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sabato 10 settembre 2011

Il Diluvio Universale e l'Arca di Noè



Quando si parla di “arca” viene spontaneo pensare all’arca di Noè, ma esistono altre tradizioni, forse anche più antiche dei racconti della Genesi biblica, che annoverano l’arca tra le cose strane…
Ma andiamo con ordine.
Con il termine arca si intende comunemente una grande imbarcazione utilizzata per salvare le specie viventi dall’estinzione dovuta al diluvio inviato da Dio. Autore del salvataggio, il mitico Noè. Dio, resosi conto della malvagità dell’Uomo, decide di sterminare la specie umana e con essa tutti gli esseri viventi. Qui entra in gioco Noè che, considerato uomo giusto, viene invitato a salvarsi unitamente alla propria famiglia e agli esseri viventi, costruendo un’arca. Vediamo cosa ci dice la Bibbia:
[Genesi, 6,14]
“Fatti un’arca di legno di Cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. Ecco come devi farla: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. Farai nell’arca un tetto e a un cubito più sopra la terminerai; da un lato metterai la porta dell’arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore.”
Il resto, al momento, non ci interessa.
Ciò che sappiamo sull’arca di Noè, si può riassumere in poche informazioni: é costruita in legno di Cipresso, è compartimentata, è impermeabilizzata per mezzo del bitume, ha un tetto e una porta. In merito alle dimensioni, in linea di massima possiamo considerare un cubito circa cinquanta centimetri, per cui siamo di fronte ad una nave di 150x25x15 metri! Un vero mostro per quei tempi!
In apertura ho parlato di altre tradizioni che ci riportano di un’arca, vediamone una, il racconto del diluvio della saga di Gilgamesh. Il testo ci dice che in quei giorni il mondo pullulava di persone e il loro rumore era tale che il grande Dio, venne destato e unitamente agli altri dei fu deciso di distruggere l’umanità. Ma Ea, altra dea, volle salvare l’umanità così avvisò Utnapistim, il Noè di Suruppak, città sulle rive dell’Eufrate. Ma sentiamo cosa dice Ea:
“Uomo di Suruppak, figlio di Ubara-Tutu, abbatti la tua casa e costruisci una nave, [..] Ecco le misure del battello, così come lo costruirai: che la sua larghezza sia pari alla sua lunghezza, che il suo ponte abbia un tetto come la volta che copre l’abisso; [..] Alla prima luce dell’alba la mia famiglia si riunì intorno a me, i bambini portarono pece e gli uomini tutto il necessario. Il quinto giorno misi in posa la chiglia e le coste, poi fissai il fasciame. Di un acro era la sua area di terreno, ogni lato del ponte misurava cento e venti cubiti e costituiva un quadrato. Sotto coperta costruii sei ponti, sette in tutto; li divisi in nove sezioni con paratie fra di loro. Dove era necessario infissi dei cunei, provvidi alle pertiche di spinta e caricai provviste. I portatori recarono olio in canestri, versai pece nella fornace e asfalto e olio; altro olio venne consumato per calafatare, altro ancora lo mise tra le sue provviste il nocchiero.[..] Al settimo giorno la nave era pronta. Venne poi il varo pieno di difficoltà, lo spostamento della zavorra di sopra e di sotto finché due terzi rimasero sommersi. [..] Guardai fuori e il tempo era terribile, così anche io salii a bordo della nave e chiusi i boccaporti. Era tutto finito, la chiusura e la calafatura, diedi dunque il timone al timoniere Puzur-Amurri, assieme alla navigazione e alla cura di tutta la nave.”
L’arca di Utnapistim, come possiamo vedere, è leggermente diversa da quella di Noè, forma quadrata, sette ponti in tutto divisi in nove sezioni tramite paratie. E così via. Interessante e particolare la parte relativa alle “pertiche di spinta”, i remi forse? Ancora più interessante la parte dei “portatori” che recarono l’olio in canestri, versato insieme a pece e asfalto “nella fornace”, per far che? Non per calafatare, quello lo dice subito dopo, e poi a cosa serve altro altro olio tra le provviste del nocchiero?
Al di là delle domande che io mi pongo e che sicuramente troverebbero una spiegazione logica se avessimo più elementi, resta il fatto che due testi antichissimi di due popoli diversi riportano il medesimo racconto…


Ma vediamo che ci dice un altro grande del passato... Ovidio!

Nel precedente articolo sulle Metamorfosi ho concluso parlando dell'età del ferro, l'era delle guerre.
Giove, stancatosi di vedere e sentire gli uomini riunì il concilio degli dei per decidere sulla punizione da dare alla razza umana e dopo aver valutato attentamente decide di usare l'acqua per distruggere questa razza malvagia. I fulmini, sua arma preferita, avrebbero potuto dar fuoco al "sacro etere" e causare distruzioni incontrollabili. Si sarebbe potuto infiammare e bruciare il lungo asse terrestre, ci riporta Ovidio! E dunque é meglio distruggere "la stirpe dei mortali con un'inondazionee mandare un diluvio da ogni parte del cielo".
E così l'acqua sommerse il mondo, trascinando via tutto "e le torri strette dall'acqua restano invisibili sotto i gorghi; ormai non c'era nessuna separazione tra mare e terra: tutto era mare ma al mare mancavano i lidi...
Solo in due si salveranno, Deucalione e la moglie, Pirra. Su una fragile barca sopravvissero ed approdarono sul monte Parnaso e, resisi conto di essere soli al mondo si rivolgono agli dei perché li consiglino su come ripopolare la terra con la stirpe degli uomini. Temi, interpellata dai due sopravvissuti risponde: "Allontanatevi dal tempio e copritevi il capo, sciogliete le vesti e buttate dietro le spalle le ossa della gran madre..."
Deucalione, figlio di Prometeo, interpreta come "pietre", le ossa della gran madre "Terra" e così, ubbidendo alla dea, inizia il lancio delle pietre... e "le pietre lanciate dalle mani di Deucalione assunsero l'aspetto di maschi, mentre le femmine ripresero vita con il lancio effettuato dalla donna"...


Censorino ci da una serie di informazioni sulle età passate... prendendo come guida uno storico enciclopedico latino, Marco Terenzio Varrone (Rieti 116-27 a.C.) autore, tra l'altro dei "Logistorici" e delle "Antichità", opere di storia memorabili e di cui resta poco o niente! Censorino però ci permette di conoscere alcune informazioni tratte da Varrone.
Devo però mettere i lettori sull'avviso, Censorino l'ho letto in francese e, quando poco chiaro, ho consultato la versione in latino. Data la mia conoscenza del Francese e del Latino, potrebbero esservi degli errori! Se volete, potete leggere voi stessi i testi suhttp://penelope.uchicago.edu/Thayer/E/home.html.
Detto ciò, vediamo cosa ci dice il nostro Censorino...
"Io vado ora a parlare di quel periodo di tempo che Varrone chiama "storico". Questo autore, in effetti, divise il tempo in tre periodi: il primo periodo che va dall'origine degli uomini al primo diluvio Varrone lo chiama "incerto", a causa delle tenebre che lo ricoprono. Il secondo periodo va dal primo diluvio fino alla prima olimpiade e siccome si raccontano tante storie fantastiche, Varrone lo chiama "mitico"; il terzo periodo va dalla prima olimpiade a oggi e Varrone lo chiama "storico" perché i fatti principali accaduti ci sono riportati da storici veri."
Ecco dunque che uno storico, nella sua suddivisione delle ere, utilizza come confine un Diluvio... ma quale? E quando si sarebbe verificato?
"Sul primo periodo, se abbia avuto o meno un inizio, non si potrà mai dire di quanti anni fu. Non sappiamo con precisione di quanti anni sia stato il secondo periodo ma si pensa a circa 1.600 anni. Dal primo diluvio, in effetti, chiamato diluvio d 'Ogigia, fino al regno di Inaco, si contano circa 400 anni, da li all'eccidio di Troia se ne contano circa 800, poco più di 400 poi da li alla prima olimpiade. E siccome questi ultimi, nonostante appartengano alla fine dell'epoca mitologica, si avvicinano più degli altri all'epoca degli scrivani, qualcuno ha cercato di meglio precisare il numero degli anni. Così Sosibius ha fissato il numero degli anni a 395; Eratostene a 407, Timeo a 417, Aretes a 514. Altre cifre ancora sono state indicate da altri autori ma il loro stesso disaccordo è testimone dell'incertezza del numero degli anni trascorsi."
Dunque sappiamo che si parla del Diluvio di Ogigia... e che si verificò circa 1600 anni prima della prima olimpiade... secondo il nostro calendario la prima olimpiade fu celebrata verso il 776 a.C. , il diluvio di Ogigia si sarebbe dunque verificato nel 2376 a.C., anno più, anno meno!
E sempre secondo la cronologia indicata, nell'anno 1176 a.C. circa si ebbe la fine di Troia. Nel 1976 a.C. si ebbe invece il regno di Inaco, chiunque esso sia!
Diluvio di Ogigia... occorre tornare indietro al periodo delle scuole per cercare nella memoria e poi nel libro, l'Odissea, qualche notizia su Ogigia... sappiamo infatti che al tempo della guerra di Troia, quindi intorno al 1176 a.C secondo la cronologia di Censorino/Varrone, Ogigia esisteva ma era pressoché disabitata, e questo ce lo conferma Omero quando ci dice che...
[Odissea, Libro I, 80-87]
"O nostro padre Cronide, sovrano tra i potenti, se questo é caro ai numi beati, che alla sua casa torni l'accorto Odisseo, allora, Ermete messaggero, argheifonte mandiamo all'isola Ogigia, che subito alla dea trecce belle dica decreto immutabile, il ritorno del forte Odisseo, perché possa tornare."
E' chiaro che Odisseo si trovava ad Ogigia... ma di quale terra si tratta? Per scoprirlo, o almeno per avere delle informazioni utili, occorre spostarci più avanti...
[Odissea, Libro V, 13-17]
"Là nell'isola giace, dure pene soffrendo, nella dimora della ninfa Calipso, che a forza lo tiene. E non può ritornare alla terra paterna, perché non ha navi armate di remi, non ha compagni che lo trasportino sul dorso ampio del mare."
E' Atena che parla agli dei, ricordando loro le pene di Odisseo. E' Atena che parla di isola, dimora della ninfa Calipso, ed è là che è diretto dunque Ermete messaggero... Ed è dunque nell'isola Ogigia che ci spostiamo ora, sempre nell'Odissea... é Zeus ora che parla...
[Odissea, Libro V, 29-35]
"Ermete, tu sempre sei il messaggero; alla ninfa bei riccioli porta decreto immutabile, il ritorno del costante Odisseo; che ritorni senza accompagno né di numi né d'uomini, ma sopra una zattera di molti legami, soffrendo dolori, arrivi al ventesimo giorno alla Scherìa fertili zolle, dei Feaci alla terra, che sono parenti agli dei."
Dunque il viaggio di Odisseo dovrà riprendere dietro ordine di Zeus e Odisseo partirà da Ogigia, l'isola, come abbiamo detto poco sopra, e a bordo di una zattera si dirigerà verso Scherìa... fertili zolle, terra dei Feaci parenti degli dei, terra che raggiungerà dopo venti giorni di navigazione... Ma oggi a noi interessa qualcosa di più su Ogigia, non Scherìa... che vedremo in altra occasione! Vediamo se troviamo qualcosa che possa aiutarci a capire quale sia la famosa e introvabile isola di Ogigia... E allora seguiamo Ermete, il messaggero degli dei, nel suo viaggio verso l'isola, attraverso il mare, fino alla grande spelonca in cui la ninfa abitava...
[Odissea, Libro V, 59-74]
"Gran fuoco nel focolare bruciava e lontano un odore di cedro e di fissile tuia odorava per l'isola, ardenti [..] Un bosco intorno alla grotta cresceva, lussureggiante: ontano, pioppo e cipresso odoroso. Qui uccelli dall'ampie ali facevano il nido, ghiandaie, sparvieri, cornacchie che gracchiano a lingua distesa, le cornacchie marine, cui piace la vita del mare. Si distendeva intorno alla grotta profonda una vite domestica, florida, feconda di grappoli. Quattro polle sgorgavano in fila, di limpida acqua, una vicina all'altra, ma in parti opposte volgendosi. Intorno molli prati di viola e di sedano erano in fiore..."
E così sappiamo che l'isola Ogigia aveva una grande grotta, vi cresceva la vite domestica, era ricca di uccelli e il clima era tale da permettere la crescita delle viole e del sedano. E niente altro? vediamo se Ermete ci aiuta...
[Odissea, Libro V, 99-101]
"Zeus m'ha costretto a venir quaggiù, contro voglia; e chi volentieri traverserebbe tant'acqua marina, infinita? non è neppure vicina qualche città di mortali..."
Dunque Ogigia è un'isola priva di città di mortali, posta in mezzo al mare infinito, ma qualcuno comunque vi abitava o vi aveva abitato in passato...
Ermete va via... ora chi potremo seguire alla ricerca di informazioni? Seguiamo Calipso, mentre guida Odisseo nella preparazione della zattera per il ritorno...
[Odissea, Libro V, 234-240]
"Per Odisseo magnanimo, poi, preparò la partenza. Gli diede una gran scure, ben maneggevole, di bronzo, a due tagli: e un manico c'era molto bello, d'ulivo, solidamente incastrato. Gli diede anche un'ascia lucida e gli insegnava la via verso l'estremo dell'isola, dov'erano gli alberi alti, ontano e pioppo e pino, che al cielo si leva, secchi da tempo, ben stagionati, da galleggiare benissimo."
Ecco altre preziose informazioni, c'era il bronzo, che veniva usato per fabbricare asce, c'era l'ulivo, e tra gli alberi vi era anche il pino, oltre al pioppo e all'ontano... Poi Calipso, terminata la zattera e munitala di vele, da ad Odisseo le informazioni per il viaggio di ritorno...
[Odissea, Libro V, 270-290]
Così col timone drizzava il cammino sapientemente, seduto: mai sonno sugli occhi cadeva, fissi alle Pleiadi, fissi a Boòte che tardi tramonta, e all'Orsa, che chiamano pure col nome di Carro, e sempre si gira e Orione guarda paurosa, e sola non ha parte ai lavacri d'Oceano; quella infatti gli aveva ordinato Calipso, la dea luminosa, di tenere a sinistra nel traversare il mare. Per diciassette giorni navigò traversando l'abisso, al diciottesimo apparvero i monti ombrosi della terra feacia: era già vicinissima, sembrava come uno scudo, là nel mare nebbioso."
Ecco le ultime informazioni... per andar alla terra dei feaci, Odisseo avrebbe dovuto navigare per circa 17 giorni tenendo gli occhi fissi alle Pleiadi e tenere Orione sulla sinistra durante la traversata... Dove si trova la terra dei feaci? Dove si trova Ogigia? Le domande aumentano... o Omero ha inventato tutto?
Ma ora finalmente Odisseo approda tra i Feaci e noi riprendiamo la strada indicataci dalla nostra guida, Censorino... con nella mente, però, un po più di notizie su Ogigia, quella del Diluvio...
"In merito al terzo periodo, tra gli autori esiste una divergenza di 6 o 7 anni sulla sua estensione, ma questa incertezza è stata pienamente dissipata da Varrone, che, dotato della più rara sagacia, pervenne, risalendo i tempi di alcune città, basandosi sulle eclissi e calcolandone gli intervalli, a far riemergere la verità e ad illuminare questo punto con tale luce che oggi è possibile precisare non solo il numero di anni ma addirittura il numero dei giorni di quest'epoca! Se non erro, seguendo questi calcoli, l'anno in cui ci troviamo e del quale il consolato di Ulpius e Ponziano é indice e titolo, a partire dalla prima olimpiade fino ai giorni estivi in cui si celebrano i giochi olimpici sono passati 1014 anni. se invece si inizia a contare dalla fondazione di Roma, ci troviamo nell'anno 991 a partire dalla festa "des Parilies", festa usata per il conteggio degli anni della città. Se invece si inizia a contare secondo l'anno Giuliano, ci troviamo nell'anno 283, a partire dalle calende di gennaio, periodo in cui Giulio Cesare ha voluto che cominciasse l'anno da lui stabilito. Se invece si conta a partire dall'anno detto degli Imperatori, siamo nell'anno 265, a partire sempre dalle calende di gennaio, nonostante solo il 16 delle calende di febbraio sotto la proposta di L. Munatus Plancus, il senato e il resto dei cittadini diedero il nome di "Imperatore Augusto" a Cesare Ottaviano, figlio del divino Cesare, allora console per la settima volta assieme a Vipsanius Agrippa che lo era per la terza volta. In merito agli egizi, siccome essi si trovavano, a quell'epoca, già da due anni sotto il dominio del popolo romano, il presente anno è per loro il 267 degli Imperatori."
Dunque, così apprendiamo che l'opera fu scritta nell'anno 238 d.C.... e che siamo in grado di fare questi conto lo dobbiamo, ancora una volta, a Varrone!
"Anche la storia d'Egitto, come la nostra, ha dato luogo a differenti ere: così distinguiamo l'era di Nabonassar, così chiamata dal nome del principe Nabonassar e che ad oggi ha raggiunto la cifra di 986 anni dalla data di inizio del suo regno. Quindi si parla dell'era di Filippo, che a partire dalla morte di Alessandro il Grande e contando fino ad oggi abbraccia un periodo di 562 anni. Tutte queste epoche degli egiziani cominciano sempre al primo giorno del mese da essi chiamato "thoth", giorno che quest'anno corrisponde al 7 di calende di luglio, tanto che cento anni fa, durante il secondo consolato di dell'Imperatore Antonino Pio e di Bruttius Praesens, questo giorno corrispondeva al 12 di calende d'agosto, epoca del levarsi della canicola in Egitto. Dunque, possiamo vedere che noi siamo oggi nel centesimo anno di questo Grande Anno che, come ho detto prima, è chiamato "solare", "canicolare" o anno di Dio."
E così ora sappiamo che nell'anno 138 d.C. iniziò un altro Grande Anno...
"Ho dovuto indicare in quale epoca cominciano gli anni per evitare che si pensi che questi comincino tutti alle calende di gennaio o a qualche altro giorno simile, perché sulla questione delle diverse ere si sottolineano non meno opinioni divergenti nelle volontà dei loro fondatori che nelle opinioni dei filosofi. Così alcuni fanno cominciare l'anno naturale al levar del sole nuovo, cioè in inverno, altri autori al solstizio d'estate, altri all'equinozio di primavera, altri ancora all'equinozio d'autunno, questi al levare, quelli al calare delle Pleiadi, altri ancora, infine al levare di Canicola."
Un bel caos, dunque, ma mai un dubbio sul fatto che gli antichi conoscessero alla perfezione l'anno solare, anche se con qualche approssimazione... e chissà che più avanti Censorino non possa raccontarci qualche altra cosa di interessante sul sapere dei suoi tempi, o magari, Varrone vorrà prender parte alla nostra tavola rotonda!?!


Ancora un grande:  Apollodoro: la creazione della razza umana e il Diluvio

Abbiamo già visto qualcosa su Apollodoro e la sua opera, ora proseguiamo...
Nel libro primo Apollodoro ci parla della cosmogonia greca, la nascita dell'universo e degli dei, ma anche la nascita della razza umana e del furto del fuoco...

(Biblioteca, Libro I, 7)
Dall'acqua e dalla terra Prometeo plasmò gli uomini e inoltre donò loro il fuoco racchiudendolo, di nascosto da Zeus, dentro una canna.

Prometeo per il suo furto venne condannato da Zeus ad una pena eterna... ma evidentemente aveva già dato vita alla sua discendenza, perché Apollodoro ci dice che

"Figlio di Prometeo fu Deucalione. Questi, mentre regnava sulle regioni circostanti Ftia, sposò Pirra, figlia di Epimeteo e di Pandora, la prima donna che gli dei avevano plasmato.
Quando Zeus decise di annientare la stirpe dell'età del bronzo, Deucalione per suggerimento di Prometeo costruì un'arca, la equipaggiò con il necessario e vi salì insieme a Pirra.
E Zeus, riversando una gran pioggia dal cielo, sommerse la maggior parte della Grecia tanto che tutti gli uomini perirono ad eccezione di quei pochi che si erano rifugiate sulle cime dei monti vicini: fu a quel tempo che le montagne della Tessaglia si separarono e tutto il mondo al di là dell'Istmo e del Peloponneso fu inondato".

Deucalione, sulla sua arca viene trasportato fino al Monte Parnaso dopo aver navigato per nove giorni e nove notti.
Deucalione e Pirra dopo aver sacrificato a Zeus Salvatore ripopolano il mondo lanciandosi pietre dietro le spalle, nascono così i popoli del mondo dopo il Diluvio...



Solo poche righe per aggiungere un piccolissimo riferimento storico a chi studia il diluvio di Deucalione...
[Apollodoro, Biblioteca, Libro III, 8]Fu durante il regno di Nittimo che si verificò il diluvio di Deucalione e alcuni dicono che esso avvenne proprio a causa dell'empietà dei figli di Licaone".Poco più avanti un altro riferimento:[Apollodoro, Biblioteca, Libro III, 14]Dopo la morte di Cecrope, divenne re Cranao, che era nato dalla terra; fu ai suoi tempi (si dice) che ebbe luogo il diluvio di Deucalione".Licaone e suo figlio Nittimo, sovrani della regione Arcadia, Cecrope e il suo successore al trono di Atene, Cranao, mitiche figure o personaggi storici?Di Licaone sappiamo ciò che ci ha raccontato Ovidio nelle Metamorfosi... e i miti sugli uomini lupo.Ma di che periodo parliamo?Secondo alcuni si tratta del 1500 a.C.... e questi pongono dunque in quel periodo il diluvio, ma non esiste niente di certo!Un altro piccolo tassello a quanto già sappiamo sul diluvio...

Considerazioni interessanti: non solo la Bibbia!


Vogliamo vedere cosa dicono i testi sacri indiani?
SRIMAD BHAGAVATAM - Kapila
[Canto 1, Cap. 3, verso 10]Il quinto avatara fu Kapila, il più elevato di tutti gli esseri realizzati. Egli espose ad Asuri Brahmana la conoscenza della metafisica e degli elementi della creazione, poichè nel corso del tempo questa conoscenza era andata perduta.Se volessimo prendere per buono ciò che ci dice questo verso, si potrebbe dire che Kapila è colui che ha recuperato il sapere del passato.Ma perchè la conoscenza andatò perduta?Di che periodo si parla?Chi era Kapila?Queste cose non mi è dato saperle... e dal testo che ho non si evince niente di più!Sembra però che apparve prima "dell'inondazione totale"... Questa avvenne durante la presenza del decimo avatara...ma vediamo cosa dice...[Canto 1, Cap. 3, verso 15]Quando soppraggiunse l'inondazione totale dopo l'era di Caksusa Manu e il mondo intero fu completamente sommerso dalle acque, il Signore assunse la forma di un pesce e protesse Vaivasvata Manu facendolo salire su un vascello.Se vogliamo dar credito a quando riportato in questo verso, vi fu una grande inondazione, non si parla di diluvio... potrebbe però essere un effetto dello stesso evento verificatosi in altre parti del mondo?Nella spiegazione del versetto si parla comunque di diluvio, affermando che "si scatena sempre un diluvio alla fine di ogni Manu".In ogni caso vi è un sopravvissuto, Vaivasvata Manu, un altro Noè, Ziusudra (o Utmapistim), Xisuthrus, Deucalione... e chissà quanti altri!

Finirà qui?

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO



Fonte: http://tuttologi-storia-e-archeologia.blogspot.com/2011/04/il-diluvio-universale-e-larca-di-noe.html 

venerdì 9 settembre 2011

ANGHELU RUJU - TOMBA A (articolo più video)


Come abbiamo anticipato nel precedente articolo visita alla necropoli di Anghelu Ruju - Alghero, oggi parleremo in maniera più dettagliata della più grande necropoli della Sardegna settentrionale, concentrandoci soprattutto sulle tomba A; nei prossimi post analizzeremo altre tombe, limitandoci ovviamente a quelle che hanno attirato la nostra attenzione.

La necropoli si compone di 38 domus de janas disposte in due nuclei, 7 nel primo e 31 nel secondo.


Breve storia degli scavi:


Nel 1903, durante dei lavori predisposti per la realizzazione di una casa colonica, furono trovati all'interno di una domus de janas un cranio umano ed un vaso tripode, tali reperti furono fatti analizzare da Antonio Taramelli, allora direttore dell'Ufficio delle Antichità della Sardegna, che riconobbe la loro antichità.
Nel 1904 iniziarono i primi scavi diretti dallo stesso Taramelli che si avvalse della collaborazione del Nissardi, il quale effettuò un rilevamento grafico relativo alle 10 domus de janas rinvenute che furono registrate con i numeri romani.
Nel 1908 il Taramelli effettuò altre esplorazioni e riuscì a scoprire altri 21ipogei. 
Nel 1936 l'archeologo Doro Levi intraprese un'altra campagna di scavi e furono individuate altre 4 tombe registrate con le lettere A, B, C e D.
Nel 1967, Ercole Contu  ritrovò la tomba VIII bis e le tombe E ed F innalzando a 38 il numero complessivo delle tombe.

La tomba A, come abbiamo già detto, fu scoperta da Doro Levi nel 1936 ed è priva di copertura nell'anticella e nella cella maggiore per via dei crolli. Tramite l'ingresso a corridoio è possibile accedere alla piccola anticella quadrangolare, dalla quale si arriva poi alla cella principale a pianta rettangolare disposta a T, dove sono presenti una cella e un letto funebre. A destra rispetto all'anticella si trovano altre tre celle (C, D, E) collegate tra loro.
La particolarità di questa tomba è rappresentata simboli magico- religiosi scolpiti sulle pareti, ossia le sei protomi taurine scolpite sulla parete destra dell'anticella, le due scolpite nella cella C e i 12 rettangoli presenti nel vano E. 



Fabrizio e Giovanna


Notizie tratte da:
Giovanni Maria Demartis, La necropoli di Anghelu Ruju

giovedì 8 settembre 2011

IL SITO DI SAN GIOVANNI - DOLIANOVA


Il sito di San Giovanni si trova in una collina a pochissima distanza dal paese di Dolianova, oltre ai resti di un nuraghe polilobato e della parte basale di una chiesa che portano il suo nome, sono stati trovati alcuni resti riferibili all'età nuragica e a quella romana che fanno pensare alla presenza di un abitato sia nuragico che romano.
Il nuraghe pentalobato di San Giovanni si trova sopra un bancone di arenaria che fu probabilmente utilizzato come cava già in antico, purtroppo lo stato di degrado non permette di ammirare la sua maestosità. 
Le parti più visibili sono quelle che riguardano le murature esterne di quasi 2 metri di altezza massima situate a nord e ad ovest, in passato hanno subito degli scavi clandestini  che hanno evidenziato parzialmente il paramento settentrionale e parte di uno spazio interno interrato. 
Il muro rettilineo del versante meridionale non è visibile, mentre verso Nord affiorano dal terreno ricoperto di vegetazione alcuni blocchi riferibili alla torre centrale.
In tali blocchi si impostano i resti della chiesa di San Giovanni di cui si conservano soltanto i tratti basali di due muri situati a nord-est e sud-ovest. Al centro della navata è presente una cavità rapportabile probabilmente al mastio.
La chiesa non ha una datazione certa, è probabile che la sua sovrapposizione al monumento nuragico fosse determinata dall'importanza che ebbe il luogo anche nelle epoche successive.


Non si sono invece rinvenuti resti apprezzabili di strutture pertinenti all’abitato nuragico e poi romano che certamente dovevano essere situate a sud e sud-est rispetto al nuraghe. 


Foto relative al sito di San Giovanni, tra degrado e vegetazione selvaggia:









































Fabrizio e Giovanna

martedì 6 settembre 2011

MARI PINTAU (video)



La bellissima musica del mare






Fabrizio e Giovanna

ALCUNE CHIESE MEDIEVALI DEL NORD SARDEGNA (video)

Il ricchissimo patrimonio artistico della Sardegna trova nelle bellissime chiese medievali una delle sue massime espressioni.
Vi proponiamo alcune immagini delle chiese della parte settentrionale della nostra amata Isola.
Buona visione!






Fabrizio e Giovanna

ARCHEOLOGIA: E’ stato rintracciato per la prima volta il Tempio di Traiano e Plotina a Roma

Entusiasmante scoperta nel mondo dell’archeologia: la posizione dell’elusivoTempio di Traiano e Plotina a Roma è stata finalmente identificata. Le tecnologie di ricerca più avanzate hanno permesso di stabilire che il celebre Tempio, voluto dall’imperatore Adriano per onorare i suoi genitori, si sarebbe trovato leggermente a Nord-Ovest rispetto alla Colonna Traiana. Ma le ricerche sono andate oltre e hanno permesso di stabilire che il luogo di culto avesse anche sei colonne nella parte frontale. Tuttavia non entusiasmatevi troppo: il tempio è purtroppo andato perduto, per ora ne rimangono tracce solo nelle ricostruzioni virtuali.


News completa: http://www.apollodoro.it/articolo/e-stato-rintracciato-per-la-prima-volta-il-tempio-di-traiano-e-plotina-a-roma/2061/

ARCHEOLOGIA: MISSIONE ITALIANA SCOPRE NAVE THAILANDESE IN GIAPPONE

(AGI) - Napoli, 5 set. - Una imbarcazione mercantile thailandese, databile tra la fine del XVI secolo e l'inizio del XVII, e' la scoperta piu' clamorosa della missione archeologica italiana in Giappone, l'unica occidentale autorizzata in quel paese, diretta da Daniele Petrella. Il 30 agosto e' giunta al termine la terza campagna di scavo della missione cofinanziata e sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri, dalla Nippon Foundation, dalla Camera di Commercio di Napoli, dalla Soprintendenza del Mare della Regione Sicilia, dall'Universita' di Bologna Alma Mater Studiorum e dalla Sovrintendenza ai Beni Archeologici per la provincia di Trapani.




News completa: http://www.agi.it/napoli/notizie/201109051630-cro-rt10158-archeologia_misione_italiana_scopre_nave_thailandese_in_giappone

lunedì 5 settembre 2011

I TEMPLARI: Battaglie famose




San Giovanni d’Acri, 1291: La fine di un sogno.




Nella primavera del 1291 sotto le mura di San Giovanni d’Acri, ultimo avamposto cristiano in Terra Santa, si presentò il più grande esercito della storia delle Crociate.
L’esercito musulmano  al comando del sultano al-Ashraf, vantava la presenza di 50.000 cavalieri e 150.000 fanti, provenienti dalla città di Hama, da Damasco e da contingenti dell’esercito egiziano.
A questo enorme dispiegamento di forze si contrapponeva ciò che restava della potente macchina bellica cristiana, che poteva contare sulla presenza di circa 1000 cavalieri, quasi tutti provenienti dagli Ordini Militari, e 30.000 fanti.
I musulmani, che avevano iniziato i preparativi dal 1290, si mossero alla volta di Acri nella primavera del 1291 portando con loro centinaia di macchine da guerra, tra le quali “la Vittoriosa”, un’enorme catapulta che si trovava nel Krak dei Cavalieri in Siria e un gigantesco lanciapietre chiamato “la Furiosa”.
Ad Acri i difensori della città potevano contare sulle loro poderose fortificazioni e sul valore dei pochi uomini rimasti a difendere il sogno di un regno occidentale in Terra Santa.
Il centro di San Giovanni d’Acri era difeso da una doppia cinta di mura il cui tratto settentrionale era presidiato dai Templari, alla loro destra stavano gli Ospitalieri affiancati da Inglesi e Francesi che a Nord Est controllavano le torri più deboli e le milizie comunali di Acri si attestarono al lato sud.
Le milizie comunali erano supportate dai Cavalieri Teutonici che presidiavano la Torre dei Tedeschi, erano presenti anche dei contingenti delle Repubbliche Marinare di Pisa e di Venezia che nella città avevano forti interessi economici. Per l’intera durata dell’assedio e fino a quando una tempesta lo affondò, un bastimento pisano bersagliò con un enorme catapulta le truppe di Damasco attestate sulla costa.
La compagine araba iniziò il suo bombardamento a base di pece bollente, fuoco greco e pietre, il 6 aprile del 1291, l'attacco si prolungò per oltre un mese con la speranza di danneggiare le possenti fortificazioni di Acri. Una notte, durante una pausa dei bombardamenti, i Templari tentarono una sortita prendendo alla sprovvista le truppe acquartierate davanti al tratto di mura da loro  presidiato infliggendo agli Arabi numerose perdite. Dopo un’ora di combattimento l’enorme minoranza numerica dei Cavalieri del Tempio li costrinse a ritirarsi, lasciando sul campo circa la metà degli uomini che avevano tentato la sortita.
Fu tentata una seconda sortita che vide i Templari e i Cavalieri dell’Ospedale combattere insieme, ma dopo essersi resi conto di non aver raggiunto nessun successo determinante e che la perdita di vite umane  era troppo alta, i cristiani decisero di non uscire più dalla città;  il numero dei difensori di San Giovanni d’Acri era, infatti, talmente  esiguo che larghi tratti di mura erano controllati da poche decine di uomini.
Grazie alle navi Pisane e Veneziane il mare antistante la città era ancora sotto il controllo dei Franchi e il Re di Gerusalemme, Enrico II, potè raggiungere Acri con 100 cavalieri e 2000 fanti, assumendo il comando delle operazioni.
Intanto i genieri musulmani, approfittando della copertura dei bombardamenti, erano riusciti a minare sulla cinta esterna la torre di Re Ugo, la torre degli Inglesi e quella della contessa di Blois, che cominciarono a crollare nel mese di maggio costringendo i Crociati a ripiegare verso la cinta interna.
In uno dei quotidiani assalti alla cittadella fortificata venne espugnata dai Mamelucchi porta Sant’Antonio, attraverso la quale i musulmani avrebbero potuto dilagare nella città se un piccolo contingente Templare, coadiuvato da circa 50 Ospitalieri, non avesse fermato con una carica il nemico, pagando però un caro prezzo in termini di vite umane.
Il 18 maggio i musulmani lanciarono l’attacco finale superando la cinta esterna e concentrando le loro forze verso la torre Maledetta e verso porta Sant’Antonio, dove Templari ed Ospitalieri tentarono senza successo un contrattacco. Nel corso dei combattimenti nei pressi della cortina di collegamento tre la torre Maledetta e porta Sant’Antonio venne ferito a morte il Gran Maestro del Tempio, Guglielmo di Beaujeu.
I combattimenti proseguirono strada per strada, i soldati arabi non risparmiarono la popolazione che  in preda al panico invase il porto in cerca di fuga.
I Templari ancora in grado di combattere si asserragliarono nell’ultimo baluardo cristiano, la torre del Tempio, al comando del Maresciallo dell’Ordine Pietro di Sevrey, resistendo per molti giorni e dando modo alla popolazione inerme di trovare scampo sulle navi delle Repubbliche Marinare.
La loro lotta terminò il 28 maggio, quando le mura della torre del Tempio crollarono minate dai genieri arabi e assalite dai mameluchi, seppellendo sia i Cavalieri che gli assalitori.
La città  fu così conquistata dal sultano al-Ashraf.
I Templari combatterono fino all’ultimo uomo, perdendo il Gran Maestro, il Maresciallo del Tempio e quasi tutti i Cavalieri.
La battaglia di San Giovanni d’Acri fu l’ultimo atto delle Crociate iniziate con la spedizione di Goffredo di Buglione nel 1066, ancora una volta i Templari diedero prova di coraggio e spirito di sacrificio, dimostrando con le loro azioni la falsità delle accuse di cui furono oggetto  pochi anni dopo.

Fabrizio e Giovanna

Riferimenti bibliografici:
Ennio Pomponio, I Templari in battaglia
Georges Bordonove, I Templari

domenica 4 settembre 2011

CALA MOSCA - CAGLIARI (video)





Il Colle di Sant'Elia è un posto meraviglioso dal punto di vista storico, archeologico e naturalistico; abbiamo già avuto modo di apprezzare la sua storia e la sua archeologia in post precedenti 
(IL PROMONTORIO DI SANT'ELIA - I PARTE e IL PROMONTORIO DI SANT'ELIA - II PARTE), oggi vi proponiamo il bellissimo e sottovalutato mare di Cala Mosca,  dove è possibile ammirare anche la Torre dei Segnali e un fortino della Seconda Guerra mondiale. 
Buona visione.





Fabrizio e Giovanna

sabato 3 settembre 2011

ARCHEOLOGIA: Identificato il tempio di Traiano e Plotina


Nuove indagini archeologiche hanno consentito di localizzare l'edificio voluto da Adriano per celebrare i «genitori»


Le architetture di Roma antica più difficili da ricostruire sono quelle del Foro di Traiano, con la basilica, le biblioteche ai lati della colonna e l'ingresso al Foro. A essi da anni stanno lavorando gli archeologi della Soprintendenza comunale. Ancora più arduo è capire se, davanti a questo ingresso, sorgevano isolati di abitazioni o una piazza con al centro il tempio dei divi Traiano e Plotina, eretti da Adriano. L'origine dell'identificazione è avventa quando sono stato invitato a visitare i sotterranei di Palazzo Valentini. Lì ho visto le possenti volte di cui era noto un rilievo, che abbiamo constatato essere esatto. Queste strutture, in asse con il Foro, sono parse a me e all'allievo Fabio Cavallero


Articolo completo: http://www.corriere.it/cultura/11_settembre_02/carandini-tempio-traiano-plotina_9460a742-d569-11e0-b96a-5869f8404a57.shtml

venerdì 2 settembre 2011

I popoli del mare... il paese del Mare e... Atlantide




Con il termine "i popoli del mare" ci si riferisce ad alcune popolazioni di cui si sa ben poco, citate dagli egizi nelle fonti del faraone Ramesse III (ufficialmente 1198-1166 a.C.).
Queste popolazioni probabilmente arrivarono via mare e invasero la Siria travolgendo Ugarit, Biblo, Tiro e Sidone. Pare che i Filistei fossero parte di un contingente dei popoli del mare, lasciati lungo la costa a controllare i territori conquistati.
Non si sa bene chi fossero ne da dove venissero ma dovevano essere molto bellicosi.
C'è da dire anche che la parte sud della Babilonia a partire dalla città di Nippur fino al golfo persico era conosciuta con il nome di Paese del Mare.
Non so se vi siano dei collegamenti tra popoli del mare e paese del mare.
In ogni caso l'ultimo re del paese del mare pare sia stato Eagamil, sconfitto dal cassita Ulamburiash intorno al 1.500 a.C..
Nei testi antichi vi sarebbero anche altri riferimenti a fantastici invasori del mare, sono i greci a parlarcene. Pare infatti che una popolazione arrivò dal mare e invase il mondo allora conosciuto, Egitto compreso. Furono i greci a salvare il Mediterraneo se diamo retta a questa storia.
Questa storia, raccontata nel Timeo da Platone nel capitolo III, a mio parere potrebbe essere ricollegata a quella dei popoli del mare.
Si tratta della storia di Atlantide. Non vi sto a raccontare tutto ma, in definitiva, così parlò un sacerdote Egizio a Solone: "Molte grandi opere pertanto della città vostra qui trascritte si ammirano, ma a tutte una va di sopra e per grandezza e per valore; perocchè dice lo scritto di una immensa potenza cui la vostra città pose termine, la quale violentemente avea invaso insieme l'Europa tutta e l'Asia, venendo di fuori dal mare Atlantico. Infatti allora [..] in questa isola Atlantide era sorto un grande e mirabile impero, il quale la dominava tutta quanta con molte altre isole e alcune parti pure del continente. Ed oltre di ciò anche delle regioni da questa parte nel mare interno signoreggiavano sulla Libia (Africa) fin verso l'Egitto e sull'Europa fino all'Etruria. Or tutta questa forza raccolta in uno tentò una volta con un impeto solo di soggiogare e i luoghi vostri ed i nostri e quanti altri sono di qua dello stretto. E fu allora, o Solone, che la potenza della città vostra diventò illustre presso tutti gli uomini e per valore e per vigoria..."
Dunque, i greci avrebbero salvato il mediterraneo da questa poderosa invasione.
Ma questa storia, se veramente accaduta, risale a prima del Diluvio, o almeno così ci dice sempre Platone per voce dello stesso sacerdote in un altro passo del Timeo:
"Perocchè fu una volta, o Solone, prima della grande distruzione per mezzo delle acque, quella che ora é la città degli ateniesi una città prestantissima, e per la guerra e per tutte le atre cose ben ordinata più che alcun'altra..."
Chiaramente gli storici non attribuiscono alcun valore a quanto raccontato da Platone, come non conta niente ciò che ha raccontato Erodoto oppure ciò che sta scritto nei testi religiosi...
Il Diluvio, nonostante sia presente in tantissimi testi antichi di popolazioni di tutto il mondo, non c'è mai stato...
Eppure, vien da riflettere...
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

giovedì 1 settembre 2011

ARCHEOLOGIA SARDA :Nuraghe Palmavera - ALGHERO



Il nuraghe complesso di Palmavera è costituito da due torri unite tra loro e da un cortile accessibile attraverso l’ingresso principale.
La torre più antica è quella principale, fu raccordata a quella secondaria più recente attraverso un muro che rifascia anche il cortile interno e il corridoio d’ingresso dotato di alcune nicchie.
Muro di rifascio

La torre principale presenta un elevato di circa 8 metri e un diametro di circa 9, la camera principale, raggiungibile attraverso un corridoio coperto a piatta banda, mantiene intatta la tholos ed ha un diametro di 4 metri.
Ingresso alla torre principale
Tholos torre principale











Al piano superiore si poteva accedere attraverso una scala situata all’interno di una nicchia posta circa a 3 metri d’altezza rispetto al piano di calpestio, questo tipo di soluzione è riscontrabile in maggior numero nei nuraghi del sud Sardegna, come ad esempio nel nuraghe Is Paras di Isili.
Accesso al vano scala

La  torre secondaria era raggiungibile attraverso un corridoio che partiva dal cortile, la tholos che in origine la copriva è oggi crollata e nel paramento murario si aprono quattro aperture.
Il cortile, attraverso un corridoio, si collegava anche all’ingresso secondario posto ad est.
Capanna delle riunioni


Coeva alla costruzione della torre secondaria avvenne l’edificazione delle capanne attorno al nuraghe, una delle quali è la “capanna delle riunioni” di grandi dimensioni e dotata di sedile che corre in tutto il suo perimetro per interrompersi in corrispondenza di una vasca realizzata con dei lastroni in pietra la cui funzione è ancora al vaglio degli studiosi. 
Vasca 


Al centro della capanna, sopra un altare circolare è collocata la riproduzione di una scultura in pietra arenaria, attualmente custodita al Museo nazionale G. A. Sanna di Sassari che, secondo gli archeologi dovrebbe rappresentare il modellino di una torre nuragica.
Probabile modello di Nuraghe

Successivamente avvenne un altro rifascio che si concretizzò con la realizzazione di un muro esterno dotato di quattro torri-capanne oltre il quale si sviluppò un secondo cortile separato dal primo, all'interno del quale è stato individuato un silos sotterraneo con imboccatura in pietra affiorante dal terreno.

Il villaggio, intorno all'VIII sec. a.C. fu probabilmente distrutto da un incendio e gli scavi archeologici hanno evidenziato, attraverso ritrovamenti di alcuni resti ceramici, la frequentazione sporadica in epoca punica e romana.


Fabrizio e Giovanna