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domenica 7 agosto 2011

LA DEA MADRE: I VOLTI DELLA DEA - Iside -




Iside alata


Nei precedenti post abbiamo cercato di inquadrare il fenomeno del culto della Dea Madre, anche esaminando superficialmente alcune sue rappresentazioni.
Ora proveremo a vedere più nel dettaglio la più famosa manifestazione della Dea: Iside.
Iside racchiude in se tutte le caratteristiche del principio femminile, nessuna prima e dopo di lei ha avuto un potere così grande ed essenziale per il destino del mondo degli uomini e degli Dei.
La cosmogonia egizia vede l’universo prima della creazione indistinto, un grande oceano cosmico in cui tutto esisteva in potenza ma che ancora non aveva piena coscienza di se, il Nun.
In questo universo, che la visione gnostica chiama Pleroma, dominava il caos, Ra, il padre degli Dei aleggiava in esso, ancora inconsapevole della sua forza generatrice.
Una volta preso coscienza di se, Ra si sdoppiò in Atum, creando la prima coppia divina dell’Enneade Egizia, che diede vita agli altri Dei, che altro non sono che sue emanazioni.
Al contrario di quello che si può pensare, la religione dell’antico Egitto è monoteista, gli Dei emanati da Atum-Ra sono la personificazione dei suoi attributi.
Appare chiaro che lo sdoppiamento di Ra in Atum è un riferimento al fatto che la creazione è un evento possibile solo in presenza del duale, il maschile ed il femminile in perfetto equilibrio, cioè gli opposti risolti.
Dalla coppia iniziale nacquero Tefnut, la Dea dell’umidore, in cui si riconosce un riferimento all’oceano primordiale da cui nasce la vita,  e Shu, il Dio dell’aria e del soffio vitale.
Tefnut e Shu, generarono Geb, il dio della terra, e Nut, la Dea del cielo, la loro raffigurazione vede Geb disteso e Nut, in forma di volta celeste stellata, lo avvolge offrendogli le mammelle in segno di nutrimento alla madre Terra.
Come si può notare la cosmogonia egizia differisce da quasi tutte le altre del mondo antico, che vedevano l’elemento maschile rappresentante il cielo e quello femminile la terra, ma Nut non differisce dalle altre Dee Madri, in quanto in essa è presente la funzione di protettrice e nutrice.
Anche Nut e Geb, come i loro genitori fratelli-amanti, sentirono il bisogno di unirsi, ma Shu, il Dio dell’aria, si frappose tra loro separandoli per sempre e creando la divisione tra cielo e terra.
Nonostante l’interruzione i due Dei diedero vita a Nephtys, Seth (il principio del male che nella tradizione ebraico-cristiana diverrà il maligno), Iside ed Osiride, che insieme a Seth saranno protagonisti del dramma cosmico dell’eterna lotta tra il bene e il male.
Dopo questa forse prolissa, ma necessaria introduzione, passiamo alla narrazione del mito di Iside e del suo divino sposo-fratello Osiride.
Iside ed Osiride furono due Dei civilizzatori, insegnarono agli uomini l’agricoltura e a sfruttare le risorse del sottosuolo, liberandoli dalle preoccupazioni relative alla sussistenza e permettendo loro di poter dedicare tempo all’elevazione spirituale.
La tradizione li descrive come degli intermediari tra uomini e Dei e la diffusione degli insegnamenti di Osiride è legata al successo di campagne militari, infatti la sua missione civilizzatrice ha spesso i tratti di una vera e propria conquista.
Plutarco nel suo “De Iside et Osiride” dà  un’ampia trattazione della storia della coppia divina:
Osiride, al rientro da una delle sue campagne militari, venne invitato dal fratello Seth ad un banchetto di benvenuto, che in realtà nascondeva un tranello. Seth fece costruire un bellissimo sarcofago che espose durante il banchetto dicendo che sarebbe andato in dono a colui che meglio vi si sarebbe adattato, come è facile immaginare Osiride vi si inserì alla perfezione. Seth e i suoi 72 accoliti (lo stesso numero dei nomi di Ra) sigillarono la cassa contenente Osiride con del piombo fuso e la gettarono nel Nilo.  Iside, appena venuta a conoscenza dell’accaduto, si recise la chioma in segno di lutto e si mise immediatamente alla ricerca del sarcofago domandando informazioni a tutti, compresi i bambini; fu proprio grazie ad uno di essi che apprese in quale braccio del Nilo fosse presente la salma del suo sposo. In seguito venne a sapere che il sarcofago fu trascinato dalla corrente nei pressi della città fenicia di Biblos, incagliata nelle radici di un tamarindo che, grazie all’influsso di Osiride crebbe a dismisura nascondendo la cassa. Il tamarindo crebbe a tal punto che il re di Biblos lo fece tagliare per farne una colonna di sostegno per il tetto del suo palazzo. Avvertita dal vento, Iside partì alla volta di Biblos dove, nascoste le sue vere sembianze, si guadagnò la fiducia della regina che le concesse l’onore di allattare suo figlio. In questo episodio si manifestarono le caratteristiche di Iside-nutrice, infatti, per allattare il bimbo Iside non aveva bisogno di accostarlo alla mammella, ma le era sufficiente infilargli un dito in bocca. Ogni notte la Dea passava il bambino sopra una fiamma per distruggere la sua mortalità, ma la madre, vedendo lo strano rituale, si spaventò e lo interruppe negando inconsapevolmente al figlio il dono dell’immortalità. A questo punto Iside svelò la sua vera natura e si fece consegnare il fusto del tamarindo dal quale, grazie alle sue arti magiche, riuscì ad estrarre la cassa contenente Osiride aprendola in un luogo appartato, dove abbracciò in lacrime la salma del suo sposo. Nonostante le sue precauzioni, fu vista dal figlio maggiore del re fenicio e nel momento di massimo dolore, percependone la presenza, lo fulminò con lo sguardo.
Seth, approfittando della sua disperazione, tagliò il corpo di Osiride in 14 parti nascondendoli in 14 luoghi diversi. Iside, aiutata da Anubis, il Dio sciacallo traghettatore delle anime nell’aldilà, riuscì a recuperare tutte le parti del corpo dello sposo tranne il fallo che, secondo la tradizione, era stato divorato da tre animali acquatici: un crostaceo, un lepidosteo e un parago.
Grazie ai suoi poteri la Dea riuscì a ricostruire l’organo sessuale mancante e, unendosi ad esso, generò Horus, il principio del bene. Osiride, riportato in vita grazie alla magia di Iside, ascese al cielo sul carro di Ra e trasmise i suoi poteri al figlio affinché combattesse contro Seth per vendicarlo.
Horus e Seth sono due aspetti complementari, il bene e il male non possono esistere separatamente, ognuno dei due giustifica l’esistenza dell’altro e devono essere sempre in perfetto equilibrio. In mancanza di questo equilibrio, gli opposti non sono risolti e, nel pensiero magico, coincidono col male sommo (cfr “Il mito della Biga Alata” di Platone).
Iside è la Grande Madre nutrice e protettrice che rende gli uomini immortali, purificandoli col fuoco della coscienza, ma è anche colei che annienta coloro che si avvicinano ai suoi segreti senza preparazione e purezza d’animo. Solo chi è iniziato alla sua grande magia può condividerne i segreti  e sollevare il velo che la nasconde. 


Fabrizio e Giovanna

Bibliografia:
Robert Bauval, Adrian Gilbert, Il mistero di Orione
Fernando jiménez del Oso, Streghe - le amanti del diavolo -

sabato 6 agosto 2011

ARCHEOLOGIA SARDA: IL NURAGHE ORGONO - GHILARZA





Il nuraghe Orgono si trova a circa 2 chilometri di distanza dal centro del paese di Ghilarza (OR) ed è raggiungibile dalla strada statale 131 DCN all’altezza del sesto chilometro.

Esso è un esempio di un nuraghe a corridoio allargato.



Nell’ingresso manca il corridoio di accesso: quello che sembrerebbe l’ingresso risulta infatti arretrato rispetto a quanto sopravvive del muro perimetrale più ampio. L’accesso alla camera era introdotto anticamente da due successivi ingressi con vano trasversale intermedio














Superato l’architrave, gli stipiti interni si allargano sensibilmente, mentre il soffitto s’innalza bruscamente per dare luogo alla grande e inusitata copertura che appare come la forma risultato di due fatti costruttivi: l’alto incontro delle pareti lunghe aggettanti e la copertura ad ogiva.


Nella camera si affacciano due grandi nicchie, alte e della stessa forma sub-quadrangolare, una per parte sfalsate:
Quella di sinistra appare sollevata di circa 50 cm dal suolo per una sorta di bancone, in tutta evidenza ben successivo all’impianto originale.



La seconda, a destra, mostra sul fondo una sorta di budello o pertugio-feritoia, che attraversa lo spesso muro nel “cuore” dell’ambiente.



Al fondo della camera si apre un’apertura relativamente bassa e attraverso questa si accede ad un deambulatorio di raccordo, profondo m. 2,5.



Da qui, dopo uno sviluppo a gomito, prende avvio una lunga rampa intermuraria ascendente, fornita di gradini eterogenei, e attraverso essa, dopo 11 metri si accede al piano rialzato.




Giunti alla sommità l'architettura è riconducibile a quelle dei nuraghes a sviluppo verticale. La torretta all’esterno presenta i paramenti murari realizzati in blocchi più regolari, disposti a filari, dalle dimensioni ben più contenute.
L’andito di raccordo, oggi poco leggibile, sicuramente doveva ancora continuare direttamente al terrazzo.



Esternamente presenta una particolare porta sopraelevata sul lato nord/nord-est che immette in un corridoio a L; gli studiosi hanno fornito diverse interpretazioni circa la sua funzione, tra queste ricordiamo quella che ritiene si trattasse di un accesso murato in antico e quella ipotizzata da Massimo Pittau, che la identifica come una nicchia impiegata per l'esposizione di un'idolo nuragico.




Fabrizio e Giovanna

Notizie tratte da:
Massimo Pittau, La Sardegna nuragica
Giacobbe Manca, Il nuragico arcaico e il nuraghe Orgono 


venerdì 5 agosto 2011

ARCHEOLOGIA: Il culto della Dea Madre II parte







Da Dea a strega.


La grande Dea fu la protagonista indiscussa del mondo spirituale dell’umanità per molti millenni, fino a quando il maschio si rese conto del suo ruolo fondamentale per la riproduzione.
La nascita di una nuova vita cessò di essere un miracolo per divenire un fatto umano, con tutte le sue conseguenze.
L’uomo, che per millenni aveva invidiato alla donna il suo potere di dare la vita, iniziò ad esaltare il suo ruolo che in breve tempo divenne quello principale; la donna da essere semidivino fu ridotta allo stato di moglie e madre.
Secondo alcuni studiosi proprio a causa di questo cambiamento nacque il concetto di proprietà. Nell’età dell’oro che abbiamo identificato col neolitico, la donna partoriva miracolosamente e il nuovo nato era patrimonio dell’intera comunità, invece quando l’uomo si rese conto di essere protagonista della gravidanza iniziò a custodirla e a premunirsi di non essere costretto ad avere cura del figlio di un altro.
Anche la compagna venne sentita come una proprietà da proteggere dagli altri uomini, quindi era necessario avere una dimora adatta a tale scopo ed un territorio proprio sul quale costruirla, era nata la proprietà privata.
La Dea perse gradualmente i suoi poteri, da padrona della vita e della morte divenne simbolo delle virtù domestiche, l’esempio più noto è quello di Era, moglie di Zeus, protettrice dei matrimoni e dei parti, sempre pronta a perdonare le scappatelle dell’arzillo padre degli Dei.
L’elemento femminile mantenne eccezionalmente anche altre caratteristiche, come quella di essere invocato durante le guerre o chiamato a proteggere città e tiranni (come nel caso di Uni, Dea etrusca strutturata sulla matrice di Era), ma il suo ruolo principale restava relegato in ambito domestico.
L’ultima grande Dea Madre fu Iside, figlia di Nut, Dea dell’aria, e di Geb, Dio della terra, nella religione egizia essa sommava in se tutte la caratteristiche del principio femminile tipiche del neolitico.
Iside era padrona della vita, era capace non solo di generarla come madre, ma riusciva a compiere veri e propri atti di resurrezione, come nel caso del suo sposo-fratello Osiride, da lei ricomposto e fatto risorgere.
Osiride fu fatto a pezzi dal fratello Seth che rappresentava l’archetipo del male, Iside lo ricompose recuperandone tutti i pezzi tranne il fallo e lo portò nuovamente in vita.
Nonostante la mancanza dell’organo riproduttivo maschile la Dea riuscì miracolosamente a concepire Horus destinato all’eterna battaglia contro il male rappresentato da Seth.
Proprio in questo “miracoloso” concepimento Iside si dimostra padrona della vita, come la sua antenata neolitica, essa era in grado di generare una nuova esistenza indipendentemente dal principio maschile.
La Dea egizia era anche signora della morte, era madre dolcissima e protettiva (con caratteristiche molto simili alla Vergine Maria), ma anche capace di estrema ferocia, e come gia accennato in un precedente post, era più potente dello stesso Atum-Ra, perché conoscendo il suo nome segreto aveva il potere di ucciderlo.
Come detto in precedenza fu la  Grecia classica a codificare l’archetipo della Dea domestica, in tutta la sua mitologia vengono narrati episodi emblematici della lotta senza quartiere del “maschile” nei confronti del “femminile”.
L’esempio più chiaro è il mito della guerra contro le Amazzoni, intollerabili donne guerriere e libere capaci di combattere come e meglio degli uomini, per averne ragione si dovettero scomodare eroi del calibro di Heracle, Teseo ed Achille.
Con i greci si passò dalla Dea madre guaritrice, consolatrice e miracolosa generatrice di vita, che dagli egizi venne rappresentata con Iside, a figure come Circe, la Medusa e Medea (quest’ultima sarà oggetto di una trattazione particolareggiata) che esaltavano unicamente gli aspetti terribili del potere femminile.
L’unica virtù alla portata delle donne divenne quella di essere buone mogli e madri, quelle che non accettarono questi principi vennero relegate ai margini della società e in molti casi perseguitate per le loro scelte.
Le sacerdotesse dei culti della Grande Dea non trovarono più spazio in un mondo ormai dominato dai maschi e dal concetto di proprietà che non tollerava donne libere che non dipendessero totalmente da un uomo.
Lentamente ma inesorabilmente la sacerdotessa si trasformò in strega.


Fabrizio e Giovanna

ARCHEOLOGIA: Bronzetti Nuragici a Vetulonia



 
L'appuntamento è per venerdì 5 in Piazza Vetluna a Vetulonia, con la conferenza dell'archeologo Matteo Milletti dedicata ai manufatti artistici in bronzo ritrovati nelle tombe della necropoli
 
La conferenza "Bronzetti Nuragici a Vetulonia" fa parte del tradizionale percorso di conferenze tematiche che accompagna e correda l'itinerario espositivo della mostra "Navi di bronzo - dai Santuari nuragici ai Tumuli etruschi 
Leggi la news originale: 
http://www.provincia.grosseto.it/pages/scheda_evento.jsp?idevnt=24365

giovedì 4 agosto 2011

I TEMPLARI: Battaglie famose





LA VITTORIA DI ARSUF: 7 settembre 1191

La caduta di Gerusalemme suscitò grande emozione in Occidente e i sovrani Europei decisero di mettere da parte le loro controversie per intraprendere la causa delle Crociate anche grazie alla predicazione del vescovo Guglielmo, incaricato a tal fine dal marchese Corrado di Monferrato che aveva da poco liberato la fortezza di San Giovanni d’Acri.
Filippo Augusto  di Francia ed Enrico II d’Inghilterra decisero quindi di recarsi in Oriente per tentare di liberare la Città Santa, ad essi si unì anche Riccardo Cuor di Leone figlio di Enrico II. Si unì alla Crociata anche l’imperatore Federico Barbarossa, accompagnato da molti dei suoi più alti feudatari e da un gran numero di coraggiosi capitani, suggestionati dalle parole di Guglielmo di Tiro, che si era recato in Germania per partecipare alla Dieta di Magonza[1]. Purtroppo l’accordo fra Filippo Augusto ed Enrico II fu di breve durata, la guerra riprese sanguinosa e Riccardo Cuor di Leone, spinto dall’odio nei confronti di suo padre, si mise dalla parte di Filippo Augusto guadagnandosi per questo la scomunica papale. Durante questa guerra morì Enrico II ponendo fine di fatto alle ostilità; questo evento spinse Riccardo a decidere di recarsi immediatamente in Terrasanta per espiare le sue colpe nei confronti del padre. Da quel momento Riccardo cominciò i preparativi per la Crociata, vendette tutto ciò che possedeva, impose enormi tasse ai suoi sudditi e spogliò gli ebrei di tutti i loro averi. Dopo la riunione di Nonancourt con Filippo Augusto nella quale i due sovrani stesero una sorta di regolamento militare atto ad evitare gli errori della seconda Crociata (come ad esempio il divieto di portare le mogli nella spedizione per evitare scandali, come quelli di cui fu protagonista Eleonora d’Aquitania, madre di Riccardo), il principe inglese partì per la volta della Terrasanta. Giunto a destinazione decise di marciare lungo la costa in direzione di Giaffa prima di tentare di riconquistare il Santo Sepolcro. Il Saladino, venuto a conoscenza di questa manovra, attuò la sua contromossa posizionando il suo esercito ad Arsuf a nord di Giaffa, con l’intento di bloccare l’avanzata cristiana ed impedire la conquista della città. L’armata musulmana era numericamente superiore e i suoi componenti erano notevolmente più riposati rispetto ai crociati già provati dal viaggio, però gli uomini a disposizione del Saladino erano dotati di armamenti leggeri, soprattutto la cavalleria. L’esercito cristiano, di contro, possedeva cavalcature robuste e pesantemente corazzate, oltre alle potentissime armature.
La battaglia iniziò poco dopo le nove del mattino, l’esercito crociato, con gli Ospitalieri di retroguardia e l’avanguardia formata dai Templari al comando di Roberto di Sablé[2], mentre la cavalleria e gli arcieri inglesi erano posizionati al centro.
Il Saladino aprì le ostilità utilizzando la fanteria egiziana e beduina, che scatenò un lungo attacco a base di lance e giavellotti contro le fila serrate dell’esercito cristiano scompaginando la fanteria ma lasciando praticamente illesa la cavalleria pesante. Gli ordini militari svolsero alla perfezione il compito a loro assegnato da Riccardo, gli Ospitalieri furono sottoposti a durissimi attacchi da parte degli arcieri a cavallo musulmani e, spinti dalla necessità, furono costretti a muovere la carica prima di ricevere l’ordine dal re. Questa manovra mise in crisi la strategia di Riccardo Cuor di Leone, che prevedeva di tenere l’esercito con i ranghi serrati e attendere il momento giusto di modo che la carica della cavalleria avesse il massimo effetto dirompente affinché, una volta sfondate le linee nemiche, l’esercito potesse accerchiare il nemico. Nonostante la strategia iniziale non fosse più attuabile, Riccardo ne concepì immediatamente una nuova, divise infatti la cavalleria in dodici squadroni con i Templari all’avanguardia e gli Ospitalieri alla retroguardia. Con questa manovra riuscì a spezzare le linee nemiche e a mandare in rotta lo schieramento arabo. Le cronache musulmane raccontano che l’impressionante carica della cavalleria cristiana non si sarebbe potuta arrestare neanche ad una montagna. In questa grande battaglia, che fu una rivincita cristiana dopo la sconfitta dei Corni di Hattin, i Templari ebbero un ruolo fondamentale, lo stesso re Riccardo, consapevole della capacità militare e organizzativa dell’Ordine, ripose in loro la massima fiducia.
La vittoria di Arsuf diede nuovo vigore alle forze cristiane e pose fine alla fama d’invincibilità del Saladino, che in quest’occasione subì la sua più grave sconfitta.


Fabrizio e Giovanna


Bibliografia:

Steven Runciman, Storia delle Crociate
Georges Bordonove, I Templari 
Malcolm Barber, La storia dei Templari
Domenico Lancianese, La Guerra dei Templari




[1] La spedizione di Federico Barbarossa finì tragicamente a causa del suo annegamento nel fiume Selef  in Cilicia.
[2] Succeduto a Gerard de Ritfort, morto durante l’assedio di Acri

mercoledì 3 agosto 2011

CAGLIARI IN EPOCA CATALANO - ARAGONESE - III PARTE


GLI EDIFICI DEL POTERE CIVILE SORTI O RIPRISTINATI DURANTE IL PERIODO CATALANO - ARAGONESE  IN CASTELLO

Retro della Cattedrale di Santa Maria


Come abbiamo visto nei precedenti post, i catalano-aragonesi nel 1326 obbligarono i pisani che risiedevano ancora in città a cedere le proprie case e ad abbandonare la collina fortificata di Castello.
Delle  abitazioni pisane presenti in Castello, caratterizzate da un piano terra in muratura con dei portici dove si aprivano le botteghe  e da uno o due piani superiori adibiti ad abitazione, non rimane traccia perché andaronono distrutti da incendi.

Anche per quanto riguarda l’architettura civile del quattrocento e del cinquecento le testimonianze sono piuttosto scarne e si riducono ad alcuni particolari, come quelli individuabili in alcune finestre  gotico-catalane presenti in alcuni palazzi della via La Marmora o della via Genovesi.

Come si sa, nel corso dei secoli furono attuate delle modifiche che occultarono le strutture preesistenti; alcune di esse attualmente possono essere ammirate grazie ai lavori di restauro che hanno riportato alla luce le antiche vestigia dei primi abitanti del colle.

Nel quartiere di Castello sono presenti due importanti edifici nella Piazza Palazzo, il Palazzo Regio e l’Antico Palazzo di Città

IL PALAZZO REGIO





Si hanno notizie dell’esistenza della sede del governatore generale del regno di Sardegna già dal XIV secolo.
Nel 1337 il re Pietro IV d’Aragona e l’arcivescovo di Cagliari Bonihominis si accordarono affinché si potessero sistemare gli apparati governativi nei locali adiacenti la residenza arcivescovile.
In seguito, verso la fine del XV e gli inizi del XVI secolo furono acquistati altri edifici propiscenti al fine di poter realizzare un alloggio per il viceré.
Sotto il regno di Filippo III di Spagna (1578-1621) la residenza del viceré fu migliorata grazie all’acquisto di altre tre piccole abitazioni autorizzato dallo stesso re, ma fu ben presto devastata da un incendio scoppiato nel 1688.
Dopo il necessario restauro dovuto all’incendio, il palazzo non subì ulteriori lavori fino al 1720, quando la Sardegna passò ai Piemontesi che decisero di cambiare radicalmente il suo aspetto.
Furono attuati due importanti interventi, uno negli anni 30 del 1700, che videro l’ingegnere militare de La Vallèe impegnato nella ristrutturazione degli interni, l’altro nel 1769,  ad opera dell’architetto Belgrano di Flamonasco, che gli diede la conformazione più o meno attuale. Quest’ultimo intervento, testimoniato dall’epigrafe ancora visibile nella facciata, fu attuato durante il regno di Carlo Emanuele III e il viceregno del de Hallot conte de Hayes, entrambi citati nella stessa lapide.





Successivi lavori di minore entità furono realizzati nel 1825 e nel 1829 in occasione della visita di Carlo Alberto.
Verso la fine del 1800 il palazzo, che nel frattempo ospitava la Prefettura,  fu ceduto alla Provincia. Attualmente continua ad essere sede provinciale e periodicamente vengono presentate delle mostre temporanee.

L’ANTICO PALAZZO DI CITTÀ





L’edificio risale al XIV secolo, quando il re Alfonso IV destinò l’area precedentemente occupata da una lotgiam regalem ai consiglieri della città per costruirvi un palazzo da utilizzare per le loro riunioni.
Attraverso tale edificio è possibile sfogliare la storia della città sia attraverso le due testimonianze epigrafiche, una del 1535 e l’altra del 1787, sia attraverso i particolari interni che danno importanti informazioni architettoniche.
La lapide che è possibile ammirare nella facciata di piazza Palazzo ricorda il passaggio di Carlo V nella città durante la spedizione che organizzò e diresse per la conquista di Tunisi.





Nel giugno del 1535 si raccolsero, presso capo Malfatano, circa 600 imbarcazioni e in tale occasione il viceré Cardona, accompagnato dai consiglieri municipali, accolse solennemente il re e lo accompagnò durante la sua breve visita alla città, durante la quale ebbe modo di recarsi al santuario di Bonaria e di ascoltare la messa nella Cattedrale di Santa Maria.
L’epigrafe del 1787 si trova invece nella via Canelles al numero civico 45, essa testimonia i lavori di restauro delle facciate situate a nord e ad ovest, effettuati durante il regno di Vittorio Amedeo III, che conferirono all’edificio l’aspetto che attualmente possiamo ammirare.
È importante ricordare che durante tali restauri fu occultato il soffitto ligneo a cassettoni del XVI sec. con un controsoffitto eliminato solo con i recenti lavori di restauro che hanno reso visitabile il palazzo. Tale soffitto è una testimonianza del gusto architettonico spagnolo che ebbe modo di manifestarsi in tutta l’isola, atto soprattutto a magnificare il regno spagnolo, è infatti possibile notare come lo stemma della Cagliari aragonese si ripeta in tutto il perimetro della sala centrale.

Il palazzo continuò ad essere utilizzato come sede municipale fino all’inizio del 1900, il 14 dicembre del 1896 il consiglio comunale, capeggiato dall’allora sindaco Ottone Bacaredda, decise infatti di edificare la nuova sede vicino al porto.
I locali del palazzo, dopo la sua dismissione, furono inizialmente utilizzati come aule scolastiche delle scuole elementari e del conservatorio di musica, in seguito, dal 1970 versò in  un deplorevole stato di abbandono fino ai restauri che, ultimati nel 2009, hanno fatto si che possa nuovamente testimoniare il suo antico splendore. 




Fabrizio e Giovanna


Notizie tratte da:
Giancarlo Sorgia,  Cagliari : la suggestione delle epigrafi
Dionigi Scano, Forma Karalis 
Giovanni Spano, Guida della città di Cagliari

martedì 2 agosto 2011

ARCHEOLOGIA: Il culto della Dea Madre - I parte



Dea Madre steatopigia



In alcuni post precedenti abbiamo parlato del MEGALITISMO definendolo un linguaggio architettonico neolitico, comune a molti popoli stanziati in aree geografiche notevolmente distanti fra loro. 
Esiste un altro filo conduttore che unisce i popoli neolitici che, con varie caratteristiche, è ancora fortemente presente nel sentimento religioso dell’uomo contemporaneo, ossia il culto della Dea Madre.
Come nel caso del Megalitismo, anche per quando riguarda il culto della Dea la Sardegna, nonostante per moltissimo tempo sia stata considerata estranea allo sviluppo culturale extrainsulare, è perfettamente allineata con il resto del mondo.
Le bellissime statuine Sarde trovano corrispondenze stilistiche ed ideologiche nelle Cicladi, a Sparta (la Sparta neolitica, non quella di epoca classica), a Malta, in Anatolia e nella penisola balcanica.
Il culto della Grande Dea è legato all’opulenta cultura agricola del neolitico, quella che da molti studiosi è considerata l’età dell’oro, come dimostrano le statuette cosiddette “steatopigie” (grasse) che rappresentano la divinità femminile nel suo ruolo di nutrice e portatrice di fertilità.
La Dea viene  immaginata nella sua carnalità, come nella famosa Venere di Cuccuru s’Arriu, i suoi attributi sessuali sono enfatizzati con la rappresentazione dei grossi seni e degli abbondanti glutei; quindi è una divinità fortemente legata alla sfera terrena.
L’artista ha però voluto esprime anche il concetto che la carnalità della Dea è solo apparente, è un fenomeno che coinvolge solo una parte di essa (quello legato alla produzione agricola e alla sfera sessuale umana), infatti le sue forme così generose e terrene, contrastano con l’espressione quasi ascetica del volto leggermente sollevato, con lo sguardo rivolto verso l’altrove, a significare che le sue radici sono da ricercarsi nel mondo spirituale.
I nostri progenitori vedevano nella donna un essere superiore e padrone della vita, la gravidanza era un miracolo inspiegabile dal quale l’uomo era escluso.
Anche le fasi della gravidanza, con la crescita graduale del ventre della donna, che dopo aver messo alla luce una nuova vita torna alle sue forme di fanciulla, sono state associate alle fasi lunari e ai tempi del raccolto.
In molte culture la Dea era considerata nella  triplice forma di fanciulla, matura e vecchia, con chiaro riferimento alle fasi lunari e della gravidanza.
Anche la corrispondenza tra il ciclo mestruale, che avviene ogni 28 giorni, ed il mese lunare ha contribuito a legare indissolubilmente l’elemento femminile al nostro bellissimo satellite.
La Dea era padrona della vita ma anche della morte, era generosa con chi rispettava i precetti del culto e spietata con chi li contravveniva.
Chi mostrava crudeltà nei confronti delle creature più deboli, cadeva sotto la sua maledizione, conosciuta nei secoli successivi col nome di “maledizione di Iside”.
Era signora della morte anche in qualità di accompagnatrice e protettrice del defunto nell’aldilà, l’inumato nel sepolcro di Cuccuru s’Arriu teneva stretto in mano l’idoletto rappresentante la Dea Madre, nella speranza che essa lo guidasse verso una nuova rinascita nel mondo ultraterreno.
I defunti venivano posti in posizione fetale e cosparsi di ocra rossa, il colore della vita e del sangue che ricopre il neonato al momento del parto, esso era accolto nel grembo della Terra Madre ed era pronto a rinascere ad una nuova vita.
La concezione dell’aldilà di questi antichi uomini, ci fa capire quanto sia sbagliata la convinzione che essi fossero dei selvaggi senza cervello, sicuramente ragionavano diversamente da noi, però la cura verso i defunti e la loro tendenza verso la spiritualità è sintomatica di una grande civiltà.
Il culto della Dea Madre ha attraversato i millenni prendendo varie forme, dalla Ishtar assiro Babilonese, alla Astarte Fenicio-Cananea, ad Iside degli Egizi fino a Maria Vergine, mantenendo pur nel rispetto delle diverse religioni i suoi connotati di protettrice e consolatrice.
Anche la Sardegna nuragica mantiene una forma di venerazione per l’elemento femminile, l'iconografia del  bellissimo bronzetto raffigurante una donna con in grembo una figura maschile non è molto diversa da quella di Iside che tiene in braccio Horus o a quella della “Pietà” di Michelangelo.
La più conosciuta delle Dee Madri è appunto Iside, che assomma in se tutte le caratteristiche proprie della divinità femminile, essa è doppiamente donatrice di vita, perché compie la resurrezione di Osiride-Orione ed è madre di Horus.
Essa è anche una terribile dispensatrice di morte capace di spietate vendette, è più potente del padre degli Dei egizi, Atum-Ra, perché conoscendo i suoi 72 nomi ha la capacità di ucciderlo.
L’uomo, essendo cosciente del grande potere del “Femminile”, una volta capito che il “miracolo” della nascita lo coinvolgeva da protagonista, ha cercato in tutti i modi di schiacciarlo e di renderlo subalterno a quello maschile.
La Dea è divenuta sposa del Dio maschio, figlia del Dio padre o madre di quello che una volta nato diviene infinitamente più importante di lei riducendola a semplice contenitore della divinità.
Quello del femminile è stato il più antico e duraturo culto dell’umanità e, nonostante i tentativi (ancora in atto) tesi a distruggerlo, mostra tutt’ora la sua grande forza nascosto nelle pieghe delle grandi religioni e nella tradizione ermetica.


Fabrizio e Giovanna

Riferimenti bibliografici:
Giovanni Lilliu: Arte e religione della Sardegna prenuragica

Giulio Malvani: Della Sapienzialità Templare



  

lunedì 1 agosto 2011

ARCHEOLOGIA: Brochs, i Nuraghi della Scozia.






Nei precedenti post abbiamo visto le somiglianze tra i Nuraghi di Sardegna e i Brochs scozzesi, ora cercheremo di analizzare brevemente le caratteristiche architettoniche di questi ultimi e le teorie sulla loro funzione.


I Brochs sono delle misteriose strutture, caratteristiche del nord della Scozia e in particolar modo delle Orcadi, dello Shetland e delle isole occidentali, dove la pietra era un materiale da costruzione facilmente reperibile.
La loro datazione è collocata nell’età del ferro, verso la fine del II millennio, e si pensa che nel territorio scozzese ne fossero presenti circa 700.
La maggior parte di essi versa in cattiva condizioni, ma alcuni si conservano in buono stato e la loro forma è molto simile ai Nuraghes di Sardegna, anche se a ben guardarli somigliano anche alle torri dei reattori nucleari.
I Brochs sono tra le strutture edificate con grossi blocchi di pietra senza l’ausilio di nessun materiale legante, più interessanti del continente europeo.
Sono delle grandi torri in pietra a pianta circolare, dotate di un guscio esterno senza nessun’altra apertura oltre l’ingresso architravato, e di un guscio interno.

Particolare del doppio guscio

Nello spazio tra i due gusci, si sviluppa una scala elicoidale o una rampa che permette di accedere ai piani superiori alla cui sommità si ipotizza una copertura in legno o in pietra.

Scala intramuraria 
Anche per le torri scozzesi come per i Nuraghi esistono molte teorie riguardo alla loro funzione.
Alcuni studiosi li hanno definiti “case fortificate”, sostenendo che il piccolo ingresso al piano terra poteva essere facilmente difeso in caso di un  attacco di piccola entità, durante il quale i pochi abitanti potevano trovare rifugio insieme ai loro beni.

Altre teorie ipotizzano una funzione di rappresentanza, in pratica le grandi torri di pietra sarebbero state le dimore dei capi tribù che, attraverso l’imponenza delle loro case, intendevano mostrare la loro potenza ed il loro status egemone.
Gli scavi hanno dimostrato che gli abitanti dei Nuraghes scozzesi godevano di un buon stile di vita, che comprendeva l’uso di vini importati e di olive provenienti dal mediterraneo, molto prima dell’invasione romana (questo aspetto merita una trattazione particolare).

Gli archeologi generalmente tendono ad escludere che queste strutture fossero delle vere e proprie fortezze, perché l’ingresso  sul piano di campagna è difficilmente difendibile, le loro pareti risultano facili da scalare e la mancanza di aperture impediva agli eventuali difensori un’adeguata visibilità e la possibilità di un contrattacco dall’alto.

Guscio esterno privo di apertur

Particolare dell'ingresso sul piano di campagna
















Le similitudini tra i Brochs e i Nuraghi sono veramente sorprendenti, è difficile credere che entrambe le strutture non siano figlie di una stessa matrice culturale e la presenza di alimenti provenienti dal mediterraneo dimostra la frequenza dei contatti tra le due aree geografiche.
Vino ed olio non dimostrano che le torri della Scozia ed i Nuraghi siano stati edificati dalle stesse genti, però dobbiamo imparare a studiare i rapporti tra i popoli senza preconcetti che blocchino a priori il progresso della conoscenza storico-archeologica.

Fabrizio e Giovanna

Le foto ci sono state gentilmente fornite da Andrea cera.

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