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mercoledì 27 luglio 2011

LA MEDICINA TRADIZIONALE IN SARDEGNA - II PARTE


LA MALATTIA DELLA STRIA



Civetta
Barbagianni















La medicina popolare tradizionale ha i suoi modi di concepire il malessere  e i rimedi atti a combatterlo, avvalendosi di particolari rituali che si concretizzano con l’ausilio di elementi appartenenti alla sfera naturale, come la fitoterapia, talvolta associata a quella sfera da taluni definita “sovrannaturale”, dove il curatore entra in contatto con  diversi livelli di coscienza appartenente ad “altri mondi”, fungendo da collegamento tra questi e il paziente.
 
Per quanto riguarda la fitoterapia, si sa che l’innata paura dell’uomo nei confronti delle malattie e delle sofferenze corporee ha stimolato da sempre la ricerca e lo sfruttamento delle risorse naturali come le piante ritenute curative.
Le più antiche civiltà, già prima che si facesse un esplicito riferimento alla fitoterapia nelle Sacre Scritture[1], conoscevano le proprietà curative e l’uso che si poteva fare di alcune piante, in seguito le nozioni acquisite furono approfondite e diversificate.
Per quanto riguarda l’Europa, il sapere medico fu trasmesso, grazie all’intermediario arabo, dalle civiltà egiziana, greca e romana[2].

In Sardegna la magia ha da sempre permeato i vari contesti della vita dei suoi abitanti e, quando la religione e la scienza hanno fatto la loro comparsa, sono dovute scendere a compromessi soprattutto laddove fosse più difficile estirpare gli appannaggi più radicati di quel periodo mitico. Secondo la tradizione sarda esistono persone particolari dotate del cosiddetto “dono”, cioè la capacità di interagire e influenzare il mondo animale e vegetale e, ovviamente, umano.
Per quanto riguarda la medicina tradizionale, sono da considerarsi guaritori, coloro ai quali è stata riconosciuta la dote del dono, essi applicano le conoscenze trasmesse dai saggi di generazione in generazione dopo aver compiuto un apprendistato, consistente nel saper riconoscere le piante medicinali, essere in grado di preparare il rimedio e applicarlo sul malato.
Le malattie curabili dalla tradizione sarda sono diverse, nel post precedente LA MEDICINA TRADIZIONALE IN SARDEGNA abbiamo avuto modo di trattare l’argomento riguardante la medicina dell’occhio, oggi parleremo della malattia della stria. 
Secondo la tradizione popolare la stria è l’uccello del malaugurio impersonato o dalla civetta o dal barbagianni, con la sua comparsa preannuncia una disgrazia. Ad essa vengono attribuiti poteri malefici che sfociano in una vera e propria malattia se, durante il suo volo, passa sopra la testa di una persona. Gli effetti della cosiddetta striatura sono riconoscibili negli occhi e nel viso del malcapitato che presenta il pallore tipico dell’itterizia.
Per diagnosticare la malattia è necessario controllare che l’altezza della persona corrisponda alla misura dell’estensione delle sue braccia, la misurazione avviene con del filo da imbastire bianco, in caso di squilibrio si procede al rito di guarigione che cambia da una zona all’altra dell’Isola.
In alcune zone si bruciano le piume del rapace notturno riducendole in cenere da versare nel caffè che andrà somministrato al malato; in altre zone l’operazione si compie nella fase terminale del ciclo lunare e insieme alle piume si brucia anche il filo utilizzato per la misurazione, con il fumo che si crea si segna la croce sopra il malato mentre si recitano i brebus (formule magiche), infine le ceneri si mischieranno, come nel caso precedente, al caffè che il malato dovrà bere a digiuno la mattina seguente.
Questa terapia rischia di essere cadere nell'oblio perché molte guaritrici non praticano più l’antica medicina per la mancanza di richieste.

Notizie tratte da:
Nando Cossu, A luna calante
Graziella Cuga, Anna Lisa Cuccui, S’Arremediu Antigu - medicina popolare nella tradizione sarda 
Dolores Turchi, Lo sciamanesimo in Sardegna
Bepi Vigna, Il popolo delle leggende



Fabrizio e Giovanna




[1] Ecclesiastico 38-4: “Il Signore fa produrre i rimedi dalla terra: l’uomo assennato non li disprezza”
[2] Gli Egiziani avevano una loro scuola medica già 2000 anni prima dei medici greci, un bassorilievo proveniente da Akhenaton raffigura una pianta medicinale, la mandragora, largamente usata durante il Medioevo. Le conoscenze mediche dell’antico Egitto si diffusero particolarmente in Mesopotamia, dove sono state rinvenute alcune tavolette che citano la canapa indiana, della quale si conoscevano le proprietà analgesiche; ma furono soprattutto i Greci e, successivamente, i Romani che ebbero la fortuna di ereditare le nozioni degli Egizi riuscendo a portarle ad un più alto livello.

sabato 18 giugno 2011

LA MEDICINA TRADIZIONALE IN SARDEGNA


IL MALOCCHIO
E I RIMEDI ADOTTATI PER PREVENIRLO E CURARLO






Il Malocchio è una pratica malefica che affonda le sue radici nel passato più remoto; le modalità di trasmissione, come lascia intendere la parola, passa dallo sguardo, infatti si dice che gli occhi abbiano la capacità di trasmettere all’esterno le forze nascoste nel corpo. Si parla di Malocchio anche nella mitologia dei popoli antichi, lo sguardo rabbioso delle donne dell'Illiria poteva uccidere, il gigante Balor delle leggende celtiche poteva addirittura  trasformare il suo unico occhio in un'arma letale e Medusa aveva la capacità di tramutare in pietra chiunque incontrasse il suo sguardo. Il potere degli occhi viene attribuito soprattutto agli esseri umani sospettati di stregoneria, in particolar modo alle donne. Secondo la tradizione  alcuni esercitano involontariamente con il semplice atto di posare lo sguardo su un'altra persona. I sintomi del malocchio sono, a livello fisico, mal di testa frequenti senza averne mai sofferto prima e senza una causa patologica, cattivo umore e sindrome depressiva; possono  accadere degli eventi negativi spesso all'interno della famiglia, come ad esempio una immotivato abbandono da parte del partner, un guasto alla macchina o eventi di estrema gravità .  il Rito Magico contro il Malocchio elimina tale influenza ripulendo l'Aura, riportando il soggetto nello stato psicofisico di prima, cessando immediatamente gli eventi nefasti di cui era vittima .
Esistono diversi modi per proteggersi dal malocchio, nella tradizione popolare troviamo un sistema che consiste nell'inviare un fiore per nove giorni consecutivi alla persona che ci ha fatto il maleficio. Il metodo funziona soltanto se i fiori sono inviati con un sentimento di sincera amicizia.
Il più delle volte il malocchio agisce sulla sfera sessuale: ecco perchè, secondo una vecchia usanza, toccandosi i genitali si viene protetti dal malocchio.  
Nel caso in cui il malocchio sia stato trasmesso, esistono dei riti atti a debellarlo che variano a seconda della regione e della località. Questi riti possono essere tramandati soltanto in linea femminile, infatti è solo la donna l'unica depositaria del segreto della formula e a lei soltanto spetta esercitare il rito. 
Il malocchio in Sardegna assume diverse denominazioni secondo le località, come ocru malu nel nuorese, ogru malu nel logudorese e ogu malu nel campidanese. Esistono interessanti espressioni dialettali anche per designare l’avvenuto maleficio: l’occhio che aggredisce è un occhio cattivo (ogu malu) oppure un occhio che si posa (si ponidi) recando danno, oppure che prende d’occhio (pigai de ogu).  
Malocchio è l’occhio dell’altro, solitamente di chi non fa parte della famiglia e non è quindi legato da vincoli di sangue, che, una volta giunto alla meta, crea una situazione di difficoltà portando via un determinato bene, che può essere la bellezza, la salute o la fortuna, che viene perciò mangiato dal colpo dell’occhio  (manigara de su corpu ‘e soju).
Nei paesi sardi la donna ha la prerogativa di essere sia soggetto che oggetto del malocchio: è colei che è più esposta al rischio del malocchio ma è anche colei che getta il malocchio più potente. È sempre in linea femminile che vengono ereditati gli oggetti magici, gli amuleti, che preservano dal malocchio ed è sempre la donna che gestisce la vita e la morte attraverso la pratica della “medicina dell’occhio”.
La denominazione “medicina dell’occhio” è l’unica che si riscontri in maniera diffusa in tutte le province sarde. Questa pratica si può apprendere sia in famiglia che da estranei. Per diventare guaritori è necessario essere riconosciuti persone adatte, infatti solo in pochissimi casi il passaggio a tale condizione è avvenuto attraverso prove di verifica o attraverso un vero e proprio rito.
Per quanto riguarda il rito terapeutico sono stati registrati ben ventiquattro modi diversi di esecuzione all’interno dei quali si riscontra la presenza, diversamente combinata, dei seguenti elementi: i “brebus”, preghiere quali il Padre Nostro, l’Ave Maria, la recitazione del Credo, spesso assieme all’uso di grano, acqua, sale, olio, orzo, riso, pietra, corno di muflone, di cervo o di bue, l'occhio di Santa Lucia, il carbone e la carta. Per conseguire la guarigione il rito va ripetuto da un minimo di tre ad un massimo di nove volte. Per la risoluzione dei casi più gravi in genere è previsto l’intervento di tre diversi operatori.
L’altro sistema fondamentale di difesa, quello preventivo, è costituito da tutta una serie di oggetti come gli amuleti e gesti apotropaici destinati ad annullare qualunque possibile influsso malefico proveniente dagli altri.
Tra gli scongiuri rivolti al possibile portatore di malocchio ricordiamo l’uso di sputare per allontanare il male, attestato in Sardegna da un manoscritto anonimo del settecento, toccare un oggetto di ferro, di corno o le parti genitali, bestemmiare al suo passaggio, tirar fuori velocemente la punta della lingua per tre volte, oppure fare le fiche al suo indirizzo a fura (di nascosto), ecc. Il fare sas ficas è usanza diffusa sia fra gli uomini che fra le donne, tale uso era certamente noto anche a Cagliari, dove i vecchi ricordano il detto “Ti dexit comenti sa fica in s’ogu” (ti giova come la fica nell’occhio).
Oltre alle tecniche gestuali nell’isola si è sviluppata tutta una serie di oggetti apotropaici, di tipologia tipicamente mediterranea, che hanno acquisito valori culturali con particolari connotazioni;  le ricerche svolte a tal proposito dimostrano, infatti, che gli amuleti sardi, pur avendo molteplici valenze, sono quasi tutti riconducibili all’ideologia del malocchio.
Purtroppo molti amuleti erano così poveri e deperibili che nessuno ha mai avuto occasione o interesse a conservarli e sono giunti fino a noi solamente attraverso il ricordo dei vecchi; diverso è il discorso riguardante gli amuleti che erano anche oggetti di oreficeria o costituiti da materiali ritenuti in qualche modo preziosi. La maggior parte di essi ha radici precristiane e ha subito un’evoluzione nel tempo; se prima, ad esempio, erano caratterizzati dall’uso di un determinato materiale, in periodi successivi il materiale è cambiato, conservando solo similitudini di forma o colori. Ad es. Sa sabegia, che era inizialmente tonda prevalentemente in pietra nera o in corallo, si è evoluta con l’utilizzazione di materiale non naturale, come il vetro sfaccettato nero o addirittura la pasta di vetro policromo, di sicura importazione, il cui uso può essere stato introdotto sia per la difficoltà di reperire e lavorare il materiale originario, sia per una maggior ricercatezza che il nuovo materiale “esotico” poteva vantare. È certo tuttavia che sostituendo il materiale, l’amuleto non perdeva né l’eventuale significato simbolico, né la sua funzione apotropaica. L’unica condizione perché l’amuleto agisca è “aver fede”, credere cioè nel suo potere; in alcune zone, infatti, l’efficacia dell’amuleto è data dal fatto che esso debba essere abbrebau, su di esso devono cioè essere stati recitati is brebos le “parole, le preghiere magico-religiose”.
Nota in Sardegna come anti-malocchio per eccellenza, è la pietra nera in gavazzo o giaietto (lignite picea), onice, ossidiana;  tonda, sempre incastonata in prata (cioè in argento, perché si credeva avrebbe perso il suo potere se legata in oro).
La sabegia simboleggia il globo oculare, nella fattispecie l’occhio buono che si  contrappone a quello cattivo attirandone lo sguardo; la sua funzione consiste nel salvare chi ne è munito, spaccandosi al posto del cuore della persona “guardata”.
La terminologia con cui viene identificata è varia e difficilmente localizzabile. Nota come sabegia nel Campidano di Cagliari, se ne è perduta la memoria nel capoluogo, dove deve essere stata però usata, tanto che se ne conservava il ricordo nei primi decenni del secolo scorso. Con pochissime varianti fonetiche ritroviamo questo termine nella Barbagia dove è invece conosciuta come cocco, nella Gallura, nel Logudoro e ad Orgosolo è invece generalmente noto col nome di pinnadellu, mentre nell’oristanese, a Desulo e nella Barbagia di Belvì viene denominato pinnadeddu.
Tradizionalmente nero, l’amuleto si ritrova talvolta anche rosso, di corallo, specialmente in Gallura e in alcuni paesi barbaricini, dove prende il nome di corradeddu ‘e s’ogu leau (corallino del malocchio) e dove lo si portava appeso alla spalla e ricadente sul braccio, unito a mazzo con altri amuleti sempre di corallo e incastonati in argento. In ogni caso la sabegia mantiene sempre la caratteristica di essere simbolo dell’occhio.
Sa sabegia veniva appesa alle culle, mentre i bambini più grandicelli la portavano generalmente al polso, legata con un fiocchetto verde e veniva loro tradizionalmente regalata dalla nonna o dalla madrina di battesimo.
Le donne invece la esibivano al collo o appesa al corsetto.


Fabrizio e Giovanna