Storia di Cagliari

il promontorio di sant'elia - i parte

il promontorio di sant'elia - ii parte

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cagliari medioevale     - iii parte -

i sobborghi di cagliari in epoca pisana

cagliari in epoca catalano - aragonese - i parte

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cagliari in epoca spagnola

 

l'arciconfraternita che confortava i condannati a morte nella città di cagliari

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un illustre cagliaritano di nome sigismondo arquer vita e opere - i parte -

 

un illustre cagliaritano di nome sigismondo arquer vita e opere - ii parte -

 

LE VIE DI CAGLIARI PROTAGONISTE DELLA STORIA VIA CANELLES E L'OMICIDIO CAMARASSA


IL PROMONTORIO DI SANT'ELIA - I PARTE

 STORIA DEL PROMONTORIO DAL NEOLITICO AL PERIODO ROMANO


Sella del Diavolo



Il Promontorio di Sant’Elia è stato frequentato ininterrottamente dal Neolitico Antico (6000-5000 a.C.).
I punti maggiormente interessati dai ritrovamenti archeologici appartenenti a questo periodo sono:
  • La distrutta grotta di Sant’Elia, probabilmente sacrificata dai lavori delle cave in un punto imprecisato tra il viale Calamosca e il Forte di Sant’Ignazio, dove sono stati ritrovati dei frammenti di ceramica cardiale, ascrivibile al Neolitico Antico, durante gli scavi condotti da E. Atzeni
  • Nelle vicinanze della Sella del Diavolo, sopra Marina Piccola, dove sono stati rinvenuti vari cocci, anch’essi ascrivibili al Neolitico Antico, durante gli scavi realizzati da A. Taramelli.
  • La Grotta del Bagno Penale, sul costone settentrionale sotto la Torre dei Segnali, dove sono stati portati alla luce reperti appartenenti al Neolitico Medio (IV millennio a.C.), tra i quali spicca un vasetto globulare a doppia ansa decorato con dei punti che riproducono forme geometriche.
  • La scomparsa Grotta di San Bartolomeo a causa di una frana, si trovava nel costone situato sopra la spiaggia del Poetto, dove si accede solo passando dal maredove era presente un ricco deposito funerario e gli oggetti ritrovati hanno evidenziato una soluzione di continuità dell’uso della stessa protrattasi fino alla cultura di Bonnannaro (II millennio a.C.).

Il  periodo fenicio-punico è rintracciabile nei numerosi frammenti ceramici, nella cisterna a pianta rettangolare e sezione trapezoidale, nella lapide dedicata ad Astarte Ericina con un concio con due colombe scolpite che testimonia l’esistenza di un tempio in suo onore e nel ritrovamento di una decina di tombe dotate di corredi funebri a San Bartolomeo.
Tra le numerose testimonianze lasciate dai romani si può ancora ammirare una cisterna di forma tronco-conica provvista di un ingegnoso sistema di canalizzazione.
La cisterna punica, molto simile a quelle che si trovano a Tharros, si trova sulla sommità del colle a poca distanza dalla torre di Sant’Elia, è di forma trapezoidale con una lunghezza di circa 30 metri. Anticamente era ricoperta da lunghe lastre in pietra, l’accesso era garantito dalla presenza di botole collocate sull’estremità. Vista la vicinanza del Tempio di Astarte è molto probabile che la cisterna alimentasse le vasche dove avvenivano le abluzioni rituali in onore della divinità.


Resti Tempio di Astarte
Resti del Tempio di Astarte










Astarte era la suprema divinità femminile fenicia della fertilità, della natura e della Madre Terra (come si può notare tali attributi sono tipici della divinità femminile venerata fin dal Paleolitico), prese l’appellativo Ericina probabilmente dal monte Erice in Sicilia (oggi monte San Giuliano) dove esisteva una particolare venerazione della dea. L’origine di questa divinità  potrebbe essere babilonese con il nome di Ishstar, tradotto poi Astarte dai Greci e Ashtart dai Fenici, al suo culto è stata da sempre legata la pratica della “prostituzione sacra” che avveniva all’interno del tempio stesso e aveva come protagoniste le fanciulle ancora da maritare.
A testimonianza dell’esistenza del luogo di culto, furono rinvenuti, nella seconda metà del XIX sec., un concio in pietra raffigurante due colombe stilizzate e un frammento di marmo con una dedica alla dea.
I romani che si insediarono in seguito nell’area lasciarono anch’essi delle testimonianze come la cisterna situata anch’essa nel punto più alto del colle a poca distanza da quella punica. La forma è a “tronco di cono”  con una profondità pari a circa 5 metri e mezzo, sul fondo è presente una vaschetta centrale per la decantazione dell’acqua. Il sistema di approvvigionamento della cisterna consisteva in una serie di vasche e canalette, scavate nella roccia, collegate fra loro in modo da far confluire l’acqua piovana al suo interno. 



Vaschetta della cisterna romana
Canaletta della cisterna romana
Cisterna romana


Purtroppo questo bagaglio archeologico allo stato attuale si presenta, pur in ottime condizioni, in un deplorevole stato di abbandono.
Nei prossimi post parleremo della storia successiva che vide il coinvolgimento del colle nelle varie vicende anche di rilevanza mondiale.

Fabrizio e Giovanna


Notizie tratte da:
Giovanni Spano, Guida della città di Cagliari
Bartolo Guido, De Waele Jo & Tidu Alessandro (2005) - Il Promontorio di Sant'Elia in Cagliari. Oristano; S'Alvure; 347 pp.

IL PROMONTORIO DI SANT'ELIA - II PARTE



STORIA DEL PROMONTORIO DAL MEDIOEVO ALL’ETÀ CONTEMPORANEA

Il promontorio di Sant’Elia fu interessato da eventi storici di portata anche internazionale, come l’attacco anglo-olandese del 1708 durante la guerra di successione spagnola, quello francese nel 1793 e il secondo conflitto mondiale.

I resti presenti nel colle testimoniano visibilmente le varie epoche che si sono succedute nella nostra Isola, tra questi ricordiamo soprattutto la Torre di Sant’Elia,  poco distante dalla cisterna punica, la cui presenza è documentata fin dal XIII sec. La torre prese il nome dalla chiesetta poco distante intitolata proprio al santo, ma pare che anticamente fosse chiamata Lanterna perché nel ripiano superiore era presente un braciere di segnalazione.
Attualmente restano in piedi solo scarsi ruderi della parte basale e di quella sommitale. 



Durante l'epoca spagnola furono edificate altre torri tra le quali ricordiamo soprattutto quella DEL POUET o Poetto costruita sicuramente dopo il 1590, dal momento che non fa parte dell'elenco delle torri presenti nella "Chorographia" del Fara, scritta tra il 1580 e il 1585 e che viene invece menzionata  nella "Description della Isla y Reino de Sardena", una carta del XVII secolo. 




Probabilmente aveva la funzione di controllare la parte occidentale del golfo di Quartu e l'insenatura sottostante corrispondente all'attuale Marina Piccola. Si esclude invece una funzione militare vista l'esiguità dello spessore murario. 



Durante il governo piemontese fu costruito il forte di Sant'Ignazio, abbiamo due teorie circa l'anno della sua edificazione, una lo vede costruito frettolosamente nel 1792, quando era imminente l'attacco francese, mentre l'altra opta per un periodo successivo compreso tra il 1793 e il 1795. In ogni caso, in occasione dell’attacco dei francesi rivoluzionari, l'area partecipò attivamente alla battaglia sparando cannonate contro gli invasori.




Durante la Seconda Guerra Mondiale (1940-1945) Sant’Elia per breve tempo diventò nuovamente uno dei baluardi della città di Cagliari perché fu sede di un centro d’ascolto e di batterie antinavi e antiaeree.





Fabrizio e Giovanna


Notizie tratte da:
Giovanni Spano, Guida della città di Cagliari
Bartolo Guido, De Waele Jo & Tidu Alessandro (2005) - Il Promontorio di Sant'Elia in Cagliari. Oristano; S'Alvure; 347 pp.


CAGLIARI MEDIOEVALE - parte I -



Chiesa San Pietro dei Pescatori


Il passaggio all’età medioevale segnò un momento importante per l’isola caratterizzato dalla formazione dei quattro regni o giudicati (Calari, Arborea, Torres e Gallura) con la loro complessa e moderna organizzazione politica e sociale, i cui elementi caratterizzanti furono soprattutto la democrazia semidiretta, la Carta de Logu, l’assenza del regime feudale e la possibilità di giudicare ed eventualmente punire i regnanti che contravvenivano alle leggi vigenti.

IL GIUDICATO DI CALARI
Breve cronologia dei regnanti
Il giudicato di Càlari deve il suo nome dalla metàtesi medioevale di Caralis, nome del capoluogo romano ormai in estinzione; nacque intorno al 900 e durò fino al 1258, la sua capitale era Santa Igìa, sulla riva orientale dello stagno di Santa Gilla e i suoi confini seguivano la linea che lo separava dal giudicato di Arborea: partiva dal paese di Buggerru e arrivava fino all’Ogliastra passando per Nuraminis, Siurgus e la Barbagia di Seulo.
Nel X secolo, agli albori del giudicato di Calari,  si ignorano i nomi dei giudici ivi presenti, l’unico episodio di rilievo fu l’attacco dei musulmani Fatimiti che determinò l’abbandono in massa della città e il probabile spostamento nella zona più facilmente difendibile di Santa Igìa.
Nell’XI secolo ripresero i contatti politici e commerciali con la penisola italiana
Verso l’anno Mille le pergamente d’archivio riportano il nome del primo sovrano noto, Mariano-Salusio, che diede avvio alla casata dei Lacon-Gunale di Calari.
Nel 1058 gli successe il figlio Orzocco-Torchitorio, che dovette forse sostenere alcune oscure lotte col “giudicato” di Arborea che decurtarono la diocesi di Caralis.
Nel 1084 seguì Guglelmo-Salusio II
Nel 1090 Mariano-Torchitorio II
Nel 1130 vi fu l’ultimo esponente della dinastia, Costantino-Salusio III, che morì intorno al 1163 senza discendenza maschile.
L’anonima figlia di Costantino-Salusio III, sposò il figlio cadetto del re Gonario di Torres, Pietro dei Lacon-Gunale, che ottenne il nome dinastico di Torchitorio III. Con lui si inaugurò e si estinse la fugace dinastia dei Lacon-Gunale di origine logudorese nel giudicato di Calari, infatti, morì nel 1187 senza discendenza maschile dopo varie guerre condotte prima contro Barisone I di Arborea che nel 1163 appoggiò un usurpatore filo ligure, poi contro i Pisani che lo attaccarono nel 1187 costringendolo a fuggire presso il fratello a Torres.
Il trono passò al nipote Guglielmo, meglio noto come Guglielmo-Salusio IV di Lacon Massa, che inaugurò la nuova casata dei Lacon-Massa (figlio di Giorgia de Lacon-Gunale e del ligure Oberto Obertenghi marchese di Massa e Corsica).
Guglielmo-Salusio IV fu un sovrano terribile sempre in guerra con gli altri giudicati:
Nel 1194 rapì la catalana Prunisinda, moglie del giudice di Torres Costantino II, violentandola ripetutamente nel castello del Goceano.
Nel 1195 attraversò i confini del giudicato di Arborea allora squassato da lotte intestine per la successione a Barisone I. Dopo aver sconfitto in battaglia campale il re Pietro I de Lacon-Serra, figlio di primo letto di Barisone I, assalì Oristano mettendola a ferro e fuoco.
Il 30 ottobre 1206 furono modificate le frontiere fra i due stati e il giudicato di Calari si annettè metà della Marmilla.
nel 1203 invase temporaneamente anche la Gallura senza giudice perché retta dalla portatrice di titolo Elena de Lacon in attesa di marito.
Guglielmo-Salusio IV riuscì a controllare quasi tutti i troni isolani tramite un’intelligente politica matrimoniale con le tre figlie femmine Benedetta, Agnese e Preziosa che ebbe dalle sue due mogli. Guglielmo morì nel 1214 e ancora una volta cambiò la dinastia sul trono di Calari che andò, di diritto, al marito di Benedetta, l’arborense Barisone divenuto, ora, Torchitorio IV.
Fra il 1216 e il 1217 i giudici Benedetta e Torchitorio IV furono costretti a concedere ad un gruppo di imprenditori pisani la licenza di costruire sulla collina oggi nota come il quartiere di  Castello una roccaforte di circa 20 ettari che chiamarono Castel di Castro di Calari dov’erano presenti i ruderi dell’antica Caralis. L’artefice di questa operazione fu il prepotente sovrano di Gallura, Lamberto Visconti, nonché futuro secondo marito di Benedetta; con questa mossa si crearono i presupposti per il futuro passaggio della città sotto il controllo dei Pisani.
Nel 1217, dopo la morte di Torchitorio IV, Benedetta assunse compiti di reggente fino alla maggiore età del figlio Guglielmo diventando giudicessa di fatto.
Nello stesso anno Benedetta scriveva al pontefice Onorio III, narrandogli lo stato di soggezione, anzi di aperta oppressione, in cui la tenevano i Pisani che poi in seguito la indussero a lasciar loro edificare il castello di Castro sopra un colle che dominava la terra cagliaritana. Cedendo tale collina essa si dichiarava loro vassalla in contraddizione all’atto di omaggio che aveva prestato alla chiesa romana al tempo della sua assunzione al trono cagliaritano insieme a suo marito Barisone. Quindi supplicava il pontefice di autorizzarla ad allearsi col giudice di Torres e con i genovesi, di proscioglierla dal giuramento prestato ai Pisani e di inviare nel giudicato un suo legato per verificare la situazione e cercare di porvi rimedio (P. Tola - Codice diplomatico della Sardegna).
Nel 1232 Benedetta morì e la sorella Agnese fu luogotenente del figlio Guglielmo Salusio V fino a quando questi compì diciotto anni.
Dal 1244 al 1254 il giudicato passò al figlio di Guglielmo II Salusio V, Giovanni Torchitorio V detto Chiano, che fu assassinato a S. Igìa da sicari pisani. Dopo la sua morte governò il nipote Gugliemo col nome dinastico di Salusio VI che, essendo filo genovese, scacciò tutti i pisani da Castel di Castro; tale gesto provocò l’immediata reazione degli altri tre giudicati filopisani che attaccarono congiuntamente Guglielmo Salusio VI; “convergendo dall’entroterra e dal mare assalirono prima Castel di Castro e poi Santa Igìa che si arrese il 20 luglio 1258 al quattordicesimo mese di guerra; fu completamente abbattuta e sulle sue rovine fu sparso sale. Terminò così dopo 358 anni il giudicato di Calari” (F. C. Casula, Storia di Sardegna).

Fabrizio e Giovanna

Le notizie sono tratte da F. C. Casula “Storia di Sardegna” e da P. Tola  “Codice diplomatico della Sardegna”.

CAGLIARI MEDIOEVALE - parte II -

I PISANI E LA NASCITA DEL “CASTELLO DI CASTRO”


Il quartiere di Castello fu  il  primo nucleo dell’attuale città di Cagliari, come abbiamo precedentemente scritto, l’inizio di questa importante evoluzione si fa risalire al 1216,  quando  il console pisano Lamberto Visconti costrinse la giudicessa Benedetta di Massa a cedergli il colle.
La collina fu subito fortificata e vi si impiantò una colonia di mercanti pisani che chiamarono il nuovo borgo Castellum Castri de Kallari. Il Castello di Castro dopo la distruzione di Santa Igìa, nel 1258, divenne il centro del potere politico ed economico della parte meridionale dell’Isola.
Il borgo fu subito fortificato, le prime mura furono realizzate sul lato occidentale del colle, oggi occultate dal  fronte bastionato spagnolo e dalle demolizioni successive, anche se un recente intervento di restauro del Bastione di Santa Croce ha riportato alla luce un breve tratto murario relativo alla parte inferiore della cinta pisana. 
Bastione S. Croce


La linea difensiva pisana nel tratto occidentale prendeva avvio dall’antemurale della Torre dell’Elefante, risaliva un tratto della via San Giuseppe, imboccava la via Corte d’Appello, superata la chiesa di Santa Maria del Monte, costeggiava il Fosso di San Guglielmo, infine, dopo aver risalito la via Fiume, incontrava la linea fortificata settentrionale in corrispondenza della Torre Tudeschina. 

Ingresso nella via S. Giuseppe dalla torre dell'Elefante

Via Fiume
Nel lato settentrionale le fortificazioni pisane partivano dalla Torre Tudeschina e arrivavano alla cava romana, situata nel costone orientale (che nel XVII secolo divenne quel passaggio conosciuto come S’Avanzada che mette in relazione il quartiere di Castello con Villanova). 

Torre Tudeschina

S'Avanzada
Il lato orientale del colle era rivolto verso Villanova e comprendeva l’attuale viale Regina Elena fino al Bastione di S. Remy nel punto dove di recente è stato riportato alla luce il pozzo detto la “fontana bona”; tale lato era difeso naturalmente ma in alcuni punti necessitava di interventi atti a compensare i vari dislivelli, a tal fine fu realizzata una cortina che si svolgeva seguendo l’orlo del colle e che comprendeva tre torri in corrispondenza dei punti più facilmente accessibili dal dirupo (chiesa di Santa Lucia, Palazzo Regio, Bastione di S. Caterina).

Veduta lato orientale, Torre di S. Lucia


Veduta lato orientale, Cattedrale di S. Maria
La cinta meridionale partiva, come abbiamo visto, dalla torre “della fontana bona”, dopo un tratto brevissimo di cortina, seguiva una torre situata in corrispondenza delle rampe di scale che dalla via Canelles scendono alla terrazza del Bastione di Saint Remy, seguiva poi la Torre del Leone dotata di porta e circondata dall’antemurale. Le mura si innestavano nel fianco della Porta dell’Elefante, situato nell’isolato compreso tra le attuali via Università e via S. Giuseppe. Per proteggere ulteriormente tale lato fu costruita un’altra cortina, il “Barbacane del Castello”, che congiungeva l’antemurale della torre dell’Elefante  con quello della Porta del Leone.

Torre dell'Elefante

Via Università
Nel 1284 i genovesi sconfissero i pisani nella battaglia della Meloria e l’anno successivo il podestà di Pisa, il conte Ugolino della Gherardesca, inviò al Castello il figlio Guelfo con dei rinforzi. Nel 1288 fu stipulata la pace che sancì il passaggio di Castel di Castro e delle appendici ai Genovesi, ma il conte riuscì ad evitare tale risoluzione grazie alla sua abilità politica. Dopo la morte del conte Ugolino, avvenuta nel 1289, Guelfo Donoratico, in opposizione con Pisa, occupò il Castello, ma nel 1292 fu scacciato da una rivolta popolare.
Dopo questi tragici eventi i Pisani affidarono a degli specialisti la gestione dei lavori atti a fortificare non solo il Castello, ma anche i borghi di Stampace e Villanova sorti nel frattempo.
Nel 1297 papa Bonifacio VIII, in cambio della fuoriuscita del re Giacomo II di Aragona dalla guerra del Vespro in Sicilia, infeudò in suo favore il Regno di Sardegna e Corsica accordandogli la licenza di invaderla al fine di conquistarla. I Pisani forse seppero di questo accordo e poco dopo revisionarono il sistema difensivo. Nei primi anni del 1300 iniziarono così i lavori relativi alla costruzione delle torri di S. Pancrazio prima e dell’Elefante poi.

Fabrizio e Giovanna

Notizie tratte da:
Angius V., "Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna"
Rassu M., "Baluardi di pietra, storia delle fortificazioni di Cagliari"

CAGLIARI MEDIOEVALE - III parte -


I PISANI, LE TORRI DEL CASTELLO DI CASTRO E I CATALANO-ARAGONESI

All'inizio del XIV secolo i Pisani cominciarono a premunirsi contro il pericolo di un’invasione catalano-aragonese potenziando le fortificazioni di Castel di Castro con la costruzione di tre grandi torri, quella di San Pancrazio, quella dell’Elefante e quella del Leone, oggi di difficile lettura perché inglobata nel Palazzo Boyl.

LA TORRE DI SAN PANCRAZIO 



Dalla sommità della Torre di S. Pancrazio è possibile individuare tutti i movimenti delle navi presenti nel Golfo di Cagliari, da Pula a Villasimius.
La sua costruzione fu iniziata nel 1305 e, stando ai due ordini di stemmi pisani ancora presenti nelle facciate, richiese altri due anni di lavori.


Sulla facciata rivolta verso la piazza Indipendenza, a destra dell’arcata della porta, è presente un concio marmoreo dove vengono citati i castellani Betto Alliata e Ranieri Di Bagno, l’impresario Betto Calzolari, il notaio Eldiso e l’Arcitector OptimusGiovanni Capula, che progettò anche la Torre dell’Elefante, iniziata poco tempo dopo.

Epigrafe situata a destra dell’arcata della porta


L’edificio si sviluppa su quattro piani e supera i 36 metri di altezza (37,15 m con il torrino posto sulla sommità).
Nel lato rivolto verso la Piazza Indipendenza presenta l’apertura originaria pisana, ripristinata con i lavori di restauro effettuati nel XX sec. dallo Scano che eliminarono lo spesso muro realizzato dagli aragonesi nel periodo compreso tra il 1326 e il 1328.

Lato rivolto verso la Piazza Indipendenza
L’ingresso della Torre, situato sulla Strada Avanzada, era dotato di un ponte levatoio e chiuso da due saracinesche ferrate e da tre portoni a doppia imposta; attualmente la struttura non presenta più questo meccanismo di chiusura, come accade invece in quella gemella dell’Elefante, perché nel corso dei secoli subì vari restauri che comportarono il suo inserimento in fortificazioni successive che determinarono anche la perdita della sua funzione originaria d’ingresso alla città. 

Ingresso originario con i segni dell'antico ponte levatoio
Gli aragonesi, dopo aver conquistato Cagliari nel 1326, come già detto, chiusero il lato aperto della torre con un robusto muro. Con questa operazione di chiusura vennero ricavati quattro grandi ambienti con diverse funzioni, al primo piano avveniva ancora la manovra delle saracinesche, al secondo piano era presente l’alloggio del vicario, mentre gli ultimi due ed il terrazzo erano adibiti a magazzino per le vettovaglie e, in caso di assedio, potevano accogliere un presidio di 20-30 uomini.
Sul terrazzo, dal 1375 al 1376, ogni notte venivano accesi dei fuochi che mettevano in contatto visivo la torre con i castelli di Sanluri e di Acquafredda.
Durante il periodo spagnolo furono realizzate delle strutture che decretarono la definitiva perdita della funzione difensiva della torre, infatti, agli inizi del ‘500, il baluardo del Dusay  occultò l’ingresso principale della porta, e, nel 1558, con la Tenaglia di S. Pancrazio la torre ebbe la sola funzione di carcere, che mantenne fino alla fine dell’Ottocento.

LA TORRE DELL’ELEFANTE


La costruzione della Torre dell’Elefante cominciò tra il 25 marzo e il 23 settembre del 1306, come si legge nell’iscrizione marmorea murata sulla medesima torre.
Progettata dallo stesso architetto della Torre di S. Pancrazio, Giovanni Capula, i primi due castellani che in tale veste sovrintesero all’edificazione della torre furono Giovanni Cinquina e Giovanni De Vecchi. 


Attenendoci ai quattro ordini di stemmi presenti sul paramento murario della torre, si ipotizza che i lavori per la sua edificazione si protrassero per altrettanti anni.
Stando agli studi condotti sull’argomento tali stemmi seguono uno schema preciso:
in alto al centro lo stemma della Repubblica di Pisa;, in basso, sempre al centro, sotto quello pisano, lo stemma del Comune di Castel di Castro, a sinistra e a destra dello stemma cagliaritano, quelli relativi alle famiglie dei castellani in carica.


1° liv.: stemmi delle famiglie De Vecchi e Cinquina


2° liv.: stemmi delle famiglie Raù e Gambacorta


3° liv.: stemmi delle famiglie Grassolini e Benigni


4° liv.: stemmi delle famiglie Cinquina e Del Bagno

La Torre dell’Elefante ancora oggi mantiene intatta la sua funzione di ingresso alla cittadella fortificata ed è quindi possibile apprezzare il meccanismo di chiusura delle porte medievali.


Particolare della aracinesca
Ingresso e saracinesca

Anche questa torre fu chiusa dagli aragonesi nel 1326 per ricavarne alcuni ambienti, in uno dei quali, dal 1331, trovò ospitalità il sottovicario
Nel 1376 furono eseguiti dei lavori di restauro, probabilmente in seguito all’assedio della città da parte di Mariano IV del giudicato di Arborea
All’inizio del ‘500 fu edificato il Bastione del Balice e, verso il 1563, venne smantellato l’antemurale per aprire un passaggio detto “porta falsa del Balice” che permetteva di scendere a Stampace; tali lavori determinarono la trasformazione della torre in deposito di armi e munizioni e si lasciarono aperti i portoni e le saracinesche medievali. Verso la fine del 1600, per accogliere il corpo di guardia della porta del Balice, la torre fu casa mattata, tale apporto fu rimosso soltanto nel 1907 durante i lavori di restauro dello Scano.
Dal XVIII sec. la torre ebbe diverse funzioni, fu  armeria e deposito d’artiglieria nel 1700,  deposito del commissariato di guerra nel 1821, e, infine carcere succursale  nel 1852.



Fabrizio e Giovanna


Notizie tratte da:

Bianca Fadda, I castellani di Castel di Castro attraverso gli stemmi della torre dell’Elefante in «Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari», vol. LXIII (2008).

Massimo Rassu, Baluardi di pietra, storia delle fortificazioni di Cagliari

I SOBBORGHI DI CAGLIARI IN EPOCA PISANA



Fra il 1297 e il 1307 la città di Cagliari subì quelle modifiche che portarono alla conformazione che ancora oggi riconosciamo  nell'attuale centro storico, con la sua divisione nei quartieri di Castello, Marina, Stampace e Villanova.
Abbiamo già visto il sistema fortificato del Castello in epoca pisana, ora passiamo ai sobborghi che sorsero nello stesso periodo.
I sobborghi di Stampace e Villanova in origine si presentavano come dei piccoli centri circondati da mura edificate, come quelle del Castello, tra la fine del ‘200 e gli inizi del ‘300, l’ingresso avveniva tramite tre porte che erano difese da tre torri. 
I due sobborghi si differenziavano dal punto di vista urbanistico, le strade di Villanova erano disposte a fuso come quelle di Castello, mentre quelle di Stampace avevano uno schema a maglia rettangolare.

Diverso è invece il discorso relativo al quartiere di Lapola o Bagnaria, l’attuale quartiere della Marina, il cui centro abitato risalirebbe solo dopo il 1326 quando vi si trasferirono i catalani  di Banayre che non trovarono posto dentro il Castello.

Nel 1104 i Pisani penetrarono nel porto di Cagliari e, grazie alle concessioni del giudice Torbeno, assunsero in breve tempo un ruolo di preminenza rispetto alle altre comunità mercantili. Il porto, a partire dal XIII sec., fu organizzato in maniera efficiente e, dal 1318, la vita amministrativa ed economica dello scalo fu regolamentata dal Breve Portus Kallaretani. Con il passare del tempo la zona antistante il porto assunse un’importanza sempre maggiore, anche se era un quartiere destinato esclusivamente all’uso mercantile dove trovarono sede i magazzini di deposito, gli uffici della dogana, le botteghe artigiane, le locande e le abitazioni delle maestranze.



STAMPACE




Il sobborgo di Stampace nel Medioevo aveva già un suo centro storico addossato alle pendici occidentali di Castello edificato su un quartiere romano imperiale. Nel corso del XIV sec. si sviluppò quella parte oggi conosciuta con il nome di “Stampace basso”, allora denominata “borgu nou de Sant Franceschi” per la presenza dell’omonima chiesa e dell’annesso monastero, essa seguiva la direttrice del Corso Vittorio Emanuele fino alla chiesa dell’Annunziata. Nel 1223 esisteva la chiesa di S. Efisio e, nel 1263 erano attestate anche le tre chiese di S. Margherita, S. Restituta e S. Anna.

Stampace non comunicava direttamente con il Castello e vi si poteva arrivare o passando per Bagnaria o Lapola, oppure scendendo dalla chiesa di S. Pancrazio (l’attuale chiesa di S. Lorenzo nel viale Buoncammino).

La cinta merlata si estendeva per circa 840 m., probabilmente iniziava dal Barbacane del Castello presso la Torre dell’Elefante e si ricollegava con le stesse mura presso il Bastione di S. Croce, scendendo verso l’attuale piazza Yenne, svoltando verso l’attuale chiesa di S. Michele, sviluppandosi poi lungo la via Ospedale fino all’ingresso dell’ospedale civile e sfiorando il fosso di S. Guglielmo. Nelle cortine si alternavano varie torri quadrangolari col lato interno aperto, le tre torri d’ingresso al sobborgo erano:
- LA PORTA DEL ANGEL o “di S. Giorgio”, situata all'inizio di tale via.
- LA PORTA DELLO SPERONE o “delle scale”, contigua a S. Michele nel punto che dalla via Portoscalas immette nelle vie Ospedale e Azuni; in alto è ancora presente l’iscrizione dove si ricorda che nel 1293 l’opera fu ultimata al tempo del capitano del Comune e del Popolo di Castello di Castro Alberti.

- PORTA DI S. GUGLIELMO o “dei Cavoli”, nelle vicinanze dell’omonimo fosso

VILLANOVA


Molto probabilmente il centro storico ebbe lentamente origine tra il 1263 e il 1288, partendo dagli insediamenti sparsi legati alla coltivazione dei campi ai piedi del lato orientale del Castello, ed è anche probabile che, come Stampace, fu fortificato anch’esso dopo il 1292  con le stesse modalità e consistenza.
Le tre porte erano:
- LA PORTA DEI CALDERAI, situata all’inizio della via Sulis
- LA PORTA ROMERO, in corrispondenza dell’attuale portico Romero
- LA PORTA DELLE CAPANNE, in via S. Giovanni, poco oltre la chiesa di S. Cesello.
Il percorso della cinta merlata di 940 m. circa cominciava dal costone, all’altezza della chiesa di S. Caterina, seguiva la via Garibaldi, aggirava il convento dei S. Domenico e si riuniva al costone dello stesso colle sotto la porta di S. Pancrazio.

Fabrizio e Giovanna

Notizie tratte da: 

Manlio Brigaglia “storia della Sardegna”
Massimo Rassu, Baluardi di pietra, storia delle fortificazioni di Cagliari

CAGLIARI IN EPOCA CATALANO - ARAGONESE - I PARTE



Come abbiamo già visto, nel 1297 il papa Bonifacio VIII infeudò il “Regnum Sardinae et Corsicae” al re Giacomo II; le operazioni per la conquista dell’Isola iniziarono dieci anni dopo e furono avviate dall’infante Alfonso, figlio dello stesso re.
Il 1 giugno 1323 i Catalano - aragonesi sbarcarono nella Sardegna sud-occidentale con trecento navi, ma subito dopo si accesero veri e propri focolai di ribellione capeggiati sia dalle città di Sassari e Alghero, sia da famiglie potenti come i Doria e, soprattutto, gli Arborea dove spicca la figura della giudicessa Eleonora che, durante la prigionia del marito Brancaleone Doria, dovette sopportare il momento più critico della battaglia, nonostante la momentanea pace stipulata nel 1388  con Giovanni d’Aragona.
Nel 1409 i Catalano - aragonesi sconfissero il visconte di Narbona e trasformarono il Giudicato di Oristano in marchesato e nel 1478 la battaglia di Macomer, con la sconfitta di Leonardo Alagòn, sancì la definitiva conquista dell’Isola.

L’assedio di Castel di Castro durò circa tre anni (dal 1323 al 1326), il 29 febbraio del 1324 vi fu nei pressi di Cagliari la battaglia campale di Lutocisterna che sancì la definitiva sconfitta dei Pisani e la successiva capitolazione dello stesso Castel di Castro.
Subito dopo la conquista i Catalano - aragonesi attuarono diverse azioni:
- Castel di Castro fu ripopolato con numerose famiglie provenienti dai regni della stessa Corona di Aragona
- nel 1327 Giacomo II il Giusto emanò uno statuto municipale, il Coeterum, che tra le prerogative e i privilegi, già sperimentati a Barcellona, comprendeva anche la facoltà di legiferare
- le fortificazioni del Castello e della Marina furono potenziate. Le attenzioni si concentrarono soprattutto nell’area portuale, infatti, dal 1323 fu estesa a tal punto da essere trasformata in un vero e proprio quartiere e fu ripopolata con coloni iberici, nel 1332 i suoi confini si congiunsero con le mura del Castello, trasformandosi ben presto in una sua appendice, sempre nel 1332 fu costruita la darsena.

In quel periodo potevano risiedere nel Castello soltanto i catalani, gli aragonesi, i valenzani e i maiorchini; i sardi che, insieme agli altri “stranieri”, risiedevano nelle appendici della Marina, di Stampace e di Villanova erano esclusi dalla rocca e al calar della sera dovevano lasciarla al suono della tromba, essi erano inoltre esclusi dalle esenzioni doganali di cui godevano i Catalano - aragonesi. La totale parificazione tra i cittadini di Castello e quelli delle appendici avvenne soltanto verso la fine del Cinquecento per grazia concessa agli Stamenti.
Ogni appendice disponeva un’assemblea quale organo rappresentativo, che si riuniva nella chiesa più importante della zona, vale a dire la chiesa di Sant’Anna  per Stampace,
Chiesa di Sant'Anna

 quella di San Giacomo per Villanova


Chiesa di San Giacomo
 e la chiesa di Sant’Eulalia per la Marina. 


Chiesa di Sant'Eulalia
Durante tali assemblee, autorizzate dal viceré che inviava una guardia incaricata a gestire l’ordine pubblico, si discuteva su  questioni che riguardavano i quartieri dove avvenivano.

Le cariche pubbliche più importanti si concentrarono nelle mani dei conquistatori, vi fu una trasformazione dei poteri precedentemente esercitati dai Pisani, come quello dei consoli e dei castellani che vennero sostituiti dal vicario, dal baiulo e l’alcalde.
Il vicario rappresentava l’autorità regia in tutte le sue espressioni civili e militari, compresa quella di amministrare la giustizia penale.
Il baiulo era subordinato al vicario regio, inizialmente ricoprì, oltre alla carica di sovrintendente della conservazione dei diritti regi, anche quelle di portolano e doganiere.
L’alcalde era incaricato della difesa e della manutenzioni delle mura e delle torri.
Tra le figure minori si ricordano gli obrieri, incaricati di vigilare sull’edilizia urbana e sugli edifici pubblici, gli amostassen, che controllavano i pesi e le misure relativi al commercio e il salier, che amministrava le saline, le cui rendite erano amministrate dalla Corte Regia.

La città era amministrata da un consiglio civico composto da cinque consiglieri e cinquanta giurati di origine iberica fino al seicento, inizialmente nominati per designazione, poi scelti per estrazione con il sistema dell’insaccolazione.
A cadenza annuale i cinque consiglieri uscenti nominavano i cinquanta giurati che avevano il compito di designare i dodici probi viri incaricati, a loro volta, di scegliere i futuri cinque consiglieri.
Con questo sistema la monarchia aveva un’azione limitata dal momento che garantiva una sorta di continuità ad un governo urbano i cui poteri erano concentrati nelle mani di un gruppo ristretto di persone.  

Fabrizio e Giovanna

Notizie tratte da: 

Manlio Brigaglia “storia della Sardegna”
Manlio Brigaglia  "La Sardegna, Enciclopedia" a cura di
Antonello Angioni “Profilo storico della città di Cagliari”





CAGLIARI IN EPOCA CATALANO - ARAGONESE - II PARTE


Gli Aragonesi, come abbiamo già visto nel precedente post CAGLIARI IN EPOCA CATALANO - ARAGONESE - I PARTE, cercarono da subito di rendere aragonese la città, concentrando la loro attenzione soprattutto nel quartiere marinaro.
Alla fine del XIV sec. la città di Cagliari non era più circoscritta al Castello, ma si estendeva fino al mare attraverso il nuovo quartiere.
Ancora oggi è possibile osservare uno di questi baluardi nei resti delle strutture inglobate nell’albergo Scala di Ferro.
È possibile intuire anche l’altro versante delle mura del quartiere della Marina, oggi ormai illeggibile, relativo al baluardo di Sant’Agostino che occupava gran parte del largo Carlo Felice di fronte al palazzo comunale.
Per quanto riguarda la chiesa di Sant’Agostino, quella attualmente presente nella via Baylle è successiva all’originale, edificata nel quartiere di Stampace nel largo Carlo Felice nell’area occupata dal palazzo Accardo, annessa ad un monastero di Romitani di Sant’Agostino. 


Ingresso chiesa di Sant'Agostino  via Baylle



Secondo il Padre Torelli il primo impianto della chiesa risalirebbe al 338 ad opera dello stesso santo di passaggio nell’Isola prima di recarsi in Africa.
Tra il 1400 e il 1420, i monaci agostiniani edificarono sopra la cripta una chiesa più vasta in stile gotico-catalano che però non ebbe lunga vita, fu infatti abbattuta nel XVI sec. sotto il regno spagnolo di Filippo II, in occasione dei lavori di potenziamento del sistema difensivo della città, poiché il nuovo bastione in previsione sarebbe dovuto passare proprio sull’area occupata dalla chiesa.
Il re volle risparmiare solo la cappella sovrastante la cripta che però fu rasa al suolo alla fine del XIX secolo per far posto al palazzo Accardo, per fortuna rimane ancora oggi un disegno di Pietro Martini pubblicato nel 1858 che riporta la sua linea.

Ingresso alla cripta di Sant'Agostino
Attualmente sopravvive la cripta, raggiungibile attraverso delle scale interne al palazzo, dove filtra tra i muri dell’acqua ritenuta miracolosa, perché secondo la tradizione, conteneva le spoglie di Sant’Agostino portate dal Vescovo di Ruspe Fulgenzio, durante il suo esilio in Sardegna determinato dalle persecuzioni del re vandalo Trasamondo  nel primo quarto del VI secolo.
Davanti all’ingresso è presente una targa in cristallo dove vengono esaltate le virtù terapeutiche dell’acqua benedetta.


Le reliquie di Sant’Agostino rimasero nella cripta fino al 712, quando il re longobardo Liutprando, in occasione della momentanea occupazione saracena, le riscattò per trasportarle a Pavia, capitale del suo regno, da allora le reliquie riposano lontano dalla loro sede originaria.
Per quanto riguarda l’attuale chiesa, presente in via Baylle, è stata smentita la teoria che fosse stata costruita sull’impianto della precedente chiesa di San Leonardo con l’annesso lebbrosario, che invece si trovava più o meno nel punto in cui sorgeva il vecchio mercato dove ora si trova la banca d'Italia. Da un diploma datato 12 giugno 1226, è emerso che la chiesa esisteva già in epoca pisana con l’ospedale annesso e un orto rivolto verso il mare. Un altro documento, questa volta aragonese del 15 dicembre 1433, riporta la concessione enfiteutica di un pezzo di terreno davanti al mare a favore della chiesa.

Banca d'Italia






Fabrizio e Giovanna


Notizie tratte da: 

Manlio Brigaglia “storia della Sardegna”
Manlio Brigaglia  "La Sardegna, Enciclopedia" a cura di
Antonello Angioni “Profilo storico della città di Cagliari”



CAGLIARI IN EPOCA CATALANO - ARAGONESE - III PARTE


GLI EDIFICI DEL POTERE CIVILE SORTI O RIPRISTINATI DURANTE IL PERIODO CATALANO - ARAGONESE  IN CASTELLO

Retro della Cattedrale di Santa Maria

Come abbiamo visto nei precedenti post, i catalano-aragonesi nel 1326 obbligarono i pisani che risiedevano ancora in città a cedere le proprie case e ad abbandonare la collina fortificata di Castello.
Delle  abitazioni pisane presenti in Castello, caratterizzate da un piano terra in muratura con dei portici dove si aprivano le botteghe  e da uno o due piani superiori adibiti ad abitazione, non rimane traccia perché andaronono distrutti da incendi.

Anche per quanto riguarda l’architettura civile del quattrocento e del cinquecento le testimonianze sono piuttosto scarne e si riducono ad alcuni particolari, come quelli individuabili in alcune finestre  gotico-catalane presenti in alcuni palazzi della via La Marmora o della via Genovesi.

Come si sa, nel corso dei secoli furono attuate delle modifiche che occultarono le strutture preesistenti; alcune di esse attualmente possono essere ammirate grazie ai lavori di restauro che hanno riportato alla luce le antiche vestigia dei primi abitanti del colle.

Nel quartiere di Castello sono presenti due importanti edifici nella Piazza Palazzo, il Palazzo Regio e l’Antico Palazzo di Città

IL PALAZZO REGIO





Si hanno notizie dell’esistenza della sede del governatore generale del regno di Sardegna già dal XIV secolo.
Nel 1337 il re Pietro IV d’Aragona e l’arcivescovo di Cagliari Bonihominis si accordarono affinché si potessero sistemare gli apparati governativi nei locali adiacenti la residenza arcivescovile.
In seguito, verso la fine del XV e gli inizi del XVI secolo furono acquistati altri edifici propiscenti al fine di poter realizzare un alloggio per il viceré.
Sotto il regno di Filippo III di Spagna (1578-1621) la residenza del viceré fu migliorata grazie all’acquisto di altre tre piccole abitazioni autorizzato dallo stesso re, ma fu ben presto devastata da un incendio scoppiato nel 1688.
Dopo il necessario restauro dovuto all’incendio, il palazzo non subì ulteriori lavori fino al 1720, quando la Sardegna passò ai Piemontesi che decisero di cambiare radicalmente il suo aspetto.
Furono attuati due importanti interventi, uno negli anni 30 del 1700, che videro l’ingegnere militare de La Vallèe impegnato nella ristrutturazione degli interni, l’altro nel 1769,  ad opera dell’architetto Belgrano di Flamonasco, che gli diede la conformazione più o meno attuale. Quest’ultimo intervento, testimoniato dall’epigrafe ancora visibile nella facciata, fu attuato durante il regno di Carlo Emanuele III e il viceregno del de Hallot conte de Hayes, entrambi citati nella stessa lapide. 





Successivi lavori di minore entità furono realizzati nel 1825 e nel 1829 in occasione della visita di Carlo Alberto.
Verso la fine del 1800 il palazzo, che nel frattempo ospitava la Prefettura,  fu ceduto alla Provincia. Attualmente continua ad essere sede provinciale e periodicamente vengono presentate delle mostre temporanee.

L’ANTICO PALAZZO DI CITTÀ





L’edificio risale al XIV secolo, quando il re Alfonso IV destinò l’area precedentemente occupata da una lotgiam regalem ai consiglieri della città per costruirvi un palazzo da utilizzare per le loro riunioni.
Attraverso tale edificio è possibile sfogliare la storia della città sia attraverso le due testimonianze epigrafiche, una del 1535 e l’altra del 1787, sia attraverso i particolari interni che danno importanti informazioni architettoniche.
La lapide che è possibile ammirare nella facciata di piazza Palazzo ricorda il passaggio di Carlo V nella città durante la spedizione che organizzò e diresse per la conquista di Tunisi. 





Nel giugno del 1535 si raccolsero, presso capo Malfatano, circa 600 imbarcazioni e in tale occasione il viceré Cardona, accompagnato dai consiglieri municipali, accolse solennemente il re e lo accompagnò durante la sua breve visita alla città, durante la quale ebbe modo di recarsi al santuario di Bonaria e di ascoltare la messa nella Cattedrale di Santa Maria.
L’epigrafe del 1787 si trova invece nella via Canelles al numero civico 45, essa testimonia i lavori di restauro delle facciate situate a nord e ad ovest, effettuati durante il regno di Vittorio Amedeo III, che conferirono all’edificio l’aspetto che attualmente possiamo ammirare.
È importante ricordare che durante tali restauri fu occultato il soffitto ligneo a cassettoni del XVI sec. con un controsoffitto eliminato solo con i recenti lavori di restauro che hanno reso visitabile il palazzo. Tale soffitto è una testimonianza del gusto architettonico spagnolo che ebbe modo di manifestarsi in tutta l’isola, atto soprattutto a magnificare il regno spagnolo, è infatti possibile notare come lo stemma della Cagliari aragonese si ripeta in tutto il perimetro della sala centrale.

Il palazzo continuò ad essere utilizzato come sede municipale fino all’inizio del 1900, il 14 dicembre del 1896 il consiglio comunale, capeggiato dall’allora sindaco Ottone Bacaredda, decise infatti di edificare la nuova sede vicino al porto.
I locali del palazzo, dopo la sua dismissione, furono inizialmente utilizzati come aule scolastiche delle scuole elementari e del conservatorio di musica, in seguito, dal 1970 versò in  un deplorevole stato di abbandono fino ai restauri che, ultimati nel 2009, hanno fatto si che possa nuovamente testimoniare il suo antico splendore. 


Fabrizio e Giovanna

Notizie tratte da:
Giancarlo Sorgia,  Cagliari : la suggestione delle epigrafi
Dionigi Scano, Forma Karalis 
Giovanni Spano, Guida della città di Cagliari




CAGLIARI IN EPOCA SPAGNOLA




Nel 1479 Ferdinando d’Aragona, sposato da dieci anni con Isabella di Castiglia, ereditò a tutti gli effetti la corona del regno. Con la “Concordia di Segovia” i due sovrani promisero che sarebbero stati re di entrambi i regni pur mantenendo l’autonomia dei propri possedimenti con le loro istituzioni, i loro statuti e i loro brevi. Nacque così il Regno di Spagna.
Anche la Sardegna fu inserita nella rosa di tali territori con i brevi e gli statuti di origine pisana e la Carta de Logu di Eleonora d’Arborea.
Durante questo periodo si cercò gradualmente di contenere il potere feudale e fu introdotto nella società sarda il concetto di stato con la creazione di nuove figure istituzionali che rendessero conto direttamente alla Corona di Spagna.
Nel 1494 fu istituito il Consiglio d’Aragona, da quel momento in poi ci fu un ampliamento degli apparati militare, fiscale e giudiziario. Anche la religione subì un potenziamento e divenne un vero e proprio strumento di potere di cui si avvalevano i regnanti, coinvolgendo anche la produzione culturale, che fu fortemente condizionata dal clima antiriformistico.
Lo stato centrale,  nonostante l’ampliamento delle sue prerogative, entrò spesso in contrasto con i particolarismi locali che continuarono a  persistere.
Tale contrapposizione si manifestò in particolar modo all’interno degli Stamenti a partire dalla seconda metà del Cinquecento.
Gli Stamenti erano un’ istituzione creata nel 1355 dal sovrano aragonese Pietro IV il Cerimonioso, che si riunì con una certa regolarità dal 1421, quando le sue funzioni furono regolate da Alfonso il Magnanimo.
Il parlamento sardo era diviso in tre assemblee distinte denominate Bracci, quello reale che rappresentava le municipalità dell’Isola, quello militare composto da feudatari, nobili, signori e cavalieri e, infine, quello ecclesiastico che rappresentava l’alto clero.
Col passare del tempo si formò, soprattutto a Cagliari, una nobiltà ricca e potente che indusse gli spagnoli a scendere a compromessi. I problemi tra i due poteri si inasprirono quando, nel 1564, fu istituito l’organo burocratico della la Reale Udienza che consentiva ai vassalli di denunciare gli abusi subiti dai feudatari. Questi ultimi, temendo di perdere i loro privilegi, si associarono all’alto clero utilizzando lo strumento dell’Inquisizione al fine di  colpire il nuovo ceto di burocrati.
Il  Cinquecento, con la contrapposizione tra ceti alti e popolari, fu quindi un periodo di transizione che vide il passaggio dal medioevo all’età moderna.


La città di Cagliari, anche dal punto di vista difensivo, si presentava ancora fortemente arretrata, le fortificazioni medievali erano ormai inadeguate contro le nuove artiglierie e necessitavano degli opportuni adattamenti.
All'inizio del 1500 il viceré don Giovanni Dusay fece costruire tre bastioni, che però comportarono il sacrificio delle precedenti fortificazioni pisane.
Il primo bastione, che prese il nome dello stesso viceré, fu edificato nel costone roccioso posto di fronte alla Torre di S. Pancrazio per proteggere la porta dai tiri frontali. L’opera fu aspramente criticata e giudicata inutile dallo stesso re perché la sua grandezza impediva ai carri che trasportavano i rifornimenti di potervi passare.





Il secondo baluardo, denominato S. Creu fu realizzato sotto la chiesa di Santa Croce verso il quartiere di Stampace.





Più o meno nella stessa direzione fu costruito il bastione del Balice concepito per difendere la porta dell’Elefante.





Il terzo baluardo fu quello dello Sperone posto a difesa della porta della Leone (fu infatti chiamato anche baluardo della Leona), che non fu terminata a causa della morte del viceré. 






Fabrizio e Giovanna

Notizie tratte da:
Leopoldo Ortu, Storia della Sardegna
Antonello Angioni, Profilo storico della città di Cagliari
Massimo Rassu, Baluardi di pietra



l'Arciconfraternita che confortava i condannati a morte nella città di Cagliari


Arciconfraternita del Santo Monte della Pietà, I Parte


Come scrive Francesco Alziator ne “La città del Sole”, nei secoli XVI e XVII tutti i cagliaritani appartenevano ad una confraternita.
In un periodo durante il quale non era ancora presente un’entità statale con  la volontà di recuperare coloro che violavano le leggi e dare assistenza alle persone più disagiate, queste associazioni risultavano un punto di riferimento valido per dare dignità e recuperare quelle sacche altrimenti lasciate da sole in balia dei loro bisogni.
Già prima della venuta degli Aragonesi sorsero le prime Confraternite e Arciconfraternite a tutela delle Arti e dei Mestieri in qualità di gremi assistenziali per riscattare gli schiavi, per gli ammalati, i poveri e i condannati a morte. Per avere comunque un’attestazione documentaria si dovette aspettare alla prima metà del XV secolo e il maggior sviluppo vi fu in pieno periodo spagnolo (nel XVI e XVII sec.).
Nel quartiere di Castello era presente un’importante Confraternita, quella del Santo Monte di Pietà che, secondo il Canonico Spano, fu istituita tramite Bolla del pontefice Clemente VII verso il 1530; sempre secondo lo Spano fu aggregata nel 1550 all’arciconfraternita di San Giovanni Battista decollato, chiamata anche “della Misericordia di Roma”[1].
Si componeva unicamente di nobili e forniva cibo, medicine ed assistenza medica ai poveri, offriva la dote alle “zitelle povere”, soccorreva i carcerati dotandoli alla scarcerazione di un vestiario decoroso.
Il compito principale dei Confratelli era quello di confortare i condannati a morte, seguendo un preciso rituale che l’Alziator descrive in maniera molto ben dettagliata: una volta resa esecutiva la condanna a morte da parte della Reale Udienza, la suprema magistratura del Regno già dall’epoca spagnola, il condannato, popolarmente chiamato “Su pazienti”, veniva preso in consegna dall’Arciconfraternita del Santo Monte di Pietà 72 ore prima dell’esecuzione (ridotte a 24 nell’Ottocento), lo prelevava dalla Torre di San Pancrazio e lo conduceva alla Cappella del Confortorio, nella Chiesa di Santa Maria del Monte.
Durante l’attesa il condannato passava le ultime sue ore a pregare assieme ad alcuni componenti dell’Arciconfraternita, di fronte al grande crocifisso che ora si trova nella chiesa di Santa Lucia in via Martini, nel frattempo altri confratelli percorrevano le vie di Cagliari chiedendo elemosine a suffragio della sua anima. L’ultimo giorno al condannato veniva servito un ricco pasto, in un servizio d’argento che ancora oggi si conserva intatto, dopo il pasto veniva vestito con una tunica bianca e condotto al patibolo dai Confratelli abbigliati in maniera simile e con cappuccio con solo due fori per gli occhi. Alcune consorelle ed alcuni confratelli durante l’esecuzione si recavano in chiesa a pregare per la salvezza del condannato.
Dopo l’esecuzione, avvenuta tramite impiccagione, si celebrava il funerale seguito da sepoltura in terra consacrata, la corda veniva deposta in un vassoio d’argento che veniva custodito dall’Arciconfraternita fino al 24 giugno successivo, giorno della festa di San Giovanni Battista, quando veniva bruciata davanti alla chiesa di Santa Maria del Monte,  affinché non si utilizzasse per riti di magia nera o per la confezione di amuleti.


Fabrizio e Giovanna


[1] canonico giovanni spano, “Guida della città di Cagliari”, pp. 92-93
Francesco Alziator afferma invece che sorse nella quaresima del 1554 per opera della predicazione di un carmelitano e che fu aggregata a quella romana nel 1559 dal pontefice Giulio III rifacendosi all’usanza che le confraternite dovessero dipendere da arciconfraternite.


l'Arciconfraternita che confortava i condannati a morte nella città di Cagliari

Arciconfraternita del Santo Monte della Pietà, II Parte


LE SEDI DELL’ARCICONFRATERNITA
L'arciconfraternita nel corso della sua storia trovò accoglienza in diverse sedi
La prima sede, ceduta dall’autorità civica, fu la chiesa di S. Croce, edificata alla fine del  XV sec. con l'annesso convento sui resti di una precedente Sinagoga.



L’intera area fu assegnata ai gesuiti che costruirono la loro casa e impiantarono una stamperia reale. Nel 1661 furono attuati degli interventi che diedero alla chiesa l’aspetto attuale a spese della nobildonna sarda Anna Brundo ricordata nell’epigrafe posta sulla facciat aper iniziativa del nipote Felice Brondo .


Il  convento dei gesuiti fu espropriato nel XIX sec. e divenne sede della Corte d’Appello; le due ali del convento erano separate dal lungo corridoio, oggi divenuto un il portico che prende proprio il nome di via Corte d’Appello.

Superata la via Corte d’Appello si giunge alla sede intitolata a Santa Maria del Monte costruita entro il 1571,  successiva a quella consacrata nel 1564, probabilmente in via Santa Croce, che però fu demolita 4 anni dopo per permettere il rifacimento delle mura. La chiesa esiste ancora ed è di proprietà dei Cavalieri di Malta cagliaritani.

Dopo il sequestro dei beni ecclesiastici ad opera del  governo sabaudo, l’Arciconfraternita dovette abbandonare la chiesa del Monte e trasferirsi nella chiesa di S. Giuseppe, situata nella piazzetta omonima, adiacente alla torre dell’Elefante. La bella chiesa barocca fu collegata al collegio degli scolopi che vantò tra i suoi studenti Vincenzo Sulis, uno dei protagonisti della “Sarda Rivoluzione” del 1794, che culminò con la cacciata dei piemontesi dall’Isola.

L’antica sede di via Corte d’Appello, prima di passare ai Cavalieri di Malta, fu destinata a diversi e stravaganti usi:  nel 1879 fu sede della scuola di musica, nel 1921 divenne dormitorio della Piccola Casa della Provvidenza e infine, nel 1969, ospitò un centro sportivo.


Fabrizio e Giovanna


UN ILLUSTRE CAGLIARITANO DI NOME SIGISMONDO ARQUER Vita e opere - I parte -




Contrariamente all’idea comune di una città sonnacchiosa e culturalmente poco attiva, Cagliari ha dato i natali a personaggi di grande levatura culturale, politica e umana. Tra questi ricordiamo Sigismondo Arquer che nella sua vita, tragicamente terminata sul rogo di Toledo nel 1571, ebbe l’unica colpa di avere operato in un periodo di forte intolleranza religiosa abilmente manipolata dai suoi nemici.
Come abbiamo visto nel precedente articolo CAGLIARI IN EPOCA SPAGNOLA, i feudatari in epoca spagnola si associarono all’Inquisizione con l’obiettivo di colpire il nuovo ceto dei burocrati; tra le varie azioni intraprese in tal senso  si ricorda soprattutto l’uccisione di Sigismondo Arquer, accusato di eresia con l’obiettivo di eliminare un personaggio scomodo che era per giunta figlio dell’avvocato fiscale Giovanni Antonio Arquer, il quale collaborò efficacemente con il viceré Antonio di Cardona (1534-1549) nella sua azione atta a ridimensionare gli abusi e le prevaricazioni della nobiltà e dell’alto clero.
Molto probabilmente Sigismondo Arquer era inviso al ceto nobiliare, notoriamente ignorante e tronfio, soprattutto per la sua immensa cultura permeata di apporti umanistico - rinascimentali acquisiti durante i suoi viaggi.
Quando, nella primavera del 1549, compose la sua famosa opera “Sardiniae brevis historia et descriptio”, aveva soltanto 19 anni, ma da due anni era già in possesso di due lauree, una in diritto civile e canonico (utroque iure) a Pisa e una in teologia a Siena.
L’opera dell’Arquer è molto importante dal punto di vista storiografico perché fu il primo tentativo di individuare i lineamenti della storia sarda attraverso lo studio comparato delle fonti antiche. Nel testo si alternano fonti e libera composizione che l’autore stese in soli 40 giorni selezionando e sintetizzando un’enorme quantità di informazioni derivanti dal suo bagaglio culturale, dove confluivano erudizione e conoscenza diretta.

La stesura dell’opera fu preceduta da un difficile viaggio  iniziato nel settembre del 1548.
Dopo due mesi giunse a Pisa da dove si  diresse verso la Germania, ma durante la traversata delle Alpi si ammalò e fu costretto a trattenersi 5 mesi nei Grigioni. Nell’aprile del 1548 fu prima accolto da Konrad Pellikan (un ex francescano che passò al luteranesimo e prese parte alla prima Confessio Helvetica), in seguito, grazie all’intercessione di quest’ultimo, fu sistemato in Basilea a spese della fondazione Erasmo dove rimase fino al mese di giugno.
In Basilea entrò in contatto con Sebastian Münster che gli chiese di scrivere un compendio sulla Sardegna da inserire nella sua Cosmographia universalis.
All’interno dei 7 capitoli di cui si compone l’opera si trovano notizie di carattere generale relative alle dimensioni dell’Isola la sua posizione nel Mediterraneo, alla sua suddivisione geo-politica, al suo ambiente naturale, alle attività produttive, all’alimentazione e alla malaria.
Dopo aver affrontato il tema storico relativo alle antiche denominazioni dell’isola, ai primi abitanti, colonizzatori e dominatori con digressioni sui nuraghi e sulla legislazione locale, introduce la descrizione particolareggiata della città di Cagliari citando i centri più importanti. La descrizione di Cagliari è molto particolareggiata e accompagnata dalla famosa  pianta prospettica dove vengono rappresentati i monumenti più importanti e le opere difensive che ancora oggi è un utile documento di studio.
Per quanto riguarda la lingua, nel VI capitolo vengono indicate le tre parlate principali del Regno evidenziate dal Pater Noster trilingue: latino - catalano - sardo.
Nell’ultimo capitolo vengono descritte le magistrature civili ed ecclesiastiche presenti nell’isola, si spiega in che modo opera l’inquisizione e conclude, dopo essersi soffermato sui caratteri fisici e psicologici dei sardi, con una condanna rivolta sia all’elemento pagano all’interno delle festività cristiane, sia al bassissimo profilo etico e culturale del clero isolano.
Nonostante la sua collaborazione con Sebastian Münster, Sigismondo rimase profondamente cattolico, ma i suoi avversari politici utilizzarono questo espediente per accusarlo di luteranesimo, accusa che a lungo andare lo portò sul rogo di Toledo come vedremo nei prossimi post.



Fabrizio e Giovanna


Notizie tratte da:
Sigismondo Arquer. Sardiniae brevis historia et descriptio, a cura di Maria Teresa Laneri
saggio introduttivo di Raimondo Turtas
Sigismondo Arquer. Un innocente sul rogo dell’Inquisizione, Salvatore Loi
Storia della Sardegna, Leopoldo Ortu

UN ILLUSTRE CAGLIARITANO DI NOME SIGISMONDO ARQUER Vita e opere - II parte -


Nel precedente post UN ILLUSTRE CAGLIARITANO DI NOME SIGISMONDO ARQUER - abbiamo parlato dell’opera più famosa di Sigismondo commissionatagli da Sebastian Münster, abbiamo anche detto che nonostante i contatti con gli ambienti luterani rimase profondamente cattolico ma che ciò non bastò a scagionarlo dall'accusa di eresia che gli costò la vita.
Come abbiamo già visto la severità del suo operato gli valse l'ostilità della nobiltà sarda, in particolare degli Aymerich, che, nella persona di don Salvatore, fecero tendenziosamente circolare il compendio dove l’Arquer giudicava molto duramente il clero sardo affermando: “Sacerdotes indoctissimi sunt, ut rarus inter eos, sicut et apud monachos, inveniatur qui latinam intelligat linguam. Habent suas concubinas maioremque dant operam procreandis filiis quam legendis libris”  (I sacerdoti sono ignorantissimi, al punto che tra questi, come anche tra i monaci, è raro trovarne uno che comprenda la lingua latina. Hanno le loro concubine e mettono maggiore impegno nel fare figli che nel leggere libri)[1].
L’avversione dell’Arquer nei confronti dell’ignoranza e della superstizione dei ministri del culto si può ritrovare anche nel processo contro il commerciante Malla da lui difeso nel 1552.
Questo processo fu una delle conseguenze dei conflitti tra l’inquisitore sardo Andrea Sanna e il viceré Antonio Cardona, che traevano origine dalla fondazione dell'inquisizione spagnola nell'Isola: il potere regio non era favorevole al fatto che i suoi ministri fossero esenti dalla giurisdizione episcopale e da quella civile e che i familiari, oltre a superare la quota prevista, sfruttassero il loro incarico per compiere illegalità restando impuniti. Al tempo dell’Arquer i due poteri coinvolsero nella diatriba i loro funzionari e i personaggi appartenenti alla nobiltà e al ceto mercantile che si sentivano da essi rappresentati; in questo contesto il commerciante Malla, residente nel quartiere della Marina, fu coinvolto nel 1540 dall’alguazile e commissario generale per la Sardegna Truisco Casula, accusato dall’inquisizione sarda di possedere un demonio dentro un'ampolla e di averlo adorato. Entrambi subirono l’autodafé nel 1540 che si concluse con la confisca dei beni e la punizione del carcere perpetuo con l'obbligo di portare il sambenito.

L’obiettivo dell’inquisizione sarda era quello di screditare il potere regio e a tal fine riuscirono a corrompere il Casula sistemandolo insieme ad una donna di Sinnai, da lui stesso accusata, nelle carceri inquisitoriali, situate nella casa cagliaritana dell'inquisitore Sanna, dove godeva di assoluta libertà entrando e uscendo a suo piacimento. I due complici denunciarono più di cento persone, tra le quali spiccava la viceregina che fu accusata di aver preso un demonio chiuso dentro un corno di bue.

Nel frattempo il Malla, dopo aver trascorso un certo periodo di prigionia nell’ospedale di S. Antonio, fu sistemato a casa del fratello per far fronte al problema finanziario del sovraffollamento delle carceri inquisitoriali e, nel 1546, gli fu concessa la libertà di circolare per l'isola, senza però tentare di uscire per non incorrere nell'accusa di relapso. Il commerciante ritenendosi  innocente  decise di appellarsi direttamente al re avvalendosi dell’aiuto di Giovanni Antonio Arquer e della protezione del viceré Cardona, ma mentre cercava di raggiungere Madrid fu scoperto e imprigionato nelle carceri del S. Ufficio.
Il coinvolgimento del viceré diede alla vicenda una grandissima risonanza e il Malla riuscì a far giungere le proprie richieste all'inquisitore generale Fernando Valdés che, nel 1551, ordinò all'inquisitore Sanna di concedergli la facoltà di recarsi a Madrid.
A questo punto entrò in scena il giovane Sigismondo Arquer che difese il suo assistito confutando tutti i capi d’imputazione.
In primo luogo mise in evidenza la corruzione dell’inquisizione sarda nel decennio 1540-50 che, per andare contro il potere regio non esitò a permettere che nella stessa cella coabitassero due persone di sesso opposto che tramarono affinché la stessa viceregina fosse coinvolta in quel giro di false accuse. Aggiunse inoltre che l’inquisitore Sanna era direttamente responsabile nonostante avesse affermato di non essere a conoscenza di tali trame, egli infatti sosteneva che fosse deplorevole da parte del diretto responsabile dell’inquisizione sarda non occuparsi degli eventi interni all’organismo che rappresentava.
Successivamente si occupò di smentire le varie teorie circa le modalità di contatto con il demonio che, a suo parere, furono strumentalizzate dai ministri del tribunale sardo con l’obiettivo di  spartirsi i soldi del Malla.

L’avvocato cagliaritano riteneva che la confessione resa dal suo assistito fosse inverosimile perché estorta sotto tortura, infatti la paura di incorrere nell’ira degli inquisitori induceva il condannato a confermare le loro accuse confessando ciò che si aspettavano di sentire.

I capi di imputazione si rifacevano ai vari trattati di demonologia tra questi si ricorda il trattato dell’XI sec. scritto dal bizantino Michele Psello, secondo la quale i demoni si dividevano in sei gruppi e all’interno del terzo erano presenti quelli chiamati terrestri che potevano risiedere dentro recipienti di vetro o cristallo.
L’Arquer non credeva in tali teorie e le confutò utilizzando le sacre scritture e i padri della chiesa:
Contrariamente all'idea comune aveva una concezione spirituale del diavolo, così come fu teorizzata nel V secolo dallo Pseudo-Dionigi e ripresa dalla dottrina cattolica con San Tommaso d'Aquino.

Rifacendosi all’apostolo Paolo affermò che il diavolo per ottenere l’onore divino si presentasse trasfigurato sotto forma di angelo luminoso e non in forma infima e vile.
Avvalendosi invece di San Pietro Apostolo riteneva che il diavolo vagasse come un animale feroce in cerca di anime da possedere, riteneva dunque contrario alla dottrina credere che restasse chiuso dentro un’ampolla in attesa di essere utilizzato.

Secondo gli inquisitori il Malla confessò di avere adorato il diavolo in maniera consapevole, ma nessuno poteva adorare consapevolmente il male; era inoltre impossibile credere che il Malla, già sotto il dominio del diavolo, avesse rifiutato di donargli l’anima. Per rendere più incisivo il suo punto di vista l’Arquer si avvalse anche dell'Apologetico di Tertulliano, dove, nei capitoli 22, 23 e 27 dedicati a chiarire la natura degli antichi dei pagani identificati con i demoni, si asserisce che solo presentandosi come dei, riuscivano a farsi adorare. 

L'Arquer fece un grosso errore giudicando duramente l'operato dell'inquisizione sarda perché in tal modo accusava implicitamente anche all’inquisizione spagnola che aveva precedentemente dato credito a quelle affermazioni; ovviamente questo atteggiamento non poteva sortire la revoca della condanna del Malla perché la Suprema non poteva smentire la sua linea di condotta andando contro sé stessa.
Le richieste del Malla e del suo difensore non furono dunque accettate e il risultato ottenuto fu identico all’esito del processo precedente. Il Malla continuò a dichiarare la sua innocenza e nel 1556, dopo aver rinnovato l'appello alla Suprema, fu difeso da un altro avvocato e ottenne l’assoluzione da tutte le accuse.
Di fatto si condannava l'operato del tribunale sardo nel decennio 1540-1550 dando implicitamente ragione alle tesi sostenute dall'Arquer nel processo celebrato nel 1552.



Fabrizio e Giovanna

Notizie tratte da:
Sigismondo Arquer. Un innocente sul rogo dell’Inquisizione, Salvatore Loi


[1] Sigismondo Arquer. Sardiniae brevis historia et descriptio, cap. VII, a cura di Maria Teresa Laneri, saggio introduttivo di Raimondo Turtas

VILLE PADRONALI A CAGLIARI

VILLA POLLINI O DOLORETTA






Sotto  il colle di S. Michele, a ridosso dell’ospedale oncologico, vi è una villa padronale del secolo scorso, la VILLA POLLINI O DOLORETTA che dal 2007 ospita il centro Sistema informativo territoriale e l'archivio grafico della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Cagliari e Oristano, dopo esser stata acquisita dallo Stato intorno al 1990 .
La villa fu costruita nel 1812 dal conte Gaetano Pollini, ricco mercante piemontese, al fine di controllare l’esportazione in Svizzera e Lombardia di vini pregiati locali, venne edificata dal marmista piemontese Battista Franco, che preparò anche l’altare maggiore del S. Francesco di Alghero (1773). Con il figlio Gaetano venne avviata anche la coltivazione di gelso, una delle piante industriali introdotte nell'Isola durante il periodo piemontese. 
Alla fine del secolo fu acquistata dall’industriale vinicolo Francesco Zedda Piras che, in onore della consorte, la chiamò villa Doloretta.
Nel 1914, Villa Pollini fu dichiarata Monumento Nazionale per la sua sontuosità pittoresca e per la stupenda pinacoteca. La facciata, originariamente di colore rosso pompeiano, è movimentata da corpi sporgenti, uno centrale, con frontone curvilineo, e due laterali, con timpani triangolari. Di fronte si sviluppava un ampio giardino all’italliana e posteriormente un vasto cortile chiuso da porticati.
L'edificio aveva la funzione polivalente di fattoria e di residenza signorile, all’interno vi erano bei saloni con pavimenti a mosaico e mobili di gusto raffinato. Vantava una collezione di circa di 200 quadri di varie scuole ed epoche che, purtroppo, sono andati dispersi.
La leggenda che è legata alla vecchia villa è che essa sarà fiorente solo se la cappella avrà culto, in caso contrario andrà in rovina. 
Nonostante l'assurdità di tale leggenda, quando  i conti Porcile di S. Antioco, succeduti alla famiglia Pollini nel possesso della villa,  non riedificarono la cappella caddero in disgrazia e la vicenda si ripeté in modo impressionante per altre due volte con i successivi proprietari, uno dei quali, anzi, brillante e notissimo ufficiale, finì suicida in circostanze misteriose.   
Sicuramente saranno state delle coincidenze, ma non ignoriamo quanto Conan Doyle facceva dire a Sherlock Holmes: "Troppe coincidenze sono una prova".



Fabrizio e Giovanna


LE VIE DI CAGLIARI PROTAGONISTE DELLA STORIA


VIA CANELLES E L'OMICIDIO CAMARASSA



Via Canelles, insieme a via La Marmora e via dei Genovesi, è una delle strade più antiche della città di Cagliari. Si hanno sue notizie dal XIII secolo, quando compare in un diploma della primiziale di Pisa con il nome di Ruga Marinariorum, durante l'epoca spagnola prese il nome di Carrer del Cavallers, denominazione che mantenne fino al XIX secolo, quando assunse il nome attuale di Nicolò Canelles al fine di commemorare l'editore-imprenditore che nel 1566 impiantò proprio nella via dei Cavalieri la prima tipografia sarda e stampò molti libri a sue spese; l'officina si trovava nel numero civico 69 dove è presente un epigrafe commemorativa posta nel 1872 dai fratelli Nieddu, allora proprietari della casa. 

Nicolò Canelles nel 1560 fu ordinato sacerdote e verso il 1570 frequentò la Biblioteca Vaticana dove rinvenne dei manoscritti inediti che provvide a stampare a sue spese. Questo gesto gli valse la benevolenza del papa Giulio III che lo segnalò ai vescovi di Cagliari e di Oristano per la concessione di benefici e prebende; fu infatti canonico della Cattedrale di Cagliari ed ebbe modo di conoscere l'Arcivescovo Antonio Parragues di Castellejo.
Nel 1571 andò via da Cagliari e lasciò la tipografia in vendita temporanea ad uno dei suoi procuratori, il Sembenino, che apportò migliorie all'officina con nuovi attrezzi e locali più idonei; dopo un paio d'anni ad esso subentrò il tipografo lionese Francesco Guarnerio.
Nel 1572 Nicolò Canelles fu commissario generale della diocesi di Cagliari e, successivamente, vicario capitolare, titolo che rinnovò con il nuovo arcivescovo nel1574. L'8 aprile del 1578 fu consacrato vescovo di Bosa.
Dopo la sua morte, avvenuta nel 1585, la tipografia aveva maturato moltissimi volumi ma anche molti debiti e le attrezzature furono vendute all'asta nel 1589 aGiovanni Maria Galeerino.

A un secolo di distanza la via fu teatro di un evento sanguinoso dove è difficile stabilire se furono determinanti gli elementi passionali o quelli politici.
Nel muro adiacente al numero civico 32 è presente un'iscrizione spagnola datata 21 luglio 1668 recante una perenne nota di infamia nei confronti dei nobili che uccisero Don Emanuele Gomez de los Cobos il marchese di Camarassa, l'allora vicario regio del Regno:


para perpetua nota de infamia de que fueron traydores del rey
Per perpetua nota di infamia del fatto che furono traditori del re
nuestro señor don jaime artal de castelvì que fue marques de cea
nostro signore, don Jaime Artal di Castelvì, che fu marchese di Cea,
doña francisca cetrillas, que fue marquesa de setefuentes
donna Francesca Zatrillas, che fu marchesa di Sietefuentes,
don antonio brondo don silvestre aymerich don francisco cao don
don Antonio Brondo, don Silvestro Aymerich, don Francesco Cao, don
francisco portvgves y don gavino grixoni como reos de crimen
Francesco Portugues e don Gavino Grixoni, come rei del crimine
lesa magestad por homicidas del marques de camarassa virrey de
di lesa maestà per l'omicidio del marchese di Camarassa viceré di
cerdeña fveron condenados a mverte perdida de bienes y de
Sardegna furono condannati a morte, perdita di beni e di
honores demolidas svs casas conservando en sv rvina eterna
onori, demolite le loro case, conservando a propria rovina eterna
ignominia de sv nefanda memoria y por ser en esto sitio la casa
ignominia della loro nefanda memoria. E per essere questo sito la casa
de donde se cometio delicto tan atroz a veynte y vno de jvlio
da dove si commise un delitto tanto atroce il 21 di luglio
de mil seiscientos sesenta y ocho se erigio este epitaphio
del 1668, fu eretto questo epitaffio.

Prima di narrare sinteticamente la vicenda inquadriamo brevemente i personaggi principali coinvolti. Al fine di comprendere appieno le motivazioni che indussero i cospiratori a uccidere il viceré è necessario fare un passo indietro di un mese, per l'esattezza nella notte tra il 20 e il 21 giugno del 1668, quando nella Calle Mayor, l'attuale via La Marmora, fu ucciso ad archibugiate e pugnalate il Marchese di Laconi don Agostino di Castelvì.
Quest'ultimo oltre ad essere la prima voce dello stamento militare era anche un uomo molto ricco e potente, egli capeggiava la fazione che rivendicava il diritto dei nobili sardi di origine spagnola ad accedere alle più alte cariche del Regno, compresa quella viceregia. L'attempato don Agostino era sposato con la giovanissima nobildonna Francesca Zatril, la, marchesa di Sietefuentes, che aveva la metà dei suoi anni (poco più che ventenne) che, come vedremo in seguito, fu coinvolta nell'omicidio del vicerè in qualità di amante di uno dei cospiratori.
La pretesa rivendicativa dei nobili sardi non era ben accetta soprattutto da parte della reggente di Spagna Anna d'Austria che, tramite il marchese di Camarassa, faceva sentire la sua pesante autorità nel Regno di Sardegna. La situazione degenerò quando verso la fine del 1664 la corona, tramite il vicerè, pretese dal parlamento sardo un donativo di 70.000 ducati.
L'organo di governo sardo in tutta risposta si dichiarò disponibile a dare il suo contributo solo a condizione che gli antichi privilegi fossero rispettati e, soprattutto, che i regnicoli potessero avere accesso a tutte le alte cariche del Regno; una simile richiesta non poteva trovare accoglimento e si creò una situazione di stallo che si protrasse per tutto il 1665 e il 1666.
Successivamente vi furono due partenze verso la corte di Madrid, da un lato il vicerè mandò un messo incaricato di illustrare la situazione in Sardegna e di ricevere istruzioni sul da farsi, da un altro lato lo stamento militare, in accordo con quello ecclesiastico e reale, decise di inviare il marchese di Laconi con il compito di spiegare alla reggente le ragioni dei sardi.
La missione di don Agostino non ebbe successo forse anche a causa dell'ostilità, probabilmente collegata a personali ragioni di natura economica in territorio sardo, dimostratagli da don Cristoforo Crespi di Valdaura al quale la reggente scaricò il problema.
Mentre don Agostino si trovava ancora fuori Sardegna, da Madrid giunse l'ordine al vicerè di Camarassa, al quale fu riconfermato l'incarico per altri tre anni, di riaprire il parlamento. Approfittando dell'assenza del marchese di Laconi, venne chiamato a presiedere la seduta don Artaldo Alagon marchese di Villasor, suo acerrimo rivale. Nel frattempo don Agostino rientrò a Cagliari e chiese una sospensione dei lavori parlamentari per riferire l'esito della sua missione in Spagna. Gli vennero concessi solo tre giorni, al termine dei quali, il 28 maggio del 1668, il vicerè chiuse il parlamento.
Dopo 23 giorni, come già detto, nella notte tra il 20 e il 21 giugno fu assassinato don Agostino di Castelvì; l'opinione pubblica indicò subito quali artefici dell'omicidio due personaggi legati alla famiglia del marchese di Camarassa, don Gaspare Niño e don Antonio de Molina, che si rifugiarono nel palazzo viceregio, da dove riuscirono a scappare alla volta della Sicilia.
Il fatto che i due probabili assassini fossero intimi della famiglia viceregia e trovarono rifugio palazzo di rappresentanza rafforzò la convinzione che il mandante dell'omicidio fosse proprio il marchese di Camarassa.
Dopo un mese, il 21 di luglio, il marchese di Camarassa, mentre passava per la via dei Cavalieri (via Canelles) insieme alla moglie e un largo seguito di cavalieri e guardie, fu colpito a morte da una salva di archibugi partita dalla casa di Antioco Brondo (attuale numero civico 32).

Nonostante il grande clamore e la paura dei tumulti, le funzioni di presidente del regno vennero assunte, secondo la costituzione da don Bernardino di Cervellon con grande equità e obiettività.
Durante la breve istruttoria aperta dalla Reale Udienza sulla morte del marchese di Laconi Francesca Zatrillas portò dei documenti atti a confermare la sua convinzione della responsabilità del vicerè della morte del marito, poco dopo però partì nel suo feudo di Cuglieri in compagnia di don Silvestro Aymerich; questo fatto fece nascere il sospetto che tra i due vi fosse una relazione già precedente alla morte di don Agostino e che avessero utilizzato l'espediente della diatriba politica per liberarsi del peso coniugale che contrastava la loro unione. Il fatto che nel mese di ottobre del 1668, dopo solo quattro mesi di vedovanza, i due giovani si unirono in matrimonio aggravò la loro condizione.
Il nuovo vicerè don Francesco di Tuttavilla duca di San Germano, fu incaricato di trovare i responsabili dell'omicidio del vicerè precedente.
I due amanti furono ritenuti responsabili dell'uccisione di don Agostino di Castelvì in un momento di forte tensione con il vicerè e quindi di aver indirettamente provocato la sua morte determinata dall'immediata vendetta della fazione a lui ostile.
Iniziò così una feroce ricerca e cattura di coloro che furono ritenuti colpevoli del delitto di lesa maestà. Il procedimento istruttorio si chiuse con la sentenza del 18 giugno del 1669 nella quale furono condannati a morte Silvestro Aymerich, don Artaldo di Castelvì marchese di Cea e don Antonio Brondo marchese di Villacidro, ai quali furono inoltre confiscati i beni e demolite le abitazioni.
La cattura dei responsabili avvenne in tempi e modalità diverse, la più cruenta fu quella del marchese di Cea tratto in catene dal nord Sardegna fino a Cagliari, dove fu giustiziato.
Francesca Zatrillas e don Silvestro, dopo essere stati condannati per l'omicidio di don Agostino, tentarono la fuga, ma don Silvestro fu catturato e ucciso e donna Francesca si ritirò in un convento dove trascorse il resto della sua vita. 


Il processo fu sbrigativo e le indagini portate avanti con l'inganno e le minacce da parte del nuovo viceré, don Francesco di Tuttavilla duca di San Germano, che inoltre si avvalse della collaborazione di loschi individui.


Alla corona spagnola serviva assolutamente un capro espiatorio perché l'omicidio del marchese di Camarassa fu interpretato come un attacco all'autorità regia e molti innocenti probabilmente finirono sacrificati sull'altare della ragione di stato.


Fabrizio e Giovanna


Notizie tratte da:
F. C. Casula, Storia di Sardegna
L. Ortu, Storia della Sardegna
F. Loddo Canepa, La Sardegna dal 1478 al 1793, vol. I
Paolo de Magistris e Giancarlo Sorgia, Cagliari : la suggestione delle epigrafi 

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