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venerdì 20 aprile 2012

CONVEGNO DEL 27 APRILE 2012

In occasione della commemorazione di "Sa die de sa Sardigna" il 27 aprile la nostra associazione organizza con il contributo della -Regione Sardegna- un convegno che si terrà presso il teatro dei Gesuiti in via ospedale 4 dalle ore 9.30.
L'ingresso è libero e gratuito. Vi aspettiamo!



link del sito web dell'iniziativa da cui si può scaricare l'app per Android:


martedì 10 aprile 2012

Il tempio di Mnajdra a Malta



Le isole dell’arcipelago maltese custodiscono, su un territorio relativamente ridotto, una straordinaria concentrazione di monumenti megalitici, dotati di forme architettoniche peculiari che si identificano come un unicum nel panorama della preistoria del Mediterraneo e che non trovano confronti nella vicina Sicilia o negli altri territori più prossimi.
Isolotto di Filfla
Senza volersi addentrare nella complessità del discorso relativo alle origini, alla datazione e allo sviluppo delle forme delle architetture megalitiche maltesi, si presentano qui una breve descrizione e una serie di immagini recenti di uno dei monumenti più rappresentativi ed emblematici, che riassume in sé più o meno tutte le caratteristiche che sono proprie del fenomeno architettonico.



Il complesso archeologico di Mnajdra è, insieme al vicinissimo sito di Haġar Qim, uno degli esempi meglio conservati del suo genere. Il sito archeologico si trova nei pressi del villaggio di Qrendi, a meno di venti chilometri a sud-ovest de La Valletta, e domina dalla sua spettacolare posizione un ampio tratto della rocciosa costa meridionale dell’isola di Malta, di fronte all’inaccessibile isolotto di Filfla.
Inquadrando il fenomeno si può dire che le architetture megalitiche caratteristiche della preistoria maltese sono il risultato di un lungo percorso di gestazione e affinamento delle tecniche costruttive e delle tipologie di pianta, che hanno infine portato ai complessi cultuali sviluppati nelle forme complesse che possiamo vedere oggi, in genere frutto di aggiunte e ampliamenti anche molto distanziati nel tempo ma che mantennero, in linea di massima, le stesse proporzioni e la stessa concezione di sviluppo degli spazi, sia interni che esterni.

Plastico del tempio di Mnajdra

A una prima fase, datata intorno al V millennio, risalgono le prime strutture architettoniche semplici documentate in alcuni siti maltesi (ad esempio il sito archeologico di Skorba a Mġarr); a queste seguono, in una fase successiva, i primi esempi di strutture templari di tipo complesso, che vedranno la massima fioritura e il massimo grado di sviluppo tra il 3600 e il 2500 a. C., datazioni avallate da diversi elementi rilevati durante le fasi di scavo e oggi generalmente accettate dalla maggior parte degli studiosi.
Una datazione tra la metà del IV e la metà del III millennio è stata proposta anche per il complesso di Mnajdra. I due siti di Haġar Qim e Mnajdra, distanti tra loro poco più di cinquecento metri oggi percorribili agevolmente a piedi per mezzo di un moderno percorso lastricato che supera il pendio della scogliera, sono probabilmente meno noti al grande pubblico rispetto ai più “turistici” siti di Ġgantija sull’isola di Gozo e di Tarxien a Malta (da quest’ultimo sito proviene la maggior parte degli splendidi rilievi scolpiti conservati nel Museo Archeologico Nazionale de La Valletta), in quanto più distanti dalle principali località balneari e dalla capitale; nonostante questo il loro eccezionale stato di conservazione e l’isolamento nel paesaggio, rimasto sostanzialmente immutato in questa zona nonostante i recentissimi interventi di valorizzazione, ne fanno uno degli esempi più importanti di architettura megalitica nel bacino del Mediterraneo.

I templi maltesi, negli esempi più semplici, presentano una particolare pianta a trifoglio, costituita da un vano di fondo centrale a cui si addossano altri due ambienti contrapposti lungo l’asse principale dell’edificio, accessibile da un piccolo corridoio che comunica con l’esterno. Tutti gli ambienti mostrano un profilo curvilineo, in genere a ferro di cavallo, che caratterizza lo sviluppo dello spazio interno e che viene riproposto nel perimetro esterno dell’edificio, con una cortina muraria di notevole spessore. 

Il muro di prospetto del tempio è in genere formato da una esedra, al centro della quale si apre l’ingresso agli ambienti interni, sempre costituito da una porta architravata dal profilo rettangolare. 

A volte (ad esempio a Mnajdra) gli ambienti interni erano separati tra loro per mezzo di ortostati di grandi dimensioni, in cui si apriva il varco che permetteva il passaggio. Il vano di fondo centrale spesso si riduce a poco più di una nicchia.

A questo sviluppo di base della pianta vennero via via ad aggiungersi altri ambienti che, seguendo lo stesso sviluppo curvilineo delle pareti, formano edifici più complessi, con più ambienti simmetrici giustapposti, la cui precisa funzione non è chiara ed è ancora oggi oggetto del dibattito storiografico.

La tecnica costruttiva di queste strutture è data da megaliti di dimensioni variabili, spesso accuratamente tagliati e messi in opera con estrema perizia tecnica.
Resta tuttora acceso il dibattito relativo al tipo di copertura che doveva caratterizzare i vani interni dei templi, e le ipotesi sono diverse: per le strutture più semplici e arcaiche si è pensato a una copertura litica a piattabanda, con lastroni orizzontali; per i templi più complessi si è ipotizzata una soluzione di tipo diverso: l’aggetto delle pietre ancora visibile in alcuni vani di Mnajdra e di altri siti, farebbe pensare a una copertura litica realizzata per mezzo del progressivo aggetto dei corsi di pietre, che andavano a chiudersi alla sommità; questa soluzione, verosimile per ambienti di piccole dimensioni, sarebbe stata diversa nei vani maggiori, dove i primi corsi di pietre aggettanti costituirebbero la base d’appoggio di travi a sostegno di una copertura lignea. Le ipotesi restano comunque tali, data anche la difficoltà dell’analisi delle strutture residue in ambienti che hanno subito interventi di restauro e ricostruzioni recenti anche di ampia portata.

Il complesso cultuale di Mnajdra è in realtà costituito non da un solo tempio, ma da tre edifici affiancati e raccolti attorno ad un’ampia area d’ingresso a forma di esedra. A causa del dislivello del terreno, in decisa pendenza verso il mare, le tre parti del complesso hanno i piani di calpestio a livelli differenti. Il più semplice dei tre ambienti, che è anche il più danneggiato e meno leggibile, è formato da una semplicissima pianta a trifoglio secondo lo schema suddetto;

gli altri due vani sono invece caratterizzati da una maggiore complessità: al vano di fondo dalla canonica pianta trifogliata si aggiunge un secondo ambiente, caratterizzato anch’esso da due vani dal profilo a ferro di cavallo contrapposti, collocati in posizione simmetrica davanti al primo ambiente e comunicanti con esso tramite un piccolo corridoio architravato; un altro brevissimo corridoio permette l’accesso dall’esterno. 

Tutti i vani si dispongono accuratamente secondo uno schema comune anche ad altri siti, allineandosi lungo un asse di simmetria che parte dall’ingresso e passa per la nicchia di fondo. L’esedra all’ingresso dei templi mostra, alla base del tempio principale, un ampio bancone litico, funzionale al culto e destinato, probabilmente, ai fedeli. Tutti e tre i templi che formano il complesso sono caratterizzati da un perimetro esterno a ferro di cavallo, che circonda gli ambienti interni con una cortina muraria imponente spessa diversi metri, oggi purtroppo in gran parte crollata.

Il rinvenimento di diversi elementi di arredo, ricollocati in fase di restauro, testimonia la presenza di altari all’interno dei vani del tempio. Alcuni siti (ad esempio Haġar Qim e Tarxien) hanno inoltre restituito numerosi frammenti di statue di culto ed elementi architettonici con decorazioni scolpite a bassorilievo, di eccezionale interesse archeologico e artistico.
Notevole attenzione è stata dedicata, da parte di diversi studiosi e appassionati, all’indagine dei particolari orientamenti astronomici dei templi maltesi, che ha dato risultati molto interessanti. Per quanto concerne il sito di Mnajdra è stato rilevato un orientamento particolare che consente ai raggi del sole, durante gli equinozi, di penetrare all’interno degli ambienti principali del complesso secondo un percorso ben preciso.

I due complessi megalitici di Haġar Qim e Mnajdra iniziarono ad attirare l’attenzione degli studiosi verso la metà dell’Ottocento, cui seguirono i primi interventi di scavo sistematico tra la fine del secolo e i primi decenni del Novecento. Interventi di scavo e restauro si sono susseguiti per tutto il XX secolo, fino al radicale intervento conservativo conclusosi nel 2009, che ha visto la predisposizione di due enormi tensostrutture a protezione dei templi. 

Questo intervento, sebbene invasivo poiché inficia la percezione dei monumenti a distanza e impatta sul paesaggio in modo negativo, è tuttavia giustificata dal processo di estremo degrado a cui gli edifici stavano andando incontro negli ultimi anni, sopra tutto a causa dell’effetto delle piogge, che avevano causato lo smottamento e il crollo di intere parti dei templi.


Nicola S.

martedì 3 aprile 2012

La Dea Madre e il concetto di Androgino



 Immagine tratta da: Atalanta Fugiens di Michael Maier


Come abbiamo avuto occasione di vedere in alcuni post precedenti, la Grande Dea è un simbolo ambivalente, infatti essa è donatrice di vita e di morte, protegge i vivi ed accoglie nel suo ventre materno i defunti.
Essa è anche dispensatrice di grandi doni e terribile vendicatrice nei confronti di chi osa avvicinarsi a lei senza essere iniziato ai suoi segreti.
Esistono inoltre numerosi esempi di divinità femminili che pur essendo preposte alla tutela della maternità e della fecondità, sono allo stesso tempo protettrici della guerra.
Asharte la Dea semitica più venerata è la divinità dell’amore e della fecondità e nello stesso tempo la protettrice degli uomini d’arme.

Anche la Ishtar venerata a Babilonia è stata fin dagli inizi del suo culto, Dea della fecondità e della guerra, così come ‘Anat, un’altra divinità semitica onorata in Palestina ai tempi di Tutmosi III (1501-1447 a.C.) e la iranica Anaitis.

Sembra in realtà una contraddizione  che la Grande Dea, principio del femminile, creatrice e protettrice, madre misericordiosa fonte ed origine del creato sia nel contempo una divinità della guerra.
Nella guerra le virtù femminili non trovano spazio, la guerra è all’antitesi delle caratteristiche della Dea che essa invece prende sotto la sua tutela.
Come abbiamo visto prima la Magna Mater è la madre premurosa dei vivi e dei morti, la guerra è il più efficace strumento di morte, quindi la grandi Dee asiatiche non sono divinità militari, non appartengono ai soldati ma alla guerra in quanto dispensatrice di morte.
Esse sono invocate dalle donne in tempo di pace e dagli uomini in tempo di guerra, perché la Dea è principio e fine di tutto, la fonte della vita coincide con la vittoria della morte.

 Questa apparente contraddizione che fa coesistere in uno stessa divinità vita e morte, gioia e dolore, piacere e sofferenza, trova la sua spiegazione nel principio dell’unione degli opposti, la cui massima espressione è l’Androgino, l’essere perfetto che unisce in se le caratteristiche del maschile e del femminile.

L’Androgino è uno dei simboli principali dell’Alchimia e di tutta la filosofia ermetica antica e medioevale.
L’Androgino cosmico dell’Alchimia europea è il Rebis (letter. due cose), rappresentato come una creatura umana bisessuale, nata dal principio femminile (la luna) e da quello maschile (il sole).

Anche Zurvan il Dio iranico del Tempo Illimitato che i greci chiamavano Cronos era una divinità androgina, dalla quale nacquero due gemelli, , Ohrmazd e Ahriman, il principio del bene e del male e della luce e delle tenebre.
Il fatto che due gemelli siano figli dello stesso Dio dimostra che i principi opposti hanno un’origine comune, Zurvan rappresenta la loro unione, il compimento della Grande Opera alchemica.

Anche nelle religioni degli egizi, dei babilonesi e degli indiani esistono numerosi esempi in cui la divinità è chiamata Padre e Madre, artefice da sola dell’intero creato.
Lo stesso Atum-Ra, il Dio principale degli egizi rappresenta la coppia primordiale da cui scaturisce l’impulso creatore, infatti come dice Mircea Eliade: L'androginia divina ha come conseguenza logica la "monogenesi" o l’autogenesi”.

L’unione degli opposti rappresenta le “nozze mistiche” tra il principio maschile e il principio femminile.

Queste nozze mistiche,  tuttavia,  non si devono interpretare soltanto come una esperienza precisa della presenza divina nell'anima dell'uomo, ma hanno anche un altro senso segreto: l'uomo non si può avvicinare alla  divinità se non diventando perfetto e,  prima di poter conoscere Dio,  la  sua  anima  deve  realizzare  compiutamente  se   stessa,
ridiventando archetipo, ridiventando Adamo-Eva  dell'inizio  degli  inizi, l'uomo del tempo anteriore al peccato.
 (Mircea Eliade, Il mito della reintegrazione.)



Fabrizio e Giovanna



Riferimenti bibliografici:

 Mircea Eliade, Il mito della reintegrazione,

 E. Zolla: L’Androgino- L'umana nostalgia dell'interezza












mercoledì 14 marzo 2012

ARTEMIDE: LA DIVINITÁ DEI CONFINI




Con Ecate abbiamo visto l’aspetto quasi demoniaco della natura tendente alla distruzione con l’obiettivo rigeneratore. Vediamo l’aspetto più luminoso della natura incarnato da Artemide, sorella di Apollo, che come lui indicava la natura estiva con la sua esplosione di luce.
Data la sua identificazione con il fratello, per raggiungere la perfezione avrebbe dovuto rappresentare la Luna, in contrapposizione e completamento del sole che egli incarnava e in alcune rappresentazioni l’astro compare sotto forma di diadema, ma gli antichi sentivano che essendo una divinità della luce non poteva possedere anche significato notturno e spesso scaricarono questo lato oscuro sulla dea Ecate.

Nell’iconografia classica Artemide è raffigurata sotto forma della vergine cacciatrice in tunica corta con l’arco in mano e accompagnata spesso dai suoi cani o circondata da animali.
Artemide presiede al parto, alla nascita, alla educazione dei bambini.

Il nome Artemide non è di origine greca e molto probabilmente fu il risultato della fusione con miti preellenici, come quelli di tipo orgiastico innestati in quelli della triplice dea-Luna con le sue tre fasi.
Il mito orgiastico si può ricollegare in maniera diretta alla suprema Dea-Ninfa, meglio conosciuta come la cretese “signora della selvaggina”, alla quale erano sacre le quaglie, ritenute lascive e chiaro elemento sessuale di tipo orgiastico.
Alcuni elementi della sua storia riportano chiaramente al mondo delle ninfe come la coppia di cerve cornute vive che catturò grazie all’arco d’argento e le frecce fabbricate dai Ciclopi e ai tre cani segugi dalle orecchie mozze e sette segugi spartani ottenute da Pan in Arcadia. L’immagine della dea-ninfa appartiene alla seconda fase della luna, quella crescente della maturità sessuale dell’Afrodite orgiastica i cui simboli erano la palma da dattero, la cerva e l’ape.

Le due cerve furono aggiogate ad un cocchio d’oro e qui si innesta il culto della Vergine dall’Arco d’Argento con chiaro riferimento alla Luna nuova che ebbe larghissima fortuna nel culto divenuto poi ufficiale dove la verginità fu uno dei caratteri salienti della dea.
Il culto di Artemide si esplicò anche seguendo la fase calante della luna, quando sotto l’aspetto di vegliarda ebbe la prerogativa di assistere ai parti e di scagliare frecce.

Un altro aspetto della sua storia riconducibile più ad una Ninfa che ad una Vergine è quello relativo al bagno rituale al quale assistette Atteone: l’uomo  disse ai suoi amici di aver visto Artemide esibirsi nuda ai suoi occhi senza alcun ritegno, la dea lo tramutò in cervo e fu divorato dai suoi cinquanta cani; qui l’elemento pre-ellenico è riscontrabile proprio nell’uccisione dell’uomo che si ricollega al culto del cervo dove il re sacro veniva fatto a pezzi dopo i suoi 15 mesi di regno corrispondente alla metà del Grande Anno.

L’Artemide della Luna Nuova volle che le sue compagne di viaggio, le ninfe, rispettassero la castità come fece lei e punì duramente la ninfa Callisto, figlia di Licaone, quando rimase incinta di Zeus trasformandola in orsa, in seguito la uccise inconsapevolmente spinta da Era accecata di gelosia. Arcade, il figlio di Callisto, fu salvato e divenne l'antenato degli Arcadi. 

In questo passo si percepisce la volontà di spiegare l’origine degli Arcadi, ma si può altresì identificare l’altro animale molto caro alla Dea, l’orso, che in alcune zone fu addirittura imitato dalle giovani donne durante la fase di apprendimento che le fanciulle dovevano affrontare per poter convivere con un uomo.  
Simbolicamente le bambine mimavano il lento percorso che le conduceva dallo stato selvaggio della loro natura sessuale alla civiltà della buona sposa.

Anche il sesso maschile doveva sottoporsi ad una sorta di apprendistato prima di giungere all’età adulta, i ragazzi spartani, ad esempio, affrontavano un addestramento molto rigido, consistente nell’imposizione di doveri e in una successione di prove; per strada dovevano comportarsi come delle fanciulle assumendo un comportamento casto e riservato camminando a testa china e in assoluto silenzio;  per completare il percorso dovevano nel frattempo fare ciò che normalmente era proibito, come rubare alla tavola degli adulti, giocare d’astuzia, sbrogliarsela, intrufolarsi senza farsi prendere per procurarsi del cibo e durante le feroci battaglie collettive in cui erano leciti tutti i colpi, dovevano manifestare tutta la violenza brutale di cui erano capaci raggiungendo la feroce crudeltà del guerriero disposto alle atrocità più grandi pur di vincere.

Non è un caso che proprio Artemide si occupasse dell’educazione degli infanti, del resto la sua particolare posizione di confine tra il selvaggio ed il domestico permetteva a questi di raggiungere l’evoluzione passando dall’informe età, dove il confine tra i due sessi non è ancora ben definito, all’età adulta. L’apprendistato avveniva di solito fuori dai centri abitati dove la natura incontaminata rappresentava meglio la Dea che sovrintendeva questo rito di passaggio.
Per il mondo classico, infatti, Artemide era l’incarnazione della natura intesa come fecondità luminosa e incontaminata di luoghi solitari e rigogliosi.

Non va tuttavia tralasciato un fattore molto importante, ossia che nel suo mondo si sperimenta il contatto con l’Altro, si ha contemporaneamente una contrapposizione e una coesistenza tra il selvaggio e il civilizzato, questi due elementi tendono addirittura a compenetrarsi reciprocamente.

Ecco perché  Artemide è considerata la divinità dei confini, il suo spazio, infatti, si dispiega  sulle zone di frontiera come le montagne che delimitano e separano gli Stati, o in luoghi dove i confini tra terra e acqua non sono ben definiti, come le spiagge e i litorali, le pianure interne, i bordi dei laghi, i suoli paludosi e le rive di certi fiumi. 



Fabrizio e Giovanna




Notizie tratte da:
Robert Graves, I MITI GRECI - Dei ed eroi in Omero
A. Morelli, DEI E MITI - enciclopedia di mitologia universale
Jean-Pierre Vernant - Pierre Vidal-Naquet, MITO E TRAGEDIA DUE - da Edipo a Dioniso

domenica 19 febbraio 2012

È MORTO GIOVANNI LILLIU IL PADRE DELL’ARCHEOLOGIA SARDA



Oggi all’età di quasi 98 anni è morto l’archeologo Giovanni Lilliu la cui fama fu legata soprattutto allo scavo che diresse negli anni ’50 del grande nuraghe “Su Nuraxi ” di Barumini, divenuto nel 2000 patrimonio dell’Unesco.
Accademico dei Lincei e autore di numerosi testi sulla civiltà sarda prenuragica e, soprattutto, nuragica, ha sviluppato una teoria sull’organizzazione sociale e militare della Sardegna preistorica che ancora oggi è condivisa dal mondo accademico.
Pur non essendo pienamente d’accordo con le sue conclusioni, salutiamo il decano dell’archeologia sarda al quale va comunque riconosciuto il grande merito di aver portato agli onori della scienza internazionale il patrimonio storico ed archeologico della nostra bellissima isola.

Il Mulino del Tempo

UN ILLUSTRE CAGLIARITANO DI NOME SIGISMONDO ARQUER Vita e opere - II parte -


Nel precedente post UN ILLUSTRE CAGLIARITANO DI NOME SIGISMONDO ARQUER - abbiamo parlato dell’opera più famosa di Sigismondo commissionatagli da Sebastian Münster, abbiamo anche detto che nonostante i contatti con gli ambienti luterani rimase profondamente cattolico ma che ciò non bastò a scagionarlo dall'accusa di eresia che gli costò la vita.
Come abbiamo già visto la severità del suo operato gli valse l'ostilità della nobiltà sarda, in particolare degli Aymerich, che, nella persona di don Salvatore, fecero tendenziosamente circolare il compendio dove l’Arquer giudicava molto duramente il clero sardo affermando:Sacerdotes indoctissimi sunt, ut rarus inter eos, sicut et apud monachos, inveniatur qui latinam intelligat linguam. Habent suas concubinas maioremque dant operam procreandis filiis quam legendis libris”  (I sacerdoti sono ignorantissimi, al punto che tra questi, come anche tra i monaci, è raro trovarne uno che comprenda la lingua latina. Hanno le loro concubine e mettono maggiore impegno nel fare figli che nel leggere libri)[1].
L’avversione dell’Arquer nei confronti dell’ignoranza e della superstizione dei ministri del culto si può ritrovare anche nel processo contro il commerciante Malla da lui difeso nel 1552.
Questo processo fu una delle conseguenze dei conflitti tra l’inquisitore sardo Andrea Sanna e il viceré Antonio Cardona, che traevano origine dalla fondazione dell'inquisizione spagnola nell'Isola: il potere regio non era favorevole al fatto che i suoi ministri fossero esenti dalla giurisdizione episcopale e da quella civile e che i familiari, oltre a superare la quota prevista, sfruttassero il loro incarico per compiere illegalità restando impuniti. Al tempo dell’Arquer i due poteri coinvolsero nella diatriba i loro funzionari e i personaggi appartenenti alla nobiltà e al ceto mercantile che si sentivano da essi rappresentati; in questo contesto il commerciante Malla, residente nel quartiere della Marina, fu coinvolto nel 1540 dall’alguazile e commissario generale per la Sardegna Truisco Casula, accusato dall’inquisizione sarda di possedere un demonio dentro un'ampolla e di averlo adorato. Entrambi subirono l’autodafé nel 1540 che si concluse con la confisca dei beni e la punizione del carcere perpetuo con l'obbligo di portare il sambenito.

L’obiettivo dell’inquisizione sarda era quello di screditare il potere regio e a tal fine riuscirono a corrompere il Casula sistemandolo insieme ad una donna di Sinnai, da lui stesso accusata, nelle carceri inquisitoriali, situate nella casa cagliaritana dell'inquisitore Sanna, dove godeva di assoluta libertà entrando e uscendo a suo piacimento. I due complici denunciarono più di cento persone, tra le quali spiccava la viceregina che fu accusata di aver preso un demonio chiuso dentro un corno di bue.

Nel frattempo il Malla, dopo aver trascorso un certo periodo di prigionia nell’ospedale di S. Antonio, fu sistemato a casa del fratello per far fronte al problema finanziario del sovraffollamento delle carceri inquisitoriali e, nel 1546, gli fu concessa la libertà di circolare per l'isola, senza però tentare di uscire per non incorrere nell'accusa di relapso. Il commerciante ritenendosi  innocente  decise di appellarsi direttamente al re avvalendosi dell’aiuto di Giovanni Antonio Arquer e della protezione del viceré Cardona, ma mentre cercava di raggiungere Madrid fu scoperto e imprigionato nelle carceri del S. Ufficio.
Il coinvolgimento del viceré diede alla vicenda una grandissima risonanza e il Malla riuscì a far giungere le proprie richieste all'inquisitore generale Fernando Valdés che, nel 1551, ordinò all'inquisitore Sanna di concedergli la facoltà di recarsi a Madrid.
A questo punto entrò in scena il giovane Sigismondo Arquer che difese il suo assistito confutando tutti i capi d’imputazione.
In primo luogo mise in evidenza la corruzione dell’inquisizione sarda nel decennio 1540-50 che, per andare contro il potere regio non esitò a permettere che nella stessa cella coabitassero due persone di sesso opposto che tramarono affinché la stessa viceregina fosse coinvolta in quel giro di false accuse. Aggiunse inoltre che l’inquisitore Sanna era direttamente responsabile nonostante avesse affermato di non essere a conoscenza di tali trame, egli infatti sosteneva che fosse deplorevole da parte del diretto responsabile dell’inquisizione sarda non occuparsi degli eventi interni all’organismo che rappresentava.
Successivamente si occupò di smentire le varie teorie circa le modalità di contatto con il demonio che, a suo parere, furono strumentalizzate dai ministri del tribunale sardo con l’obiettivo di  spartirsi i soldi del Malla.

L’avvocato cagliaritano riteneva che la confessione resa dal suo assistito fosse inverosimile perché estorta sotto tortura, infatti la paura di incorrere nell’ira degli inquisitori induceva il condannato a confermare le loro accuse confessando ciò che si aspettavano di sentire.

I capi di imputazione si rifacevano ai vari trattati di demonologia tra questi si ricorda il trattato dell’XI sec. scritto dal bizantino Michele Psello, secondo la quale i demoni si dividevano in sei gruppi e all’interno del terzo erano presenti quelli chiamati terrestri che potevano risiedere dentro recipienti di vetro o cristallo.
L’Arquer non credeva in tali teorie e le confutò utilizzando le sacre scritture e i padri della chiesa:
Contrariamente all'idea comune aveva una concezione spirituale del diavolo, così come fu teorizzata nel V secolo dallo Pseudo-Dionigi e ripresa dalla dottrina cattolica con San Tommaso d'Aquino.

Rifacendosi all’apostolo Paolo affermò che il diavolo per ottenere l’onore divino si presentasse trasfigurato sotto forma di angelo luminoso e non in forma infima e vile.
Avvalendosi invece di San Pietro Apostolo riteneva che il diavolo vagasse come un animale feroce in cerca di anime da possedere, riteneva dunque contrario alla dottrina credere che restasse chiuso dentro un’ampolla in attesa di essere utilizzato.

Secondo gli inquisitori il Malla confessò di avere adorato il diavolo in maniera consapevole, ma nessuno poteva adorare consapevolmente il male; era inoltre impossibile credere che il Malla, già sotto il dominio del diavolo, avesse rifiutato di donargli l’anima. Per rendere più incisivo il suo punto di vista l’Arquer si avvalse anche dell'Apologetico di Tertulliano, dove, nei capitoli 22, 23 e 27 dedicati a chiarire la natura degli antichi dei pagani identificati con i demoni, si asserisce che solo presentandosi come dei, riuscivano a farsi adorare. 

L'Arquer fece un grosso errore giudicando duramente l'operato dell'inquisizione sarda perché in tal modo accusava implicitamente anche all’inquisizione spagnola che aveva precedentemente dato credito a quelle affermazioni; ovviamente questo atteggiamento non poteva sortire la revoca della condanna del Malla perché la Suprema non poteva smentire la sua linea di condotta andando contro sé stessa.
Le richieste del Malla e del suo difensore non furono dunque accettate e il risultato ottenuto fu identico all’esito del processo precedente. Il Malla continuò a dichiarare la sua innocenza e nel 1556, dopo aver rinnovato l'appello alla Suprema, fu difeso da un altro avvocato e ottenne l’assoluzione da tutte le accuse.
Di fatto si condannava l'operato del tribunale sardo nel decennio 1540-1550 dando implicitamente ragione alle tesi sostenute dall'Arquer nel processo celebrato nel 1552.



Fabrizio e Giovanna


Notizie tratte da:
Sigismondo Arquer. Un innocente sul rogo dell’Inquisizione, Salvatore Loi


[1] Sigismondo Arquer. Sardiniae brevis historia et descriptio, cap. VII, a cura di Maria Teresa Laneri, saggio introduttivo di Raimondo Turtas

venerdì 10 febbraio 2012

ORIGINI DEL MITO DIONISIACO



Proseguiamo il nostro discorso sul culto dionisiaco cercando di delineare le origini del suo mito attraverso le testimonianze di alcuni autori antichi.
La religione dionisiaca ha il suo principio in epoche molto arcaiche, la Grecia classica, la fece sua e la codificò nei termini propri della sua ideologia, mantenendo però il carattere di divinità straniera e ambigua.

La divinità di Dioniso ha radici molto antiche, anche Omero nell’Iliade e nell’Odissea fa riferimento ad essa.
Com’è noto i poemi omerici narrano fatti avvenuti in un’epoca cosiddetta pre-ellenica, prima che la civiltà greca si manifestasse in tutto lo splendore del periodo classico, era il tempo degli eroi minoico-micenei.
La divinità viene rappresentata in due passi dell’Iliade e in due dell’Odissea:

nell’Iliade Dioniso viene presentato come il  figlio di Zeus e Semele.
 Semele è una donna mortale, ma tale condizione non ostacola le prerogative divine di Dioniso, anzi essa è un mezzo per la sua nascita, un demiurgo[1].
In altro passo Dioniso è messo in fuga da Licurgo re della Tracia, che percuote e mette in fuga le nutrici del Dio.  Dioniso fugge tremante da Thetis, ma Zeus punisce Licurgo privandolo della vista[2].

Nell’Odissea invece si accenna ad Ariadne abbandonata da Teseo ed uccisa da Artemide per volere di Dioniso[3].
 Ancora nello stesso libro si ricorda un’anfora d’oro creata da Vulcano donata da Dioniso a Tetide[4].
All’epoca della composizione epica molto probabilmente non dovettero esistere templi in suo onore, il suo era un culto diverso da quello degli altri dei, infatti non fu mai il Dio di uno stato, le sue funzioni differivano da quelle delle altre divinità.

Erodoto menziona un tempio di Dioniso a Bisanzio tutto ricoperto di  iscrizioni assire e di un oracolo  sopra Satra in Beozia dove risiedeva una Pizia simile a quella delfica[5].
Riporta anche un’altra tradizione relativa all’infanzia di Dioniso: il Dio sarebbe stato allevato in Arabia, nel Cinnamomo; in altri punti del racconto è messo in relazione con divinità egizie, tracie e con la religione Orfica (sulla quale ci soffermeremo in altra sede).
Erodoto quindi (così come altri autori antichi), afferma che Dioniso è una divinità non originaria della Grecia ma straniera, la cui importazione  in tale territorio si potrebbe far risalire ad un periodo pre-ellenico.
Questa ipotesi è suffragata dai passi omerici che ad onor del vero potrebbero risentire di apporti relativi ad un’età più tarda e soprattutto da un altro episodio riportato da Erodoto (II, 52) nel quale elenca le divinità adorate dai Pelasgi tutte apprese dagli egizi tranne Dioniso che conobbero molto tempo dopo.
 Lo storico greco non dice da quale popolo i Pelasgi impararono il culto Dionisiaco, ciò che interessa il nostro studio è che secondo Erodoto i Pelasgi, una popolazione da lui considerata pre-ellenica, conoscevano il Dio.
I passi che abbiamo esaminato testimonierebbero l’origine “straniera”(probabilmente di origine asiatico-semitica) del culto Dionisiaco e la sua alta cronologia.
Nelle  “Baccanti” di  Euripide Dioniso, pur nato a Tebe in Beozia, vi fa ritorno per stabilire il suo culto dopo aver soggiornato in Lidia, nella Frigia, nella Media ed in Arabia; appare quindi evidente il carattere asiatico della sua religione anche in considerazione del fatto che il corteo delle sue accompagnatrici celebranti il culto proviene dalla Lidia.
Il testo euripideo fa riferimento ad uno speciale culto dionisiaco nelle zone settentrionali della Grecia, ossia nella Macedonia, molto vicina alle zone asiatiche prima menzionate.
Il racconto di Euripide è una rielaborazione sacerdotale prettamente greca del mito nell’intento di riportare in ambito ellenico la divinità di Dioniso.


Fabrizio e Giovanna


Bibliografia
Carolina Lanzani, Religione dionisiaca
Omero, Iliade e Odissea
Erodoto, Le storie
Euripide, Le Baccanti



[1] Iliade, XIV,325
[2] Iliade, VI, 30
[3] Odissea, XI, 325
[4] Odissea, XXIV, 74
[5] Erodoto, Le storie, IV,87 e VII,111

giovedì 2 febbraio 2012

IL CULTO DELLA DIVINITÁ FEMMINILE : ECATE





Ecate è oggi riconosciuta come la dea delle arti magiche e della stregoneria, Il suo nome significa colei che colpisce da lontano.
Circe e Medea avevano appreso da Ecate la loro arte ed erano iniziate ai suoi misteri.
Anche questa figura mitologica ebbe inizialmente connotazioni positive in qualità di dea delle terre selvagge e del parto (assimilabili quindi alla dea madre), in seguito, quando iniziò la demonizzazione del femminile, divenne dea della stregoneria e il suo ruolo fu relegato a quello di “Regina degli Spettri”, tale attributo fu trasmesso alla cultura post-rinascimentale, dalla quale presero poi spunto gli inquisitori durante la loro opera di “pulizia religiosa”.
Era rappresentata con tre teste e un solo corpo o con tre corpi uniti per la schiena (trimorfa).  
Per gli orfici era trimorfa non solo perché rappresentava le fasi lunari, ma anche per l'assimilazione al culto delle grandi divinità ctonie come Demetra, Persefone e Artemide.

Esistono due teorie circa la sua origine:
·  Una ritiene che fosse figlia di Zeus e della figlia di Eolo Ferea e che la sua rappresentazione infernale derivasse dall'ira di Era che, immergendola nell'Acheronte con lo scopo di purificarla, ne determinò la trasformazione in una divinità degli inferi. In  qualità di dea degli inferi teneva per cento anni aldilà dello Stige le anime di coloro che erano morti senza sepoltura.
·         Secondo la Teogonia di Esiodo era invece figlia dei Titani Asteria e Perse:
E Asteria incinse, e a vita diede Ècate, cui sopra tutti Giove Croníde onorò, le die' fulgidissimi doni:
parte le die' della terra, del mare che mai non si miete: 
ed anche ella ha potere nel cielo gremito di stelle,
e piú d'ogni altra, onore fra i Numi immortali riscuote.
Ed anche adesso, quando qualcuno degli uomini in terra fa sacrifizi, e placa, secondo le usanze, i Celesti,
Ècate invoca per nome. E onore accompagna un mortale, quando la Dea le sue preghiere benevole intende;
e gli concede prosperità: ché ben grande è sua possa.
Perché di quanti nacquer da Terra e da Uràno, ed onori ebbero, questa Dea parte ha degli onori d'ognuno;
perché duro con lei non fu Giove, né nulla le tolse di quanto ella avea già fra i Numi piú antichi, i Titani,
bensí tutta la parte che allor possedeva, possiede.
Né meno onor la Dea, perché figlia è unica, ottenne, non della terra parte minore, del cielo e del mare,
ma anzi assai di piú: ché molto l'onora il Croníde.
E sta presso a chi vuole proteggere, e molto gli giova.
Nell'assemblea, prevale fra gli uomini l'uom ch'ella brama: quando alla guerra, sterminio degli uomini, s'arman le genti,
Ecate qui, la Diva, si mostra, ed a quelli che vuole, volonterosa gloria concede, concede vittoria:
dove giustizia si parte, vicino ai re giusti ella siede: anche allorché negli agoni contendono gli uomini, giova:
ché anche presso a loro si reca la Diva e li assiste, e chi di gagliardia prevalse, di forza, il bel premio
agevolmente guadagna, ricopre i suoi figli di gloria.
Ai cavalieri anche sa, quando vuole, recare assistenza.
E a chi nel glauco mare travaglia, e tra l'ira dei flutti Ecate invoca, e l'Enosigèo che profondo rimbomba,
la celeberrima Dea, facilmente concede ogni preda, agevolmente, e, dopo scovata, se vuole, la toglie.
Moltiplicare il bestiame nei chiusi ella può con Ermète. Le mandre dei giovenchi, le greggi gremite di capre,
le mandrïe lanose di pecore, ov'essa lo voglia, da pochi a molti capi, da molti riduce a ben pochi.
Così costei, che fu di sua madre l'unica figlia, onor su tutti i Nomi che nacquer piú antichi, riscote.
E protettrice il Croníde dei pargoli tutti la fece che gli occhi dopo lei dischiusero ai raggi del sole:
così da prima fu tutrice onorata ai bambini1

Nella tradizione più antica era probabilmente una divinità lunare della Tessaglia, più tardi confusa con l'aspetto invisibile di Artemide corrispondente alla luna nuova per la sua identificazione con Selene. Come Artemide non usciva mai dalle dimore sotterranee e vagava sulle montagne come la luna, ma proprio per questo motivo in seguito divenne la dea degli spettri e di ogni magia, le erano sacri i crocicchi e i trivi nelle strade (per cui veniva chiamata anche Trivia) e la sua presenza era annunciata dai latrati dei cani da battaglia.
Anche questo animale merita una breve riflessione perché nel corso dei secoli subì interpretazioni ora positive, ora negative, in relazione ai personaggi che affiancavano o che rappresentavano (si pensi all'iconografia domenicana). Si riteneva che i cani fossero in grado di salvaguardare gli uomini dai pericoli invisibili perché in grado di vedere gli spiriti, in relazione al dio Anubi, che prese la forma di un grande cane simile allo sciacallo, ebbero anche il ruolo di guidare le anime nell'aldilà, però durante l'azione repressiva intrapresa dall'Inquisizione, i cani neri entrarono a far parte del novero dei simboli demoniaci presenti nei diversi trattati di demonologia perché considerati accompagnatori demoniaci delle streghe o dei maghi.


Fabrizio e Giovanna


NOTIZIE TRATTE DA:
Rosalba Mulas“Iconografia delle streghe dall’antichità all’età moderna e stregoneria in Sardegna”
in Salvatore Loi “Inquisizione, magia e stregoneria in Sardegna”
H. Biedermann Enciclopedia dei simboli”
Esiodo Teogonia”




1Esiodo, Teogonia: Ècate figlia unica di Astèria e di Perse


martedì 17 gennaio 2012

RARISSIMA ISCRIZIONE IN CARATTERI CUNEIFORMI TROVATA A MALTA


La foto è a carattere dimostrativo


Gli edifici megalitici di Malta, che da alcuni studiosi sono considerati i più antichi del mondo, continuano a riservare nuove sorprese e sollevare interrogativi.
L’ultima sensazionale scoperta riguarda il ritrovamento di un frammento litico di agata a forma di mezza luna, recante dei caratteri cuneiformi datati al XIII secolo a.C.
Questo tipo di scrittura è originario della Mesopotamia, nell’attuale Medio Oriente, quindi il suo ritrovamento in un’area geografica occidentale costituisce una rarità degna di nota.
Lo scavo diretto dal professor Alberto Cazzella, titolare della cattedra di paleontologia all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza",  ha riportato alla luce la pietra inscritta nel santuario di Tas-Silg, un tempio megalitico datato al  periodo neolitico finale, che fu utilizzato a scopo  religioso e cerimoniale dal terzo millennio a.C. fino all'epoca bizantina.
L’iscrizione è stata tradotta come una dedica al dio della luna mesopotamico Sin, venerato ad est della città santa di Nippur la quale, oltre ad essere meta di pellegrinaggi, possedeva una famosa scuola di scribi che produsse moltissimi testi letterari.
Alcuni studiosi ipotizzano che la “pietra” sia stata sottratta al tempio di Nippur durante un saccheggio e giunta in occidente attraverso i mercanti micenei e ciprioti che avevano probabili rapporti commerciali col mediterraneo centrale.

Inoltre, poiché il frammento in agata inscritto in cuneiforme doveva essere considerato molto prezioso per le genti della tarda età del bronzo, la sua presenza all’interno del tempio megalitico di Tas-Silg suggerisce agli studiosi l’ipotesi che il santuario avesse una grande importanza per gli uomini dell’epoca.
Il santuario di Tas-Silg è già conosciuto agli studiosi per la sua importanza in epoca fenicia e romana.

Ricordiamo che il frammento maltese non è il più antico né il più occidentale dei reperti in carattere cuneiforme venuto alla luce fuori dalle zone di cultura mesopotamica; abbiamo infatti notizia del cosiddetto “coccio di Mogoro” recante dei caratteri cuneiformi.
Il “coccio” sardo è tutt’ora al centro di un’aspra polemica della quale parleremo ampiamente prossimamente.

Fabrizio e Giovanna