Pagine

Visualizzazione post con etichetta Storia di Sardegna. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Storia di Sardegna. Mostra tutti i post

martedì 2 giugno 2020

Carestie, epidemie e congiure in Sardegna nel primo ventennio del 1800


Gli eventi che si delinearono all’inizio del 1800 in Sardegna si rivelarono in seguito determinanti per quei risvolti che portarono poi alla fatidica decisione di richiedere la fusione perfetta con la terraferma che si realizzò nel 1848.

Il 3 giugno 1802 Carlo Emanuele IV abdicò a favore del fratello, il duca d’Aosta, con il nome di Vittorio Emanuele I che, in seguito ad una nuova invasione dell’Italia settentrionale da parte dei francesi dopo lo scoppio di un’altra guerra tra la stessa e l’Inghilterra (alla quale i Savoia erano alleati), nel 1806, fu costretto nuovamente a cercare rifugio in Sardegna su una nave russa seguito dalla sua corte.

La presenza della corte, come in passato, non contribuì a migliorare il costume pubblico, mentre la situazione interna si faceva sempre più preoccupante nella zona centro-orientale dell’isola, dove si giunse addirittura ad una piccola guerra tra Fonni da una parte, e Villagrande e Villanova Strisaili dall’altra per questioni di pascolo e vi furono disordini particolarmente gravi anche a Tortolì. In seguito a questi disordini furono costituite due colonne volanti, una per la parte meridionale e l’altra per quella settentrionale dell’Isola, composte da militari e da magistrati con il potere di giudicare sommariamente, l’unico limite ai loro poteri era determinato dall’impossibilità di eseguire le condanne a morte senza l’approvazione del re.


Ad aggravare la situazione contribuirono anche le terribili carestie che flagellarono l’Isola dal 1802 al 1821, la più clamorosa fu quella del 1812 alla quale si deve il famoso detto “su famini de s’annu dóxi” (la fame dell’anno dodici) ancora oggi utilizzato. Nel 1811 contribuirono ad aggravare le due annate povere precedenti la mancanza di piogge ad aprile e un caldo eccessivo a maggio, nel frattempo infieriva un’epidemia di vaiolo e la mancanza di soldi rendeva difficile l’approvvigionamento dall’estero. Per far fronte a questi problemi furono adottate varie misure di emergenza, come obbligare gli agricoltori a denunciare la quantità di grano raccolta in eccesso rispetto ai bisogni delle famiglie ed ulteriori prelevamenti di fondi da varie amministrazioni particolari, come i Monti di soccorso e di riscatto. Si ricorse anche alla requisizione nelle campagne del grano necessario all’approvvigionamento delle città, dove veniva venduto a prezzo politico. Era perciò vietata l’esportazione del prodotto dalle città all’interno dell’isola, dove alla fine dell’anno il prezzo salì in maniera esorbitante. Chi non aveva soldi doveva dare per uno starello di grano (50 lt circa) uno starello di terra coltivabile (4000 m2). La conseguenza più immediata fu ovviamente l’aumento della delinquenza e l’emigrazione a Cagliari dei poveri che nei paesi non riuscivano a sopravvivere. Fu allestito un centro di raccolta per i profughi nel convento di San Lucifero, ma il grano a disposizione era insufficiente a garantire una regolare erogazione di cibo fino al raccolto successivo. Una commissione composta dai tre grossi commercianti Gaetano Pollini, Giacomo Ignazio Federici e Salatore Rossi fu incaricata di predisporre l’importazione di grano, ma la mancanza di soldi non permetteva loro di compiere questa operazione. Solo quando Vittorio Emanuele I promise di far fronte alla spesa impegnando il sussidio che per il mantenimento della famiglia reale gli era stato concesso a carico della sua cassa privata dal re d’Inghilterra, sussidio che gli veniva pagato a Malta, il Rossi poté raggiungere l’isola e acquistare 730 salme di grano e 200 barili di farina americana.

Malgrado le rigorose misure paventate ai produttori, il prezzo del grano si mantenne molto alto anche dopo il modesto raccolto del 1812 e le conseguenze furono gravissime, infatti crebbe il debito pubblico dello stato, entrarono in crisi le amministrazioni frumentarie dei municipi e aumentò l’indigenza degli agricoltori a vantaggio dei grandi proprietari che, essendo perlopiù preti e notabili, erano esentati dal pagamento dei tributi dei quali si avvantaggiavano i monti frumentari che si assottigliarono sempre di più provocando la decadenza dell’agricoltura stessa.


Il 1800 inaugurò anche una stagione di insurrezioni e congiure che provocarono un inasprimento delle misure restrittive da parte dei regnanti. Le prime avvisaglie furono le insurrezioni antifeudali del 1800 scoppiate a Thiesi e Santu Lussurgiu, seguite, nel 1802, dal tentato moto repubblicano da parte del Cilocco e Sanna Corda, rientrati in Sardegna dalla Corsica dove erano emigrati per radunare gli antichi seguaci dell’Angioj.

Nell’ottobre del 1812 nel capoluogo sardo fu organizzata una congiura borghese, nota come la “Congiura di Palabanda” dal nome della zona stampacina da dove partì (tra l’attuale orto botanico e il convento di Sant’Ignazio). Le origini della congiura si fanno risalire alle tendenze progressiste maturate durante i moti del 1794, allora il partito progressista lottava unito contro il nemico comune, ma ben presto si divise principalmente in due grandi aree, una decise di abbracciare ideali più moderati se non addirittura reazionari, più per convenienza che per reale senso di redenzione, mentre l’altra cercò di portare avanti quegli ideali che erano stati alla base del cosiddetto vespro sardo cercando collegamenti col movimento antifeudale. Come abbiamo visto, i vari congiurati subirono feroci repressioni e chi riuscì a sfuggire alla giustizia dovette riparare o in Corsica o in Francia in attesa che i tempi fossero maturi per una nuova era rivoluzionaria. In ogni caso vi era un viscerale desiderio di redenzione da quel governo esoso e inetto e le ambizioni democratiche non erano state debellate, ma aspettavano solo il momento propizio per potersi manifestare.  














Abbiamo avuto modo di osservare che fin dall’inizio del 1800 vi furono vari tentativi insurrezionali e questo dimostra il generale stato di insofferenza diffuso un po’ in tutta l’Isola e i sospetti di congiure erano sempre più reali. Nel 1812 la popolazione era esasperata dalla carestia che ormai assumeva i connotati di una piaga e i tempi potevano sembrare maturi per un riscatto che mettesse d’accordo un po’ tutti.

Sicuramente i congiurati di Palabanda pensarono questo quando decisero di attuare il loro piano progettato nell’abitazione dell’avvocato Salvatore Cadeddu, segretario dell’Università e tesoriere del Comune di Cagliari, uno dei noti “patrioti novatori” del periodo rivoluzionario, dove si riuniva un eterogeneo gruppo composto da studenti, popolani e piccoli artigiani. Non è chiaro se lo scopo della congiura fosse quello di cacciare nuovamente i piemontesi o porre sul trono Carlo Felice al posto di Vittorio Emanuele I, gli storici in tal senso non hanno ancora avuto riscontri che convalidassero l’una o l’altra teoria; in ogni caso il piano prevedeva che fra il 30 e il 31 ottobre i congiurati di Stampace varcassero la porta di S. Agostino, lasciata aperta da amici complici, per unirsi ai congiurati della Marina con i quali, grazie alla complicità di due sergenti e di altri militari, si sarebbero impadroniti delle armi della Real Marina, successivamente, dopo essersi uniti ai congiurati del quartiere di Villanova, avrebbero assediato il quartiere di Castello, dove risiedevano le autorità.




Nonostante il piano fosse ben combinato non fu possibile portarlo avanti perché uno dei congiurati, Girolamo Boi, raccomandò il suo amico Proto Meloni, sostituto dell’avvocato fiscale regio, di mettersi in salvo finché fosse in tempo. Quest’ultimo invece parlò della faccenda al suo capo, Raimondo Garau, il quale riferì la notizia al re che, a sua volta avvisò il comandante della piazza Giacomo Pes di Villamarina. Il comandante, nonostante non avesse ravvisato il pericolo di una congiura, intensificò la vigilanza, la quale sorprese di notte uno dei congiurati, Giacomo Floris, incaricato di collegare nella piazza del Carmine i congiurati di Stampace e quelli di Villanova, ma lo lasciò libero e gli offrì la possibilità di dare l’allarme ai complici.  Il Floris  ritornò nella piazza mandando nel panico tutti quanti e, dopo aver scartato la possibilità di portare avanti la congiura uccidendo il Villamarina sguarnito di speciali precauzioni all’alba del giorno seguente, decisero di abbandonare l’impresa.

Il governo si rese conto in ritardo della congiura e, per soffocare qualsiasi tentativo simile, promise l’impunità e premi in denaro a quanti avessero consentito la cattura dei capi; i congiurati furono così perseguitati e lo stesso capo della congiura fu giustiziato.

La congiura di Palabanda può essere considerata l’ultimo atto dei moti di fine Settecento che, purtroppo ebbero come conseguenza una recrudescenza delle azioni repressive da parte del governo piemontese.

 

Fabrizio e Giovanna

 

Riferimenti bibliografici:

Leopoldo Ortu, Storia della Sardegna dal Medioevo all’Età contemporanea

Lorenzo del Piano, Giacobini e Massoni in Sardegna fra Settecento e Ottocento

venerdì 11 novembre 2016

EVENTI TUMULTUOSI E MOTI ANTIFEUDALI IN SARDEGNA



Gli ultimi anni del 1700 furono caratterizzati da grandi sconvolgimenti politici dovuti anche ai rapporti tra la Francia rivoluzionaria e la casata dei Savoia che ebbero inevitabili ripercussioni nell’isola. Con l’armistizio di Cherasco del 28 aprile 1796, seguito dal Trattato di Parigi del 15 maggio dello stesso anno, i Savoia mantennero il loro regno in cambio della cessione di Nizza e Savoia. Nell’agosto del 1794, dopo appena quattro mesi dai moti antipiemontesi, il viceré Vivalda sbarcò a Cagliari dove fu accolto con grande favore. 
Egli con una politica astuta seppe sfruttare le divisioni interne nominando il marchese Paliaccio della Planargia Generale delle Armi e Gerolamo Pitzolo Intendente Generale.  Questi ultimi erano malvisti da coloro che facevano parte dell’area oltranzista (i cosiddetti novatori) per via delle loro posizioni sempre più moderate. La situazione era inoltre aggravata dal fatto che le nomine erano state imposte dall'alto senza rispettare l’antica tradizione  delle Terne la quale prevedeva che le nomine decise dal re derivassero dalla proposta di tre candidature dalla Sardegna. 
Questa procedura arbitraria ebbe l’effetto di far esplodere delle lotte interne che a Cagliari culminarono con gli omicidi eccellenti del Pitzolo e del Planargia nel luglio del 1795.  I due sventurati furono trucidati dal popolo sobillato ad arte da un regista occulto che qualche storico identifica in Giomaria Angioy. La controparte dei novatori era costituita dai Realisti, conservatori e reazionari che, facendo lega con i feudatari più retrivi,  posero la loro sede a Sassari, da sempre avversa alla capitale.  
La guerra civile partita da Cagliari ben presto si diffuse in tutta l’isola con l’esplosione della lotta antifeudale nel Logudoro.  
Approfittando dei torbidi cagliaritani, la nobiltà conservatrice sassarese ed i feudatari logudoresi, sotto la presidenza dell’arcivescovo, persuasi che Cagliari fosse diventata giacobina e che tramasse con i francesi, inviarono al re un memoriale dove richiedevano la loro autonomia da Cagliari per dipendere direttamente da Torino. La missiva ebbe esito positivo per i sassaresi che videro il loro governatore ricoperto dell’autorità regia di sospendere tutti gli ordini viceregi che gli sembrassero contrari al pubblico bene.  In sostanza con questo provvedimento si vide autorizzata alla secessione. 
In risposta all'accusa del Capo di Sopra, gli Stamenti ed il viceré inviarono l’arcivescovo Melano che, con la mediazione del papa, giustificasse a corte i due omicidi eccellenti e ripresentasse le cinque domande.    
Siccome il governatore di Sassari continuava a bloccare i dispacci viceregi, gli Stamenti nominarono cinque delegati muniti di patenti viceregie, i notai Francesco Cilloco, Francesco Dore, Giovanni Onnis, Antonio Manca e l’avvocato Giovanni Falchi, con l’incarico di verificare la situazione del Capo di Sopra e far circolare un deciso pregone della cancelleria viceregia. 
Intanto il 25 settembre del 1795 i feudatari del Capo di Cagliari avevano prudentemente sospeso la riscossione dei tributi incerti, evitando così l’estendersi nel meridione della Sardegna della lotta antifeudale che nel nord era sostenuta ed alimentata dai parroci di Semestene, Florinas, Sennori e Torralba.  I parroci di questi paesi erano sodali dell’avvocato Gioacchino Mundula e del notaio Francesco Cilloco, il quale infiammò gli animi dei thiesini convincendoli ad abbattere il castello feudale e a stipulare un patto di mutuo soccorso con i paesi di Bessude e Cheremule fino al completo riscatto del feudo. 
Il 28 dicembre, il Mundula ed il Cilloco, a capo di circa quattromila armati, si presentò alle porte di Sassari che si arrese quasi subito, ma, essendo fuggiti i feudatari, gli insorti si dovettero accontentare di prendere prigionieri l’arcivescovo e il governatore. I due con una numerosa scorta di armati si diressero verso Cagliari, sicuri di ottenere una generosa ricompensa dagli Stamenti in cambio dei due prigionieri, ma a Cagliari il vento era rapidamente cambiato e stava prendendo piede l’ala moderata. Giunti nella capitale furono infatti ricevuti da una delegazione che distribuì denaro ai capi della turba e prese in consegna i due prigionieri. Nel frattempo nel Logudoro divampava ancora la rivolta.  



A questo punto i tempi erano maturi, ed il viceré con una mossa astuta fece entrare in gioco Giovanni Maria Angioy, che sia per il largo seguito di cui godeva che per la sua posizione di giudice della Reale Udienza spiccava tra tutti gli attori di quell’ultimo scorcio del diciottesimo secolo; lo inviò da prima a sedare una rivolta ad Iglesias (che sedò in poco tempo), poi lo nominò Alter-nos con l’incarico di riportare l’ordine nel Capo di Sopra.  Nel nord Sardegna la situazione era più complicata, perché i feudatari del Capo di Sopra e l’ormai prigioniero governatore Santuccio contrastavano lo stesso viceré da posizioni ultrarealiste e i contadini per una volta compatti si muovevano contro i feudatari.  
D’altra parte per il Vivalda qualunque risultato l’Angioy avesse ottenuto sarebbe andato benissimo, infatti se l’Alternos fosse riuscito nella sua missione avrebbe risolto il problema della rivolta degli antifeudatari, se avesse fallito sarebbe caduto l’uomo di punta del’ala più estrema dei “democratici”.  Il 13 febbraio 1796 l’Angioy partì alla volta del capo di sopra, sicuro che a Cagliari i suoi alleati e soprattutto le milizie cittadine in mano a Vincenso Sulis gli sarebbero rimasti fedeli.  Non poteva immaginare che di li a poco, lo stesso Sulis l’avrebbe abbandonato dietro le lusinghe di personaggi come il canonico Sisternes de Oblites, il Cabras, il Pintor e altri della stessa risma.  Durante il suo viaggio verso Sassari fu acclamato dagli abitanti dei paesi in rivolta.




Nei  primi sei mesi del 1796 le sorti di Giovanni Maria  Angioy precipitarono e decise di ritornare a Cagliari per chiedere pacificamente l’abolizione del feudalesimo accompagnato da contadini e prinzipales, però si sparse la voce che l’arcivescovo Melano stava per ottenere l’amnistia regia e la privativa delle cariche e delle prebende ai sardi, fu quindi dichiarato fuorilegge con una taglia sulla testa e a chiunque l’avesse abbandonato fu promesso il perdono.  Trovò una forte resistenza a Macomer e Oristano e fu abbandonato dai suoi compagni in cambio del perdono, decise quindi di ritornare a Sassari e il 17 giugno si imbarcò da Porto Torres e morì esule a Parigi nel 1808. 


Fabrizio e Giovanna


giovedì 28 aprile 2016

28 APRILE 1794 - SA DIE DE SA SARDIGNA




Come anticipato nel precedente articolo LA RESISTENZA DEI SARDI ALLA FRANCIA RIVOLUZIONARIA,  la  grossa disparità tra sardi e piemontesi nell’assegnazione dei premi per la resistenza alla Francia rivoluzionaria fu il fattore scatenante delle rivendicazioni che culminarono con la cacciata dei piemontesi.
I tre Stamenti dopo una lunga e animata discussione formularono le famose cinque domande che una delegazione presentò alla commissione torinese:
  1. riunire nuovamente i Parlamenti ogni dieci anni,
  2. riconfermare tutti gli antichi privilegi,
  3. riservare esclusivamente a persone indigene tutti gli impieghi civili e militari medio - bassi,
  4. creare a Torino uno speciale ministero per le questioni dell’Isola,
  5. istituire a Cagliari un Consiglio di Stato per il controllo di legittimità anche nei confronti dell’operato dei vicerè.

La delegazione non fu mai ricevuta dalla commissione incaricata dal sovrano di prendere in esame la questione e la risposta alla petizione arrivò direttamente al viceré.
L’esasperazione per l’indifferenza del sovrano e per l’atteggiamento negativo e provocatorio del vicerè Balbiano si accentuò ancor di più a causa delle beffe che i funzionari piemontesi si facevano dei sardi.
 A Cagliari si respirava aria di congiura: si avvicinava la festa di Sant’Efisio, ottima occasione per una rivolta di massa, ma il viceré lo seppe per tempo e organizzò una controffensiva.
Riportiamo la testimonianza fornitaci da alcuni testimoni che al tempo assistettero agli eventi:
Il 28 aprile 1794 i soldati del reggimento svizzero Schmith presero posizione e
verso mezzogiorno furono rinforzati i corpi di guardia a tutte le porte, tanto del Castello, come della Marina.
Verso le tredici una compagnia di granatieri dello stesso reggimento scese dalla Porta Reale, dirigendosi verso Stampace.


Gran parte dei granatieri si dispose in cerchio attorno all'abitazione dell’avvocato Vincenzo Cabras per notificargli un ordine di arresto che si estese al genero del Cabras, Efisio Pintor, anche lui avvocato.
Essi dovevano essere arrestati perché considerati pericolosi rivoluzionari.
I prigionieri furono rinchiusi nella torre di San Pancrazio e i granatieri si barricarono all’interno del quartiere di Castello che subì ben presto l’assalto del popolo. 



I familiari degli arrestati corsero per il popoloso quartiere di Stampace, chiamando a raccolta quanta più gente potevano.
Il viceré mostrò dall'alto del bastione i due prigionieri al popolo, per smentire la notizia della loro uccisione, ma le campane di Stampace avevano suonato all'unisono con quelle della Marina e di Villanova scatenando la pronta reazione degli abitanti dei due sobborghi. 




Una parte corse alla porta di Villanova, un’altra a quella di Gesù, altri verso la Darsena e il Molo.
La folla, superata la resistenza dei soldati, aprì le porte che tenevano divisi i sobborghi tra loro e si diresse compatta verso la porta di Castello.



Mentre quest’ultima bruciava, lunghe scale furono appoggiate alle muraglie dov'erano alloggiati i cannoni e in breve tempo il quartiere fu invaso.
Il viceré trovò scampo nel palazzo arcivescovile e i soldati si arresero al popolo.



Lo scontro fu di breve durata e in poco tempo fu conquistato il palazzo viceregio e tutta la città si trovò nelle mani degli insorti.
Il 30 aprile il viceré Balbiano salì sulla nave veneziana diretta in Italia  che salpò il 7 Maggio 1794.
Il popolo acclamò viceré il marchese di Laconi, prima voce dello Stamento militare, ma il potere, secondo gli usi del Regno, fu trasferito alla Reale Udienza.

L’esempio fu presto seguito dalle altre città sarde.


Fabrizio e Giovanna

sabato 23 aprile 2016

LA RESISTENZA DEI SARDI ALLA FRANCIA RIVOLUZIONARIA




Il re Vittorio Amedeo III (1773-1796), succeduto al padre Carlo Emanuele III, manifestò subito la sua dedizione alle armi; congedato il Bogino e gli altri ministri del regno, provvide infatti a spendere denaro in fortificazioni e  divise militari.

Nel frattempo l’ondata rivoluzionaria della Francia si fece sentire in tutta Europa e il re, dopo aver tentato di guidare un lega italiana antirivoluzionaria, respinse nel 1792 la richiesta francese di un’alleanza per condurre la guerra contro l’Austria.

Il motivo di tale rifiuto fu determinato dalla politica retrograda di Vittorio Amedeo III  che fece della città di Torino il rifugio degli aristocratici fuoriusciti e il centro di intrighi con l’Austria e con la Prussia per l’organizzazione di una crociata antifrancese.
A quel punto la guerra divenne inevitabile e, fra il novembre 1792 e il gennaio 1793, furono annesse alla Francia Nizza e Savoia.

Le attenzioni degli antirivoluzionari furono rivolte essenzialmente all'organizzazione dell’attacco alla Francia, meno ad approntare una difesa adeguata agli attacchi che ben presto dovettero subire; uno di questi fu indirizzato proprio alla Sardegna, che veniva considerata una facile conquista grazie al malcontento degli abitanti contro il governo piemontese e, il 21 dicembre del 1792, una grossa squadra navale francese comparve davanti alla città di Cagliari.


Nel mese di gennaio del 1793 la nobiltà, il clero e i mercanti sardi, preoccupati per il tentennamento del viceré Balbiano, decisero di prendere in mano la situazione e organizzarono e finanziarono la resistenza.
I Francesi nel frattempo presero Carloforte, ribattezzandola l’isola della Libertà, sbarcarono a S. Antioco e il 14 febbraio, dopo essere sbarcati al Margine Rosso, iniziarono a bombardare la città di Cagliari. 

Dopo tre giorni, un forte vento investì il golfo sbattendo sul litorale di Quartu le navi francesi che sospesero i bombardamenti per i danni subiti e il 20 lasciarono il golfo di Cagliari.
L’unico presidio francese presente nel meridione dell’isola rimase a Carloforte e a Sant'Antioco.
Il 24 febbraio Napoleone Bonaparte bombardò La Maddalena con l’obiettivo di prendere la guarnigione per poi  trasferirsi a Palau ed occupare la Sardegna settentrionale, ma fallì miseramente per l’ammutinamento della corvetta francese d’appoggio.
Il 25 maggio, in seguito all'attacco delle navi alleate spagnole, si arrese anche l’isola di San Pietro.

Vincenzo Sulis nella sua Autobiografia riporta un episodio curioso avvenuto in prossimità della Torre dei Segnali dove fu sistemata una batteria che controllava il tratto di costa tra Cala Mosca, Sant'Elia e tutta l’attuale spiaggia del Poetto. 



La torre, fu infatti bersagliata incessantemente, durante tutta la permanenza della flotta francese nel golfo di Cagliari, ma il nemico colpì sempre nello stesso punto, cioè sul basamento di roccia viva, lasciando il piccolo fortino illeso.

Dopo la ritirata dei francesi il sovrano si dichiarò disponibile a premiare i più meritevoli, ma vi fu una grossa disparità tra piemontesi e sardi; tale disparità fu la causa scatenante delle rivendicazioni sfociate in quella che passò alla storia come Sa die de sa Sardigna di cui parleremo a breve.

Fabrizio e Giovanna

martedì 26 gennaio 2016

IL RIFORMISMO SETTECENTESCO IN SARDEGNA


Nel precedente post LA SARDEGNA E LE FORTIFICAZIONI CAGLIARITANE NELLA PRIMA METÀ DEL 1700  abbiamo affrontato il tema riguardante il primo periodo di governo piemontese, le sue azioni volte a dare una soluzione di continuità al fine di non entrare in contrasto con la realtà isolana e i tentativi di ripopolamento attuati dal Rivarolo per combattere l’arretratezza economica e le attività criminali.


Nei primi 50’anni di governo piemontese mancò un’organica visione delle necessità dei sardi e degli interventi necessari a risanare i settori produttivi; la situazione era resa ancora più critica dalla mancanza di una classe dirigente indipendente dai feudatari e dagli ecclesiastici che detenevano la maggior parte dei territori.

Tra il 1755 e il 1758, furono convocate numerose giunte per decidere le misure da adottare per risanare la difficile situazione in cui si trovava la Sardegna, a tal fine si esaminarono, discussero e rielaborarono tutte le informazioni disponibili e i piani fino ad allora ideati per il suo rifiorimento.

Ai congressi prese parte il conte Bogino, partecipante in qualità di responsabile della Segreteria di Guerra che dal 1720 gestiva il controllo delle aziende e degli approvvigionamenti militari. A differenza dei precedenti governanti, il Bogino attese al suo impegno con un interessamento, una energia e un dinamismo del tutto nuovi rispetto al passato. Mentre fino ad allora i tentativi per migliorare la vita economica sarda erano stati tutti di intervento esterno, come la colonizzazione di zone disabitate e la spinta all’impianto di manifatture, generalmente da parte di stranieri, egli si occupò di potenziare e migliorare le risorse esistenti come le miniere e l’agricoltura.

Dal 1758 si inaugurò così il periodo boginiano la cui azione si fece sentire in tutti i settori fino al 1773, quando fu licenziato dal nuovo re Vittorio Amedeo II.

Nel 1759 il re Carlo Emanuele III affidò al conte Bogino la direzione unica di tutti gli affari riguardanti la Sardegna esautorando il vicerè.

Il corpus di regolamenti, istruzioni e relazioni elaborati dal Bogino diventarono il punto di riferimento per tutti gli interventi futuri. La sua attività impersonava la nuova tendenza politica accentratrice dell’età delle riforme, che, presentandosi come una prosecuzione di quanto era in vigore nel passato, cercava nella tradizione la propria legittimazione. La filosofia ispiratrice della politica delle riforme era quella di attuare una innovazione che amava presentarsi come prosecuzione di quanto era precedentemente in vigore e che nel passato cercava la propria origine e legittimazione.

Bogino concentrò nelle sue mani la direzione della vita politica, religiosa, giudiziaria ed economica dell’Isola, seguì personalmente tutti i problemi ed esercitò un ferreo controllo sull’operato di coloro i quali erano preposti ad applicare le sue direttive. I progetti che il ministro tentò di realizzare per promuovere il “rifiorimento” dell’economia isolana non ebbero l’organicità che caratterizzava i suoi interventi in campo amministrativo e culturale e non sempre conseguirono gli effetti sperati. Nelle intenzioni del sovrano e dello stesso ministro l’obiettivo principale era quello dello sviluppo economico della Sardegna dal quale poteva scaturire l’aumento della “felicità” del regno. 

Avvalendosi della corrispondenza con l’intendente generale e delle relazioni dei vari funzionari, il Bogino elaborò piani per la rinascita economica dell’Isola, ma la sua azione riformatrice fu episodica e frammentaria, rivolta più a salvaguardare gli interessi dello stato patrimoniale che a promuovere il progressivo benessere delle popolazioni.
Egli non affrontò i due problemi di fondo della società sarda, la presenza e la persistenza dell’anacronistico regime feudale, con tutti gli abusi, i privilegi e i gravami che esso comportava e la comunione delle terre, ancora godute collettivamente in un sistema arcaico che metteva in perenne contrasto pastori e contadini. Non operò nel campo delle infrastrutture, non provvide cioè a creare una rete stradale che favorisse il commercio interno e creasse sbocchi verso approdi costieri, e neppure orientò i Sardi verso il mare con iniziative che portassero alla formazione di una marineria mercantile nazionale, condizione necessaria per far uscire la popolazione dall’ isolamento.

Un altro settore non sufficientemente curato dai riformatori piemontesi fu quello delle manifatture e delle industrie, che costituiva un terreno ancora vergine dove molto poteva essere fatto: basti pensare alle notevoli risorse minerarie suscettibili di intenso sfruttamento. Vero è che numerosi imprenditori privati si proposero di impiantare nell’Isola cartiere, saponifici, vetrerie, fabbriche tintorie, ecc., ma i vari tentativi, quando uscirono dallo stato di semplice progetto, fallirono tutti. La ragione più profonda di tali insuccessi va ravvisata anche nel difetto di preparazione tecnica, da porsi in relazione all’arretratezza culturale della classe dirigente sia piemontese che sarda.

Nonostante tutto, qualche risultato fu raggiunto nel campo della cultura, un primo provvedimento nel campo dell’istruzione superiore si ebbe nel 1759, durante il viceregno del conte Tana, quando venne istituita a Cagliari una scuola di chirurgia affidata al professore piemontese Michele Plazza che, essendo anche studioso di scienze naturali, si occupò pure di geologia e mineralogia.

I successi maggiori furono registrati nel riordinamento degli studi universitari. Nel 1764 avvenne la rifondazione dell’Università di Cagliari e nel 1765 quella di Sassari; per entrambe le università le facoltà erano quattro: teologia, leggi, medicina e filosofia, più tardi si aggiunse quella di chirurgia.
Il palazzo dell’Università di Cagliari fu costruito sotto la direzione dell'ingegnere militare piemontese Saverio Belgrano di Famolasco, che, dal 1761 al 1769, realizzò in Sardegna opere di fortificazione ed edifici sia pubblici che privati.





Altri provvedimenti nel campo dell’istruzione e della cultura riguardano la creazione dell’Archivio di Stato di Cagliari nel 1763 e la fondazione, sempre a Cagliari, della Stamperia Reale per la pubblicazione degli atti governativi, di libri scolastici e di divulgazione agraria.

Nel settore dell’economia l’attività riformatrice sabauda si snodò verso due indirizzi, uno teorico facente capo al libro del padre gesuita Francesco Gemelli, Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento della sua agricoltura, e l’altro pragmatico che ebbe il suo esponente più rappresentativo nell’economista cagliaritano Giuseppe Cossu. Il primo indirizzo era conforme alle vedute e agli orientamenti della dominante dirigenza subalpina, mentre il secondo rappresentava una posizione più autonoma, ma pur sempre subalterna, di un esiguo gruppo di funzionari locali.

Il libro del gesuita  peccava di eccessiva astrattezza e mal si adattava ad essere assunto come programma di riforme; pretendeva, infatti, che quei principi validi nella quasi generalità dei casi, potessero essere applicati anche all’economia sarda che il suo autore non conosceva a fondo. I rimedi da lui proposti, come ad esempio l’abolizione della comunanza delle terre, la costruzione di fattorie, l’impianto di prati artificiali ecc., erano fuori dalla realtà isolana perché indicavano soluzioni in evidente contrasto con l’ordinamento feudale vigente, con gli indirizzi fiscali della politica economica piemontese e con la cultura e la storia locali.

Colui che invece può essere considerato il primo economista sardo dei tempi moderni e precursore della «rinascita» è il dott. Giuseppe Cossu, storiografo, alto funzionario e scrittore di materie economiche, che dimostrò di possedere una visione ampia e sicura delle condizioni storiche e ambientali della Sardegna, di conoscere le reali esigenze e di saper indicare i mezzi e i modi del suo effettivo rinnovamento nella continuità con il passato, senza stravolgere con soluzioni rivoluzionarie gli equilibri esistenti. Egli, in tempi di generale decadimento economico e sociale, seppe tracciare le vie maestre per evitare le funeste conseguenze di una generale depressione e, insieme, indicare gli accorgimenti pratici per adeguare le riforme governative alle condizioni e possibilità dell’ambiente naturale ed umano.

In conclusione si evidenzia che quel poco che era stato possibile ottenere dall’azione riformatrice fu merito degli sforzi di uomini come il Cossu, che vedevano una soluzione valida nel collegare la realtà delle usanze comunitarie alle strutture geo-morfologiche ed economiche con l’ausilio delle nuove possibilità tecniche.



Fabrizio e Giovanna





Riferimenti bibliografici:

 

giovanni murgia, La società rurale nella sardegna sabauda (1720-1847)
luigi bulferetti, Le riforme nel campo agricolo nel periodo sabaudo   
lucetta scaraffia, La sardegna sabauda
carlino sole, La Sardegna Sabauda nel  Settecento
Francesco Gemelli, Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento della sua agricoltura
cossu Giuseppe, Descrizione geografica della Sardegna, a cura di Isabella Zedda Macciò

girolamo sotgiu, L’età dei Savoia, in “La Sardegna. Enciclopedia”, vol. I

lunedì 20 aprile 2015

LA SARDEGNA E LE FORTIFICAZIONI CAGLIARITANE NELLA PRIMA METÀ DEL 1700


Il primo periodo di amministrazione sabauda fu caratterizzato soprattutto dalla precarietà del rapporto con la realtà isolana.
Inizialmente i Savoia cercarono di conservare l’autonomia degli ordinamenti isolani, ma nel contempo fecero del loro meglio per mantenere le prerogative della sovranità. Questo atteggiamento fu determinato da una prudente valutazione politica nella quale influiva, da un lato, la preoccupazione di abituare soprattutto i ceti privilegiati alla nuova dominazione, da un altro lato, influivano invece considerazioni di politica internazionale.
Coerentemente a questo proposito, il 31 dicembre del 1721, fu istituito a Torino il Supremo Consiglio di Sardegna, un organo consultivo del governo che ereditò le attribuzioni del Supremo Consiglio d’Aragona, mentre la Reale Udienza, l’organo collegiale creato in epoca spagnola al fine di amministrare la giustizia, continuò ad esercitare le sue funzioni; rimasero in vigore anche quei privilegi concessi dagli aragonesi e spagnoli alle sette città regie e quelli conferiti attraverso diplomi speciali ad altri territori e paesi.
Poiché la dominazione spagnola aveva lasciato un‘impronta significativa sugli usi e costumi, si pensò di non apportare innovazioni significative e drastiche, ma di introdurle in maniera impercettibile partendo dalla lingua italiana che doveva subentrare al castigliano in modo tale da farlo cadere in disuso.
Il re Vittorio Amedeo II (1720-1730), appena preso possesso del Regno di Sardegna, si  occupò del sistema fortificatorio della città di Cagliari concentrando la sua attenzione alle opere necessarie a proteggere il quartiere di Castello dalla parte di Villanova e di San Pancrazio. La progettazione e la direzione dei lavori furono affidati all’ingegnere militare Felice De Vincenti che si occupò anche delle fortificazioni di Alghero e progettò i lavori della nuova chiesa di N. S. di Bonaria e il modello in legno che fu esposto per la prima volta a Cagliari nel 1722.
Ancora oggi si può ammirare la fortificazione della cittadella di San Pancrazio con i due bastioni del Beato Emanuele (incluso tra viale Buoncammino e via Belvedere)


di San Filippo (incluso tra viale Buoncammino e via Anfiteatro)




 

Nella zona d'ingresso denominata S'Avanzada, nell'attuale via Ubaldo Badas, è presente un'iscrizione incastrata sulla muraglia che ricorda le opere di sistemazione delle fortificazioni, tale iscrizione si trovava nell'arco della porta detta d'Aprémont che ora non esiste più. 


Il re Carlo Emanuele III (1730-1773) nel primo periodo del suo regno, rimasto coinvolto nelle guerre di successione polacca e austriaca, esplicò un’intensa azione diplomatica e militare volta sia a rafforzare la posizione dello stato sabaudo nel contesto europeo, sia ad ottenere ulteriori ingrandimenti territoriali nella Pianura Padana.
I diversi viceré che si avvicendarono dal 1731 in poi, si trovarono alle prese con gli stessi problemi che avevano impegnato senza grandi risultati i loro  predecessori, come il banditismo e il commercio isolano. Per quanto riguarda il primo problema, ebbe maggior rilievo l’azione del viceré marchese di Rivarolo (1735-‘38), anche se la sua azione era volta a curare più i sintomi che le cause dei mali che affliggevano l’Isola; egli, infatti, concentrò i suoi sforzi sul problema dei malviventi senza risalire alle ragioni del malessere sociale che si celavano dietro le attività criminali, prima fra tutte il fatto che l’azione della legge non fosse in grado di proteggere l’individuo contro le malefatte e le prepotenze mettendolo nella necessità di tutelarsi da se medesimo e di vendicare i soprusi ricevuti. Ricorse a vari mezzi per estirpare il banditismo come incorporare i delinquenti minori nel reggimento di Sicilia e colpire i favoreggiatori e i conniventi, ma fu una quiete raggiunta con la forza e non poteva essere, di conseguenza, né consistente né duratura.

Durante questo viceregno si realizzarono diverse opere all’interno della città di Cagliari, furono infatti ristrutturati gli interni del palazzo regio ad opera dell’ingegnere militare Augusto De La Vallee 


e, nel 1738, fu ultimata la costruzione della caserma di San Carlo in via Santa Croce, sul progetto iniziale del De Vincenti che prevedeva la realizzazione di una scuderia e di una caserma per reparti a cavallo. Sotto la direzione del De La Vallee la struttura fu ampliata e completata in modo tale da poter sistemare la truppa in maniera più organica.




  
Il Rivarolo ebbe anche il merito di occuparsi concretamente del problema riguardante il ripopolamento, ritenuto l’unico rimedio valido contro l’arretratezza dell’economia isolana, le scarse attività agricole e le attività criminali. Egli auspicava la fondazione di nuove ville e case per contenere l’aumentata popolazione da attuarsi col sistema delle cessioni in feudo di zone a chi si assumesse l’obbligo di ripopolarli ed allettando gli stranieri a stabilirsi nell’Isola con concessioni d’immunità. In ottemperanza alle disposizioni di Carlo Emanuele III, avviò nel 1736-’37, delle trattative con i rappresentanti di una colonia ligure stanziata in Tabarca, un’isoletta della costa tunisina, che versava in condizioni critiche a causa della popolazione in esubero e delle persecuzioni dei corsari barbareschi. La scelta del luogo da ripopolare cadde sull’isoletta di S. Pietro, che offriva buone possibilità per la pesca del corallo e per la creazione di una salina. Nei primi mesi del 1738 la colonia, denominata Carloforte in onore del re, contava più di settecento abitanti che salirono ben presto a più di un migliaio, e prosperò a tal punto che, a distanza di qualche decennio, altri tabarchini e liguri, imitati da alcune famiglie piemontesi, s’insediarono nella vicina isola di S. Antioco, fondandovi la comunità di Calasetta.

Nel 1750, sotto il viceregno del Valguernera, vi fu un’altra immissione di tabarchini a Carloforte riscattati dai tunisini e fu tentato un secondo tentativo di colonizzazione, quello di Montresta, una regione situata tra Alghero e Bosa, con coloni greci provenienti da Majna,  che però non sortì gli effetti sperati per le diatribe religiose che si scatenarono.
Sempre in questo periodo, per interessamento del padre Gian Battista Vassallo della Compagnia di Gesù, fu eretto nella città di Cagliari il Conservatorio della Provvidenza destinato a fanciulle orfane e povere[1].







Fabrizio e Giovanna




Bibliografia
Carlino Sole, Aspetti economici e politici del contrabbando fra la Sardegna e la Corsica nel XVIII secolo, “Studi Sardi”, vol. XIV (1955-56)
G. Manno, Storia di Sardegna, vol. III
Dionigi Scano, Forma Kalaris
Sorgia G. (a cura di),  Cagliari : la suggestione delle epigrafi




[1] Inizialmente ebbe sede in una casa in via San Giuseppe, poi, nel 1831, fu trasferito in piazza Indipendenza nel Collegio dei Nobili fondato nel XVII secolo