Leone, che prevedeva di tenere l’esercito con i ranghi serrati e attendere il momento giusto di modo che la carica della cavalleria avesse il massimo effetto dirompente affinché, una volta sfondate le linee nemiche, l’esercito potesse accerchiare il nemico. Nonostante la strategia iniziale non fosse più attuabile, Riccardo ne concepì immediatamente una nuova, divise infatti la cavalleria in dodici squadroni con i Templari all’avanguardia e gli Ospitalieri alla retroguardia. Con questa manovra riuscì a spezzare le linee nemiche e a mandare in rotta lo schieramento arabo. Le cronache musulmane raccontano che l’impressionante carica della cavalleria cristiana non si sarebbe potuta arrestare neanche ad una montagna. In questa grande battaglia, che fu una rivincita cristiana dopo la sconfitta dei Corni di Hattin, i Templari ebbero un ruolo fondamentale, lo stesso re Riccardo, consapevole della capacità militare e organizzativa dell’Ordine, ripose in loro la massima fiducia.
La vittoria di Arsuf diede nuovo vigore alle forze cristiane e pose fine alla fama d’invincibilità del Saladino, che in quest’occasione subì la sua più grave sconfitta.


Fabrizio e Giovanna


Bibliografia:

Steven Runciman, Storia delle Crociate
Georges Bordonove, I Templari 
Malcolm Barber, La storia dei Templari
Domenico Lancianese, La Guerra dei Templari




[1] La spedizione di Federico Barbarossa finì tragicamente a causa del suo annegamento nel fiume Selef  in Cilicia.
[2] Succeduto a Gerard de Ritfort, morto durante l’assedio di Acri

venerdì 29 luglio 2011

I TEMPLARI: Alcune riflessioni




Templari nella loro classica iconografia


Quando parla di Templari l’appassionato di storia medioevale, e dei Cavalieri del Tempio in particolare, si trova sempre in un certo imbarazzo per via delle troppe distorte informazioni che circondano l’argomento.
Fino a qualche tempo fa, nella maggior parte dei casi, l’interlocutore non sapeva di cosa si stesse parlando e guardava l’entusiasta narratore con una certa commiserazione mista ad ironia.
Ora le cose sono cambiate grazie a Dan Brown e al suo romanzo speudostorico, che mischia in un calderone tutta la splendida tradizione esoterica occidentale, molte persone si ritengono esperte sull’argomento, e, convinti che i Templari fossero una sorta di setta dedita a chissà quali complotti, osservano lo storico con sospetto e una certa diffidenza.
Nei nostri articoli abbiamo accennato ad alcuni misteri che coinvolgono Il Tempio, come l’adorazione del Baffometto legata al culto di San Giovanni Battista e al mito celtico, o la misteriosa attività di scavo di  Hugues de Payns e compagni a Gerusalemme; ma questi sono interessanti aneddoti, curiosità storiche, che arricchiscono lo studio, ma certamente non lo esauriscono.
La storia dei Poveri Cavalieri di Cristo, è fatta di sacrificio e dedizione ad un ideale che essi hanno servito fino alle estreme conseguenze.
Moltissime organizzazioni esoteriche e non, si rifanno alla tradizione templare, utilizzandone simboli e copiandone i riti, tutto ciò è lecito e dimostra che l’alta Cavalleria spirituale ha lasciato un segno indelebile nell’immaginario occidentale, ma non bisogna confondere l’Ordine del Tempio originale con i suoi attuali imitatori.

Chi decideva di entrare nell’ordine, doveva essere pronto a rinunciare a se stesso e ad entrare in una comunità dove i bisogni e i desideri individuali erano sacrificati a vantaggio della collettività.
Il cavaliere non possedeva nulla, non poteva decidere cosa fare, dove andare o quando riposare, è quindi chiaro che per potersi definire Templari si deve essere pronti ad essere come loro.

La storia dei Templari si mescola inevitabilmente con quella delle Crociate, essi sono stati i maggiori rappresentanti dell’ideale che le aveva provocate, però, nel corso dei circa duecento anni di vita dell’ordine impararono a conoscere e rispettare le altre religioni con le quali entrarono in contatto. 
Molti  indizi ci portano ad essere convinti che durante la loro permanenza in Terra Santa essi ebbero profondi rapporti con Mussulmani ed Ebrei e che, resesi conto che i punti di contatto tra la religione Cristiana, l’Islam e il Credo di Abramo erano più numerosi delle differenze, si adoperarono  per creare un sincretismo tra di esse e così por fine alle guerre che si nascondevano dietro il vessillo della fede.

Tutta la tradizione Templare trova le sue radici in quella Celtica; i Celti erano un popolo indoeuropeo che portava con se un antichissimo retaggio neolitico, infatti essi praticavano il matriarcato ed erano dediti al culto della Grande Dea Madre (in un precedente articolo abbiamo trattato l’argomento in riferimento alle tradizioni “Del Popolo Megalitico”: 
Il fatto che praticassero il culto della Dea non implica che la loro fama di popolo guerriero ed indomito sia falsa, però gran parte delle caratteristiche che sono state loro attribuite nel ventesimo secolo e che sono servite ad avallare dei movimenti politici sviluppatisi in tempi molto lontani da quelli dei celti, sono delle forzature che niente hanno a che fare con la verità storica.

L’epopea Templare si è sviluppata ed è tragicamente finita nel medioevo, i Cavalieri erano l’incarnazione stessa degli ideali medioevali, erano uomini del loro tempo, con tutte le contraddizioni tipiche dell’epoca.
La loro stessa esistenza era una contraddizione, quell’essere monaci e guerrieri allo stesso tempo, creò non pochi problemi  ai teologi del periodo delle Crociate e solo l’influenza di Bernardo di Chiaravalle, abate dei Cistercensi e loro più grande sostenitore, potè risolvere la difficile situazione.

Studiare la storia medioevale vuol dire immergersi in un mondo fatto di alti ideali e spirito di sacrificio ormai perduto per sempre, come perduti per sempre sono i Cavalieri del Tempio.
Di essi rimane il racconto delle loro incredibili gesta, del loro coraggio e della assoluta dedizione alla causa delle Crociate; noi possiamo ammirarli e cercare di portare alla luce tutto quello che riguarda la loro storia, ma pretendere di resuscitarli e piegarli ai nostri scopi è impossibile e offende la loro memoria.



 Fabrizio e Giovanna



sabato 23 luglio 2011

I TEMPLARI: Battaglie famose



Le fonti di Cresson: primo maggio 1187








Un altro episodio discusso della storia dei Templari in Terra Santa, precedente alla battaglia dei Corni di Hattin, vede protagonista Gerard de Ridfort, Gran Maestro del Tempio, quello della cruenta “Carica di Cresson”. Ancora una volta abbiamo a che fare con un atteggiamento apparentemente irrazionale dei Cavalieri che si concluse in una grande dimostrazione di valore volta al martirio.
Vediamo ora gli avvenimenti che portarono alla battaglia delle fonti di Cresson.

Nonostante i vari tentativi, i baroni cristiani non riuscirono ad impedire che il Regno di Gerusalemme finisse in mano ad un Re inetto e notoriamente pavido come Guido di Lusignano e di un uomo discusso e politicamente incapace come il Gran Maestro dei Templari, Gerard de Ridfort.
Il conte Raimondo di Tripoli, anch’egli profondamente inviso al re di Gerusalemme, entrò in un rapporto d’amicizia con l’astro nascente della nobiltà militare islamica, il noto Saladino.

Il precario equilibrio fra i regni franchi e l’islam si ruppe a causa dello sconsiderato comportamento di Rinaldo di Chatillon, signore d'Oltregiordano che attaccò e depredò una grossa carovana araba.

Questo attacco e il successivo rifiuto da parte dello Chatillon di obbedire all’ordine di Guido di Lusignano, che gli intimava di restituire il bottino, innescò una serie di conflitti che portarono alla perdita definitiva di Gerusalemme.

La reazione di Saladino fu immediata, assediò la fortezza di Moab, di proprietà del signore d'Oltregiordano, e dopo aver depredato la Transgiordania decise di spostare il teatro delle sue operazioni verso il regno di Gerusalemme.

Saladino, non volendo entrare in contrasto con Raimondo di Tripoli, al quale era legato da un rapporto d’amicizia, gli chiese di poter attraversare i territori di sua proprietà pacificamente.

Il conte Raimondo non voleva trovarsi nella situazione di apparire come un alleato dei musulmani (e quindi nemico dei cristiani), ma nello stesso tempo non intendeva arrecare offesa al suo amico Saladino; decise allora di permettere il passaggio di una colonna islamica, comandata dal figlio di Saladino, a patto che lasciasse il suo territorio entro un giorno.

Saputa la notizia della penetrazione di truppe arabe in territorio cristiano, il Gran Maestro del tempio Gerard de Ridfort, che covava un antico rancore nei confronti del conte di Tripoli risalente ad un periodo antecedente il suo ingresso nell’Ordine (il conte gli aveva promesso in sposa la giovane ereditiera del feudo di Botru, che invece concesse ad un ricco mercante italiano), radunò tutti i Cavalieri disponibili per tentare una rappresaglia.

Riuscì a mettere in campo un drappello di circa 150 uomini, di cui 90 Templari, 10 Ospitalieri col loro Gran Maestro e 40 cavalieri secolari.

Fu con questi pochi uomini che Gerard de Ridfort andò incontro ai circa 7000 soldati musulmani che stavano facendo abbeverare i cavalli alle fonti di Cresson.

Considerata la differenza di numero, il Maresciallo del Tempio Jacques de Milly e il gran maestro degli Ospedalieri Ruggero Des Moulins, consigliarono di agire con prudenza.

A questo sensato consiglio il Maestro del Tempio reagì con violenza, tacciando di codardia il suo omologo degli Ospitalieri e  schernì il suo Maresciallo dicendogli che per paura di perdere la sua testa bionda, non esitava a comportarsi da vile.

Il Maresciallo rispose che sarebbe morto con coraggio sul campo di battaglia e che invece il suo Gran Maestro sarebbe fuggito come un traditore.

Dopo queste poche parole Gerard de Ridfort, lanciò una disperata e folle carica verso un nemico che per, quanto impreparato all'attacco, era infinitamente più numeroso.

L’attacco cristiano avvenne con un tale impeto che, come disse uno storico arabo "I capelli più neri divennero bianchi" (da Domenico Lancianese, La guerra dei Templari), ma la grande superiorità numerica dei Saraceni ebbe presto ragione del valore dei Cavalieri cristiani.

La disperata impresa dei Crociati si concluse con il massacro di tutti i Cavalieri, tranne il Gran Maestro del Tempio e altri due Templari scampati miracolosamente alla carneficina e con la colonna islamica che riprese il suo cammino issando sulle lance le teste dei nemici uccisi, sotto gli occhi del conte Raimondo di Tripoli che osservò la scena dalle mura di Tiberiade.

Gerard  de Ridfort scamperà anche al massacro dei Corni di Hattin (I TEMPLARI: Battaglie famose), la sua discussa figura sarà oggetto di un prossimo articolo.

Questa folle battaglia testimonia ancora una volta il coraggio e, forse, la sconsideratezza dei Templari, che forse si può spiegare con la vocazione al martirio e ad una morte gloriosa che permeava lo spirito cavalleresco nel periodo di decadenza degli stati franchi in Terra Santa.

Oppure non c’è niente da spiegare: I Templari non chiedevano mai quanti erano i nemici, ma unicamente dove essi fossero.

 



Fabrizio e Giovanna




Riferimenti bibliografici: 
Georges Bordonove, I Templari-
Malcon Barber, La storia dei Templari- 

Domenico Lancianese, La guerra dei Templari-

 

lunedì 18 luglio 2011

I TEMPLARI: Battaglie famose


I Corni di Hattin,  4 luglio 1187



Il coinvolgimento dell'Ordine del Tempio  non è tanto  importante dal punto di vista militare, perché come sempre diedero prova di coraggio e spirito di sacrificio, quanto per la controversa figura del suo Maestro Gerard de Ridefort. Egli non solo diede prova di uno scarso acume tattico consigliando male il Re Guido Di Lusignano, fu anche l'unico Templare ad avere salva la vita in cambio della consegna di Gaza. 
Quest'ultimo avvenimento getta un'ombra di sospetto sulla fedeltà del Maestro negli ideali della Cavalleria Cristiana.

La battaglia di Hattin, che ebbe conseguenze disastrose per l’esercito Crociato, si svolse lungo la strada che univa il villaggio di Manescalia ad Hattin, non lontano da Gerusalemme che cadde il 2 ottobre dello stesso 1187.

Lo scontro vide contrapporsi l’esercito Crociato, comandato dal Re di Gerusalemme Guido di Lusignano, alle truppe musulmane al comando del fondatore della dinastia degli Ayubiti, Ṣalāḥ al-Dīn al-Ayyūbi, meglio noto come Saladino.

Il comandante musulmano ebbe un’ascesa rapida e inarrestabile, infatti in pochissimo tempo da Califfo del Cairo diventò re di un vasto regno che si estendeva dalla Siria fino al Sinai.
Egli dimostrò una grandissima capacità strategica, intuì che per riuscire a battere l’esercito franco aveva bisogno di una compagine agile ed eterogenea, formata da diversi gruppi etnici che, pur mantenendo ognuno il suo stile di combattimento, si integrassero tra loro rispondendo alle esigenze del loro comandante.
Lo schieramento di Saladino, di circa 35.000 - 40.000 uomini, era composto da reparti di guerriglia formati dai muttawiyah (volontari religiosi), Turchi, Curdi e Mammelucchi. I reparti di fanteria vantavano la presenza di circa 20.000 unità, era inoltre presente una grande percentuale di cavalleria leggera e una limitata aliquota di cavalleria pesante destinata ad essere impegnata nelle fasi finali dello scontro.

L’esercito crociato era composto da circa 3000 unità di  cavalleria pesante e 2000 di turcopoli nella quasi totalità appartenenti agli Ordini Militari, e più di 22.000 fanti pesantemente armati e con un ottimo addestramento.
Questo scontro mise in luce tutti i limiti delle armate franche in Terrasanta, contraddistinte dalla mancanza di un unico comandante e dal fatto che lo stato maggiore del re fosse composto da baroni talmente potenti da non permettere al re l’autonomia decisionale necessaria.
L’esercito posto in campo dai cristiani era il più grande e potente di tutta la storia delle crociate, ma ebbe la pregiudiziale che i suoi reparti, nonostante fossero ben armati e addestrati, non furono in grado di integrarsi in una strategia unitaria di combattimento che fu causa di tantissimi errori strategici.
L’esercito Franco iniziò le sue manovre il 2  luglio convergendo a Seforia dove si accamparono in una zona ricca d’acqua e di pascoli per i cavalli, quindi in un’ottima posizione. Il re Guido, consigliato da Reginaldo di Chatillon (che fu principe di Antiochia dal 1153 al 1160) e dal Maestro del Tempio Gerard de Ridefort, prese l’infelice decisione di lasciare la posizione il giorno successivo al fine di avvicinarsi alle armate arabe che assediavano Tiberiade. I Crociati furono così costretti ad affrontare una marcia della durata di un giorno sotto il sole cocente e senz’acqua; quando, ormai stanchi e assetati,  raggiunsero l’altopiano che sovrastava Hattin per piantarvi le tende trovarono i pozzi asciutti.
Dal canto suo Saladino aveva scelto per il suo accampamento la pianura sottostante che gli garantiva abbondanti scorte d’acqua.



Vista la situazione critica del suo avversario Saladino decise di aprire le ostilità la notte stessa, dopo una ricognizione del terreno le sue truppe risalirono il pendio che portava all’altopiano e protette dall’oscurità e dal fumo dell’incendio che appiccarono furono agevolate nelle manovre di spostamento.
L’esercito arabo fu diviso in tre tronconi:
- il primo contingente, con a capo il nipote Taki ed - Din, venne impiegato per bloccare la strada che conduceva ad Hattin presidiando lo sbocco delle gole ad est,
- il secondo contingente, agli ordini di Kukburi, bloccava l’eventuale ritirata franca verso ovest in direzione del villaggio di Manescalia,
- il terzo contingente, comandato dallo stesso Saladino, si schierò a cavallo a sud verso Tiberiade per impedire un eventuale tentativo di sfondamento del nemico diretto al lago sottostante.

La zona nord di fronte ai Corni, era presidiata dai muttawiyah affiancati dai sufi.

La mattina seguente i Crociati ripresero la marcia nel tentativo di raggiungere l’acqua, ma si trovarono circondati e nell’impossibilità di sganciarsi dal nemico senza combattere.
Il contingente templare era formato da circa 350 uomini, di cui 150 cavalieri  e 200 sergenti, dietro di loro erano presenti 500 turcopoli. I Templari e gli Ospitalieri formavano la retroguardia dell’esercito crociato comandati da Baliano di Ibelin. Al centro dell’armata stava Guido di Lusignano con la sua guardia di mille uomini tra cavalieri e scudieri a cavallo e la fanteria di Enrico II d’Inghilterra.   
Raimondo di Tripoli che era il signore dei luoghi aprì il combattimento caricando gli arabi verso est, tentando di sfondare lo schieramento nemico, però riuscì a passare solo lui e pochi altri cavalieri lasciando il resto dell’avanguardia bloccato in combattimento sulla strada. Sul lato opposto della valle Templari e Ospitalieri tentarono una manovra analoga caricando insieme il nemico, superiore numericamente di almeno tre volte, con il risultato che solo Baliano di Ibelin e pochi altri cavalieri riuscirono ad attraversare lo schieramento nemico.
Gli ordini militari, visti i risultati della prima carica, tentarono una seconda volta l’attacco senza però sortire l’effetto sperato e il re, visti l’andamento sfavorevole della battaglia e la situazione di stallo, decise di spostare le truppe verso sud avvicinandosi ai Corni di Hattin. Nel frattempo ad est la situazione era molto critica, le truppe dell’avanguardia, rimaste isolate dal loro comandante Raimondo di Tripoli, furono sopraffatte dalla cavalleria leggera di Taki ed - Din. Saladino entrò in battaglia verso le undici del mattino attaccando il re cristiano e costringendolo ad avvicinarsi sempre di più verso la sommità dei Corni, i Templari e gli Ospitalieri non riuscirono ad intervenire in tempo perché impegnati in combattimento. A questo punto dello scontro Saladino ordinò alla sua cavalleria pesante l’attacco decisivo contro un esercito crociato ormai fiacco per la sete e la stanchezza.
In tale battaglia i Templari combatterono ininterrottamente dalle otto del mattino fino alle cinque del pomeriggio, come tutto il resto dell’esercito cristiano dimostrarono grandissimo valore tant’è vero che, nonostante le condizioni estreme furono necessarie tre cariche della cavalleria musulmana per domare la resistenza crociata.
In questa tragica battaglia fu persa per sempre la “Vera Croce” portata sul campo dal Vescovo di Acri, che fu presa come trofeo dai vincitori arabi.
Centinaia di cavalieri e migliaia di fanti furono catturati e ridotti in schiavitù e tutti i rappresentanti dei Templari e degli Ospitalieri vennero uccisi senza pietà dopo il loro rifiuto di abiurare la fede Cristiana, tutti, tranne il Gran Maestro Gerard de Ridefort, colpevole di aver consigliato male il re, che ottenne la libertà in cambio della consegna di Gaza.
Saladino solitamente magnanimo e generoso con il nemico, si dimostrò sempre spietato con gli Ordini Militari, perché era consapevole di trovarsi di fronte ai suoi più temibili nemici.
Il suo comportamento insolito nei confronti di Gerard de Ridefort, rende l'incompetenza tattica del "Templare" alquanto sospetta.
Il re Guido di Lusignano per la sua libertà dovette promettere la consegna di Ascalona che però non si arrese, anzi i suoi abitanti lo insultarono quando ordinò loro la resa.
Dopo aver conquistato la città Saladino premiò il coraggio degli Ascaloniti concedendo loro l’onore delle armi.
Questa vittoria gli spianò la strada verso la conquista di Gerusalemme il 2 ottobre dello stesso anno.




Fabrizio e Giovanna


Riferimenti bibliografici:
- Georges Bordonove, I Templari
- Ennio Pomponio, Templari in battaglia
- Malcolm Barber, La storia dei Templari

martedì 12 luglio 2011

I TEMPLARI: Battaglie famose


La battaglia di Ascalona, 1153

La battaglia di Ascalona

Ascalona era una grande città sul mare, per i Fatimidi essa rappresentava una fortezza importantissima e per i crociati una preda ambita, vista la sua posizione sulla frontiera dell’Egitto.
La situazione dei  regni Franchi, dopo il fallimento della seconda crociata era molto critica, a partire dal 1149, Nour-ed-Dîn, governatore di  Mossul ed Aleppo,  aveva conquistato tutte le piazzeforti d’oltre Oronte tranne la città di Antiochia grazie alla grande volontà del suo patriarca e all’intervento del giovane re di Gerusalemme Baldovino III. Questo insuccesso non lo scoraggiò, decise di rivolgere le sue attenzioni verso ciò che restava della contea di Edessa riuscendo a conquistare Turbessel la cui popolazione fu tratta in salvo da Baldovino III grazie ad una ritirata rimasta famosa negli annali di strategia.
Lo scenario che si presentava nel 1151 era il seguente: la contea di Edessa era irrimediabilmente perduta per i Cristiani e il principato di Antiochia era ridotto ad una striscia di terra tra il fiume Oronte e il mare.
Gli unici territori momentaneamente sicuri erano il regno di Gerusalemme (Che cadrà nel 1187 per mano di Saladino) e la contea di Tripoli.
Nel 1150 Baldovino III fece fortificare la città in rovina di Gaza, rendendola una piazzaforte munitissima e donandola ai Templari, con l’intento di accerchiare Ascalona.
Nel frattempo a Gerusalemme imperversava una guerra civile dovuta ai dissidi tra Baldovino III, designato erede legale del regno, e sua madre la Regina Melisenda, che dal 1143 ricopriva la reggenza.
Nel 1152 Baldovino raggiunse l’obiettivo di avere il pieno controllo del suo regno  dopo le vittorie riportate in alcuni brevi combattimenti e dopo essere riuscito a respingere un’invasione turca.
Nel 1153 il giovane re decise di passare al contrattacco e il 25 gennaio dello stesso anno iniziò l’assedio di Ascalona, una città fortificata da un gran numero di torri, forse 150, e da quattro muri di cinta, le quattro torri più alte fiancheggiavano le quattro porte. La città fatimida era circondata da numerosi frutteti abbastanza prosperi, per questo i Crociati, come primo atto di attacco, decisero di ridurli in cenere.

L’intera popolazione racchiusa nella città era dedita alle armi ed ogni casa era dotata di feritoie tanto da farne delle piccole fortezze dentro la grande fortezza. Ascalona era una spina nel fianco nel territorio dei regni Franchi, per questo i califfi del Cairo avevano grande cura nel tenerla in ottimo stato. I Crociati misero il loro campo, piazzarono le loro macchine da guerra e installarono vari punti di sorveglianza alla periferia della città e misero in rada una piccola flotta comandata da Gerardo di Sidone per prevenire gli attacchi dal mare e tagliare i rifornimenti provenienti da quella via.

Secondo il racconto fornito da Guglielmo di Tiro, l’esercito crociato comprò anche dei vascelli che smontò per costruire una grande torre d’attacco mobile che provocò danni tali agli Ascaloniti che tentarono di bruciarla, ma il vento spinse le fiamme verso il muro già compromesso dai bombardamenti di balista, una macchina da guerra antica simile alla catapulta, che cadde inesorabilmente aprendo una breccia.

A questo punto avvenne uno degli episodi più discussi di tutta la storia templare in Terrasanta, il boato del crollo richiamò l’attenzione di tutta la truppa crociata che si precipitò verso la breccia, ma il Gran Maestro del Tempio Bernardo di Trémelay, insieme ai suoi fratelli, fu più lesto di tutti e si mise davanti all’apertura per impedire agli altri crociati l’ingresso alla città.


Nella città entrarono solo il Gran Maestro e quaranta Templari, mentre quelli rimasti fuori impedivano l’accesso a tutti gli altri. Dopo l’iniziale sbigottimento degli assediati, ci fu la loro pronta reazione appena si resero conto dell’esiguità del numero degli aggressori e che nessun altro cristiano li seguiva. In pochissimo tempo la guarnigione Ascalonita  si riorganizzò, massacrò tutti i Templari compreso il Gran Maestro ed espose le loro spoglie fuori dalle mura.

Quale fu la motivazione dello sconsiderato comportamento dei Templari? Secondo Guglielmo di Tiro, notoriamente ostile al Tempio, forse perché invidioso delle sue ricchezze e della grande considerazione di cui godeva, il loro comportamento si spiega con l’ansia di fare bottino nella città islamica e, quindi, avrebbero impedito l’accesso agli altri per poterla depredare delle migliori ricchezze.
Bernardo di Trémelay era un comandante esperto ed era perfettamente cosciente della impossibilità di riuscita della sua impresa, con soli quaranta Templari era impossibile conquistare una città potente e organizzata, quindi il motivo va ricercato in ragioni strategiche. 
La truppa crociata venne colta alla sprovvista dal crollo del muro e si gettò all’attacco in maniera totalmente disorganizzata, se fosse entrata in quelle condizioni dentro Ascalona, la cui popolazione era pronta a respingere gli assalitori, sarebbe andata incontro ad una carneficina. 
Il Gran Maestro sicuramente si rese conto del pericolo a cui andavano incontro i cristiani e decise di sacrificare sé stesso e i suoi fratelli per salvare il grosso dell’esercito crociato.

Dopo l’episodio occorso ai Templari l’assedio continuò, ma le truppe erano molto demoralizzate e non valsero a risollevare il loro morale neanche l’arrivo di considerevoli rinforzi, tanto fu grande il dolore provato da tale perdita, soprattutto dal punto di vista militare. Dal canto loro gli Ascaloniti ormai disperavano di essere soccorsi dai Fatimidi ed entrarono in trattative per poi capitolare il 19 agosto 1153, dopo avere ottenuto l’onore delle armi.

Dalla tendenziosità di Guglielmo di Tiro, si evince che già dagli esordi della storia templare, cominciata nel 1119, erano presenti i germi di un’avversione verso l’Ordine che culminò nel processo del 1307, nella successiva soppressione nel 1312 e nel rogo dell'ultimo Gran Maestro Jacques de Molay nel 1314.




Fabrizio e Giovanna


Le notizie sono tratte da Georges Bordonove, "I Templari"