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domenica 21 agosto 2011

TEMPLARI: L'INVESTITURA




L’Ordine del Tempio nacque in Terra Santa e la maggior parte delle loro risorse erano destinate a questo scopo, però in Europa era molto forte la loro presenza con commende, chiese e una grande quantità di proprietà i cui proventi finanziavano i fratelli di stanza in oriente.
La presenza Templare in occidente era capillare, i maggiorenti dell’Ordine avevano frequenti rapporti con le maggiori personalità sia ecclesiastiche che laiche.
Il loro modo di vivere, ordinato e severo, affascinava gli uomini del medioevo e soprattutto  i giovani cavalieri cadetti di famiglie nobili con patrimoni non molto grandi.
Immaginiamo l’impatto che potevano avere questi guerrieri della fede, tutti vestiti uguali, bene equipaggiati con armi e armature robuste ma non di lusso, sottoposti ad una disciplina ferrea, che avevano votato la loro vita ad un ideale utopico, in una società cavalleresca dove il coraggio e la morte gloriosa in battaglia erano dei valori importantissimi.
Il giovane cavaliere che mostrava interesse per l’Ordine veniva accolto nella Casa, ma nessuno dei monaci del Tempio gli chiedeva di prendere i voti, questa era una regola ferrea, i Templari dovevano fare proselitismo con l’esempio e non con le parole.
Al postulante veniva concesso di condividere in parte la vita monastica, in modo che potesse rendersi conto della vita che avrebbe dovuto scegliere in piena libertà, perché una volta pronunciato i voti non sarebbe più potuto tornare indietro se non a prezzo di vergogna e severe punizioni.
La vita di un Templare era regolata da numerosi obblighi e divieti i più importanti dei quali erano comunicati al novizio al momento della sua investitura, mentre gli altri di minore entità gli avrebbe imparati durante il suo servizio.
Il postulante dopo aver fatto domanda di ammissione doveva come consuetudine attendere la conferma della sua accoglienza; questo periodo d’attesa serviva ai dignitari dell’Ordine per prendere le necessarie informazioni sul nuovo venuto.
Egli doveva essere cavaliere figlio di cavaliere e di Dama, non poteva essere sposato o fidanzato e nessuna donna doveva in qualche modo avere dei diritti nei suoi confronti, inoltre non poteva far parte di altri ordini ed avere debiti che sarebbero dovuti essere pagati dal Tempio.
La maggior parte delle reclute veniva dalle commende di provincia dove di solito si attendeva l’arrivo di un importante dignitario per l’investitura di un nuovo Cavaliere.
Quindi seguiamo il giovane cavaliere cadetto che una volta ricevuta la risposta affermativa tanto agognata, giungeva finalmente in una commenda di provincia dove era presente un alto dignitario dell’Ordine incaricato della sua investitura.
Al nuovo venuto si aprivano le porte della commenda dove si trovavano i domestici, i cuochi e i cavalieri, tutti portavano una croce rossa cucita sul cuore come emblema di appartenenza all'Ordine.
Il postulante veniva accolto all'interno della casa e attendeva che il capitolo deliberasse sulla sua richiesta. Una volta che il capitolo, presieduto dal commendatario o da un altro dignitario di passaggio e formato dai fratelli più saggi, deliberava favorevolmente, il nuovo venuto veniva invitato ad entrare in una stanza dove due fratelli  gli  anticipavano le domande che gli avrebbe fatto il capitolo e lo mettevano in guardia contro una decisione che sarebbe stata irrevocabile. Finché le sue promesse non fossero state pronunciate davanti al capitolo, egli sarebbe stato libero di andare via in qualsiasi momento, quindi l'avvertimento dei due fratelli era di vitale importanza.

Riportiamo alcune parti del rito a cui si sottoponeva il novizio  tratto da Georges Bordonove, La vita quotidiana dei Templari nel XIII secolo
La cerimonia di accettazione era preceduta da un colloquio con due fratelli più anziani ritenuti più saggi:

il fratello più anziano: "Chiedi di entrare nella nostra compagnia?"  
il novizio: "Si Signore"
il vecchio fratello, secondo la consuetudine, seguitava elencando i divieti e gli obblighi ai quali sarebbe stato sottomesso, poi aggiungeva: "Fratello, sopporterai tutto questo per amore di Dio? Sei ben deciso? Vuoi essere schiavo della Casa, da ora in poi per tutti i giorni della tua vita?"
il novizio: "Accetterò tutto questo per amore di Dio, e voglio essere servo e schiavo della Casa per sempre"
il vecchio fratello concludeva così il suo intervento: "Fra poco ti verrà chiesto se hai una sposa e una fidanzata, se hai pronunciato voti in un altro ordine, se hai debiti, se sei sano di corpo e uomo libero. Devi rispondere con onestà e senza nulla nascondere, perché una tua menzogna danneggerebbe l'Ordine e ti esporrebbe ai nostri castighi. Cosa risponderai?"
il novizio: "Sono libero da tutti questi legami"

I due Templari dopo aver parlato con il postulante si recavano al capitolo per rendere conto della loro conversazione, dichiarando di aver redarguito il nuovo venuto su tutti i pericoli e gli obblighi che lo attendevano e che egli aveva dichiarato di essere libero da qualsiasi impedimento e pronto ad essere servo della Casa.
Colui che presiedeva il capitolo, dopo aver ascoltato il rapporto dei due templari, chiedeva se qualcuno dei presenti rilevasse o fosse a conoscenza di un qualche impedimento per l'accoglienza del nuovo cavaliere. 

Iniziava così la cerimonia di accettazione: 

i due fratelli tornavano dal novizio per istruirlo sul comportamento da tenere e le parole da pronunciare davanti al capitolo. 
Secondo le istruzioni ricevute, il giovane si inginocchiava a mani giunte e diceva: "Signore, sono venuto davanti a Dio davanti a te e davanti ai fratelli e vi prego, vi imploro per Dio e Nostra Signora di accogliermi nella vostra compagnia e di farmi partecipe dei benefici della Casa"
il dignitario: "Amato fratello, tu chiedi molto, perché del nostro Ordine non vedi che la scorza che è al di fuori. La scorza che tu vedi sono i nostri bei cavalli e le nostre belle armature; vedi che mangiamo e beviamo bene e abbiamo dei begli abiti, e per questo credi che con noi starai bene. Ma tu non sai quali dure leggi vigono all'interno: perché è cosa dura per te, che sei nato signore, dover diventare servo. D'ora in poi non farai più ciò che desideri: se vuoi stare di qua dal mare ti si manderà di là e sei vuoi rimanere ad Acri ti si invierà a Tripoli o ad Antiochia oppure nelle Puglie o in Sicilia o in Francia o in Borgogna. Se vorrai dormire ti si farà vegliare e vorrai vegliare ti sarà ordinato di riposare. Quando sarai a tavola ti verrà ordinato di andare dove un altro vorrà e non saprai dove. Sarai in grado di sopportare tutte queste difficoltà?"
il novizio:  "Si Signore, a Dio piacendo."

Dopo aver nuovamente esortato il giovane a pensare bene a ciò che lo attendeva, veniva invitato ad uscire e il dignitario, rivolgendosi al capitolo, chiedeva nuovamente se qualcuno dei presenti avesse da obiettare circa l'accoglienza. 
Se il capitolo si esprimeva favorevolmente il nuovo venuto  veniva reintrodotto nel capitolo e pronunciava le parole del rituale di accoglienza:

"Signore, vengo davanti a Dio, davanti a te e davanti ai fratelli e vi prego e vi imploro per Dio e nostra Signora di accogliermi nella vostra compagnia e ammettermi spiritualmente e temporalmente ai benefici della Casa, come colui che vuole essere servo e schiavo della Casa, ormai per sempre".

Il dignitario redarguiva ulteriormente il novizio sui rigori della Casa e chiedeva ancora il parere del capitolo, questa volta davanti a lui, gli ripeteva le domande iniziali e, alla sua risposta affermativa, gli faceva rinnovare la promessa di servire per sempre la Casa. 
Dopo questo passaggio finale il dignitario prendeva una cappa con la croce vermiglia e la poneva sulle spalle del nuovo Templare, il cappellano recitava il Pater Noster e il presidente del capitolo lo baciava sulla bocca in segno di omaggio feudale.
Il suono della campana accompagnava l'emozione del nuovo cavaliere.






Fabrizio e Giovanna 


Notizie tratte da Georges Bordonove, La vita quotidiana dei Templari nel XIII secolo

sabato 20 agosto 2011

ARCHEOLOGIA SARDA: Visita all'altare rupestre di Santo Stefano- Oschiri


L'altare rupestre
L’altare rupestre di Santo Stefano si trova nella periferia settentrionale di Oschiri ed è uno dei luoghi più affascinanti e misteriosi della Sardegna.
Il fascino di questo sito è dovuto, oltre dalla sua monumentalità, anche dal fatto che la sua funzione ed il significato dei simboli scolpiti nella roccia non hanno trovato ancora nessuna spiegazione convincente.
Al visitatore si presenta un grande banco di roccia in cui sono stati scolpiti vari segni: triangoli, quadrati, cerchi, croci, numerose coppelle e arcani tratti di quella che sembra una perduta scrittura.
Particolare dei triangoli circondati da coppelle 














Sulla destra del bancone principale si trova una roccia che presenta una grossa cavità circolare circondata da dodici coppelle, questo motivo è particolarmente diffuso nell’iconografia prenuragica delle Domus de Janas.
Cavità con le 12 coppelle


Proprio la presenza delle tombe ipogeiche neolitiche nelle vicinanze dell’altare, potrebbe testimoniare la sacralità e l’alta cronologia del sito.
Cavità nella roccia situate vicino all'altare












Sulla sinistra della grande pietra sacra è presente un masso costellato da numerosissime coppelle che ne riempiono quasi completamente la superficie. Ricordiamo che le coppelle sono presenti in quasi tutti i luoghi sacri neolitici ed essendo delle cavità, potrebbero essere un chiaro riferimento al culto della divinità femminile.
Il masso delle coppelle
Poco sopra l’altare è collocata un’altra grossa pietra, nella quale sono incisi tre incavi quadrati affiancati più o meno regolari, ancora più in alto abbiamo notato due incisioni, una circolare e una ovoidale, che ricordano vagamente degli scudi crociati.
Roccia con i tre quadrati


"Scudo crociato"
Abbiamo sinceramente delle enormi difficoltà nel dare una qualche interpretazione, quantomeno plausibile, ai simboli di Santo Stefano, in questo siamo però confortati dalla constatazione che anche studiosi molto più preparati di noi si trovano nella stessa situazione.
I quadrati potrebbero rappresentare il tema della “falsa porta”, simbolo del passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti tanto caro agli egizi, i cerchi invece si potrebbero simboleggiare una divinità solare, ma essendo incavati (quindi simili a delle grosse coppelle) non possiamo escludere l’appartenenza ad un culto femminile.
Alcuni studiosi ritengono che l’altare rupestre sia di epoca neolitica, altri che sia opera dei monaci bizantini che hanno costruito l’antica chiesa che lo fronteggiava; quella che è oggi presente nel sito è frutto di una riedificazione avvenuta nel XVI secolo.
Una curiosità che riguarda la chiesa è la presenza dell’effige della dea fenicia Astarte sulla sua facciata.
Viso della Dea Astarte sulla facciata della chiesa
A far propendere certi studiosi verso l’ipotesi bizantina è la quasi certezza che la chiesa fosse originariamente di rito greco e soprattutto  la presenza di croci ascrivibili alla religione di Costantinopoli all’interno dei triangoli sovrastanti i quadrati .
Questa teoria è poco plausibile perché nell’iconografia cristiana non esistono riscontri col monumento di Oschiri.
Riteniamo molto più probabile che l’altare sia opera degli antichi Sardi e che le croci greche siano state incise in epoca cristiana per “esorcizzare” l’area sacra pagana e convertirla alla nuova fede.
Nonostante le numerose e qualificate congetture il mistero di Santo Stefano rimane irrisolto, i suoi enigmatici simboli sembrano quasi un messaggio lasciatoci dai nostri antichi progenitori che noi non siamo in grado di capire perché abbiamo dimenticato la giusta chiave di lettura.
Forse indicavano il cammino iniziatico che l’anima del defunto, il cui corpo era deposto nelle vicine Domus de Jans, doveva intraprendere per risorgere a nuova vita nell’aldilà.

Resta comunque l’impressione di un luogo magico, vagamente inquietante per il timore reverenziale che incute pensando a chissà quali misteriosi riti vi si praticavano.
Abbiamo lasciato l’area archeologica con un certo senso di frustrazione, causato dalla sensazione di non aver capito praticamente nulla dei segni presenti in questo spettacolare manufatto.
Dobbiamo avvicinarci con umiltà alle testimonianze lasciateci dai nostri antenati, con la consapevolezza che ciò che per noi è inspiegabile, per loro aveva invece un significato chiarissimo, siamo sicuri che se potessero sentire i nostri ragionamenti si farebbero una sonora risata.


Fabrizio e Giovanna

venerdì 19 agosto 2011

ARCHEOLOGIA SARDA: VISITA ALL'ALTARE MEGALITICO DI MONTE D'ACCODDI - SASSARI


Come arrivare

Da 
Cagliari percorrere la S.S. 131 in direzione di Sassari, al Km 222.3, dopo il bivio per Platamona, si trova una strada dove sono presenti dei cartelli turistici che conducono al parcheggio dell’area. Si prosegue a piedi per 100 m su una stradina lastricata fino al cancello di ingresso.

Monte d’Accoddi fu scoperto nei primi anni Cinquanta del 1900.

L’altura venne prescelta durante la seconda guerra mondiale quale luogo dove impiantare una batteria contraerea che danneggiò fortemente la struttura.

I primi scavi furono diretti dal Ercole Contu dal 1952 al 1958 e portarono alla luce anche numerose domus
de janas disposte a ventaglio intorno all’altare megalitico. La presenza delle grotticelle dimostra che l’area sacra fu interessata da una forte antropizzazione.

Il monumento si presenta come una piattaforma tronco-piramidale alla cui sommità si accede tramite una rampa ascendente verso l’alto. 


Rampa d'accesso


La parte esterna, di epoca eneolitica, racchiude un più antico e piccolo tempio di epoca neolitica della cultura di Ozieri (circa 3300-2900 a.C.), la cui struttura fu probabilmente compromessa in antico da un incendio.  
L’intero sacello dell’antico tempio, incluso il pavimento, era intonacato di ocra rossa, della quale oggi rimangono solo alcune tracce. Purtroppo questo tempio, denominato rosso, non è attualmente visitabile perché oggetto di studio, restauro e tutela della Sovrintendenza.
Sulla destra della rampa è presente un reperto di notevole interesse, un lastrone trapezoidale in calcare situato sopra tre supporti, si presume fosse una tavola per le offerte sacrificali, dotata di coppelle e costellata di sette fori passanti sui bordi. Nella parte sottostante si trova un foro naturale interpretato come inghiottitoio, forse funzionale a qualche particolare culto del mondo infero.


Probabile tavola per le offerte
Probabile tavola per le offerte
                                                   
Particolare della lastra

Particolare delle coppelle 
Particolare del foro passante
                                               
Nelle vicinanze della lastra sacrificale è presente una pietra pseudo-sferica in arenaria ben rifinita e dotata di piccole coppelle, si presume avesse la stessa valenza sacra dell’omphalòs nella religione dionisiaca, ma non è da escludere l’interpretazione di una simbologia astrale (l’uovo cosmico presente in tantissime religioni dell’antichità). 


Omphalòs

                                                             
                                                                                 Omphalòs
La sua collocazione attuale non è quella originaria, esso fu infatti rinvenuto oltre il muro che delimita l’area archeologica. 
Accanto all’onphalòs è stata collocata un’altra pietra sferoidale in quarzite proveniente dalla stessa area, anch’essa è dotata di coppelle.


Pietra sferoidale in quarzite
Sul lato opposto della rampa è presente un grande menhir in calcare squadrato alto m 4,44; la sua probabile appartenenza ad un epoca antecedente la costruzione dell’altare sacrificale testimonierebbe la sacralità dell’area ancor prima della costruzione del tempio rosso.


Menhir

                                                      
                                                                       Menhir
Nell’area furono rinvenuti numerosi idoletti femminili di tipo cicladico, una stele in pietra calcarea con un disegno a losanghe e spirali, una stele rettangolare in granito recante su entrambi i lati l’effige di una figura femminile filiforme.

L’altare di Monte d’Accoddi viene spesso definito piramide a gradoni per comparazione con i monumenti mesopotamici di pianta simile, però questa comparazione è solo ipotetica in quanto la sommità gradonata attualmente visibile è il risultato di una ricostruzione recente. L’intero complesso mantiene comunque un fascino che né le ricostruzioni più o meno arbitrarie, né le devastazioni dell’ultimo conflitto mondiale e dell’incuria del passato, hanno saputo occultare.
Oggi è visitabile gratuitamente tutti i giorni, esclusi la domenica e i festivi, grazie all’impegno del comune di Sassari che garantisce la presenza di archeologi e le visite guidate.




Fabrizio e Giovanna


I dati tecnici sono tratti da:
Ercole Contu, L'altare preistorico di Monte d'Accoddi
Alberto Moravetti, Gli altari a terrazza di Monte d'Accoddi

PALEONTOLOGIA: L'uomo di Neanderthal si estinse per l'invasione dell'uomo moderno


La scomparsa piuttosto repentina dell'uomo di Neanderthal dal continente europeo, avvenuta 40.000 anni fa, potrebbe essere dovuta alla massiccia invasione di uomini 'moderni' dall'Africa:il loro numero sarebbe stato dieci volte superiore a quello degli abitanti del Vecchio Continente.
Lo rivela uno studio dell'università britannica di Cambridgepubblicato su Science.
La ragione della scomparsa dei Neanderthal dopo 300.000 anni di dominio incontrastato in Europa e' sempre stata un'incognita. Paul Mellars e Jennifer French, due ricercatori del dipartimento di archeologia di Cambridge, hanno provato a svelare il mistero facendo un'analisi statistica dei reperti archeologici ritrovati nell'area del Perigord, nel Sud-Ovest della Francia, che ha la piu' grande concentrazione di siti di Neanderthal e uomini moderni di tutta Europa.
Leggi la news:
http://mysterium.blogosfere.it/2011/08/luomo-di-neanderthal-si-estinse-per-linvasione-delluomo-moderno.html

sabato 13 agosto 2011

ARCHEOLOGIA SARDA: TOMBE DEI GIGANTI




Le tombe di giganti sono monumenti sepolcrali collettivi in cui venivano deposti i morti di tutto il villaggio, forse dopo essere stati ridotti allo scheletro. La forma forma tipica di queste sepolture è quella della testa taurina, simbolo sacro dello stato di divinità che, insieme alla Dea Madre, proteggeva i morti nel loro cammino nell'oltretomba. 
Oltre che per onorare la memoria degli avi, i nuragici si recavano nelle tombe anche per la cerimonia della incubazione, durante la quale  il credente pregava e dormiva per parecchi giorni affinché durante il sonno i morti gli dessero  consigli e lo liberassero dagli incubi che lo assillavano.

Gigantinos si dividono in due grandi modelli:
-  LE TOMBE DOLMENICHE - derivate dai dolmen e spesso un'evoluzione di precedenti allèe couvertes.
Un esempio classico di quest'ultima tipologia di tomba dei giganti è S'Ena 'e Thomes che venne per l'appunto edificata ampliando una  precedente allèe couvertes. Sono costituite da una camera sepolcrale formata da un corridoio dolmenico, cioè una serie di ortostati (pietre infisse nel terreno verticalmente) coperte da lastre litiche a piattabanda e da un'esedra a forma di mezza luna che dà al monumento la classica forma a protome taurina (testa di toro). 


Corridoio ortostatico





Al centro dell'esedra trova posto la stele centinata alla cui base si apre un piccolo portello nel quale venivano introdotti i defunti. 


              Esedra della TdG di S'Ena 'e Thomes


Recenti studi hanno proposto la possibilità che i corpi venissero inumati interi e che la loro sepoltura all’interno della tomba avvenisse tramite il sollevamento di una delle lastre di copertura del corridoio funerario. 


Particolare del portello


Naturalmente quest’ultima operazione risultava estremamente complicata, infatti secondo la ricostruzione tipo delle TdG, esse risultavano ricoperte nella parte posteriore da un tumulo di terra (come avveniva nei Dolmen) che ne aumentava la monumentalità. Lo spostamento delle lastre doveva necessariamente avvenire rimuovendo una parte del tumulo, a meno che non si ipotizzi che una parte della copertura litica venisse lasciata libera da esso.


Coperture a piattabanda del corridoio funerario

La teoria dell’inumazione dei corpi interi dei defunti è suffragata dal ritrovamento di diversi scheletri in perfette connessione anatomica all’interno dei Gigantinos.
Secondo questa ipotesi il piccolo portello nel quale sembra impossibile far passare un corpo umano non scarnificato, rappresenterebbe il tema della falsa porta diffuso in quasi tutti i monumenti sepolcrali dell’antichità. Essa era considerata la linea di confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti.


Particolare della stele centinata dotata di portello

La discussione in merito alle due teorie è ancora in atto, anche perché nella maggior parte dei sepolcri antichi la falsa porta era solo simbolica, non presentava aperture vere e proprie (come avveniva presso gli egizi), quindi il portello d’accesso alla Tomba dei Giganti  doveva avere una qualche funzione pratica.
Aspettiamo il risultato degli studi degli esperti per avere maggiori informazioni, sulle quali poter formulare un’ipotesi plausibile.

LE TOMBE A FILARI - costruite con una tecnica prettamente nuragica, sono considerate più recenti rispetto a quelle dolmeniche anche se la questione è ancora in fase di dibattito accademico, perché i criteri di arcaicità sono molteplici e non ci si può limitare alla semplice tecnica costruttiva.
Un esempio tipico di tomba a filari è Sa Domu e s'Orku di Siddi edificata con grossi blocchi isodomi disposti a filari sovrapposti.


Esedra della TdG Sa Domu e s'Orku

La camera funeraria è aggettante (a forma di carena rovesciata) e termina con una fila di pietre a piatta banda (una fila di pietre che chiudono orizzontalmente il soffitto).


Corridoio funerario a filari

Particolare della copertura a piattabanda



A differenza di quelle dolmeniche queste tombe sono prive di stele centinata, anche se alcuni studiosi ritengono che proprio quella di Siddi avesse probabilmente la stele per via di una probabile decorazione che fa pensare al resto di una centina nell'ultimo filare di pietre collocate nell'ingresso.


Ingresso della TdG di Sa Domu e s'Orku

Questa tomba presenta al suo interno, sulla sinistra dell’ingresso, una nicchia che probabilmente aveva funzione votiva.


Nicchia interna della Tomba dei Giganti



La nicchia sulla sinistra dell’ingresso la si ritrova anche in alcuni Dolmen, come ad esempio quello di Sa Coveccada di Mores, un monumento sepolcrale ritenuto molto più antico delle Tombe dei Giganti.


Nicchia interna del Dolmen di Sa Covaccada



La sua presenza nella tomba di Siddi potrebbe quindi essere considerata una prova della sua arcaicità.
Come già accennato in precedenza la sola tecnica costruttiva non basta a determinare la datazione di una struttura architettonica, per quanto ne sappiamo i due modi diversi di costruire i Gigantinos potrebbero essere stati determinati semplicemente da differenti scelte stilistiche.






Fabrizio e Giovanna

ARCHEOLOGIA: TARQUINIA, SCOPERTA CAMERA SECONDARIA IN TUMULO REGINA

(ASCA) - Roma, 12 ago - Importante scoperta nella Tomba Reale aTarquinia: nel Tumulo della Regina una lastra di pietra sigillava l'ingresso di una nuova tomba etrusca. Dopo 2.700 anni, si legge sul sito della Necropoli di Tarquinia, patrimonio Mondiale dell'Umanita' Unesco, gli archeologi hanno rimosso la lastra di pietra che chiudeva l'accesso a una camera secondaria. Il ritrovamento e' avvenuto durante la quarta campagna di scavo dell'Universita' degli Studi di Torino, della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Etruria Meridionale e della Citta' di Tarquinia


leggi news originale: http://www.asca.it/regioni-ARCHEOLOGIA__TARQUINIA__SCOPERTA_CAMERA_SECONDARIA_IN_TUMULO_REGINA-627611--.html

venerdì 12 agosto 2011

CAGLIARI IN EPOCA SPAGNOLA




Nel 1479 Ferdinando d’Aragona, sposato da dieci anni con Isabella di Castiglia, ereditò a tutti gli effetti la corona del regno. Con la “Concordia di Segovia” i due sovrani promisero che sarebbero stati re di entrambi i regni pur mantenendo l’autonomia dei propri possedimenti con le loro istituzioni, i loro statuti e i loro brevi. Nacque così il Regno di Spagna.
Anche la Sardegna fu inserita nella rosa di tali territori con i brevi e gli statuti di origine pisana e la Carta de Logu di Eleonora d’Arborea.
Durante questo periodo si cercò gradualmente di contenere il potere feudale e fu introdotto nella società sarda il concetto di stato con la creazione di nuove figure istituzionali che rendessero conto direttamente alla Corona di Spagna.
Nel 1494 fu istituito il Consiglio d’Aragona, da quel momento in poi ci fu un ampliamento degli apparati militare, fiscale e giudiziario. Anche la religione subì un potenziamento e divenne un vero e proprio strumento di potere di cui si avvalevano i regnanti, coinvolgendo anche la produzione culturale, che fu fortemente condizionata dal clima antiriformistico.
Lo stato centrale,  nonostante l’ampliamento delle sue prerogative, entrò spesso in contrasto con i particolarismi locali che continuarono a  persistere.
Tale contrapposizione si manifestò in particolar modo all’interno degli Stamenti a partire dalla seconda metà del Cinquecento.
Gli Stamenti erano un’ istituzione creata nel 1355 dal sovrano aragonese Pietro IV il Cerimonioso, che si riunì con una certa regolarità dal 1421, quando le sue funzioni furono regolate da Alfonso il Magnanimo.
Il parlamento sardo era diviso in tre assemblee distinte denominate Bracci, quello reale che rappresentava le municipalità dell’Isola, quello militare composto da feudatari, nobili, signori e cavalieri e, infine, quello ecclesiastico che rappresentava l’alto clero.
Col passare del tempo si formò, soprattutto a Cagliari, una nobiltà ricca e potente che indusse gli spagnoli a scendere a compromessi. I problemi tra i due poteri si inasprirono quando, nel 1564, fu istituito l’organo burocratico della la Reale Udienza che consentiva ai vassalli di denunciare gli abusi subiti dai feudatari. Questi ultimi, temendo di perdere i loro privilegi, si associarono all’alto clero utilizzando lo strumento dell’Inquisizione al fine di  colpire il nuovo ceto di burocrati.
Il  Cinquecento, con la contrapposizione tra ceti alti e popolari, fu quindi un periodo di transizione che vide il passaggio dal medioevo all’età moderna.


La città di Cagliari, anche dal punto di vista difensivo, si presentava ancora fortemente arretrata, le fortificazioni medievali erano ormai inadeguate contro le nuove artiglierie e necessitavano degli opportuni adattamenti.
All'inizio del 1500 il viceré don Giovanni Dusay fece costruire tre bastioni, che però comportarono il sacrificio delle precedenti fortificazioni pisane.
Il primo bastione, che prese il nome dello stesso viceré, fu edificato nel costone roccioso posto di fronte alla Torre di S. Pancrazio per proteggere la porta dai tiri frontali. L’opera fu aspramente criticata e giudicata inutile dallo stesso re perché la sua grandezza impediva ai carri che trasportavano i rifornimenti di potervi passare.





Il secondo baluardo, denominato S. Creu fu realizzato sotto la chiesa di Santa Croce verso il quartiere di Stampace.





Più o meno nella stessa direzione fu costruito il bastione del Balice concepito per difendere la porta dell’Elefante.





Il terzo baluardo fu quello dello Sperone posto a difesa della porta della Leone (fu infatti chiamato anche baluardo della Leona), che non fu terminata a causa della morte del viceré. 






Fabrizio e Giovanna

Notizie tratte da:
Leopoldo Ortu, Storia della Sardegna
Antonello Angioni, Profilo storico della città di Cagliari
Massimo Rassu, Baluardi di pietra