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mercoledì 14 marzo 2012

ARTEMIDE: LA DIVINITÁ DEI CONFINI




Con Ecate abbiamo visto l’aspetto quasi demoniaco della natura tendente alla distruzione con l’obiettivo rigeneratore. Vediamo l’aspetto più luminoso della natura incarnato da Artemide, sorella di Apollo, che come lui indicava la natura estiva con la sua esplosione di luce.
Data la sua identificazione con il fratello, per raggiungere la perfezione avrebbe dovuto rappresentare la Luna, in contrapposizione e completamento del sole che egli incarnava e in alcune rappresentazioni l’astro compare sotto forma di diadema, ma gli antichi sentivano che essendo una divinità della luce non poteva possedere anche significato notturno e spesso scaricarono questo lato oscuro sulla dea Ecate.

Nell’iconografia classica Artemide è raffigurata sotto forma della vergine cacciatrice in tunica corta con l’arco in mano e accompagnata spesso dai suoi cani o circondata da animali.
Artemide presiede al parto, alla nascita, alla educazione dei bambini.

Il nome Artemide non è di origine greca e molto probabilmente fu il risultato della fusione con miti preellenici, come quelli di tipo orgiastico innestati in quelli della triplice dea-Luna con le sue tre fasi.
Il mito orgiastico si può ricollegare in maniera diretta alla suprema Dea-Ninfa, meglio conosciuta come la cretese “signora della selvaggina”, alla quale erano sacre le quaglie, ritenute lascive e chiaro elemento sessuale di tipo orgiastico.
Alcuni elementi della sua storia riportano chiaramente al mondo delle ninfe come la coppia di cerve cornute vive che catturò grazie all’arco d’argento e le frecce fabbricate dai Ciclopi e ai tre cani segugi dalle orecchie mozze e sette segugi spartani ottenute da Pan in Arcadia. L’immagine della dea-ninfa appartiene alla seconda fase della luna, quella crescente della maturità sessuale dell’Afrodite orgiastica i cui simboli erano la palma da dattero, la cerva e l’ape.

Le due cerve furono aggiogate ad un cocchio d’oro e qui si innesta il culto della Vergine dall’Arco d’Argento con chiaro riferimento alla Luna nuova che ebbe larghissima fortuna nel culto divenuto poi ufficiale dove la verginità fu uno dei caratteri salienti della dea.
Il culto di Artemide si esplicò anche seguendo la fase calante della luna, quando sotto l’aspetto di vegliarda ebbe la prerogativa di assistere ai parti e di scagliare frecce.

Un altro aspetto della sua storia riconducibile più ad una Ninfa che ad una Vergine è quello relativo al bagno rituale al quale assistette Atteone: l’uomo  disse ai suoi amici di aver visto Artemide esibirsi nuda ai suoi occhi senza alcun ritegno, la dea lo tramutò in cervo e fu divorato dai suoi cinquanta cani; qui l’elemento pre-ellenico è riscontrabile proprio nell’uccisione dell’uomo che si ricollega al culto del cervo dove il re sacro veniva fatto a pezzi dopo i suoi 15 mesi di regno corrispondente alla metà del Grande Anno.

L’Artemide della Luna Nuova volle che le sue compagne di viaggio, le ninfe, rispettassero la castità come fece lei e punì duramente la ninfa Callisto, figlia di Licaone, quando rimase incinta di Zeus trasformandola in orsa, in seguito la uccise inconsapevolmente spinta da Era accecata di gelosia. Arcade, il figlio di Callisto, fu salvato e divenne l'antenato degli Arcadi. 

In questo passo si percepisce la volontà di spiegare l’origine degli Arcadi, ma si può altresì identificare l’altro animale molto caro alla Dea, l’orso, che in alcune zone fu addirittura imitato dalle giovani donne durante la fase di apprendimento che le fanciulle dovevano affrontare per poter convivere con un uomo.  
Simbolicamente le bambine mimavano il lento percorso che le conduceva dallo stato selvaggio della loro natura sessuale alla civiltà della buona sposa.

Anche il sesso maschile doveva sottoporsi ad una sorta di apprendistato prima di giungere all’età adulta, i ragazzi spartani, ad esempio, affrontavano un addestramento molto rigido, consistente nell’imposizione di doveri e in una successione di prove; per strada dovevano comportarsi come delle fanciulle assumendo un comportamento casto e riservato camminando a testa china e in assoluto silenzio;  per completare il percorso dovevano nel frattempo fare ciò che normalmente era proibito, come rubare alla tavola degli adulti, giocare d’astuzia, sbrogliarsela, intrufolarsi senza farsi prendere per procurarsi del cibo e durante le feroci battaglie collettive in cui erano leciti tutti i colpi, dovevano manifestare tutta la violenza brutale di cui erano capaci raggiungendo la feroce crudeltà del guerriero disposto alle atrocità più grandi pur di vincere.

Non è un caso che proprio Artemide si occupasse dell’educazione degli infanti, del resto la sua particolare posizione di confine tra il selvaggio ed il domestico permetteva a questi di raggiungere l’evoluzione passando dall’informe età, dove il confine tra i due sessi non è ancora ben definito, all’età adulta. L’apprendistato avveniva di solito fuori dai centri abitati dove la natura incontaminata rappresentava meglio la Dea che sovrintendeva questo rito di passaggio.
Per il mondo classico, infatti, Artemide era l’incarnazione della natura intesa come fecondità luminosa e incontaminata di luoghi solitari e rigogliosi.

Non va tuttavia tralasciato un fattore molto importante, ossia che nel suo mondo si sperimenta il contatto con l’Altro, si ha contemporaneamente una contrapposizione e una coesistenza tra il selvaggio e il civilizzato, questi due elementi tendono addirittura a compenetrarsi reciprocamente.

Ecco perché  Artemide è considerata la divinità dei confini, il suo spazio, infatti, si dispiega  sulle zone di frontiera come le montagne che delimitano e separano gli Stati, o in luoghi dove i confini tra terra e acqua non sono ben definiti, come le spiagge e i litorali, le pianure interne, i bordi dei laghi, i suoli paludosi e le rive di certi fiumi. 



Fabrizio e Giovanna




Notizie tratte da:
Robert Graves, I MITI GRECI - Dei ed eroi in Omero
A. Morelli, DEI E MITI - enciclopedia di mitologia universale
Jean-Pierre Vernant - Pierre Vidal-Naquet, MITO E TRAGEDIA DUE - da Edipo a Dioniso

domenica 19 febbraio 2012

È MORTO GIOVANNI LILLIU IL PADRE DELL’ARCHEOLOGIA SARDA



Oggi all’età di quasi 98 anni è morto l’archeologo Giovanni Lilliu la cui fama fu legata soprattutto allo scavo che diresse negli anni ’50 del grande nuraghe “Su Nuraxi ” di Barumini, divenuto nel 2000 patrimonio dell’Unesco.
Accademico dei Lincei e autore di numerosi testi sulla civiltà sarda prenuragica e, soprattutto, nuragica, ha sviluppato una teoria sull’organizzazione sociale e militare della Sardegna preistorica che ancora oggi è condivisa dal mondo accademico.
Pur non essendo pienamente d’accordo con le sue conclusioni, salutiamo il decano dell’archeologia sarda al quale va comunque riconosciuto il grande merito di aver portato agli onori della scienza internazionale il patrimonio storico ed archeologico della nostra bellissima isola.

Il Mulino del Tempo

UN ILLUSTRE CAGLIARITANO DI NOME SIGISMONDO ARQUER Vita e opere - II parte -


Nel precedente post UN ILLUSTRE CAGLIARITANO DI NOME SIGISMONDO ARQUER - abbiamo parlato dell’opera più famosa di Sigismondo commissionatagli da Sebastian Münster, abbiamo anche detto che nonostante i contatti con gli ambienti luterani rimase profondamente cattolico ma che ciò non bastò a scagionarlo dall'accusa di eresia che gli costò la vita.
Come abbiamo già visto la severità del suo operato gli valse l'ostilità della nobiltà sarda, in particolare degli Aymerich, che, nella persona di don Salvatore, fecero tendenziosamente circolare il compendio dove l’Arquer giudicava molto duramente il clero sardo affermando:Sacerdotes indoctissimi sunt, ut rarus inter eos, sicut et apud monachos, inveniatur qui latinam intelligat linguam. Habent suas concubinas maioremque dant operam procreandis filiis quam legendis libris”  (I sacerdoti sono ignorantissimi, al punto che tra questi, come anche tra i monaci, è raro trovarne uno che comprenda la lingua latina. Hanno le loro concubine e mettono maggiore impegno nel fare figli che nel leggere libri)[1].
L’avversione dell’Arquer nei confronti dell’ignoranza e della superstizione dei ministri del culto si può ritrovare anche nel processo contro il commerciante Malla da lui difeso nel 1552.
Questo processo fu una delle conseguenze dei conflitti tra l’inquisitore sardo Andrea Sanna e il viceré Antonio Cardona, che traevano origine dalla fondazione dell'inquisizione spagnola nell'Isola: il potere regio non era favorevole al fatto che i suoi ministri fossero esenti dalla giurisdizione episcopale e da quella civile e che i familiari, oltre a superare la quota prevista, sfruttassero il loro incarico per compiere illegalità restando impuniti. Al tempo dell’Arquer i due poteri coinvolsero nella diatriba i loro funzionari e i personaggi appartenenti alla nobiltà e al ceto mercantile che si sentivano da essi rappresentati; in questo contesto il commerciante Malla, residente nel quartiere della Marina, fu coinvolto nel 1540 dall’alguazile e commissario generale per la Sardegna Truisco Casula, accusato dall’inquisizione sarda di possedere un demonio dentro un'ampolla e di averlo adorato. Entrambi subirono l’autodafé nel 1540 che si concluse con la confisca dei beni e la punizione del carcere perpetuo con l'obbligo di portare il sambenito.

L’obiettivo dell’inquisizione sarda era quello di screditare il potere regio e a tal fine riuscirono a corrompere il Casula sistemandolo insieme ad una donna di Sinnai, da lui stesso accusata, nelle carceri inquisitoriali, situate nella casa cagliaritana dell'inquisitore Sanna, dove godeva di assoluta libertà entrando e uscendo a suo piacimento. I due complici denunciarono più di cento persone, tra le quali spiccava la viceregina che fu accusata di aver preso un demonio chiuso dentro un corno di bue.

Nel frattempo il Malla, dopo aver trascorso un certo periodo di prigionia nell’ospedale di S. Antonio, fu sistemato a casa del fratello per far fronte al problema finanziario del sovraffollamento delle carceri inquisitoriali e, nel 1546, gli fu concessa la libertà di circolare per l'isola, senza però tentare di uscire per non incorrere nell'accusa di relapso. Il commerciante ritenendosi  innocente  decise di appellarsi direttamente al re avvalendosi dell’aiuto di Giovanni Antonio Arquer e della protezione del viceré Cardona, ma mentre cercava di raggiungere Madrid fu scoperto e imprigionato nelle carceri del S. Ufficio.
Il coinvolgimento del viceré diede alla vicenda una grandissima risonanza e il Malla riuscì a far giungere le proprie richieste all'inquisitore generale Fernando Valdés che, nel 1551, ordinò all'inquisitore Sanna di concedergli la facoltà di recarsi a Madrid.
A questo punto entrò in scena il giovane Sigismondo Arquer che difese il suo assistito confutando tutti i capi d’imputazione.
In primo luogo mise in evidenza la corruzione dell’inquisizione sarda nel decennio 1540-50 che, per andare contro il potere regio non esitò a permettere che nella stessa cella coabitassero due persone di sesso opposto che tramarono affinché la stessa viceregina fosse coinvolta in quel giro di false accuse. Aggiunse inoltre che l’inquisitore Sanna era direttamente responsabile nonostante avesse affermato di non essere a conoscenza di tali trame, egli infatti sosteneva che fosse deplorevole da parte del diretto responsabile dell’inquisizione sarda non occuparsi degli eventi interni all’organismo che rappresentava.
Successivamente si occupò di smentire le varie teorie circa le modalità di contatto con il demonio che, a suo parere, furono strumentalizzate dai ministri del tribunale sardo con l’obiettivo di  spartirsi i soldi del Malla.

L’avvocato cagliaritano riteneva che la confessione resa dal suo assistito fosse inverosimile perché estorta sotto tortura, infatti la paura di incorrere nell’ira degli inquisitori induceva il condannato a confermare le loro accuse confessando ciò che si aspettavano di sentire.

I capi di imputazione si rifacevano ai vari trattati di demonologia tra questi si ricorda il trattato dell’XI sec. scritto dal bizantino Michele Psello, secondo la quale i demoni si dividevano in sei gruppi e all’interno del terzo erano presenti quelli chiamati terrestri che potevano risiedere dentro recipienti di vetro o cristallo.
L’Arquer non credeva in tali teorie e le confutò utilizzando le sacre scritture e i padri della chiesa:
Contrariamente all'idea comune aveva una concezione spirituale del diavolo, così come fu teorizzata nel V secolo dallo Pseudo-Dionigi e ripresa dalla dottrina cattolica con San Tommaso d'Aquino.

Rifacendosi all’apostolo Paolo affermò che il diavolo per ottenere l’onore divino si presentasse trasfigurato sotto forma di angelo luminoso e non in forma infima e vile.
Avvalendosi invece di San Pietro Apostolo riteneva che il diavolo vagasse come un animale feroce in cerca di anime da possedere, riteneva dunque contrario alla dottrina credere che restasse chiuso dentro un’ampolla in attesa di essere utilizzato.

Secondo gli inquisitori il Malla confessò di avere adorato il diavolo in maniera consapevole, ma nessuno poteva adorare consapevolmente il male; era inoltre impossibile credere che il Malla, già sotto il dominio del diavolo, avesse rifiutato di donargli l’anima. Per rendere più incisivo il suo punto di vista l’Arquer si avvalse anche dell'Apologetico di Tertulliano, dove, nei capitoli 22, 23 e 27 dedicati a chiarire la natura degli antichi dei pagani identificati con i demoni, si asserisce che solo presentandosi come dei, riuscivano a farsi adorare. 

L'Arquer fece un grosso errore giudicando duramente l'operato dell'inquisizione sarda perché in tal modo accusava implicitamente anche all’inquisizione spagnola che aveva precedentemente dato credito a quelle affermazioni; ovviamente questo atteggiamento non poteva sortire la revoca della condanna del Malla perché la Suprema non poteva smentire la sua linea di condotta andando contro sé stessa.
Le richieste del Malla e del suo difensore non furono dunque accettate e il risultato ottenuto fu identico all’esito del processo precedente. Il Malla continuò a dichiarare la sua innocenza e nel 1556, dopo aver rinnovato l'appello alla Suprema, fu difeso da un altro avvocato e ottenne l’assoluzione da tutte le accuse.
Di fatto si condannava l'operato del tribunale sardo nel decennio 1540-1550 dando implicitamente ragione alle tesi sostenute dall'Arquer nel processo celebrato nel 1552.



Fabrizio e Giovanna


Notizie tratte da:
Sigismondo Arquer. Un innocente sul rogo dell’Inquisizione, Salvatore Loi


[1] Sigismondo Arquer. Sardiniae brevis historia et descriptio, cap. VII, a cura di Maria Teresa Laneri, saggio introduttivo di Raimondo Turtas

venerdì 10 febbraio 2012

ORIGINI DEL MITO DIONISIACO



Proseguiamo il nostro discorso sul culto dionisiaco cercando di delineare le origini del suo mito attraverso le testimonianze di alcuni autori antichi.
La religione dionisiaca ha il suo principio in epoche molto arcaiche, la Grecia classica, la fece sua e la codificò nei termini propri della sua ideologia, mantenendo però il carattere di divinità straniera e ambigua.

La divinità di Dioniso ha radici molto antiche, anche Omero nell’Iliade e nell’Odissea fa riferimento ad essa.
Com’è noto i poemi omerici narrano fatti avvenuti in un’epoca cosiddetta pre-ellenica, prima che la civiltà greca si manifestasse in tutto lo splendore del periodo classico, era il tempo degli eroi minoico-micenei.
La divinità viene rappresentata in due passi dell’Iliade e in due dell’Odissea:

nell’Iliade Dioniso viene presentato come il  figlio di Zeus e Semele.
 Semele è una donna mortale, ma tale condizione non ostacola le prerogative divine di Dioniso, anzi essa è un mezzo per la sua nascita, un demiurgo[1].
In altro passo Dioniso è messo in fuga da Licurgo re della Tracia, che percuote e mette in fuga le nutrici del Dio.  Dioniso fugge tremante da Thetis, ma Zeus punisce Licurgo privandolo della vista[2].

Nell’Odissea invece si accenna ad Ariadne abbandonata da Teseo ed uccisa da Artemide per volere di Dioniso[3].
 Ancora nello stesso libro si ricorda un’anfora d’oro creata da Vulcano donata da Dioniso a Tetide[4].
All’epoca della composizione epica molto probabilmente non dovettero esistere templi in suo onore, il suo era un culto diverso da quello degli altri dei, infatti non fu mai il Dio di uno stato, le sue funzioni differivano da quelle delle altre divinità.

Erodoto menziona un tempio di Dioniso a Bisanzio tutto ricoperto di  iscrizioni assire e di un oracolo  sopra Satra in Beozia dove risiedeva una Pizia simile a quella delfica[5].
Riporta anche un’altra tradizione relativa all’infanzia di Dioniso: il Dio sarebbe stato allevato in Arabia, nel Cinnamomo; in altri punti del racconto è messo in relazione con divinità egizie, tracie e con la religione Orfica (sulla quale ci soffermeremo in altra sede).
Erodoto quindi (così come altri autori antichi), afferma che Dioniso è una divinità non originaria della Grecia ma straniera, la cui importazione  in tale territorio si potrebbe far risalire ad un periodo pre-ellenico.
Questa ipotesi è suffragata dai passi omerici che ad onor del vero potrebbero risentire di apporti relativi ad un’età più tarda e soprattutto da un altro episodio riportato da Erodoto (II, 52) nel quale elenca le divinità adorate dai Pelasgi tutte apprese dagli egizi tranne Dioniso che conobbero molto tempo dopo.
 Lo storico greco non dice da quale popolo i Pelasgi impararono il culto Dionisiaco, ciò che interessa il nostro studio è che secondo Erodoto i Pelasgi, una popolazione da lui considerata pre-ellenica, conoscevano il Dio.
I passi che abbiamo esaminato testimonierebbero l’origine “straniera”(probabilmente di origine asiatico-semitica) del culto Dionisiaco e la sua alta cronologia.
Nelle  “Baccanti” di  Euripide Dioniso, pur nato a Tebe in Beozia, vi fa ritorno per stabilire il suo culto dopo aver soggiornato in Lidia, nella Frigia, nella Media ed in Arabia; appare quindi evidente il carattere asiatico della sua religione anche in considerazione del fatto che il corteo delle sue accompagnatrici celebranti il culto proviene dalla Lidia.
Il testo euripideo fa riferimento ad uno speciale culto dionisiaco nelle zone settentrionali della Grecia, ossia nella Macedonia, molto vicina alle zone asiatiche prima menzionate.
Il racconto di Euripide è una rielaborazione sacerdotale prettamente greca del mito nell’intento di riportare in ambito ellenico la divinità di Dioniso.


Fabrizio e Giovanna


Bibliografia
Carolina Lanzani, Religione dionisiaca
Omero, Iliade e Odissea
Erodoto, Le storie
Euripide, Le Baccanti



[1] Iliade, XIV,325
[2] Iliade, VI, 30
[3] Odissea, XI, 325
[4] Odissea, XXIV, 74
[5] Erodoto, Le storie, IV,87 e VII,111

giovedì 2 febbraio 2012

IL CULTO DELLA DIVINITÁ FEMMINILE : ECATE





Ecate è oggi riconosciuta come la dea delle arti magiche e della stregoneria, Il suo nome significa colei che colpisce da lontano.
Circe e Medea avevano appreso da Ecate la loro arte ed erano iniziate ai suoi misteri.
Anche questa figura mitologica ebbe inizialmente connotazioni positive in qualità di dea delle terre selvagge e del parto (assimilabili quindi alla dea madre), in seguito, quando iniziò la demonizzazione del femminile, divenne dea della stregoneria e il suo ruolo fu relegato a quello di “Regina degli Spettri”, tale attributo fu trasmesso alla cultura post-rinascimentale, dalla quale presero poi spunto gli inquisitori durante la loro opera di “pulizia religiosa”.
Era rappresentata con tre teste e un solo corpo o con tre corpi uniti per la schiena (trimorfa).  
Per gli orfici era trimorfa non solo perché rappresentava le fasi lunari, ma anche per l'assimilazione al culto delle grandi divinità ctonie come Demetra, Persefone e Artemide.

Esistono due teorie circa la sua origine:
·  Una ritiene che fosse figlia di Zeus e della figlia di Eolo Ferea e che la sua rappresentazione infernale derivasse dall'ira di Era che, immergendola nell'Acheronte con lo scopo di purificarla, ne determinò la trasformazione in una divinità degli inferi. In  qualità di dea degli inferi teneva per cento anni aldilà dello Stige le anime di coloro che erano morti senza sepoltura.
·         Secondo la Teogonia di Esiodo era invece figlia dei Titani Asteria e Perse:
E Asteria incinse, e a vita diede Ècate, cui sopra tutti Giove Croníde onorò, le die' fulgidissimi doni:
parte le die' della terra, del mare che mai non si miete: 
ed anche ella ha potere nel cielo gremito di stelle,
e piú d'ogni altra, onore fra i Numi immortali riscuote.
Ed anche adesso, quando qualcuno degli uomini in terra fa sacrifizi, e placa, secondo le usanze, i Celesti,
Ècate invoca per nome. E onore accompagna un mortale, quando la Dea le sue preghiere benevole intende;
e gli concede prosperità: ché ben grande è sua possa.
Perché di quanti nacquer da Terra e da Uràno, ed onori ebbero, questa Dea parte ha degli onori d'ognuno;
perché duro con lei non fu Giove, né nulla le tolse di quanto ella avea già fra i Numi piú antichi, i Titani,
bensí tutta la parte che allor possedeva, possiede.
Né meno onor la Dea, perché figlia è unica, ottenne, non della terra parte minore, del cielo e del mare,
ma anzi assai di piú: ché molto l'onora il Croníde.
E sta presso a chi vuole proteggere, e molto gli giova.
Nell'assemblea, prevale fra gli uomini l'uom ch'ella brama: quando alla guerra, sterminio degli uomini, s'arman le genti,
Ecate qui, la Diva, si mostra, ed a quelli che vuole, volonterosa gloria concede, concede vittoria:
dove giustizia si parte, vicino ai re giusti ella siede: anche allorché negli agoni contendono gli uomini, giova:
ché anche presso a loro si reca la Diva e li assiste, e chi di gagliardia prevalse, di forza, il bel premio
agevolmente guadagna, ricopre i suoi figli di gloria.
Ai cavalieri anche sa, quando vuole, recare assistenza.
E a chi nel glauco mare travaglia, e tra l'ira dei flutti Ecate invoca, e l'Enosigèo che profondo rimbomba,
la celeberrima Dea, facilmente concede ogni preda, agevolmente, e, dopo scovata, se vuole, la toglie.
Moltiplicare il bestiame nei chiusi ella può con Ermète. Le mandre dei giovenchi, le greggi gremite di capre,
le mandrïe lanose di pecore, ov'essa lo voglia, da pochi a molti capi, da molti riduce a ben pochi.
Così costei, che fu di sua madre l'unica figlia, onor su tutti i Nomi che nacquer piú antichi, riscote.
E protettrice il Croníde dei pargoli tutti la fece che gli occhi dopo lei dischiusero ai raggi del sole:
così da prima fu tutrice onorata ai bambini1

Nella tradizione più antica era probabilmente una divinità lunare della Tessaglia, più tardi confusa con l'aspetto invisibile di Artemide corrispondente alla luna nuova per la sua identificazione con Selene. Come Artemide non usciva mai dalle dimore sotterranee e vagava sulle montagne come la luna, ma proprio per questo motivo in seguito divenne la dea degli spettri e di ogni magia, le erano sacri i crocicchi e i trivi nelle strade (per cui veniva chiamata anche Trivia) e la sua presenza era annunciata dai latrati dei cani da battaglia.
Anche questo animale merita una breve riflessione perché nel corso dei secoli subì interpretazioni ora positive, ora negative, in relazione ai personaggi che affiancavano o che rappresentavano (si pensi all'iconografia domenicana). Si riteneva che i cani fossero in grado di salvaguardare gli uomini dai pericoli invisibili perché in grado di vedere gli spiriti, in relazione al dio Anubi, che prese la forma di un grande cane simile allo sciacallo, ebbero anche il ruolo di guidare le anime nell'aldilà, però durante l'azione repressiva intrapresa dall'Inquisizione, i cani neri entrarono a far parte del novero dei simboli demoniaci presenti nei diversi trattati di demonologia perché considerati accompagnatori demoniaci delle streghe o dei maghi.


Fabrizio e Giovanna


NOTIZIE TRATTE DA:
Rosalba Mulas“Iconografia delle streghe dall’antichità all’età moderna e stregoneria in Sardegna”
in Salvatore Loi “Inquisizione, magia e stregoneria in Sardegna”
H. Biedermann Enciclopedia dei simboli”
Esiodo Teogonia”




1Esiodo, Teogonia: Ècate figlia unica di Astèria e di Perse


martedì 17 gennaio 2012

RARISSIMA ISCRIZIONE IN CARATTERI CUNEIFORMI TROVATA A MALTA


La foto è a carattere dimostrativo


Gli edifici megalitici di Malta, che da alcuni studiosi sono considerati i più antichi del mondo, continuano a riservare nuove sorprese e sollevare interrogativi.
L’ultima sensazionale scoperta riguarda il ritrovamento di un frammento litico di agata a forma di mezza luna, recante dei caratteri cuneiformi datati al XIII secolo a.C.
Questo tipo di scrittura è originario della Mesopotamia, nell’attuale Medio Oriente, quindi il suo ritrovamento in un’area geografica occidentale costituisce una rarità degna di nota.
Lo scavo diretto dal professor Alberto Cazzella, titolare della cattedra di paleontologia all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza",  ha riportato alla luce la pietra inscritta nel santuario di Tas-Silg, un tempio megalitico datato al  periodo neolitico finale, che fu utilizzato a scopo  religioso e cerimoniale dal terzo millennio a.C. fino all'epoca bizantina.
L’iscrizione è stata tradotta come una dedica al dio della luna mesopotamico Sin, venerato ad est della città santa di Nippur la quale, oltre ad essere meta di pellegrinaggi, possedeva una famosa scuola di scribi che produsse moltissimi testi letterari.
Alcuni studiosi ipotizzano che la “pietra” sia stata sottratta al tempio di Nippur durante un saccheggio e giunta in occidente attraverso i mercanti micenei e ciprioti che avevano probabili rapporti commerciali col mediterraneo centrale.

Inoltre, poiché il frammento in agata inscritto in cuneiforme doveva essere considerato molto prezioso per le genti della tarda età del bronzo, la sua presenza all’interno del tempio megalitico di Tas-Silg suggerisce agli studiosi l’ipotesi che il santuario avesse una grande importanza per gli uomini dell’epoca.
Il santuario di Tas-Silg è già conosciuto agli studiosi per la sua importanza in epoca fenicia e romana.

Ricordiamo che il frammento maltese non è il più antico né il più occidentale dei reperti in carattere cuneiforme venuto alla luce fuori dalle zone di cultura mesopotamica; abbiamo infatti notizia del cosiddetto “coccio di Mogoro” recante dei caratteri cuneiformi.
Il “coccio” sardo è tutt’ora al centro di un’aspra polemica della quale parleremo ampiamente prossimamente.

Fabrizio e Giovanna



martedì 10 gennaio 2012

UN ILLUSTRE CAGLIARITANO DI NOME SIGISMONDO ARQUER Vita e opere - I parte -




Contrariamente all’idea comune di una città sonnacchiosa e culturalmente poco attiva, Cagliari ha dato i natali a personaggi di grande levatura culturale, politica e umana. Tra questi ricordiamo Sigismondo Arquer che nella sua vita, tragicamente terminata sul rogo di Toledo nel 1571, ebbe l’unica colpa di avere operato in un periodo di forte intolleranza religiosa abilmente manipolata dai suoi nemici.
Come abbiamo visto nel precedente articolo CAGLIARI IN EPOCA SPAGNOLA, i feudatari in epoca spagnola si associarono all’Inquisizione con l’obiettivo di colpire il nuovo ceto dei burocrati; tra le varie azioni intraprese in tal senso  si ricorda soprattutto l’uccisione di Sigismondo Arquer, accusato di eresia con l’obiettivo di eliminare un personaggio scomodo che era per giunta figlio dell’avvocato fiscale Giovanni Antonio Arquer, il quale collaborò efficacemente con il viceré Antonio di Cardona (1534-1549) nella sua azione atta a ridimensionare gli abusi e le prevaricazioni della nobiltà e dell’alto clero.
Molto probabilmente Sigismondo Arquer era inviso al ceto nobiliare, notoriamente ignorante e tronfio, soprattutto per la sua immensa cultura permeata di apporti umanistico - rinascimentali acquisiti durante i suoi viaggi.
Quando, nella primavera del 1549, compose la sua famosa opera “Sardiniae brevis historia et descriptio”, aveva soltanto 19 anni, ma da due anni era già in possesso di due lauree, una in diritto civile e canonico (utroque iure) a Pisa e una in teologia a Siena.
L’opera dell’Arquer è molto importante dal punto di vista storiografico perché fu il primo tentativo di individuare i lineamenti della storia sarda attraverso lo studio comparato delle fonti antiche. Nel testo si alternano fonti e libera composizione che l’autore stese in soli 40 giorni selezionando e sintetizzando un’enorme quantità di informazioni derivanti dal suo bagaglio culturale, dove confluivano erudizione e conoscenza diretta.

La stesura dell’opera fu preceduta da un difficile viaggio  iniziato nel settembre del 1548.
Dopo due mesi giunse a Pisa da dove si  diresse verso la Germania, ma durante la traversata delle Alpi si ammalò e fu costretto a trattenersi 5 mesi nei Grigioni. Nell’aprile del 1548 fu prima accolto da Konrad Pellikan (un ex francescano che passò al luteranesimo e prese parte alla prima Confessio Helvetica), in seguito, grazie all’intercessione di quest’ultimo, fu sistemato in Basilea a spese della fondazione Erasmo dove rimase fino al mese di giugno.
In Basilea entrò in contatto con Sebastian Münster che gli chiese di scrivere un compendio sulla Sardegna da inserire nella sua Cosmographia universalis.
All’interno dei 7 capitoli di cui si compone l’opera si trovano notizie di carattere generale relative alle dimensioni dell’Isola la sua posizione nel Mediterraneo, alla sua suddivisione geo-politica, al suo ambiente naturale, alle attività produttive, all’alimentazione e alla malaria.
Dopo aver affrontato il tema storico relativo alle antiche denominazioni dell’isola, ai primi abitanti, colonizzatori e dominatori con digressioni sui nuraghi e sulla legislazione locale, introduce la descrizione particolareggiata della città di Cagliari citando i centri più importanti. La descrizione di Cagliari è molto particolareggiata e accompagnata dalla famosa  pianta prospettica dove vengono rappresentati i monumenti più importanti e le opere difensive che ancora oggi è un utile documento di studio.
Per quanto riguarda la lingua, nel VI capitolo vengono indicate le tre parlate principali del Regno evidenziate dal Pater Noster trilingue: latino - catalano - sardo.
Nell’ultimo capitolo vengono descritte le magistrature civili ed ecclesiastiche presenti nell’isola, si spiega in che modo opera l’inquisizione e conclude, dopo essersi soffermato sui caratteri fisici e psicologici dei sardi, con una condanna rivolta sia all’elemento pagano all’interno delle festività cristiane, sia al bassissimo profilo etico e culturale del clero isolano.
Nonostante la sua collaborazione con Sebastian Münster, Sigismondo rimase profondamente cattolico, ma i suoi avversari politici utilizzarono questo espediente per accusarlo di luteranesimo, accusa che a lungo andare lo portò sul rogo di Toledo come vedremo nei prossimi post.



Fabrizio e Giovanna


Notizie tratte da:
Sigismondo Arquer. Sardiniae brevis historia et descriptio, a cura di Maria Teresa Laneri
saggio introduttivo di Raimondo Turtas
Sigismondo Arquer. Un innocente sul rogo dell’Inquisizione, Salvatore Loi
Storia della Sardegna, Leopoldo Ortu

mercoledì 4 gennaio 2012

CHI ERANO IN REALTÀ I RE MAGI DELLA TRADIZIONE CRISTIANA?




L’unico evangelista che ricorda la visita dei magi è Matteo  tralasciando però di approfondire le notizie relative a questi misteriosi personaggi: 

"Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:
E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda:
da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele.

Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo».
Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese"[1] .

Anche la parola Magi non è di chiara provenienza, infatti se proviamo a trasformarla al singolare diremo “Re Mago”; questo particolare non è irrilevante se proviamo a dare un’interpretazione che tenga conto della tradizione ermetica, secondo la quale questi uomini erano dotati di particolari poteri derivatigli dalla pratica dell’astrologia e della “magia” Zoroastriana.
Stando a questa tradizione i Magi, grazie alle loro conoscenze astrologiche, seppero riconoscere in cielo i segni dell’arrivo sulla terra del più grande degli iniziati che li persuase ad intraprendere un lunghissimo viaggio per rendergli omaggio.
Il termine Magos era utilizzato dai greci per definire i sacerdoti dediti al culto di Zoroastro provenienti dall’Impero Persiano, dove si sviluppò prima del VI sec. a.C.

Nel Vangelo dell’infanzia Armeno vi è la descrizione più dettagliata dei Magi: 

“ Quando l’angelo aveva portato la buona novella a Maria era il 15 di Nisān, cioè il 6 aprile, un mercoledì, alla terza ora. Subito un angelo del signore si recò nel paese dei persiani, per avvertire i re Magi che andassero ad adorare il neonato. E costoro, guidati da una stella per nove mesi, giunsero a destinazione nel momento in cui la vergine diveniva madre. In quel momento il regno dei persiani dominava per la sua potenza e le sue conquiste su tutti i re che esistevano nei paesi d’oriente, e quelli che erano i re magi erano tre fratelli: il primo Melkon, regnava sui persiani, il secondo, Balthasar, regnava sugli indiani, e il terzo, Gaspar, possedeva il paese degli arabi. Essendosi uniti insieme per ordine di Dio, arrivarono nel momento in cui la vergine diveniva madre”[2]. 

Come si evince da questo passo, i Magi sono chiamati per nome, Gaspare re dell’Arabia, Melkon o Melquon (mutatosi poi in Melchiorre) re della Persia e Baldassarre re dell’India.
Confrontando il Vangelo di Matteo e quello successivo dell’infanzia Armeno si possono notare alcune discordanze, prima fra tutte il numero e la provenienza dei magi, Matteo infatti parla soltanto di “Alcuni Magi giunti da oriente a Gerusalemme ” senza aggiungere altri particolari utili alla nostra ricerca. 
Molto probabilmente la versione del Vangelo dell’infanzia Armeno ebbe la meglio anche perché legittimato dal salmo 72 della Bibbia che profetizza la venuta del Messia:

A lui si pieghino le tribù del deserto,
mordano la polvere i suoi nemici.

I re di Tarsis e delle isole portino tributi;
i re di Saba e di Seba offrano doni.

Tutti i re si prostrino a lui,
lo servano tutte le genti.

Perché egli libererà il misero che invoca
e il povero che non trova aiuto.

Da questo salmo scaturì anche un’altra tradizione riguardante questa volta l’origine geografica dei Magi, come si può notare i luoghi di provenienza dei “re” sono diversi da quelli citati dal Vangelo Armeno; molto probabilmente i luoghi citati nella Bibbia al tempo della scrittura dei Vangeli o non esistevano più, o erano noti con altri nomi.

I  doni che i Magi portarono al Signore hanno un grande valore simbolico ed esoterico:
l’oro simboleggia la scintilla divina, l’amore, la conoscenza, la sapienza e la sapienzialità (l’oro dei filosofi o alchimisti) è infine il colore dell’ultimo grado dell’ascesa alchemica;
l’incenso è un’essenza che nei processi alchemici serve a purificare ed è tutt’ora usato nelle funzioni liturgiche cattoliche;
la mirra è una sostanza resinosa utilizzata dagli egizi nei processi dell’imbalsamazione e rappresenta l’immortalità.

Se consideriamo il fatto che il cristianesimo a più riprese abbia cercato di occultare quei particolari poco ortodossi che male si addicono alla visione del mito cattolico, possiamo anche ipotizzare che i personaggi fiabeschi che vengono ora riconosciuti ufficialmente, fossero in realtà dei potenti signori dell’occulto (dove per occulto si intende ciò che è nascosto e non ciò che è maligno), la cui figura era talmente importante che Matteo non poté esimersi dal citarla anche se in maniera edulcorata.


Fabrizio e Giovanna


[1] La Sacra Bibbia – CEI Il Nuovo Testamento Vangelo di Matteo (Mt 1, 1-12)

[2] Vangelo dell’infanzia Armeno, Cap V par. 9, “I vangeli apocrifi”

domenica 1 gennaio 2012

I Giganti di Mont‘e Prama continuano il loro lungo viaggio

Tempo addietro, a Sassari, in occasione del termine del restauro dei Giganti di Mont’e Prama e’ stato firmato il protocollo d’intesa per la definizione dei programmi di valorizzazione del complesso scultoreo. Sulla destinazione di questi testimoni della storia isolana, nonostante alcune polemiche, si sa che sarà creato “Sistema Museale di Mont’e Prama” e che parte delle statue saranno inviate al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, alcune torneranno in quella che era la loro sede naturale, Cabras, in locali ancora in via di allestimento, ed infine una parte rimarrà nei saloni del Centro Restauro di Li Punti a Sassari. Nei particolari:


NOTIZIA COMPLETA:

sabato 24 dicembre 2011

Il DRAGO che è SERPENTE parte sesta + Aggiunta

Con la sesta ed ultima parte termina il viaggio nel tempo e nel mito di Giulio Pala. 
Nei suoi filmati ha messo in evidenza l’aspetto più antico e misterioso della spiritualità dei nostri antenati.
Augurandoci che questa non sia l’ultima delle sue fatiche, invitiamo ancora i nostri lettori ad esporre le loro opinioni e perplessità.
Buona visione.

mercoledì 21 dicembre 2011

Il DRAGO che è SERPENTE parte quinta

Come promesso pubblichiamo la quinta e penultima parte del viaggio iniziatico di Giulio Pala. I link dei precedenti video sono elencati nel post pubblicato ieri (http://ilmulinodeltempo.blogspot.com/2011/12/il-drago-che-e-serpente-parte-quarta.html). Buona visione a tutti.

martedì 20 dicembre 2011

martedì 13 dicembre 2011

LA VERA STORIA DI BABBO NATALE




L’iconografia attuale di Babbo Natale è relativamente recente, il suo aspetto bonario e i colori che lo caratterizzano sono un’invenzione che la nota multinazionale americana della Coca Cola ha abilmente utilizzato negli anni trenta del Novecento per reclamizzare il suo prodotto.
Il suo mito ha origine dalle gesta di San Nicola patrono della città di Bari e si diffuse, oltre che in Europa, anche negli Stati Uniti ad opera degli olandesi che tradussero il suo nome in Sinte Niklaas, tale nome fu successivamente deformato dagli americani in Santa Claus. Il costume inizialmente era verde poi prevalsero il rosso del costume e il bianco della barba, realizzati nel 1863 dall’illustratore Thomas Nast, nel 1931 la Coca Cola decise di utilizzare l’immagine e i colori per reclamizzare la bevanda.
Secondo la tradizione più accreditata San Nicola fu vescovo di Myra in Turchia (nato probabilmente a Patara in Turchia intorno al 270 e morto a Myra nel 352), durante il suo episcopato compì diversi miracoli e si distinse per la sua generosità nei confronti dei bisognosi: era solito far arrivare nelle case i suoi doni attraverso le finestre e i camini; come si può notare questa è una delle caratteristiche tipiche proprio di Babbo Natale.
Una delle azioni più generose fu quella dei cosiddetti “maritaggi”, ossia la donazione di denaro alle fanciulle povere affinché potessero portare la dote necessaria per il compimento del matrimonio.
Il santo compì numerosi miracoli tra i più famosi, oltre alla resurrezione dei tre fratelli fatti a pezzi e messi in salamoia, ricordiamo l’episodio che lo vide placare una tempesta durante un viaggio in mare e riportare in  vita un marinaio schiacciato dall’albero maestro e quello in cui riuscì a far cambiare rotta ad una nave diretta ad Alessandria dove lo attendevano numerosi nemici.
Nel 325 partecipò probabilmente al Concilio di Nicea e successivamente fu forse nominato vescovo a Roma da Papa Silvestro.
Esistono altri possibili santi di nome Nicola che potrebbero essere all’origine del mito di Babbo Natale, tra questi ricordiamo Nicola di Sion vissuto a Myra circa un secolo dopo il santo più accreditato e Nicola di Pinara che morì nel 564.
Una delle prime narrazioni delle gesta di San Nicola fu scritta da Andrea di Creta nel 740[1], uno dei più celebri scrittori sacri bizantini vissuto fra il 660 ed il 740.
Un altro autore che parlò del Santo fu l’innografo bizantino Romano il Melòde al quale furono attribuiti i contacii (ritenuti da alcuni dei falsi scritti successivamente) ossia dei sermoni cantati.
Le spoglie di San Nicola furono traslate nella città di Bari nel 1087 da un mercante e avventuriero di nome Giovannoccaro e dal suo luogotenente Petrarca Rossimano durante una spedizione atta a sottrarre i santi resti ai Selgiuchidi che avevano occupato la città di Myra. Il viaggio iniziò ad aprile e terminò il 9 maggio.
La tradizione racconta che il corpo del santo fu rinvenuto all’interno di un sarcofago di marmo bianco ricoperto di un liquido che emanava il classico odore di santità che compì l’ennesimo miracolo al suo arrivo a Bari guarendo 47 malati incurabili.
Dopo un’aspra contesa sul luogo più adatto a custodire le reliquie, nel 1089 si decise di costruire una nuova chiesa su un terreno donato dal duca di Puglia Ruggero II, nel luogo dove sorge l’attuale basilica di San Nicola di Bari che fu consacrata da Celestino III nel 1197.
Mentre si gettavano le fondamenta della nuova chiesa vi fu un crollo che seppellì sette operai, anche in questa occasione la tradizione attribuisce a San Nicola l’ennesimo miracolo quando ritrovarono gli operai completamente illesi.
La sostituzione di San Nicola con Babbo Natale è il classico esempio di sincretismo al contrario, in passato i miti cosiddetti pagani furono soppiantati da quelli cristiani, in questo caso un mito cristiano è stato sacrificato sull’altare del consumismo, forse questo è un segno dei tempi o forse il potere evocativo del cristianesimo è meno forte del passato.



Fabrizio e Giovanna



[1] Andrea di Creta, Encomium S. Nicolai