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giovedì 2 febbraio 2012

IL CULTO DELLA DIVINITÁ FEMMINILE : ECATE





Ecate è oggi riconosciuta come la dea delle arti magiche e della stregoneria, Il suo nome significa colei che colpisce da lontano.
Circe e Medea avevano appreso da Ecate la loro arte ed erano iniziate ai suoi misteri.
Anche questa figura mitologica ebbe inizialmente connotazioni positive in qualità di dea delle terre selvagge e del parto (assimilabili quindi alla dea madre), in seguito, quando iniziò la demonizzazione del femminile, divenne dea della stregoneria e il suo ruolo fu relegato a quello di “Regina degli Spettri”, tale attributo fu trasmesso alla cultura post-rinascimentale, dalla quale presero poi spunto gli inquisitori durante la loro opera di “pulizia religiosa”.
Era rappresentata con tre teste e un solo corpo o con tre corpi uniti per la schiena (trimorfa).  
Per gli orfici era trimorfa non solo perché rappresentava le fasi lunari, ma anche per l'assimilazione al culto delle grandi divinità ctonie come Demetra, Persefone e Artemide.

Esistono due teorie circa la sua origine:
·  Una ritiene che fosse figlia di Zeus e della figlia di Eolo Ferea e che la sua rappresentazione infernale derivasse dall'ira di Era che, immergendola nell'Acheronte con lo scopo di purificarla, ne determinò la trasformazione in una divinità degli inferi. In  qualità di dea degli inferi teneva per cento anni aldilà dello Stige le anime di coloro che erano morti senza sepoltura.
·         Secondo la Teogonia di Esiodo era invece figlia dei Titani Asteria e Perse:
E Asteria incinse, e a vita diede Ècate, cui sopra tutti Giove Croníde onorò, le die' fulgidissimi doni:
parte le die' della terra, del mare che mai non si miete: 
ed anche ella ha potere nel cielo gremito di stelle,
e piú d'ogni altra, onore fra i Numi immortali riscuote.
Ed anche adesso, quando qualcuno degli uomini in terra fa sacrifizi, e placa, secondo le usanze, i Celesti,
Ècate invoca per nome. E onore accompagna un mortale, quando la Dea le sue preghiere benevole intende;
e gli concede prosperità: ché ben grande è sua possa.
Perché di quanti nacquer da Terra e da Uràno, ed onori ebbero, questa Dea parte ha degli onori d'ognuno;
perché duro con lei non fu Giove, né nulla le tolse di quanto ella avea già fra i Numi piú antichi, i Titani,
bensí tutta la parte che allor possedeva, possiede.
Né meno onor la Dea, perché figlia è unica, ottenne, non della terra parte minore, del cielo e del mare,
ma anzi assai di piú: ché molto l'onora il Croníde.
E sta presso a chi vuole proteggere, e molto gli giova.
Nell'assemblea, prevale fra gli uomini l'uom ch'ella brama: quando alla guerra, sterminio degli uomini, s'arman le genti,
Ecate qui, la Diva, si mostra, ed a quelli che vuole, volonterosa gloria concede, concede vittoria:
dove giustizia si parte, vicino ai re giusti ella siede: anche allorché negli agoni contendono gli uomini, giova:
ché anche presso a loro si reca la Diva e li assiste, e chi di gagliardia prevalse, di forza, il bel premio
agevolmente guadagna, ricopre i suoi figli di gloria.
Ai cavalieri anche sa, quando vuole, recare assistenza.
E a chi nel glauco mare travaglia, e tra l'ira dei flutti Ecate invoca, e l'Enosigèo che profondo rimbomba,
la celeberrima Dea, facilmente concede ogni preda, agevolmente, e, dopo scovata, se vuole, la toglie.
Moltiplicare il bestiame nei chiusi ella può con Ermète. Le mandre dei giovenchi, le greggi gremite di capre,
le mandrïe lanose di pecore, ov'essa lo voglia, da pochi a molti capi, da molti riduce a ben pochi.
Così costei, che fu di sua madre l'unica figlia, onor su tutti i Nomi che nacquer piú antichi, riscote.
E protettrice il Croníde dei pargoli tutti la fece che gli occhi dopo lei dischiusero ai raggi del sole:
così da prima fu tutrice onorata ai bambini1

Nella tradizione più antica era probabilmente una divinità lunare della Tessaglia, più tardi confusa con l'aspetto invisibile di Artemide corrispondente alla luna nuova per la sua identificazione con Selene. Come Artemide non usciva mai dalle dimore sotterranee e vagava sulle montagne come la luna, ma proprio per questo motivo in seguito divenne la dea degli spettri e di ogni magia, le erano sacri i crocicchi e i trivi nelle strade (per cui veniva chiamata anche Trivia) e la sua presenza era annunciata dai latrati dei cani da battaglia.
Anche questo animale merita una breve riflessione perché nel corso dei secoli subì interpretazioni ora positive, ora negative, in relazione ai personaggi che affiancavano o che rappresentavano (si pensi all'iconografia domenicana). Si riteneva che i cani fossero in grado di salvaguardare gli uomini dai pericoli invisibili perché in grado di vedere gli spiriti, in relazione al dio Anubi, che prese la forma di un grande cane simile allo sciacallo, ebbero anche il ruolo di guidare le anime nell'aldilà, però durante l'azione repressiva intrapresa dall'Inquisizione, i cani neri entrarono a far parte del novero dei simboli demoniaci presenti nei diversi trattati di demonologia perché considerati accompagnatori demoniaci delle streghe o dei maghi.


Fabrizio e Giovanna


NOTIZIE TRATTE DA:
Rosalba Mulas“Iconografia delle streghe dall’antichità all’età moderna e stregoneria in Sardegna”
in Salvatore Loi “Inquisizione, magia e stregoneria in Sardegna”
H. Biedermann Enciclopedia dei simboli”
Esiodo Teogonia”




1Esiodo, Teogonia: Ècate figlia unica di Astèria e di Perse


martedì 17 gennaio 2012

RARISSIMA ISCRIZIONE IN CARATTERI CUNEIFORMI TROVATA A MALTA


La foto è a carattere dimostrativo


Gli edifici megalitici di Malta, che da alcuni studiosi sono considerati i più antichi del mondo, continuano a riservare nuove sorprese e sollevare interrogativi.
L’ultima sensazionale scoperta riguarda il ritrovamento di un frammento litico di agata a forma di mezza luna, recante dei caratteri cuneiformi datati al XIII secolo a.C.
Questo tipo di scrittura è originario della Mesopotamia, nell’attuale Medio Oriente, quindi il suo ritrovamento in un’area geografica occidentale costituisce una rarità degna di nota.
Lo scavo diretto dal professor Alberto Cazzella, titolare della cattedra di paleontologia all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza",  ha riportato alla luce la pietra inscritta nel santuario di Tas-Silg, un tempio megalitico datato al  periodo neolitico finale, che fu utilizzato a scopo  religioso e cerimoniale dal terzo millennio a.C. fino all'epoca bizantina.
L’iscrizione è stata tradotta come una dedica al dio della luna mesopotamico Sin, venerato ad est della città santa di Nippur la quale, oltre ad essere meta di pellegrinaggi, possedeva una famosa scuola di scribi che produsse moltissimi testi letterari.
Alcuni studiosi ipotizzano che la “pietra” sia stata sottratta al tempio di Nippur durante un saccheggio e giunta in occidente attraverso i mercanti micenei e ciprioti che avevano probabili rapporti commerciali col mediterraneo centrale.

Inoltre, poiché il frammento in agata inscritto in cuneiforme doveva essere considerato molto prezioso per le genti della tarda età del bronzo, la sua presenza all’interno del tempio megalitico di Tas-Silg suggerisce agli studiosi l’ipotesi che il santuario avesse una grande importanza per gli uomini dell’epoca.
Il santuario di Tas-Silg è già conosciuto agli studiosi per la sua importanza in epoca fenicia e romana.

Ricordiamo che il frammento maltese non è il più antico né il più occidentale dei reperti in carattere cuneiforme venuto alla luce fuori dalle zone di cultura mesopotamica; abbiamo infatti notizia del cosiddetto “coccio di Mogoro” recante dei caratteri cuneiformi.
Il “coccio” sardo è tutt’ora al centro di un’aspra polemica della quale parleremo ampiamente prossimamente.

Fabrizio e Giovanna



martedì 10 gennaio 2012

UN ILLUSTRE CAGLIARITANO DI NOME SIGISMONDO ARQUER Vita e opere - I parte -




Contrariamente all’idea comune di una città sonnacchiosa e culturalmente poco attiva, Cagliari ha dato i natali a personaggi di grande levatura culturale, politica e umana. Tra questi ricordiamo Sigismondo Arquer che nella sua vita, tragicamente terminata sul rogo di Toledo nel 1571, ebbe l’unica colpa di avere operato in un periodo di forte intolleranza religiosa abilmente manipolata dai suoi nemici.
Come abbiamo visto nel precedente articolo CAGLIARI IN EPOCA SPAGNOLA, i feudatari in epoca spagnola si associarono all’Inquisizione con l’obiettivo di colpire il nuovo ceto dei burocrati; tra le varie azioni intraprese in tal senso  si ricorda soprattutto l’uccisione di Sigismondo Arquer, accusato di eresia con l’obiettivo di eliminare un personaggio scomodo che era per giunta figlio dell’avvocato fiscale Giovanni Antonio Arquer, il quale collaborò efficacemente con il viceré Antonio di Cardona (1534-1549) nella sua azione atta a ridimensionare gli abusi e le prevaricazioni della nobiltà e dell’alto clero.
Molto probabilmente Sigismondo Arquer era inviso al ceto nobiliare, notoriamente ignorante e tronfio, soprattutto per la sua immensa cultura permeata di apporti umanistico - rinascimentali acquisiti durante i suoi viaggi.
Quando, nella primavera del 1549, compose la sua famosa opera “Sardiniae brevis historia et descriptio”, aveva soltanto 19 anni, ma da due anni era già in possesso di due lauree, una in diritto civile e canonico (utroque iure) a Pisa e una in teologia a Siena.
L’opera dell’Arquer è molto importante dal punto di vista storiografico perché fu il primo tentativo di individuare i lineamenti della storia sarda attraverso lo studio comparato delle fonti antiche. Nel testo si alternano fonti e libera composizione che l’autore stese in soli 40 giorni selezionando e sintetizzando un’enorme quantità di informazioni derivanti dal suo bagaglio culturale, dove confluivano erudizione e conoscenza diretta.

La stesura dell’opera fu preceduta da un difficile viaggio  iniziato nel settembre del 1548.
Dopo due mesi giunse a Pisa da dove si  diresse verso la Germania, ma durante la traversata delle Alpi si ammalò e fu costretto a trattenersi 5 mesi nei Grigioni. Nell’aprile del 1548 fu prima accolto da Konrad Pellikan (un ex francescano che passò al luteranesimo e prese parte alla prima Confessio Helvetica), in seguito, grazie all’intercessione di quest’ultimo, fu sistemato in Basilea a spese della fondazione Erasmo dove rimase fino al mese di giugno.
In Basilea entrò in contatto con Sebastian Münster che gli chiese di scrivere un compendio sulla Sardegna da inserire nella sua Cosmographia universalis.
All’interno dei 7 capitoli di cui si compone l’opera si trovano notizie di carattere generale relative alle dimensioni dell’Isola la sua posizione nel Mediterraneo, alla sua suddivisione geo-politica, al suo ambiente naturale, alle attività produttive, all’alimentazione e alla malaria.
Dopo aver affrontato il tema storico relativo alle antiche denominazioni dell’isola, ai primi abitanti, colonizzatori e dominatori con digressioni sui nuraghi e sulla legislazione locale, introduce la descrizione particolareggiata della città di Cagliari citando i centri più importanti. La descrizione di Cagliari è molto particolareggiata e accompagnata dalla famosa  pianta prospettica dove vengono rappresentati i monumenti più importanti e le opere difensive che ancora oggi è un utile documento di studio.
Per quanto riguarda la lingua, nel VI capitolo vengono indicate le tre parlate principali del Regno evidenziate dal Pater Noster trilingue: latino - catalano - sardo.
Nell’ultimo capitolo vengono descritte le magistrature civili ed ecclesiastiche presenti nell’isola, si spiega in che modo opera l’inquisizione e conclude, dopo essersi soffermato sui caratteri fisici e psicologici dei sardi, con una condanna rivolta sia all’elemento pagano all’interno delle festività cristiane, sia al bassissimo profilo etico e culturale del clero isolano.
Nonostante la sua collaborazione con Sebastian Münster, Sigismondo rimase profondamente cattolico, ma i suoi avversari politici utilizzarono questo espediente per accusarlo di luteranesimo, accusa che a lungo andare lo portò sul rogo di Toledo come vedremo nei prossimi post.



Fabrizio e Giovanna


Notizie tratte da:
Sigismondo Arquer. Sardiniae brevis historia et descriptio, a cura di Maria Teresa Laneri
saggio introduttivo di Raimondo Turtas
Sigismondo Arquer. Un innocente sul rogo dell’Inquisizione, Salvatore Loi
Storia della Sardegna, Leopoldo Ortu

mercoledì 4 gennaio 2012

CHI ERANO IN REALTÀ I RE MAGI DELLA TRADIZIONE CRISTIANA?




L’unico evangelista che ricorda la visita dei magi è Matteo  tralasciando però di approfondire le notizie relative a questi misteriosi personaggi: 

"Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:
E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda:
da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele.

Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo».
Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese"[1] .

Anche la parola Magi non è di chiara provenienza, infatti se proviamo a trasformarla al singolare diremo “Re Mago”; questo particolare non è irrilevante se proviamo a dare un’interpretazione che tenga conto della tradizione ermetica, secondo la quale questi uomini erano dotati di particolari poteri derivatigli dalla pratica dell’astrologia e della “magia” Zoroastriana.
Stando a questa tradizione i Magi, grazie alle loro conoscenze astrologiche, seppero riconoscere in cielo i segni dell’arrivo sulla terra del più grande degli iniziati che li persuase ad intraprendere un lunghissimo viaggio per rendergli omaggio.
Il termine Magos era utilizzato dai greci per definire i sacerdoti dediti al culto di Zoroastro provenienti dall’Impero Persiano, dove si sviluppò prima del VI sec. a.C.

Nel Vangelo dell’infanzia Armeno vi è la descrizione più dettagliata dei Magi: 

“ Quando l’angelo aveva portato la buona novella a Maria era il 15 di Nisān, cioè il 6 aprile, un mercoledì, alla terza ora. Subito un angelo del signore si recò nel paese dei persiani, per avvertire i re Magi che andassero ad adorare il neonato. E costoro, guidati da una stella per nove mesi, giunsero a destinazione nel momento in cui la vergine diveniva madre. In quel momento il regno dei persiani dominava per la sua potenza e le sue conquiste su tutti i re che esistevano nei paesi d’oriente, e quelli che erano i re magi erano tre fratelli: il primo Melkon, regnava sui persiani, il secondo, Balthasar, regnava sugli indiani, e il terzo, Gaspar, possedeva il paese degli arabi. Essendosi uniti insieme per ordine di Dio, arrivarono nel momento in cui la vergine diveniva madre”[2]. 

Come si evince da questo passo, i Magi sono chiamati per nome, Gaspare re dell’Arabia, Melkon o Melquon (mutatosi poi in Melchiorre) re della Persia e Baldassarre re dell’India.
Confrontando il Vangelo di Matteo e quello successivo dell’infanzia Armeno si possono notare alcune discordanze, prima fra tutte il numero e la provenienza dei magi, Matteo infatti parla soltanto di “Alcuni Magi giunti da oriente a Gerusalemme ” senza aggiungere altri particolari utili alla nostra ricerca. 
Molto probabilmente la versione del Vangelo dell’infanzia Armeno ebbe la meglio anche perché legittimato dal salmo 72 della Bibbia che profetizza la venuta del Messia:

A lui si pieghino le tribù del deserto,
mordano la polvere i suoi nemici.

I re di Tarsis e delle isole portino tributi;
i re di Saba e di Seba offrano doni.

Tutti i re si prostrino a lui,
lo servano tutte le genti.

Perché egli libererà il misero che invoca
e il povero che non trova aiuto.

Da questo salmo scaturì anche un’altra tradizione riguardante questa volta l’origine geografica dei Magi, come si può notare i luoghi di provenienza dei “re” sono diversi da quelli citati dal Vangelo Armeno; molto probabilmente i luoghi citati nella Bibbia al tempo della scrittura dei Vangeli o non esistevano più, o erano noti con altri nomi.

I  doni che i Magi portarono al Signore hanno un grande valore simbolico ed esoterico:
l’oro simboleggia la scintilla divina, l’amore, la conoscenza, la sapienza e la sapienzialità (l’oro dei filosofi o alchimisti) è infine il colore dell’ultimo grado dell’ascesa alchemica;
l’incenso è un’essenza che nei processi alchemici serve a purificare ed è tutt’ora usato nelle funzioni liturgiche cattoliche;
la mirra è una sostanza resinosa utilizzata dagli egizi nei processi dell’imbalsamazione e rappresenta l’immortalità.

Se consideriamo il fatto che il cristianesimo a più riprese abbia cercato di occultare quei particolari poco ortodossi che male si addicono alla visione del mito cattolico, possiamo anche ipotizzare che i personaggi fiabeschi che vengono ora riconosciuti ufficialmente, fossero in realtà dei potenti signori dell’occulto (dove per occulto si intende ciò che è nascosto e non ciò che è maligno), la cui figura era talmente importante che Matteo non poté esimersi dal citarla anche se in maniera edulcorata.


Fabrizio e Giovanna


[1] La Sacra Bibbia – CEI Il Nuovo Testamento Vangelo di Matteo (Mt 1, 1-12)

[2] Vangelo dell’infanzia Armeno, Cap V par. 9, “I vangeli apocrifi”

domenica 1 gennaio 2012

I Giganti di Mont‘e Prama continuano il loro lungo viaggio

Tempo addietro, a Sassari, in occasione del termine del restauro dei Giganti di Mont’e Prama e’ stato firmato il protocollo d’intesa per la definizione dei programmi di valorizzazione del complesso scultoreo. Sulla destinazione di questi testimoni della storia isolana, nonostante alcune polemiche, si sa che sarà creato “Sistema Museale di Mont’e Prama” e che parte delle statue saranno inviate al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, alcune torneranno in quella che era la loro sede naturale, Cabras, in locali ancora in via di allestimento, ed infine una parte rimarrà nei saloni del Centro Restauro di Li Punti a Sassari. Nei particolari:


NOTIZIA COMPLETA:

sabato 24 dicembre 2011

Il DRAGO che è SERPENTE parte sesta + Aggiunta

Con la sesta ed ultima parte termina il viaggio nel tempo e nel mito di Giulio Pala. 
Nei suoi filmati ha messo in evidenza l’aspetto più antico e misterioso della spiritualità dei nostri antenati.
Augurandoci che questa non sia l’ultima delle sue fatiche, invitiamo ancora i nostri lettori ad esporre le loro opinioni e perplessità.
Buona visione.

mercoledì 21 dicembre 2011

Il DRAGO che è SERPENTE parte quinta

Come promesso pubblichiamo la quinta e penultima parte del viaggio iniziatico di Giulio Pala. I link dei precedenti video sono elencati nel post pubblicato ieri (http://ilmulinodeltempo.blogspot.com/2011/12/il-drago-che-e-serpente-parte-quarta.html). Buona visione a tutti.

martedì 20 dicembre 2011

martedì 13 dicembre 2011

LA VERA STORIA DI BABBO NATALE




L’iconografia attuale di Babbo Natale è relativamente recente, il suo aspetto bonario e i colori che lo caratterizzano sono un’invenzione che la nota multinazionale americana della Coca Cola ha abilmente utilizzato negli anni trenta del Novecento per reclamizzare il suo prodotto.
Il suo mito ha origine dalle gesta di San Nicola patrono della città di Bari e si diffuse, oltre che in Europa, anche negli Stati Uniti ad opera degli olandesi che tradussero il suo nome in Sinte Niklaas, tale nome fu successivamente deformato dagli americani in Santa Claus. Il costume inizialmente era verde poi prevalsero il rosso del costume e il bianco della barba, realizzati nel 1863 dall’illustratore Thomas Nast, nel 1931 la Coca Cola decise di utilizzare l’immagine e i colori per reclamizzare la bevanda.
Secondo la tradizione più accreditata San Nicola fu vescovo di Myra in Turchia (nato probabilmente a Patara in Turchia intorno al 270 e morto a Myra nel 352), durante il suo episcopato compì diversi miracoli e si distinse per la sua generosità nei confronti dei bisognosi: era solito far arrivare nelle case i suoi doni attraverso le finestre e i camini; come si può notare questa è una delle caratteristiche tipiche proprio di Babbo Natale.
Una delle azioni più generose fu quella dei cosiddetti “maritaggi”, ossia la donazione di denaro alle fanciulle povere affinché potessero portare la dote necessaria per il compimento del matrimonio.
Il santo compì numerosi miracoli tra i più famosi, oltre alla resurrezione dei tre fratelli fatti a pezzi e messi in salamoia, ricordiamo l’episodio che lo vide placare una tempesta durante un viaggio in mare e riportare in  vita un marinaio schiacciato dall’albero maestro e quello in cui riuscì a far cambiare rotta ad una nave diretta ad Alessandria dove lo attendevano numerosi nemici.
Nel 325 partecipò probabilmente al Concilio di Nicea e successivamente fu forse nominato vescovo a Roma da Papa Silvestro.
Esistono altri possibili santi di nome Nicola che potrebbero essere all’origine del mito di Babbo Natale, tra questi ricordiamo Nicola di Sion vissuto a Myra circa un secolo dopo il santo più accreditato e Nicola di Pinara che morì nel 564.
Una delle prime narrazioni delle gesta di San Nicola fu scritta da Andrea di Creta nel 740[1], uno dei più celebri scrittori sacri bizantini vissuto fra il 660 ed il 740.
Un altro autore che parlò del Santo fu l’innografo bizantino Romano il Melòde al quale furono attribuiti i contacii (ritenuti da alcuni dei falsi scritti successivamente) ossia dei sermoni cantati.
Le spoglie di San Nicola furono traslate nella città di Bari nel 1087 da un mercante e avventuriero di nome Giovannoccaro e dal suo luogotenente Petrarca Rossimano durante una spedizione atta a sottrarre i santi resti ai Selgiuchidi che avevano occupato la città di Myra. Il viaggio iniziò ad aprile e terminò il 9 maggio.
La tradizione racconta che il corpo del santo fu rinvenuto all’interno di un sarcofago di marmo bianco ricoperto di un liquido che emanava il classico odore di santità che compì l’ennesimo miracolo al suo arrivo a Bari guarendo 47 malati incurabili.
Dopo un’aspra contesa sul luogo più adatto a custodire le reliquie, nel 1089 si decise di costruire una nuova chiesa su un terreno donato dal duca di Puglia Ruggero II, nel luogo dove sorge l’attuale basilica di San Nicola di Bari che fu consacrata da Celestino III nel 1197.
Mentre si gettavano le fondamenta della nuova chiesa vi fu un crollo che seppellì sette operai, anche in questa occasione la tradizione attribuisce a San Nicola l’ennesimo miracolo quando ritrovarono gli operai completamente illesi.
La sostituzione di San Nicola con Babbo Natale è il classico esempio di sincretismo al contrario, in passato i miti cosiddetti pagani furono soppiantati da quelli cristiani, in questo caso un mito cristiano è stato sacrificato sull’altare del consumismo, forse questo è un segno dei tempi o forse il potere evocativo del cristianesimo è meno forte del passato.



Fabrizio e Giovanna



[1] Andrea di Creta, Encomium S. Nicolai

domenica 4 dicembre 2011

SANTUARIO DI SERRI - VIDEO -

Un piccolo omaggio da parte della nostra Associazione in ricordo dell'uscita del 27 novembre a Pranu Muttedu e a Santa Vittoria di Serri. A breve realizzeremo un piccolo filmato sul sito neolitico di Pranu Muttedu.



Fabrizio e Giovanna

venerdì 25 novembre 2011

ARCHEOLOGIA: TEMPIO DI GERUSALEMME NON FU COSTRUITO DA ERODE

(AGI) Gerusalemme - Quattro monete romane trovate sotto le fondamenta del Muro del Pianto rende impossibile che il cosiddetto Secondo Tempio di Gerusalemme sia stato ampliato e completato da Erode




NOTIZIA COMPLETA :http://www.agi.it/rubriche/ultime-notizie-page/201111240700-est-rom0003-archeologia_tempo_di_gerusalemme_non_fu_costruito_da_erode

domenica 20 novembre 2011

IL DRAGO che è SERPENTE (terza parte).wmv





Siamo giunti alla terza tappa del viaggio intrapreso da Giulio Pala alla ricerca dei luoghi sacri degli antichi sardi.
In questo “video da leggere” l’autore analizza ed interpreta in chiave iniziatica le tracce del Sacro che i nostri antenati ci hanno lasciato in eredità.

Il Mulino del Tempo

giovedì 17 novembre 2011

Il DRAGO che è SERPENTE (seconda parte).wmv



Proseguiamo con il viaggio iniziatico nei luoghi sacri della Sardegna attraverso i testi e le immagini dei filmati autoprodotti dal nostro amico Giulio Pala. Ovviamente rinnoviamo l'invito ai lettori a leggere attentamente il messaggio che Giulio vuole imprimere nel suo lavoro.
Attendiamo commenti e suggerimenti, buona visione.


Il Mulino del Tempo

Archeologia, decifrata un'iscrizione crociata in caratteri arabi



Nel testo inciso su una pietra proveniente
dall'antico porto di Giaffa, il primo del genere trovato in tutto il Medio Oriente, uno studioso israeliano ha letto fra l'altro «Federico II re di Gerusalemme, nell'anno 1299 dalla resurrezione del nostro signore Gesù il Messia»


mercoledì 16 novembre 2011

IL DRAGO che è SERPENTE (prima parte).wmv




Il termine Ierofania indica la manifestazione del sacro, mentre la Teofania è la manifestazione della divinità attraverso le sue opere; nel video seguente l'amico Giulio Pala, attraverso lo studio dei testi sacri e del mito, ha individuato i segni divini presenti nella natura. Il video è intitolato "Il Drago e il Serpente" ed evidenzia l'antica tendenza a rappresentare la divinità anche attraverso i suoi lati oscuri e mostruosi. Il Drago nel mito custodisce i segreti e l'autore attraverso le immagini e il testo ci accompagna in un vero e proprio viaggio iniziatico.

Ringraziamo Giulio e invitiamo i blogger a leggere attentamente le frasi che accompagnano le immagini presenti nel primo di una serie di video che condividiamo.

Il Mulino del Tempo

mercoledì 9 novembre 2011

IL MITO DI DIONISO E SUOI POSSIBILI COLLEGAMENTI CON LA SPIRITUALITA’ DELLA SARDEGNA ANTICA





Euripide nelle “Baccanti” dice che Dioniso è figlio della principessa tebana Semele e di Zeus, mentre nella tradizione Orfica sua madre è Demetra-Persefone.
Il nuovo Dio nacque da una delle tante “scappatelle” del padre degli Dei con una donna mortale alla quale promise di esaudire ogni suo desiderio.
La tradizione racconta che la Dea Era, sposa di Zeus, furiosa per l’ennesimo tradimento, prese le sembianze di Beroe, la nutrice di Semele, e convinse la donna a chiedere al suo amante di mostrarsi in tutto il suo splendore.
Zeus, che aveva promesso di esaudire ogni suo desiderio, si mostrò in tutta la sua divinità alla ragazza che rimase folgorata all'istante dal momento che nessun occhio umano era in grado di sopportarla.
Durante la relazione adulterina Semele rimase incinta ed al momento della sua morte lo era di sei mesi.
Zeus per salvare suo figlio (Dioniso), lo estrasse dal ventre materno e per proteggerlo dall’ira della legittima consorte lo nascose nella sua coscia fino ai nove mesi necessari per portare a termine la gravidanza.
L’episodio appena descritto lega Dioniso ancor prima della sua nascita alla simbologia fallica (la coscia è un chiaro riferimento alla sessualità), e come dice Carolina Lanzani nel suo interessante volume Religione Dionisiaca, quello Dionisiaco è essenzialmente un culto betilico”;
infatti l’Omphalos, la pietra conica che rappresentava il centro del mondo nel santuario di Delfi consacrato ad Apollo (che in seguito divise il suo tempio con Dioniso), non era altro che un betilo.
Questo a nostro avviso  potrebbe essere il primo legame tra Dioniso e l’antica spiritualità sarda che, come ha dimostrato l’archeologia, rappresentava il principio maschile attraverso i betili ed i menhir.
Dioniso è il Dio del vino e dell’ebbrezza e secondo la mitologia greca fu proprio lui ad insegnare all’attico Ikarios l’arte della produzione del vino.
In questo episodio si ha forse per la prima volta la manifestazione dell’ambiguità del Dio: Ikarios ebbe in dono da Dioniso un tralcio di vite e gli fece apprendere come trasformare il succo dell’uva in vino attraverso il “miracolo” della fermentazione. Ikarios fece assaggiare la bevanda ai suoi vicini che prima esaltarono le doti del primo viticoltore, ma poi, non conoscendo gli effetti del vino, caduti in preda all’ebbrezza lo accusarono di averli avvelenati e lo uccisero facendolo a pezzi.
La figlia di Ikarios vedendo il padre ucciso decise di impiccarsi.
L’ebbrezza  dionisiaca è un’esperienza positiva ma se non si conoscono i suoi segreti porta l’uomo incauto ad una fine terribile.
Nella cultura sarda tradizionale il vino ha una valenza simbolica molto marcata, l’atto di offrire da bere va ben oltre la semplice soddisfazione del palato, assumendo i contorni di una vera e propria cerimonia che suggella amicizie e contratti.
L’antichità dell’utilizzo del vino in Sardegna è dimostrato dal rinvenimento di numerose brocche askoidi (brocche da vino) di epoca nuragica ed il loro ritrovamento in altre zone del mediterraneo (principalmente in Etruria) evidenzia che la bevanda dionisiaca era esportata fuori dall’Isola dagli isolani, che certamente ne erano anche produttori.
Dioniso è anche il Dio della natura, della fertilità e di tutto ciò che è selvaggio ed animalesco.
Nelle varie manifestazioni carnevalesche della nostra Isola si celebra la natura, la fertilità ed i personaggi rappresentati hanno un carattere selvaggio ed assolutamente Panico.
Il Dio è spesso accompagnato da Satiri, asini e tori rappresentati con i falli eretti e molti personaggi delle sue processioni suonano il flauto.
Chiunque abbia visitato il museo archeologico di Cagliari o abbia sfogliato un libro di archeologia sarda ha sicuramente notato il famoso bronzetto del “suonatore di Ittiri”, che suona uno strumento a fiato simile alle Launeddas e mostra il fallo eretto.
Non intendiamo dire che il culto greco di Dioniso sia nato in Sardegna, siamo però convinti che alla base vi fosse un'unica matrice culturale mediterranea facente capo alla nostra Isola. Nei prossimi post intendiamo argomentare questa nostra teoria comparando il culto dionisiaco ai vari fenomeni della cultura sarda che, a nostro avviso, sono ad esso direttamente collegati.
In ogni caso un concetto così complesso come quello del  Dioniso merita una trattazione più approfondita e ci ripromettiamo di analizzarlo in maniera appropriata.


Fabrizio e Giovanna

lunedì 7 novembre 2011

Solone, Platone e Fetonte, figlio del Sole



Ancora una volta, rileggendo il Timeo, vengo colpito da qualcosa...
Questa volta è il terzo capitolo, lo stesso in cui si parla del mito di Atlantide che mi colpisce per un aspetto che non avevo osservato con attenzione... e sempre Critia che racconta ciò che da ragazzo sentì da un più vecchio Critia durante la festa Cureotide che asseriva di averla sentita raccontare da Solone sulla sua visita in Egitto e in particolare presso la città di Sais.
Solone parlava con i sacerdoti del tempio di Neith (Atena) di Foroneo e Niobe, vissuti prima del Diluvio e di Deucalione e di Pirra e di come s'erano salvati dal Diluvio, quando un sacerdote, per alcuni di nome Sonchis, per altri Pateneit, lo interruppe dicendo:
"... voi Greci siete sempre fanciulli e un Greco vecchio non c'é [..] Perocchè non avete in essa per antica udita alcuna antica opinione né scienza che per il lungo tempo sia diventata canuta. E il perché di ciò è questo: molte volte e per molti modi avvennero stermini di uomini e ne avverranno, per mezzo del fuoco e dell'acqua i maggiori, e per infinite cause altri più lievi. Infatti ciò che si racconta presso di voi, che una volta Fetonte figlio del Sole, aggiogato il carro paterno, per non esser capace di guidarlo sulla strada del padre, bruciasse quanto era in terra e perisse fulminato, questo si racconta in forma di favola, ma la verità è la deviazione delle cose che circuendo la terra vanno per il cielo, a la distruzione per mezzo del fuoco, dopo lunghi periodi di tempo, di tutto ciò che è sulla terra. Allora infatti..."

Tutto il resto è interessantissimo ma voglio cercare di capire meglio queste poche righe...

In primis, il sacerdote afferma che i greci sono giovani nel senso che non conoscono la storia.
Motivo? Le numerose estinzioni che hanno colpito il genere umano (e in particolare il popolo greco).
Le estinzioni sono causate principalmente da acqua e fuoco, così nel passato come nel futuro.
Poi arriva la spiegazione della favola di Fetonte... che è visto come il figlio del Sole perchè portò distruzione per mezzo del fuoco... ma Fetonte non è altro che uno o più corpi celesti che deviati dal loro percorso finirono sulla terra e la distrussero con il fuoco.
E poi, per finire, sembra che ciò accada ripetutamente ad intervalli di tempo...

Bene, dopo queste poche righe vi invito a leggere il Timeo con attenzione e senso critico, cercando di andare oltre le parole, cercando di capire cosa potesse esserci dietro le parole...

Cercando di capire la Storia che potrebbe essere alla base di racconti, miti e leggende perchè conoscere meglio il passato potrebbe aiutarci a vivere meglio il presente preparandoci correttamente al futuro...

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO


sabato 5 novembre 2011

Archeologia: scoperta la 'dama con gli orecchini' dell'eta' d'oro dei Longobardi

La foto è a carattere dimostrativo


Una ''dama con gli orecchini'' di eta' longobarda e' stata scoperta durante una serie di scavi a Lucca. E' tornata, infatti, alla luce una tomba dell'aristocrazia femminile, databile fra il 600 e il 650, culmine del periodo d'oro dei Longobardi, durante le indagini archeologiche condotte in via Elisa, preliminari alla ristrutturazione di Casa Betania, di proprieta' della Congregazione delle Suore Ministre degli Infermi.


Notizia completa: http://www.adnkronos.com/IGN/News/Cultura/Archeologia-scoperta-la-dama-con-gli-orecchini-delleta-doro-dei-Longobardi_312611155422.html

sabato 22 ottobre 2011

SANTA MARIA DI BONARCADO




Chiesa di Santa Maria di Bonarcado

La chiesa, il santuario e il monastero di Santa Maria di Bonarcado si trovano nel comune di Bonarcado, nella Sardegna centro-occidentale, a pochi chilometri da Oristano fra Milis e Santu Lussurgiu, nell’antica curatoria del giudicato di Arborea. Il suo nome deriva dal greco panákhrantos che vuol dire “immacolata”, attributo rivolto alla Vergine Maria, oggetto di venerazione già dall’epoca bizantina.

La chiesa e il monastero furono realizzati in tempi diversi, la prima è infatti successiva e fu edificata solennemente alla presenza del giudice d’Arborea Barisone I, degli altri tre giudici, dei più alti prelati sardi e dell’arcivescovo Villano di Pisa, giunto in Sardegna come legato pontificio  intorno al 1146-47.


Ruderi del monastero camaldolese

Grazie al Condaghe di Santa Maria di Bonarcado sappiamo che intorno al 1100 fu fondato il monastero camaldolese affiliato all’abbazia pisana di san Zeno per volontà del giudice Costantino I de Lacon Gunale. Probabilmente i Camaldolesi provenienti da Pisa provvidero ad erigere quasi subito una “chiesa nuova” a pochi metri dal santuario di origine bizantina intitolato a Nostra Signora di Bonacattu (probabilmente del VII secolo) a pochi metri di distanza.

                                                 

                                                

Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado raccoglie la registrazione di atti e memorie relative alla vita del monastero. La parola Condaghe  indicava il codice che registrava e conservava le memorie della vita economica e patrimoniale di un monastero. Le registrazioni contenute nel condaghe di Santa Maria di Bonarcado abbracciano un arco cronologico che parte dalla data di fondazione dell’abbazia (XII secolo) alla metà del secolo XIII.

Del primo impianto sopravvivono la facciata e il fianco meridionale fino al punto dove si innesta il campanile, le altre parti sono, come già detto, frutto di rimaneggiamenti successivi.

Facciata della chiesa

Fianco meridionale fino al punto dove si innesta il campanile























Veduta absidale
Campanile

La chiesa consacrata nel 1146 era in origine mononavata, successivamente, fra il 1242 e il 1268 (anno della riconsacrazione testimoniata dall’iscrizione presente nella parasta all’angolo sinistro nella zona absidale), subì un consistente ampliamento di un corpo trinavato, con arcate poggianti su pilastri e absidato.
Iscrizione

Nel XIX secolo vi fu un ulteriore intervento che comportò l’aggiunta di una navatella a quella originaria e la demolizione del muro settentrionale che fu rimpiazzato con una serie di arcate.


Fabrizio e Giovanna

Notizie tratte da: Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, a cura di Maurizio Virdis