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lunedì 18 febbraio 2013

Strabone e la Sardegna



Intanto, chi era Strabone?
Eclettico, storico, politico, letterato, nato ad Amasea nel Ponto, nel 64 a.C. e vissuto a Roma.
La sua opera principale, cui lavorò per tutta la vita, è conosciuta come Geografia. Quest'opera comprende 17 libri e tra questi i libri V e VI sono dedicati all'Italia. Geografia è un'opera monumentale, che comprende la descrizione dei luoghi ma anche molte informazioni storiche e mitologiche. Per esempio, buona parte del libro V Capitolo 1 è dedicato ai Pelasgi, popolazione mitica che pare si sia spostata per tutto il mediterraneo. 
Ora voglio evitare di annoiarvi e parlarvi della parte che oggi più mi interessa, la Sardegna e per farlo vi leggerà alcuni passi del libro V, capitolo 2, paragrafo 7 che inizia descrivendo l'isola di Corsica e i suoi abitanti per poi passare alla Sardegna:
"la lunghezza della Sardegna è invece di 220 miglia, la larghezza di 98 miglia."
Queste le dimensioni attribuite all'isola. Strabone aggiunge che per alcuni autori il perimetro della Sardegna sarebbe di circa 4000 stadi, dove lo stadio era una unità di misura che valeva circa 178 metri; dunque la Sardegna aveva un perimetro di circa 712 km, molto meno di quanto sia attualmente. Sembra infatti che le misure in miglia di Strabone siano più vicine a quelle attuali di quelle riferite da altri autori. Ma proseguiamo.
Strabone racconta che la maggior parte della Sardegna era rocciosa e non del tutto pacificata. Possedeva molta terra fertile di ogni prodotto e in particolare di grano. Inoltre vi si trovavano molte città fra cui le più importanti erano "Caralis e Sulci", ovvero Cagliari e Sant'Antioco. Dice Strabone che:
"alla bontà dei luoghi fa riscontro una grande insalubrità"
essendo l'isola malsana in estate in particolare nelle regioni più fertili. Forse facendo riferimento alla presenza di paludi e probabilmente delle malattie dovute alle zanzare, come la malaria.
"queste stesse regioni sono continuamente saccheggiate dagli abitanti delle montagne che si chiamano Diagesbei, mentre una volta erano chiamati Iolei".
Ecco che Strabone riporta in sintesi la stessa origine mitica degli Iolei che potete trovare in Pausania e di cui ho già parlato.
"Si dice infatti che Iolao, conducendo alcuni dei figli di Eracle, venne qui e che essi abitarono insieme ai barbari che occupavano l'isola: costoro erano Tirreni (ovvero Etrusci o Tusci come li chiama lo stesso Strabone qualche pagina prima), ma poi il dominio passò ai Fenici provenienti da Cartagine insieme ai quali combatterono contro i Romani. Sconfitti, tutto passò sotto il dominio Romano."
Riassumendo, Iolao arrivo in Sardegna e la trovò abitata da Tirreni (Etruschi), convivette con essi fino all'arrivo dei fenici che conquistarono l'isola che poi venne conquistata dai Romani.
Strabone aggiunge qualche notizia dei popoli presenti:
"ci sono quattro tribù delle montagne:  i Parati, i Sossinati, i Balari e gli Aconiti, che abitano tutti nelle caverne e se possiedono delle terre seminabili non si preoccupano di farlo ma depredano i prodotti di quelli che lavorano, sia di quanti abitano li, sia navigando, di quanti abitano sul continente antistante, in particolare i Pisati"
Sembra dunque che queste tribù selvaggie esercitassero una qualche forma di pirateria raggiungendo il continente per depredare. Strabone racconta che l'impresa di conquistare la Sardegna da parte dei Romani non è ancora completa e che gli strateghi inviati da Roma usano assalire gli isolani quando si riuniscono per festeggiare dopo aver fatto qualche grosso colpo.
"La Sardegna produce dei montoni che hanno peli di capra invece che lana, chiamati musmoni, con le cui pelli fanno corazze. Inoltre fanno uso di un piccolo scudo e di una piccola spada"
I musmoni sono i mufloni, come potete ben immaginare.
Le ultime informazioni sono relative alla distanza tra Sardegna e Libia (ovvero l'Africa) che secondo il Corografo è di 300 miglia e tra la Sardegna e le coste italiane, Strabone infatti afferma di aver visto lui stesso l'isola dall'alto delle montagne sulle coste del continente italiano. 
Ora vi lascio, sperando di avervi dato delle notizie interessanti.

Alessandro Giovanni Paolo Rugolo

Fonte: http://tuttologi-accademia.blogspot.it/2013/02/strabone-e-la-sardegna.html


lunedì 3 settembre 2012

LA SARDEGNA VISTA DAGLI STORICI ANTICHI - II PARTE -


 Pausania

   
Proseguiamo il discorso sugli storici antichi che in qualche modo siano utili alla conoscenza del remoto passato della Sardegna.
 Facendo un salto temporale di alcuni secoli analizziamo l’opera del periegeta Pausania, erudito greco del II secolo d.C., grazie al quale siamo in grado di avere notizie molto interessanti sui primi mitici civilizzatori dell’Isola.
Lo scritto di Pausania appare in parte influenzato e debitore delle tradizioni precedenti, soprattutto quelle importate da Timeo[1] e Diodoro Siculo.
 La narrazione sugli avvenimenti riguardanti la Sardegna prende spunto dalla notizia di una delegazione di sardi che nel VI secolo a.C. portarono al santuario di Delfi una statua di bronzo “di colui che diede loro il nome”[2]; nel proseguo del suo discorso l’autore fornisce una descrizione storica e geografica dell’Isola che, a suo dire, regge il confronto come dimensioni e fertilità con quelle più importanti e famose.
 Il periegeta ci fornisce anche le misure, infatti, secondo lui, raggiunge una lunghezza di 1200 stadi e 470 di larghezza;  a fronte di questa precisione dichiara di non conoscere quale fosse il nome originario della Sardegna.
Il nome Ichnusa fu dato dai greci che navigavano per commercio perché la sua forma ricorda quella di un piede umano, il nome attuale viene da Sardo figlio di Maceride, l’Eracle egizio-africano, autore di un celebre viaggio a Delfi. che, con una colonia di libi (africani), si stabilì in Sardegna.
I nuovi venuti furono accolti pacificamente dagli indigeni (di cui Pausania non conosce l’origine e che Strabone definisce Tirreni) più per la loro superiorità numerica che per mera ospitalità; né gli uni né gli altri sapevano edificare città, quindi vivevano in capanne e grotte.
Aristeo, secondo il periegeta, è il primo degli elleni a giungere in terra sarda, immediatamente dopo i libi[3] di Sardo, qualcuno ha voluto leggere questo mito come il retaggio di contatti tra Egei e Sardi in epoca Micenea.
 Aristeo, figlio di Apollo e della ninfa Cirene, addolorato per la morte del figlio Atteone, non riuscendo più a vivere in Beozia decise di recarsi in Sardegna.
 Pausania riporta anche la notizia che, insieme all’eroe greco, giungesse sull’isola anche Dedalo, il famoso architetto che edificò il labirinto di Cnosso, fuggito a causa della pressione dei cretesi. L’autore però dimostra di non credere a questa notizia perché secondo le sue fonti Dedalo visse a Tebe al tempo in cui regnava Edipo.
 Neppure Aristeo e i suoi coloni costruirono città perché, secondo il mito, non avevano una sufficiente forza-lavoro a disposizione.
Secondo alcuni studiosi il fatto che nemmeno Aristeo avesse edificato città potrebbe retrodatare il ricordo della presenza di gruppi umani provenienti dall’Ellade addirittura al neolitico finale o inizio dell’eneolitico (per la Sardegna il periodo che corrisponde alla Cultura di Monte Claro).
Dopo Aristeo giunse nell’Isola una spedizione di Iberi capeggiati da Norace[4], figlio di Ertea nata da Gerione e Mercurio, ai quali secondo il mito si deve l’edificazione di Nora, la prima città della Sardegna.
Norace è quindi il primo edificatore di città, la sua presenza in Sardegna è da ascrivere quasi sicuramente all’epoca storica.
Il quarto eroe che mise piede nell’Isola fu Iolao, a capo dei Tespiesi figli di Eracle e delle figlie del re di Tespie e di un gruppo proveniente da altre parti dell’Attica.
 I coloni edificarono la città di Olbia e gli Ateniesi in particolare Ogrille.
In Pausania si evidenzia il chiaro intento di ascrivere il mito di Iolao all’azione dei coloni Attici e, in particolare agli Ateniesi, mentre questo non è riscontrabile nella tradizione riportataci da Diodoro Siculo.
 Secondo varie tradizioni a Iolao si devono l’introduzione delle leggi e la costruzione di palestre, ginnasi e tribunali che perdurarono per alcuni secoli e lo stesso Pausania riferisce che ai suoi tempi (II sec. d.C.) esistevano ancora in Sardegna dei luoghi chiamati Iolaei  in cui Iolao era venerato come il dio padre fondatore.
 Il Periegeta introduce anche il mito di Troia attraverso l’espediente della dipartita dei Troiani dalla loro distrutta patria e dal loro fortuito approdo nell’Isola dove si mescolarono con i greci preesistenti.
Non manca un piccolo accenno ai “Barbari” abitanti primigeni dell’Isola definiti Tirreni sia da Strabone, sia in uno scolio al Timeo di Platone[5], i quali, secondo l’autore, non attaccarono i Greci perché il loro numero non lo consentiva e perché tra i due schieramenti si frapponeva “l’invalicabile confine del fiume Tirso[6].
La compagine greca fu distrutta da un’altra ondata di popoli provenienti dall’Africa e solo alcuni di loro si salvarono, i Troiani invece riuscirono a sfuggire ai nemici rifugiandosi sulle montagne mantenendo il nome di Iliensis fino ai tempi di Pausania, pur assomigliando per usi, costumi e armamenti agli africani.
Le notizie del periegeta sono frammentarie ed ammantate di apporti mitologici, egli scriveva nel II sec. d.C., epoca in cui la Sardegna era solidamente sotto il controllo di Roma, quindi è ovvio che le notizie in suo possesso provenissero da tradizioni di seconda mano contaminate da elementi di cui è rimasta una traccia molto vaga. 


Fabrizio e Giovanna

Riferimenti bibliografici:

Pausania, Periegesi dell'Ellade

Ignazio Didu, I greci e la Sardegna



[1] Probabilmente Timeo di Tauromenio, storico greco vissuto tra la II metà del IV secolo e l’inizio del III secolo a.C.
[2] pausania, Periegesi dell’Ellade, X, 17, 1 ss.
[3] Gli antichi identificavano la Libia con l’intero continente africano
[4] Per il mito e le implicazioni storiche di Norace  rimandiamo ad un prossimo post che tratterà specificamente le interpretazioni storiche dei diversi miti
[5] In tale scolio si narra che il nome dell’Isola si deve alla moglie di Tirreno che si chiamava appunto Sardò
[6] In realtà allora come oggi  il fiume poteva essere guadato senza grosse difficoltà soprattutto da parte di presunti navigatori esperti quali erano i Greci; in tal modo l’autore dimostra oltretutto di non conoscere geograficamente il territorio oggetto del suo racconto.

mercoledì 1 agosto 2012

Solino: la Sardegna nel "Delle cose maravigliose"



Solino, autore del testo "Delle cose meravigliose" è vissuto ed ha operato nel III secolo dopo Cristo.
Il titolo originale dell'opera, scritta in latino, era "Collectanea rerum memorabilium" e raccoglieva le cose che meritavano a suo parere di essere ricordate dei popoli del passato e della loro storia.
Ciò che mi interessa è, come spesso ho già detto, ogni riferimento alla mia Terra, la Sardegna, così ecco cosa è possibile leggere al capitolo IX, intitolato: "Della isola detta Sardegna; d'una sorte di formiche venenose, dell'herba Sardonia, e delle maravigliose forze dell'acque".
Ed è questo capitolo che vado ora a riportarvi integralmente, dato che è abbastanza breve da consentirlo.
La lingua in cui ve lo riporto è l'italiano di alcuni secoli fa, tradotto dal latino da Don Giovan Vincenzo Belprato Conte d'Anversa e pubblicato nel 1559 a Venezia.
Ma vediamo infine che cosa ci dice Solino su quest'isola meravigliosa che è la Sardegna:

          "Egli è cosa molto pubblica, in qual mare è posta Sardegna, laquale ho letto appresso di Timeo, che si chiamava etiandio Sandaliote, e appresso di Crispo Ichnusa, e da chi abbiano havuto origine i suoi habitatori. Non è a proposito dunque di dire che Sardo fosse generato da Hercole, e Norace da Mercurio, essendo venuto l'uno dalla Libia, et l'altro da Tarteso di Spagna in questo medesimo paese, e che Sardo fosse dato il nome alla isola, e da Norace al Castello Nora."

Dunque, prima di andare avanti, mi piace sottolineare che al tempo in cui Solino scriveva, la Sardegna e la sua storia era abbastanza nota, quasi da rendere superfluo parlarne. Solino ci dice anche quali fonti utilizzò per il suo libro, cioè Timeo (forse lo storico greco Timeo di Tauromenion, vissuto nel IV secolo avanti Cristo) e Crispo (immagino si riferisca a Crisippo). Per chi non è abituato a leggere testi antichi, devo inoltre avvertire che con il termine Libia si intendeva più genericamente l'Africa e che Tartesso  dovrebbe essere una città della Spagna anche se da molti si dubita che sia mai esistita. Da questi autori Solino trae i nomi noti dell'isola, Sandaliotes e Ichnusa. Ma ora proseguiamo:

          "Ne manco è a tempo di soggiungere, che poco dopo Aristeo regnando appresso a questi nella città di Carale (Cagliari), laquale egli aveva edificata, e che havendo fatto di due popoli un solo, egli egualmente congiunse quelle genti in modo, che poneva sei huomini a un carro: e così gli faceva condurre dinanzi a lui, e che per quella insolenza non ricusavano si fatto dominio. Questo Aristeo generò Iolao, ilquale fece la residenza in que' luoghi. Più oltre lassarò di dire de gli Iliensi, e de' Locrensi. La Sardegna non produce serpi, ma quello effetto che fanno le serpi altrove, fa in quel paese un picciolo animaletto, chiamato solifuga, simile di forma al ragno: così detto, perchè il giorno si asconde: ve n'è copia nelle miniere d'argento: percioche quella terra è riccadi questo metallo. Egli occultamente camina, e coloro, che scioccamente l'offendono, uccide."

Dunque, in queste poche righe Solino riassume una storia antica della Sardegna, riportata anche da altri autori antichi. A partire da Aristeo, re di Cagliari, unificatore dell'Isola. Poi si parla del figlio, Iolao, che diede vita al popolo degli Iliensi. Dovrò leggere con attenzione tutto il libro se voglio trovare notizie sugli Iliensi e sui Locrensi... lo farò quando sarà il momento! Ma ora andiamo avanti...

          "Con questo male vi è di più l'herba Sardonia, questa nasce abbondantissimamente più del giusto ne i rivoli, che corrono. Se si mangia, ritira i nervi, e in modo distende le labra, che coloro, che ne muoiono, par che moiano ridendo. Al contrario, ciò che vi è d'acqua, serve a diversi commodi. Gli stagni sono copiosissimi di pesce, le piogge del verno sono riserbate per la penuria della state: percioche i paesani di quella isola si arricchiscono molto per la quantità delle piogge. Si servono dell'acque raccolte, perche siano a bastanza all'uso tutte lee volte che mancano le sorgenti: lequali si sogliono usare per il vitto: in molti luoghi bollono fontane calde, e sane, lequali giovano a saldare l'ossa rotte, o a scacciare il veleno delle solifughe, o veramente guariscono le infirmità de gli occhi, ma essendo utili a gli occhi, sono nocive a i furti: percioche havendo alcuno rubato, e giura di non haverlo fatto, quell'acque lo accecano, se non è pergiuro, vede più chiaramente: s'egli ostinatamente nega, il fallo si scuopre con la cecità, e essendo offuscato della vista, confessa l'errore."

E così termina per ora il testo, che apassa a parlare dell'isola di Sicilia. Interessante il racconto dell'erba Sardonia, responsabile della morte e del detto "riso sardonico". Per il resto c'è poco da dire, se non che non appena trovo ulteriori riferimenti, sarà mia cura informarvi.

A presto dunque...

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO






venerdì 29 giugno 2012

LA SARDEGNA VISTA DAGLI STORICI ANTICHI - I PARTE



L’Isola di Sardegna fu popolata fin da epoche remotissime ed è quindi logico che fosse nota agli antichi storici greci e latini.
Non avendo finora a disposizione una letteratura sardo-antica (almeno ufficialmente) per cercare di ricostruire il passato della nostra terra a 360° siamo costretti ad avvalerci delle testimonianze lasciateci in eredità dagli storici antichi, soprattutto greci, comunque di epoca molto tarda rispetto a quella che in realtà vorremo analizzare.
Per gli antichi greci la Sardegna era un luogo quasi mitico la cui frequentazione da parte di eroi come Eracle o Iolao era spesso determinata dagli oracoli; quindi le notizie in loro possesso erano impregnate di elementi mitici e della tradizione orale.

lo pseudo aristotele e diodoro siculo

Uno degli autori spesso citati dagli studiosi è lo pseudo Aristotele il quale riporta una precedente tradizione: “si dice che nell’Isola di Sardegna esistevano degli edifici modellati secondo l’antica tradizione ellenica (Micenea?) e molti altri splendidi edifici, e delle costruzioni con volta a cupola e con straordinario rapporto delle proporzioni”. Questa frase è stata interpretata come la testimonianza che le strutture architettoniche sarde fossero una diretta filiazione di quelle micenee e che gli edifici voltati a cupola fossero naturalmente i nuraghi. A questo punto sorgono spontanee alcune domande:

-          quali sono esattamente gli edifici modellati secondo l’antica tradizione ellenica?
-          quali sono gli altri splendidi edifici?
-          come mai lo pseudo Aristotele non conosceva il nome e la funzione degli edifici voltati a cupola dal momento che non parla né di templi né di fortezze?

Noi non conosciamo le risposte e socraticamente ci limitiamo a porre delle domande atte a dare degli spunti di riflessione.
L’autore in questione riteneva che gli edifici di cui parlava fossero opera di Iolao che condusse nell’isola una colonia formata dai Tespiadi[1] figli di Eracle perché quest’ultimo riteneva che gli appartenesse per diritto qualunque terra situata ad Occidente.
In un altro passo attribuisce ad Aristeo il merito dell’introduzione dell’agricoltura nell’isola e, per dimostrare che prima dell’arrivo dell’eroe non esisteva civiltà, dice che nei tempi più antichi prosperavano soltanto grandi uccelli.

Diodoro Siculo dà un’altra versione del motivo per il quale Eracle decise di mandare in Sardegna Iolao e i Tespiadi: al termine delle famose dodici fatiche Eracle attendeva di essere accolto tra gli Dei dell’Olimpo, ma, secondo un oracolo, egli prima di essere assunto tra le divinità doveva adempiere ad un ultimo dovere, doveva cioè spedire una colonia nell’Isola di Sardegna con a capo i 50 figli che ebbe dalle Tespiadi, data la loro giovanissima età nell’impresa furono guidati dal nipote Iolao.
Non tutti i giovani seguirono la colonia, due di essi restarono a Tebe, perciò Iolao raccolse i restanti 48 e molte altre persone che vollero unirsi alla colonia. I colonizzatori, secondo l’autore, vinsero in battaglia gli indigeni e presero possesso della zona pianeggiante dell’Isola e, soprattutto, di quella che ancora ai tempi di Diodoro (circa 80 a.C.) veniva chiamata Ioleo; bonificò la regione, piantò degli alberi da frutta e la rese appetibile ai cartaginesi (il mito diorodeo è chiaramente in funzione anticartaginese).

Come ben sappiamo gli autori greci cercavano di riportare nella loro sfera di influenza culturale ogni opera degna di nota, le grandiose strutture megalitiche che costellavano la Sardegna non erano sicuramente sfuggite all’ammirazione degli antichi esploratori, esse non potevano essere l’opera di barbari e incolti selvaggi, quindi Diodoro le attribuiva a Dedalo chiamato nell’Isola dallo stesso Iolao.
Sempre secondo la tradizione, Dedalo edificò “…anche ginnasi grandi e suntuosi e istituì dei tribunali e tutte le altre cose che conducono alla prosperità”(Anche in questo caso non è facile individuare questi edifici dalle rilevanze archeologiche a nostra disposizione).
Iolao chiamò Iolaei gli abitanti della colonia in accordo con i Tespiadi che gli diedero addirittura il titolo di progenitore ponendolo tra gli eroi ecisti della Sardegna, perciò in seguito furono istituiti dei riti che lo veneravano come “Iolao padre”.
Un oracolo di Apollo predisse la libertà perpetua a tutti gli appartenenti alla colonia e ai loro discendenti, tale vaticinio si rivelò esatto fino ai tempi di Diodoro, il quale affermava che i discendenti dei Tespiadi, nonostante gli sforzi dei Cartaginesi e dei Romani, mantennero ancora ai suoi tempi la libertà pur imbarbariti e segregati nelle montagne.
Attraverso gli scritti di Diodoro sappiamo che Aristeo, un altro eroe ritenuto fondatore, arrivò nell’incolta Sardegna su suggerimento di sua madre, la ninfa Cirene, e vi si stabilì istituendo la tecnica della coltivazione.
Anche in questo caso si può notare che l’eroe in questione arrivò nell’Isola attraverso il suggerimento di un essere sopranaturale (la ninfa) ed egli stesso era un semidio essendo suo padre il dio Apollo.
Concludendo si può affermare attraverso questa breve analisi che per gli antichi autori greci la Sardegna era una terra mitica colonizzata da personaggi favolosi, insomma una terra “altra” di libertà che, dietro la giustificazione del mito, cercarono di porre sotto il loro dominio al fine di legittimare la loro vana intenzione di espandersi verso Occidente.

Fabrizio e Giovanna


[1] I Tespiadi erano i 50 figli che Eracle ebbe dalle 50 figlie del re di Tespie, Tespio figlio Ereteo di stirpe ateniese, con le quali si accoppiò in una sola notte.

martedì 3 aprile 2012

La Dea Madre e il concetto di Androgino



 Immagine tratta da: Atalanta Fugiens di Michael Maier


Come abbiamo avuto occasione di vedere in alcuni post precedenti, la Grande Dea è un simbolo ambivalente, infatti essa è donatrice di vita e di morte, protegge i vivi ed accoglie nel suo ventre materno i defunti.
Essa è anche dispensatrice di grandi doni e terribile vendicatrice nei confronti di chi osa avvicinarsi a lei senza essere iniziato ai suoi segreti.
Esistono inoltre numerosi esempi di divinità femminili che pur essendo preposte alla tutela della maternità e della fecondità, sono allo stesso tempo protettrici della guerra.
Asharte la Dea semitica più venerata è la divinità dell’amore e della fecondità e nello stesso tempo la protettrice degli uomini d’arme.

Anche la Ishtar venerata a Babilonia è stata fin dagli inizi del suo culto, Dea della fecondità e della guerra, così come ‘Anat, un’altra divinità semitica onorata in Palestina ai tempi di Tutmosi III (1501-1447 a.C.) e la iranica Anaitis.

Sembra in realtà una contraddizione  che la Grande Dea, principio del femminile, creatrice e protettrice, madre misericordiosa fonte ed origine del creato sia nel contempo una divinità della guerra.
Nella guerra le virtù femminili non trovano spazio, la guerra è all’antitesi delle caratteristiche della Dea che essa invece prende sotto la sua tutela.
Come abbiamo visto prima la Magna Mater è la madre premurosa dei vivi e dei morti, la guerra è il più efficace strumento di morte, quindi la grandi Dee asiatiche non sono divinità militari, non appartengono ai soldati ma alla guerra in quanto dispensatrice di morte.
Esse sono invocate dalle donne in tempo di pace e dagli uomini in tempo di guerra, perché la Dea è principio e fine di tutto, la fonte della vita coincide con la vittoria della morte.

 Questa apparente contraddizione che fa coesistere in uno stessa divinità vita e morte, gioia e dolore, piacere e sofferenza, trova la sua spiegazione nel principio dell’unione degli opposti, la cui massima espressione è l’Androgino, l’essere perfetto che unisce in se le caratteristiche del maschile e del femminile.

L’Androgino è uno dei simboli principali dell’Alchimia e di tutta la filosofia ermetica antica e medioevale.
L’Androgino cosmico dell’Alchimia europea è il Rebis (letter. due cose), rappresentato come una creatura umana bisessuale, nata dal principio femminile (la luna) e da quello maschile (il sole).

Anche Zurvan il Dio iranico del Tempo Illimitato che i greci chiamavano Cronos era una divinità androgina, dalla quale nacquero due gemelli, , Ohrmazd e Ahriman, il principio del bene e del male e della luce e delle tenebre.
Il fatto che due gemelli siano figli dello stesso Dio dimostra che i principi opposti hanno un’origine comune, Zurvan rappresenta la loro unione, il compimento della Grande Opera alchemica.

Anche nelle religioni degli egizi, dei babilonesi e degli indiani esistono numerosi esempi in cui la divinità è chiamata Padre e Madre, artefice da sola dell’intero creato.
Lo stesso Atum-Ra, il Dio principale degli egizi rappresenta la coppia primordiale da cui scaturisce l’impulso creatore, infatti come dice Mircea Eliade: L'androginia divina ha come conseguenza logica la "monogenesi" o l’autogenesi”.

L’unione degli opposti rappresenta le “nozze mistiche” tra il principio maschile e il principio femminile.

Queste nozze mistiche,  tuttavia,  non si devono interpretare soltanto come una esperienza precisa della presenza divina nell'anima dell'uomo, ma hanno anche un altro senso segreto: l'uomo non si può avvicinare alla  divinità se non diventando perfetto e,  prima di poter conoscere Dio,  la  sua  anima  deve  realizzare  compiutamente  se   stessa,
ridiventando archetipo, ridiventando Adamo-Eva  dell'inizio  degli  inizi, l'uomo del tempo anteriore al peccato.
 (Mircea Eliade, Il mito della reintegrazione.)



Fabrizio e Giovanna



Riferimenti bibliografici:

 Mircea Eliade, Il mito della reintegrazione,

 E. Zolla: L’Androgino- L'umana nostalgia dell'interezza












mercoledì 14 marzo 2012

ARTEMIDE: LA DIVINITÁ DEI CONFINI




Con Ecate abbiamo visto l’aspetto quasi demoniaco della natura tendente alla distruzione con l’obiettivo rigeneratore. Vediamo l’aspetto più luminoso della natura incarnato da Artemide, sorella di Apollo, che come lui indicava la natura estiva con la sua esplosione di luce.
Data la sua identificazione con il fratello, per raggiungere la perfezione avrebbe dovuto rappresentare la Luna, in contrapposizione e completamento del sole che egli incarnava e in alcune rappresentazioni l’astro compare sotto forma di diadema, ma gli antichi sentivano che essendo una divinità della luce non poteva possedere anche significato notturno e spesso scaricarono questo lato oscuro sulla dea Ecate.

Nell’iconografia classica Artemide è raffigurata sotto forma della vergine cacciatrice in tunica corta con l’arco in mano e accompagnata spesso dai suoi cani o circondata da animali.
Artemide presiede al parto, alla nascita, alla educazione dei bambini.

Il nome Artemide non è di origine greca e molto probabilmente fu il risultato della fusione con miti preellenici, come quelli di tipo orgiastico innestati in quelli della triplice dea-Luna con le sue tre fasi.
Il mito orgiastico si può ricollegare in maniera diretta alla suprema Dea-Ninfa, meglio conosciuta come la cretese “signora della selvaggina”, alla quale erano sacre le quaglie, ritenute lascive e chiaro elemento sessuale di tipo orgiastico.
Alcuni elementi della sua storia riportano chiaramente al mondo delle ninfe come la coppia di cerve cornute vive che catturò grazie all’arco d’argento e le frecce fabbricate dai Ciclopi e ai tre cani segugi dalle orecchie mozze e sette segugi spartani ottenute da Pan in Arcadia. L’immagine della dea-ninfa appartiene alla seconda fase della luna, quella crescente della maturità sessuale dell’Afrodite orgiastica i cui simboli erano la palma da dattero, la cerva e l’ape.

Le due cerve furono aggiogate ad un cocchio d’oro e qui si innesta il culto della Vergine dall’Arco d’Argento con chiaro riferimento alla Luna nuova che ebbe larghissima fortuna nel culto divenuto poi ufficiale dove la verginità fu uno dei caratteri salienti della dea.
Il culto di Artemide si esplicò anche seguendo la fase calante della luna, quando sotto l’aspetto di vegliarda ebbe la prerogativa di assistere ai parti e di scagliare frecce.

Un altro aspetto della sua storia riconducibile più ad una Ninfa che ad una Vergine è quello relativo al bagno rituale al quale assistette Atteone: l’uomo  disse ai suoi amici di aver visto Artemide esibirsi nuda ai suoi occhi senza alcun ritegno, la dea lo tramutò in cervo e fu divorato dai suoi cinquanta cani; qui l’elemento pre-ellenico è riscontrabile proprio nell’uccisione dell’uomo che si ricollega al culto del cervo dove il re sacro veniva fatto a pezzi dopo i suoi 15 mesi di regno corrispondente alla metà del Grande Anno.

L’Artemide della Luna Nuova volle che le sue compagne di viaggio, le ninfe, rispettassero la castità come fece lei e punì duramente la ninfa Callisto, figlia di Licaone, quando rimase incinta di Zeus trasformandola in orsa, in seguito la uccise inconsapevolmente spinta da Era accecata di gelosia. Arcade, il figlio di Callisto, fu salvato e divenne l'antenato degli Arcadi. 

In questo passo si percepisce la volontà di spiegare l’origine degli Arcadi, ma si può altresì identificare l’altro animale molto caro alla Dea, l’orso, che in alcune zone fu addirittura imitato dalle giovani donne durante la fase di apprendimento che le fanciulle dovevano affrontare per poter convivere con un uomo.  
Simbolicamente le bambine mimavano il lento percorso che le conduceva dallo stato selvaggio della loro natura sessuale alla civiltà della buona sposa.

Anche il sesso maschile doveva sottoporsi ad una sorta di apprendistato prima di giungere all’età adulta, i ragazzi spartani, ad esempio, affrontavano un addestramento molto rigido, consistente nell’imposizione di doveri e in una successione di prove; per strada dovevano comportarsi come delle fanciulle assumendo un comportamento casto e riservato camminando a testa china e in assoluto silenzio;  per completare il percorso dovevano nel frattempo fare ciò che normalmente era proibito, come rubare alla tavola degli adulti, giocare d’astuzia, sbrogliarsela, intrufolarsi senza farsi prendere per procurarsi del cibo e durante le feroci battaglie collettive in cui erano leciti tutti i colpi, dovevano manifestare tutta la violenza brutale di cui erano capaci raggiungendo la feroce crudeltà del guerriero disposto alle atrocità più grandi pur di vincere.

Non è un caso che proprio Artemide si occupasse dell’educazione degli infanti, del resto la sua particolare posizione di confine tra il selvaggio ed il domestico permetteva a questi di raggiungere l’evoluzione passando dall’informe età, dove il confine tra i due sessi non è ancora ben definito, all’età adulta. L’apprendistato avveniva di solito fuori dai centri abitati dove la natura incontaminata rappresentava meglio la Dea che sovrintendeva questo rito di passaggio.
Per il mondo classico, infatti, Artemide era l’incarnazione della natura intesa come fecondità luminosa e incontaminata di luoghi solitari e rigogliosi.

Non va tuttavia tralasciato un fattore molto importante, ossia che nel suo mondo si sperimenta il contatto con l’Altro, si ha contemporaneamente una contrapposizione e una coesistenza tra il selvaggio e il civilizzato, questi due elementi tendono addirittura a compenetrarsi reciprocamente.

Ecco perché  Artemide è considerata la divinità dei confini, il suo spazio, infatti, si dispiega  sulle zone di frontiera come le montagne che delimitano e separano gli Stati, o in luoghi dove i confini tra terra e acqua non sono ben definiti, come le spiagge e i litorali, le pianure interne, i bordi dei laghi, i suoli paludosi e le rive di certi fiumi. 



Fabrizio e Giovanna




Notizie tratte da:
Robert Graves, I MITI GRECI - Dei ed eroi in Omero
A. Morelli, DEI E MITI - enciclopedia di mitologia universale
Jean-Pierre Vernant - Pierre Vidal-Naquet, MITO E TRAGEDIA DUE - da Edipo a Dioniso

venerdì 10 febbraio 2012

ORIGINI DEL MITO DIONISIACO



Proseguiamo il nostro discorso sul culto dionisiaco cercando di delineare le origini del suo mito attraverso le testimonianze di alcuni autori antichi.
La religione dionisiaca ha il suo principio in epoche molto arcaiche, la Grecia classica, la fece sua e la codificò nei termini propri della sua ideologia, mantenendo però il carattere di divinità straniera e ambigua.

La divinità di Dioniso ha radici molto antiche, anche Omero nell’Iliade e nell’Odissea fa riferimento ad essa.
Com’è noto i poemi omerici narrano fatti avvenuti in un’epoca cosiddetta pre-ellenica, prima che la civiltà greca si manifestasse in tutto lo splendore del periodo classico, era il tempo degli eroi minoico-micenei.
La divinità viene rappresentata in due passi dell’Iliade e in due dell’Odissea:

nell’Iliade Dioniso viene presentato come il  figlio di Zeus e Semele.
 Semele è una donna mortale, ma tale condizione non ostacola le prerogative divine di Dioniso, anzi essa è un mezzo per la sua nascita, un demiurgo[1].
In altro passo Dioniso è messo in fuga da Licurgo re della Tracia, che percuote e mette in fuga le nutrici del Dio.  Dioniso fugge tremante da Thetis, ma Zeus punisce Licurgo privandolo della vista[2].

Nell’Odissea invece si accenna ad Ariadne abbandonata da Teseo ed uccisa da Artemide per volere di Dioniso[3].
 Ancora nello stesso libro si ricorda un’anfora d’oro creata da Vulcano donata da Dioniso a Tetide[4].
All’epoca della composizione epica molto probabilmente non dovettero esistere templi in suo onore, il suo era un culto diverso da quello degli altri dei, infatti non fu mai il Dio di uno stato, le sue funzioni differivano da quelle delle altre divinità.

Erodoto menziona un tempio di Dioniso a Bisanzio tutto ricoperto di  iscrizioni assire e di un oracolo  sopra Satra in Beozia dove risiedeva una Pizia simile a quella delfica[5].
Riporta anche un’altra tradizione relativa all’infanzia di Dioniso: il Dio sarebbe stato allevato in Arabia, nel Cinnamomo; in altri punti del racconto è messo in relazione con divinità egizie, tracie e con la religione Orfica (sulla quale ci soffermeremo in altra sede).
Erodoto quindi (così come altri autori antichi), afferma che Dioniso è una divinità non originaria della Grecia ma straniera, la cui importazione  in tale territorio si potrebbe far risalire ad un periodo pre-ellenico.
Questa ipotesi è suffragata dai passi omerici che ad onor del vero potrebbero risentire di apporti relativi ad un’età più tarda e soprattutto da un altro episodio riportato da Erodoto (II, 52) nel quale elenca le divinità adorate dai Pelasgi tutte apprese dagli egizi tranne Dioniso che conobbero molto tempo dopo.
 Lo storico greco non dice da quale popolo i Pelasgi impararono il culto Dionisiaco, ciò che interessa il nostro studio è che secondo Erodoto i Pelasgi, una popolazione da lui considerata pre-ellenica, conoscevano il Dio.
I passi che abbiamo esaminato testimonierebbero l’origine “straniera”(probabilmente di origine asiatico-semitica) del culto Dionisiaco e la sua alta cronologia.
Nelle  “Baccanti” di  Euripide Dioniso, pur nato a Tebe in Beozia, vi fa ritorno per stabilire il suo culto dopo aver soggiornato in Lidia, nella Frigia, nella Media ed in Arabia; appare quindi evidente il carattere asiatico della sua religione anche in considerazione del fatto che il corteo delle sue accompagnatrici celebranti il culto proviene dalla Lidia.
Il testo euripideo fa riferimento ad uno speciale culto dionisiaco nelle zone settentrionali della Grecia, ossia nella Macedonia, molto vicina alle zone asiatiche prima menzionate.
Il racconto di Euripide è una rielaborazione sacerdotale prettamente greca del mito nell’intento di riportare in ambito ellenico la divinità di Dioniso.


Fabrizio e Giovanna


Bibliografia
Carolina Lanzani, Religione dionisiaca
Omero, Iliade e Odissea
Erodoto, Le storie
Euripide, Le Baccanti



[1] Iliade, XIV,325
[2] Iliade, VI, 30
[3] Odissea, XI, 325
[4] Odissea, XXIV, 74
[5] Erodoto, Le storie, IV,87 e VII,111

giovedì 2 febbraio 2012

IL CULTO DELLA DIVINITÁ FEMMINILE : ECATE





Ecate è oggi riconosciuta come la dea delle arti magiche e della stregoneria, Il suo nome significa colei che colpisce da lontano.
Circe e Medea avevano appreso da Ecate la loro arte ed erano iniziate ai suoi misteri.
Anche questa figura mitologica ebbe inizialmente connotazioni positive in qualità di dea delle terre selvagge e del parto (assimilabili quindi alla dea madre), in seguito, quando iniziò la demonizzazione del femminile, divenne dea della stregoneria e il suo ruolo fu relegato a quello di “Regina degli Spettri”, tale attributo fu trasmesso alla cultura post-rinascimentale, dalla quale presero poi spunto gli inquisitori durante la loro opera di “pulizia religiosa”.
Era rappresentata con tre teste e un solo corpo o con tre corpi uniti per la schiena (trimorfa).  
Per gli orfici era trimorfa non solo perché rappresentava le fasi lunari, ma anche per l'assimilazione al culto delle grandi divinità ctonie come Demetra, Persefone e Artemide.

Esistono due teorie circa la sua origine:
·  Una ritiene che fosse figlia di Zeus e della figlia di Eolo Ferea e che la sua rappresentazione infernale derivasse dall'ira di Era che, immergendola nell'Acheronte con lo scopo di purificarla, ne determinò la trasformazione in una divinità degli inferi. In  qualità di dea degli inferi teneva per cento anni aldilà dello Stige le anime di coloro che erano morti senza sepoltura.
·         Secondo la Teogonia di Esiodo era invece figlia dei Titani Asteria e Perse:
E Asteria incinse, e a vita diede Ècate, cui sopra tutti Giove Croníde onorò, le die' fulgidissimi doni:
parte le die' della terra, del mare che mai non si miete: 
ed anche ella ha potere nel cielo gremito di stelle,
e piú d'ogni altra, onore fra i Numi immortali riscuote.
Ed anche adesso, quando qualcuno degli uomini in terra fa sacrifizi, e placa, secondo le usanze, i Celesti,
Ècate invoca per nome. E onore accompagna un mortale, quando la Dea le sue preghiere benevole intende;
e gli concede prosperità: ché ben grande è sua possa.
Perché di quanti nacquer da Terra e da Uràno, ed onori ebbero, questa Dea parte ha degli onori d'ognuno;
perché duro con lei non fu Giove, né nulla le tolse di quanto ella avea già fra i Numi piú antichi, i Titani,
bensí tutta la parte che allor possedeva, possiede.
Né meno onor la Dea, perché figlia è unica, ottenne, non della terra parte minore, del cielo e del mare,
ma anzi assai di piú: ché molto l'onora il Croníde.
E sta presso a chi vuole proteggere, e molto gli giova.
Nell'assemblea, prevale fra gli uomini l'uom ch'ella brama: quando alla guerra, sterminio degli uomini, s'arman le genti,
Ecate qui, la Diva, si mostra, ed a quelli che vuole, volonterosa gloria concede, concede vittoria:
dove giustizia si parte, vicino ai re giusti ella siede: anche allorché negli agoni contendono gli uomini, giova:
ché anche presso a loro si reca la Diva e li assiste, e chi di gagliardia prevalse, di forza, il bel premio
agevolmente guadagna, ricopre i suoi figli di gloria.
Ai cavalieri anche sa, quando vuole, recare assistenza.
E a chi nel glauco mare travaglia, e tra l'ira dei flutti Ecate invoca, e l'Enosigèo che profondo rimbomba,
la celeberrima Dea, facilmente concede ogni preda, agevolmente, e, dopo scovata, se vuole, la toglie.
Moltiplicare il bestiame nei chiusi ella può con Ermète. Le mandre dei giovenchi, le greggi gremite di capre,
le mandrïe lanose di pecore, ov'essa lo voglia, da pochi a molti capi, da molti riduce a ben pochi.
Così costei, che fu di sua madre l'unica figlia, onor su tutti i Nomi che nacquer piú antichi, riscote.
E protettrice il Croníde dei pargoli tutti la fece che gli occhi dopo lei dischiusero ai raggi del sole:
così da prima fu tutrice onorata ai bambini1

Nella tradizione più antica era probabilmente una divinità lunare della Tessaglia, più tardi confusa con l'aspetto invisibile di Artemide corrispondente alla luna nuova per la sua identificazione con Selene. Come Artemide non usciva mai dalle dimore sotterranee e vagava sulle montagne come la luna, ma proprio per questo motivo in seguito divenne la dea degli spettri e di ogni magia, le erano sacri i crocicchi e i trivi nelle strade (per cui veniva chiamata anche Trivia) e la sua presenza era annunciata dai latrati dei cani da battaglia.
Anche questo animale merita una breve riflessione perché nel corso dei secoli subì interpretazioni ora positive, ora negative, in relazione ai personaggi che affiancavano o che rappresentavano (si pensi all'iconografia domenicana). Si riteneva che i cani fossero in grado di salvaguardare gli uomini dai pericoli invisibili perché in grado di vedere gli spiriti, in relazione al dio Anubi, che prese la forma di un grande cane simile allo sciacallo, ebbero anche il ruolo di guidare le anime nell'aldilà, però durante l'azione repressiva intrapresa dall'Inquisizione, i cani neri entrarono a far parte del novero dei simboli demoniaci presenti nei diversi trattati di demonologia perché considerati accompagnatori demoniaci delle streghe o dei maghi.


Fabrizio e Giovanna


NOTIZIE TRATTE DA:
Rosalba Mulas“Iconografia delle streghe dall’antichità all’età moderna e stregoneria in Sardegna”
in Salvatore Loi “Inquisizione, magia e stregoneria in Sardegna”
H. Biedermann Enciclopedia dei simboli”
Esiodo Teogonia”




1Esiodo, Teogonia: Ècate figlia unica di Astèria e di Perse