Pagine

giovedì 19 giugno 2014

I TEMPLARI: CHI ERANO COSTORO?








Iniziamo queste piccole riflessioni sui Cavalieri del Tempio parafrasando il don Abbondio di Manzoni, perché come il curato dei “Promessi Sposi” si chiedeva chi fosse Carneade, gli studiosi dell’Ordine si chiedono da sempre chi fossero i Templari.
La domanda che sia lo studioso o il semplice appassionato, al quale luccicano gli occhi al solo intravvedere una croce patente è: “Ma infondo chi erano questi Templari?”.
L’interlocutore si aspetta una risposta esauriente che in due parole soddisfi la sua curiosità, invece la questione è molto più complessa di quanto possa sembrare; infatti, chi erano i Templari?
Erano santi asceti, totalmente estranei alle lusinghe della vanità che come diceva San bernardo nel suo elogio alla Cavalleria spirituale contrapposta a quella mondana : “Si  tagliano i capelli corti avendo appreso dall'apostolo che è un'ignominia per un uomo curare la sua capigliatura. Non li si vede mai pettinati,  raramente lavati,  la barba irsuta pregna di polvere,  sporchi per il caldo nelle loro armature"?
Erano degli eroi che hanno versato il loro sangue per difendere la fede cristiana e i pellegrini che in nome di essa si recavano in Terra Santa, oppure, usurai, maghi, eretici, blasfemi e compromessi con gli infedeli?
Forse i Templari erano un po’ tutte queste cose insieme.
La contraddizione della loro esistenza non sfuggì agli uomini del medioevo, infatti fu un grosso problema fin dalle origini, questa figura ibrida di monaco e di guerriero, non fu accolta con entusiasmo da tutti i contemporanei, furono necessarie la competenza teologica e le doti di persuasione  di San Bernardo che al concilio di Troyes nel 1129, riuscì a far approvare la regola dell’ordine da lui redatta alle autorità ecclesiastiche, anche se il vero e proprio riconoscimento ufficiale lo ottenne il 29 marzo del 1139 con la bolla di Innocenzo II “Omne Datum Optimum” . 
Com’è noto un religioso non può versare il sangue di un altro essere umano, i Templari erano monaci che  avevano fatto voto di difendere la fede con le armi, la contraddizione evidente fu abilmente aggirata dall’abilità diplomatica di Ugo di Payns e da quella teologico - dottrinaria di Bernardo di Chiaravalle. Il primo Maestro dell’Ordine, Ugo di Payns, fece un vera e propria campagna promozionale, incontrando eminenti personalità della chiesa e della nobiltà, facendo non pochi proseliti e aumentando in maniera incredibile il numero dei suoi affiliati. Questi guerrieri di Dio, che incarnavano l’ideale di Cavalleria Spirituale, infiammarono il cuore di migliaia di rampolli della nobiltà europea, felici di poter dare sfogo alla loro violenza e voglia di avventura con la benedizione papale.
Dal canto suo San Bernardo sciolse il nodo della contraddizione  monaco-soldato, infatti affermò che il Templare non avrebbe dovuto combattere contro gli uomini, ma contro il male che in essi dimorava, siccome nei musulmani si trovava dimora il male dell’errore di fede, uccidendo l’infedele avrebbe ucciso l’islam e questo non poteva che essere un’opera meritoria.
Monaci molto particolari quindi i Templari, basterebbe questa strana figura di soldato di Dio per giustificare l’interesse verso l’Ordine del Tempio, ma la loro storia e i loro segreti rituali hanno dato adito a leggende e illazioni che in parte furono responsabili della loro rovina.
Analizziamo la caratteristica che li rese più famosi, quella di guerrieri.
I Cavalieri del Tempio, legarono indissolubilmente il loro destino a quello delle Crociate delle quali furono indiscussi protagonisti, erano uomini duri, forgiati dalle battaglie e da un durissimo addestramento. Uomini come questi non potevano certamente essere degli asceti e pii monaci, erano sicuramente dei feroci guerrieri e molto probabilmente nelle loro commende si respirava più aria di caserma che di convento. Modi di dire come: “Bere e bestemmiare come un Templare” probabilmente nascono dal comportamento dei Templari combattenti che rientravano in Europa dopo anni di servizio in Terra Santa. Considerando che nella loro regola era espressamente vietato intrattenere “inutili discussioni con chi non si conosce bene”, si può capire che questi “irsuti” monaci non riscuotessero grandi simpatie.
Un’altra accusa tipica rivolta all’Ordine era quella di essere degli usurai, questo probabilmente nasce anche dall’invenzione della lettera di cambio con la quale chi si recava in Terrasanta versava una somma in una commenda templare presente in Europa ricevendo in cambio una ricevuta con la quale poteva riscuotere il corrispettivo in una commenda di Terrasanta; naturalmente i Templari per fornire questo servizio ricevevano un compenso e da qui si sono accumulati ingenti patrimoni che sono valsi ai Poveri Cavalieri di Cristo la nomea di essere dediti all’usura anche se un’analisi più attenta farebbe propendere a ritenere che non si discostassero da quello che è attualmente la principale attività delle banche. Quando sono nate le varie maldicenze sulla ricchezza dei Templari, non si è forse tenuto conto degli altissimi costi che comportava mantenere un esercito attivo nelle terre d’ Outremer.
Per quanto riguarda l’accusa di eresia ne abbiamo parlato diffusamente nei precedenti articoli dei quali riportiamo alcuni passi. Il Capitolo segreto dei Templari aveva dei rituali ai quali non poteva accedere nessun estraneo all’Ordine, è quindi naturale che tale segretezza abbia fatto nascere sospetti e paure negli uomini del tempo.
Sono innumerevoli le accuse che colpirono l’Ordine del Tempio, vedremo di analizzarne qualcuna perché l’elenco completo richiederebbe uno sforzo simile a quello compiuto dalla fervida fantasia degli inquisitori dell’epoca.
Naturalmente noi crediamo che le accuse rivolte all’ordine scaturissero unicamente dalla cupidigia del re di Francia Filippo il bello e dal fatto che un ordine militare nato per le Crociate, una volta finite le guerre di Terrasanta fosse diventato un pericoloso e poco controllabile esercito in Europa, però cerchiamo comunque di dare una spiegazione sapienziale ai possibili atti “criminosi” dei Cavalieri.
Ai Cavalieri vennero imputati atti blasfemi come per esempio quello che vedeva il nuovo Templare all’atto dell’investitura sputare tre volte sulla croce e maledire il Cristo.
L’orribile crimine di sputare sulla croce e maledire Cristo trova una probabile spiegazione in ciò che i Templari acquisirono durante la loro permanenza in Terrasanta. Attraverso lo studio di testi antichi scoprirono che, alcuni millenni prima di Cristo, i popoli semitici usavano sacrificare il re, da loro considerato sacro, nei momenti di crisi, per rigenerare la terra e per dare nuovo vigore al Cosmo.
Gli antichi semiti sacrificavano il loro re sacro con modalità per noi sorprendenti: il re veniva fustigato in modo che il suo sangue nutrisse la terra, crocifisso ed esposto al vento del nord (anche il Golgota è esposto a nord) e nessun osso del suo corpo doveva essere spezzato (a Gesù non venne spezzato nessun osso, nonostante la frattura dei femori fosse una procedura standard della crocifissione romana).
Attraverso tali scoperte, i ranghi più alti dell’Ordine forse intesero la passione di Cristo come un progetto del popolo ebraico di sacrificare il re dei giudei per liberarli dall’oppressione dei romani. In effetti, è solo in quest’ottica che si può spiegare la volontà del popolo ebraico ad abbandonare Cristo, ed è sempre in quest’ottica che i Templari sputavano sulla croce, essi ripetevano in tal modo il sacrificio del re sacro, solo apparentemente abbandonato e disprezzato dal suo popolo, sicuramente con la speranza di redimere i peccati commessi dagli uomini della loro epoca.
Un’altra gravissima accusa fu quella di adorare una testa barbuta, Il Bafometto, per il quale l’intero Ordine dimostrava una particolare venerazione.
La sua ragione va probabilmente ricercata nelle radici celtiche del pensiero Templare. Com’è noto, l’Ordine aveva una venerazione molto grande per S. Giovanni Battista decollato, che può essere collegata al culto dei crani di origine celtica. In molti poemi irlandesi, infatti, i capi-eroi, al momento della morte, chiedevano ai loro compagni di essere decapitati e che la loro testa venisse portata sempre con loro. Dalla testa del capo i guerrieri traevano conforto e con essa intrattenevano piacevoli conversazioni (tracce di tale culto sono riscontrabili dalla notte dei tempi in moltissime culture, per esempio a Gerico, in Israele, sotto il pavimento delle capanne neolitiche venivano conservate le teste degli antenati).
Il Bafometto è stato definito dagli inquisitori la testa o del Demonio o di Maometto, volendo così accusare i Templari di adorare il Diavolo o il profeta degli infedeli, ma l’idolo barbuto dei Templari non ha niente a che vedere col satanismo o con l’Islam, ha un significato esoterico molto più profondo. Se l’adorazione per S. Giovanni Battista si può spiegare attraverso lo studio del pensiero celtico, quello per il Bafometto si deve analizzare attraverso la tradizione ermetica. In molte raffigurazioni il Bafometto (o quello che è stato interpretato tale) appare con due facce, una bianca e una nera; questa sorta di Giano Bifronte avente gli stessi colori del Baussant (vessillo che i Templari portavano in battaglia)  è stato interpretato dagli studiosi templaristi come un’ulteriore prova della visione “duale” dell’ideologia dell’Ordine. I Templari non adoravano il Bafometto come un feticcio fine a se stesso, ma propugnavano per suo tramite l’unione degli opposti, che sta alla base di tutto il pensiero spirituale e filosofico-sapienziale delle antiche culture. Forse è in questa chiave che vanno interpretati i loro rapporti con l’Islam, e in particolar modo col sufismo che è la sua parte più spirituale, intesi a riappacificarsi con esso con l’intento di trovare i punti di unione con il Cristianesimo e creare una religione unica che mettesse fine a tutte le guerre che si nascondevano sotto il vessillo della fede; in altre parole intendevano unire gli opposti religiosi. I Cavalieri cercavano la radice, il punto di partenza delle grandi religioni, perché erano convinti che Dio fosse “Uno” e che si manifestasse in diverse forme che dovevano giungere all’armonia tramite l’unione degli opposti poiché solo in tal modo si realizzava l’Unità tramite la quale si poteva raggiungere il vero Dio.
Questo era un progetto molto ambizioso che ancora oggi potrebbe sembrare assurdo e che i Cavalieri del Tempio pagarono con la tortura e con la vita.
I Templari furono un tentativo di costituire una cavalleria perfetta, il guerriero invincibile al totale servizio di Dio e degli ideali cristiani e cavallereschi.
Secondo San Bernardo questi cavalieri erano protetti dal male grazie alla loro fede e dai nemici dalle loro corazze, niente di meglio  quindi in un periodo nel quale era in atto un immane scontro di civiltà.
Purtroppo però gli alti ideali si scontrano sempre con i bisogni materiali, ci si rese presto conto che per una Crociata permanente era necessaria una grande quantità di denaro e da qui la necessità di procurarselo.
In pochi anni nelle casse del Tempio entrò tantissimo denaro sotto forma di donazioni in moneta, terriere e di rendite che lo resero il più ricco e potente ordine del medioevo, è facile capire come i suoi detrattori ebbero buon gioco nell’accusarlo di volersi arricchire smodatamente tradendo i voti delle origini.

Dopo questa breve e non esaustiva disamina sull’ordine del Tempio abbiamo le idee ancora più confuse, quindi alla domanda iniziale “Chi erano i Templari?”, non possiamo dare una risposta certa; infatti non sappiamo se i Templari furono soltanto dei puri cavalieri senza macchia e senza paura, armati dello scudo della  fede e della spada della parola di Dio, una setta esoterica dalla quale trassero ispirazione i contemporanei “Fedeli d’Amore”  di Dante Alighieri e Guido Cavalcanti e i moderni massoni, degli usurai, degli idolatri o dei simpatizzanti del Profeta. Crediamo fermamente che le fonti a nostra disposizione non potranno mai darci risposte certe e che ognuno di noi in base ai suoi ideali o alla sua fede, possa trovare in questi particolarissimi protagonisti del medioevo europeo moltissimi spunti di ricerca e di riflessione.
Attendiamo commenti e ipotesi da chiunque sia interessato a questo affascinante argomento.  



 Fabrizio e Giovanna


Riferimenti bibliografici:

Malcom Barber, "La storia dei Templari"
Giulio Malvani, "Della sapienzialità templare"


domenica 20 aprile 2014

IL SANTUARIO DI DELFI



Il santuario panellenico di Delfi, situato ad un’altitudine di 500 metri sulle pendici del monte Parnaso, fu il più importante santuario del mondo greco. 

Le due zone principali di cui si compone il sito archeologico sono separate dalla sacra fonte Castalia, in quella situata  più in basso sono presenti i resti di un ginnasio con palestra e bagni, il santuario di Atena Pronaia  ed una Tholos rotonda circondata da venti colonne doriche; La zona più alta comprende molti monumenti votivi, una lunga serie di Tesori come quelli  degli Ateniesi e degli Spartani, il Parlamento, la colonna ionica che sorreggeva la sfinge dei Nassi, la "roccia della Sibilla" con la tomba del serpente Pitone, tempio di Apollo, l'antico teatro e lo stadio dove si svolgevano i giochi pitici.

TESORO DEGLI ATENIESI

Il monumento simbolo del santuario, oltre al tempio di Apollo, è l’Omphalos che, secondo i greci, rappresentava il centro dell’universo.
Una tradizione infatti racconta che Zeus, volendo sapere quale fosse il centro del mondo, avesse liberato due aquile di pari forza da uno stesso punto in due direzioni opposte, il luogo dove esse si incontrarono fu appunto Delfi che da quel momento divenne il fulcro dell’universo segnalato da una pietra conica (betilo), l’Omphalos.

L’origine sacra del sito è probabilmente molto più antica del tempo in cui fu consacrato ad Apollo, infatti numerose evidenze archeologiche dimostrano la frequentazione cultuale nella famosa fonte Castalia, quasi sicuramente il fulcro da cui si sviluppò l’intero santuario.

Le prime frequentazioni furono quasi certamente di epoca micenea e, pur non sapendo la data ufficiale della consacrazione ad Apollo, possiamo comunque presumere che essa avvenne dopo la cosiddetta “invasione dorica”.
TEMPIO DI APOLLO

La modalità con cui avvenne questa consacrazione ci fa pensare ad una rottura con un ordine preesistente, infatti Apollo conquistò Delfi uccidendo il pitone o la dracèna, come definita nell’inno omerico ad Apollo, che custodiva la fonte Castalia.

Il mito ci racconta che il dio discendendo dall’Olimpo, dove il padre Zeus gli infuse l’arte mantica o della profezia (in altre tradizioni si afferma che Apollo abbia carpito quest’arte da Pan), si impegnò a cercare la  sua dimora sulla terra dove erigere un tempio in suo onore; dapprima si diresse alla fonte Telfusa che però lo convinse ad andare presso la fonte Castalia, custodita e protetta dalla Dracèna (un drago di sesso femminile), o un drago o pitone, comunque un grosso rettile dove stabilì il suo tempio dopo aver ucciso l’avversario con una freccia (che simboleggia il raggio del sole comandato dal dio).
COLONNE DEL TEMPIO DI APOLLO

Questa cesura col passato non intendeva cancellarne completamente il ricordo, infatti la donna che vaticinava gli oracoli del dio si chiamava Pizia o Pithia in ricordo della pitonessa uccisa dal figlio di Zeus quasi a voler simboleggiare un legame con il passato che, evidentemente i nuovi venuti non sentivano estraneo, come dimostrano i poemi omerici che parlano degli Achei per esaltare le origini e i valori dei greci.

Il santuario di Delfi ricoprì il suo ruolo di punto di riferimento spirituale per tutto il mondo ellenico e anche per le popolazioni che entrarono in contatto con i greci per più di mille anni, conoscendo il suo massimo splendore nell’epoca che siamo soliti chiamare classica attraverso alterne fortune fino a quando il fervore religioso dell’imperatore Teodosio ne decretò la distruzione.
AGORÀ ROMANA

Pausania nella "Descrizione della Grecia" del II secolo d.C, riferisce che tra i doni dedicati ad Apollo nel suo tempio a Delfi, trovava posto una statuetta del Sardus Pater, donata dai barbari che sono ad occidente ed abitano la Sardegna, indubbiamente parlava dei sardi; questo particolare ci chiarisce due concetti fondamentali: che i sardi  all’epoca  del dono (probabilmente nel VI secolo per celebrare la vittoria sul generale cartaginese Malco) avevano piena sovranità sull'isola e che il santuario delfico era un punto di riferimento anche per le popolazioni lontane dalla Grecia.
MURO POLIGONALE
Nel luogo sacro oltre ad Apollo veniva venerato anche Dioniso, altra figura importantissima (già menzionata precedentemente nei post ORIGINI DEL MITO DIONISIACO IL MITO DI DIONISO E SUOI POSSIBILI COLLEGAMENTI CON LA SPIRITUALITA’ DELLA SARDEGNA ANTICA - I PARTE) della spiritualità misterica del mondo greco, infatti Eschilo nelle Eumenidi dice che Bromio (epiteto di Dioniso) è il signore del luogo e che da li si mosse con il suo esercito di baccanti (le sacerdotesse seguaci del dio) per punire ed uccidere Penteo di Tebe.

Dioniso regnava su Delfi durante i mesi invernali, egli era simbolo di resurrezione e della ciclicità della natura, infatti, dopo il solstizio invernale le ore di luce vanno via via aumentando, il sole inizia la sua lenta risalita dalle tenebre, il figlio di Zeus e Semele rappresentava il sole dei morti che si avviava a nuova vita.

A Delfi non si svolgevano solo rituali religiosi, ma era molto importante anche per le gare Pitiche, seconde per importanza solo alle Olimpiadi, a differenza delle quali prevedevano oltre alle prove ginniche anche esibizioni poetiche, canore e musicali.
PARTICOLARE DEL TEATRO

Nel grande santuario greco non vi era differenza di prestigio tra gli atleti e gli artisti, essi infatti godevano di pari dignità, un caso purtroppo unico nella storia dell’umanità.
I vincitori di tali gare avevano il diritto di edificare dei monumenti in ricordo dei loro trionfi.

Una scritta all’ingresso del tempio di Apollo recitava “conosci te stesso”, questo era il più importante avvertimento che veniva dato al supplice che chiedeva il responso all’oracolo, esortandolo a prendere coscienza del proprio essere affinché entrasse in sintonia con il dio.

Dopo i rituali di purificazione e i sacrifici rituali, il devoto era ammesso alla presenza della Pizia che dava il suo responso seduta sul sacro tripode tramite versi incomprensibili, il sacerdote di Apollo interpretava il vaticino e lo metteva per iscritto, in prosa o in esametri.
VIA SACRA
Se le parole della Pizia erano incomprensibili, l’interpretazione del Sacerdote erano spesso stravaganti ed enigmatiche, molto spesso i vaticini dovevano essere interpretati vista la loro ambiguità.

Ricordiamo come caso esemplare quello di re Creso sovrano del potente regno di Lidia che si recò a Delfi in vista della sua imminente campagna militare contro la Persia di Ciro il grande per chiedere il parere della Pizia.
La risposta che ottenne fu: "Se Creso attraverserà il fiume Halys cadrà un grande impero".
Il re credette che il vaticinio gli fosse favorevole e mosse senza indugio contro i persiani, il suo esercito venne distrutto e venne fatto prigioniero da Ciro, fu così che il suo grande impero cadde e si avverò la profezia di Apollo.

In questo caso l’errata interpretazione della volontà di Apollo provocò la caduta di un grande regno, ma in alcuni casi le parole della pitonessa salvarono i devoti del dio.

Vista la grande importanza del santuario delfico, nessuna decisione importante poteva essere presa senza conoscere la volontà del figlio di Zeus.

Un esempio di interpretazione corretta dell’oracolo si può ritrovare nelle vicende di Atene e Sparta durante le guerre persiane: in occasione del tentativo di invasione da parte dell’esercito di Serse, sia gli ateniesi che gli spartani si rivolsero all’oracolo delfico per conoscere il loro destino. 

Nel caso di Atene la Pizia disse all'emissario che gli abitanti dovevano abbandonare la città e che la loro salvezza sarebbe stata un muro di legno; Temistocle utilizzò l’oracolo per convincere i suoi concittadini ad abbandonare la città e fare affidamento sulla potente flotta ateniese.
La sua interpretazione si rivelò esatta e le sue navi sbaragliarono quelle persiane, coloro che lo seguirono ebbero salva la vita mentre chi rimase in città morì sotto le macerie della stessa.

Nel caso di Sparta l’oracolo disse che per la salvezza della città sarebbe dovuto morire un re, probabilmente proprio queste parole spinsero re Leonida a resistere fino alla morte al passo delle TERMOPILI, dando così il tempo ai suoi alleati di organizzare una difesa adeguata contro gli invasori persiani.

A dimostrazione della grande importanza che il santuario rivestì per il mondo antico basti pensare che, nel corso dei secoli, sovrani e poleis lo arricchirono di splendidi monumenti e doni, come ad esempio il tesoro degli ateniesi, al fine di ingraziarsi la divinità e acquisire prestigio e grandezza agli occhi dei loro alleati o avversari.
MURO POLIGONALE CON IL TESORO DEGLI ATENIESI 
IN FONDO A SINISTRA

MONUMENTO DEI RE DI ARGO


Il discorso relativo alla storia e alla spiritualità del santuario delfico non si esaurisce con questo post, ma verrà approfondito in future riflessioni che intendiamo condividere.

Fabrizio e Giovanna
Foto di Nicola S.

mercoledì 16 aprile 2014

IL NURAGHE ORGONO DI GHILARZA





Il nuraghe Orgono si trova a circa 2 chilometri di distanza dal centro del paese di Ghilarza (OR) ed è raggiungibile dalla strada statale 131 DCN all’altezza del sesto chilometro.

Esso è un esempio di un nuraghe a corridoio allargato.


Nell’ingresso manca il corridoio di accesso: quello che sembrerebbe l’ingresso risulta infatti arretrato rispetto a quanto sopravvive del muro perimetrale più ampio. L’accesso alla camera era introdotto anticamente da due successivi ingressi con vano trasversale intermedio








Superato l’architrave, gli stipiti interni si allargano sensibilmente, mentre il soffitto s’innalza bruscamente per dare luogo alla grande e inusitata copertura che appare come la forma risultato di due fatti costruttivi: l’alto incontro delle pareti lunghe aggettanti e la copertura ad ogiva.


Nella camera si affacciano due grandi nicchie, alte e della stessa forma sub-quadrangolare, una per parte sfalsate:
Quella di sinistra appare sollevata di circa 50 cm dal suolo per una sorta di bancone, in tutta evidenza ben successivo all’impianto originale.


La seconda, a destra, mostra sul fondo una sorta di budello o pertugio-feritoia, che attraversa lo spesso muro nel “cuore” dell’ambiente.



Al fondo della camera si apre un’apertura relativamente bassa e attraverso questa si accede ad un deambulatorio di raccordo, profondo m. 2,5.


Da qui, dopo uno sviluppo a gomito, prende avvio una lunga rampa intermuraria ascendente, fornita di gradini eterogenei, e attraverso essa, dopo 11 metri si accede al piano rialzato.



Giunti alla sommità l'architettura è riconducibile a quelle dei nuraghes a sviluppo verticale. La torretta all’esterno presenta i paramenti murari realizzati in blocchi più regolari, disposti a filari, dalle dimensioni ben più contenute.
L’andito di raccordo, oggi poco leggibile, sicuramente doveva ancora continuare direttamente al terrazzo.


Esternamente presenta una particolare porta sopraelevata sul lato nord/nord-est che immette in un corridoio a L; gli studiosi hanno fornito diverse interpretazioni circa la sua funzione, tra queste ricordiamo quella che ritiene si trattasse di un accesso murato in antico e quella ipotizzata da Massimo Pittau, che la identifica come una nicchia impiegata per l'esposizione di un'idolo nuragico.




Fabrizio e Giovanna

Notizie tratte da:
Massimo Pittau, La Sardegna nuragica
Giacobbe Manca, Il nuragico arcaico e il nuraghe Orgono 

lunedì 24 febbraio 2014

Sono aperte le iscrizioni alla III Campagna di scavo archeologico del sito di Santa Marta a Cinigiano (Grosseto).


Foto: Segnalo l'apertura delle iscrizioni alla III Campagna di scavo archeologico del sito di Santa Marta
(Cinigiano, Grosseto)


 "Il Santa Marta Project si pone come un intervento innovativo che si basa sull’ idea di ottimizzare e rendere disponibile al grande pubblico il patrimonio archeologico e paesaggistico del territorio del Montecucco.
Al suo interno possono essere identificate tre linee principali: 
- La ricerca archeologica
- La ricerca archeo-ambientale
- La comunicazione e divulgazione delle risorse culturali 
Al centro del progetto abbiamo la grande villa romana di Santa Marta e il successivo centro medievale, mentre i limiti territoriali della ricerca coincidono (con una certa flessibilità) con l’estensione attuale della proprietà dell’azienda Colle Massari."


Marianna Cirillo

domenica 2 febbraio 2014

SPIEGHIAMO MERCATORE - VI PARTE

Credo che, per capire quanto fosse stato furbo Gerardo Mercatore, bisognerebbe conoscere BENE sia la Cartografia Portolana e sia la Storia della matematica. Per la cartografia portolana non ci sono problemi. Prendiamo il classico schema RoBer, a base 34 con Primario da 26 e Secondario da 13.
Questa volta lo presentiamo doppio. Ne ho affiancati due ( 2)  nel seguente modo:



E’ stato inserito anche l’Organum  Directorium schematizzato; solo l’essenziale.

Per capire il suo utilizzo ho completato anche il giro di compasso da 34 unità; schema utilizzato da Giovanni Vespucci nel suo Atlante conservato a Torino.
I due schemi sono stati affiancati facendo coincidere la parte inferiore dello schema di sinistra con il Tropico del Capricorno di quello di destra. I due schemi sono sovrapponibili come dimensioni.
Partendo dallo schema di destra ho prolungato la Linea dell’Equatore e, dopo 5 (cinque) unità, ho prolungato la linea del Tropico del Cancro
Sullo schema di sinistra ho utilizzato, anche, lo schema del Secondario da 13 unità partendo dal centro. Sulla linea che attraversa il centro di questo schema secondario, in orizzontale, ho scritto 50° nord. Poi ho segnato i 60°, 70° e il Circolo Polare sempre sulle linee orizzontali che attraversano le bussole minori (nodi o incroci) di detto secondario. Alla fine dell’Organum Directorium ho segnato 75°.

A questo punto si fanno le verifiche… con la proiezione cilindrica del Mercatore.


Ho utilizzato la proiezione ovale di Ortelius (non quella del Mercatore) per le verifiche.
Basta dare uno sguardo all’America del Sud dell’ovale del Mercatore e poi a quella di Ortelius che troverete, sempre in piccolo, nell’immagine successiva: Ortelius è più preciso.

Ho sezionato la zona compresa tra i due Tropici (di Ortelius) e l’ho stirata fino a farla combaciare con quella dello schema di sinistra. Combaciano perfettamente, anche, il 10° e il 20° parallelo.
Poi ho sezionato la zona compresa tra il Tropico del Cancro e il 50° parallelo; l’ho stirata e ho fatto
le veriche. Il 30° parallelo coincide con la scala dell’Organum Directorium. Il 40° è completamente sballato. Mercatore e Ortelius lo fanno passare sulle Bocche di Bonifacio, più verso la Corsica.
In questi anni stanno correggendo l’inclinazione del Mediterraneo. La “Quarta di Vento” che aveva segnalato Colombo è un lontano ricordo. Il nord geografico del Mediterraneo è ben allineato con quello dei vari continenti. Grazie a Tolomeo sono riusciti a allineare il 30° parallelo. Alessandria è ben allineata. Il 40°, quello che passa sul Gennargentu, nella proiezione del Mercatore non va bene assolutamente.

Secondo il mio punto di vista non è normale che un Autore disegni il 40°  e ignori quali terre attraversi. E’ la fascia che attraversa la Penisola Iberica e quella Italiana. In questa fascia operano i Cartografi del periodo.
  
Tutto questo per confutare anche l’affermazione di Carl B. Boyer ( Storia della matematica- Saggi- Oscar Mondadori… ristampa del 2010) .  Carl B. Boyer afferma che il Mercatore ha calcolato la sua proiezione in maniera empirica. Credo che si sia appoggiato sugli schemi portolani.  





 ( Piccoli trucchi  da tipografo. In quel periodo si usano specchi, lenti e fori nelle pareti.. per disegnare.).
Datosi che Mercatore ha sempre trascurato la cartografia portolana, preferendo quella degli schemi di ispirazione tolemaica,  qualcosa non torna sull’autore dell’Organum Directorium.

Chi è interessato alla parte matematica può seguire il lavoro di DURER, MAUROLICO e COMMANDINO. Sono gli anni che vedono operare il matematico francese Francois Viète.
Tutto il sapere matematico degli “Antichi” è ora disponibile. Dal 1570 al 1590 c’è la svolta: inizia il sorpasso.  Si mette a punto anche la Tangente.
Chi misura Mercatore con la nuova matematica commette un errore. Tutti quei calcoli complicati non vanno bene. Mercatore si è appoggiato sullo schema portolano; il mitico schema RoBer a base 34 con giro di compasso primario da 26 e secondario da 13. Come dire che, con un solo schema, si possono leggere tutte le loro carte; Mercatore compreso.

Per me, solo per me, l’Organum Directorium serviva per cambiare le SCALE negli schemi portolani.

Posso partire dal giro di compasso (da 34) di Giovanni Vespucci e arrivare fino alla carta di Grazioso Benincasa trovando la stessa proporzione del Mediterraneo sugli stessi quadretti.

Nell’immagine seguente:

si evidenzia come sono stati tracciati i paralleli della proiezione di Mercatore.
Termino con un’ultima immagine. Cerco di far vedere cosa nasconde il mitico Organum Directorium. Cercate di vedere la posizione di Alessandria d’Egitto.


Possiamo chiudere con Mercatore?


Rolando Berretta.

martedì 19 novembre 2013

SPIEGHIAMO MERCATORE - V PARTE



Il Grande Mercatore ha seri problemi con la forma e l’orientamento della Groenlandia



sia per la forma e sia sul come posizionarla rispetto al Circolo Polare Artico. Dove non ha dubbi è sulla causa del magnetismo terrestre. Perché l’ago della bussola veniva attratto dal Polo Nord?
Sembrerebbe che al Polo Nord si trovi una grandissima pietra nera (una calamita). Questa grossa pietra era posta al centro di una grandissima isola. Vero Paradiso Terrestre; dal clima saluberrimo.
 I Pigmei che l’abitavano misuravano 4 quattro piedi di altezza…
( Mercatore aveva rappresentato quel continente artico sulla relazione d’ un certo Jacopo Gnoxe di Bosleduc, il quale racconta che un certo Frate Francescano, Inglese d’Oxford l’avea vedute  e, scoperte quelle terre,  aveale misurate coll’Astrolabio, e con la misura Geometrica.)

I nostri commentatori dovrebbero andare più cauti nei loro giudizi. Premesso che i Pigmei vivono nell’altro emisfero, premesso che ognuno capisce quello che vuol capire, possiamo dire che al frate francescano fu indicata la grande isola posta sul POLO ANTARTICO..

I Pigmei non vivono nella Groenlandia come gli Orsi Polari non si trovano nel Madagascar.
Eppure le due isole, se le si comincia a girare a specchio…. hanno molto in comune. Unica differenza: la coltre bianca. Se ci propinano la Groenlandia con terre verdeggianti, fiumi e monti
consiglierei di andare sull’altro emisfero; dopo averla girata a specchio..



Saranno,  pure, Terre favolose, descritte e misurate da improbabili viaggiatori ma… quelle forme della Groenlanidia e del Madagascar sono riprese direttamente da una Terra sferica. Quella forma non si può inventare.  Magari la si può presentare girata a specchio come risulta dalle carte. Anche Finnaeus (Finneo) la presenta con quella forma. Quella era l’immagine che possedevano.



Presentarla con il verso giusto non è un buon segno:


Restiamo a Mercatore e alla spiegazione della sua spiegazione:
 


C’è la spiegazione della Wikipedia e la mia.
recita la Wikipedia:  Distanze e il Direttorio Organum
Nulla da dire: c’è una bellissima spiegazione.

Io, che non conosco la matematica e che non mi fido delle traduzioni automatiche della Rete, seguiterò a cercare il Portolano riportato nell’immagine.
 


Certo che…


confondere il Madagascar con la Greonlandia …. non è il massimo.
Complimenti agli Addetti alle carte

Rolando Berretta