Arte e architettura


santa maria di bonarcado

alcune chiese medievali del nord sardegna (video)

architettura: poseidonia / paestum e il tempio “di nettuno”

la chiesa di nostra signora del regno - ardara

la chiesa di san michele di salvennor - ploaghe

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architettura romanica: san platano di villaspeciosa

alcune chiese medievali del sud sardegna (video)

cagliari, santa lucia: un rudere dalla storia nobile e antica

la chiesa romanica di san gemiliano (seconda metà del xiii sec.) - sestu

sinān, il michelangelo d’oriente

 

 cagliari – omaggio al san francesco di stampace, illustre monumento “quasi” scomparso

SANTA MARIA DI BONARCADO




Chiesa di Santa Maria di Bonarcado

La chiesa, il santuario e il monastero di Santa Maria di Bonarcado si trovano nel comune di Bonarcado, nella Sardegna centro-occidentale, a pochi chilometri da Oristano fra Milis e Santu Lussurgiu, nell’antica curatoria del giudicato di Arborea. Il suo nome deriva dal greco panákhrantos che vuol dire “immacolata”, attributo rivolto alla Vergine Maria, oggetto di venerazione già dall’epoca bizantina.

La chiesa e il monastero furono realizzati in tempi diversi, la prima è infatti successiva e fu edificata solennemente alla presenza del giudice d’Arborea Barisone I, degli altri tre giudici, dei più alti prelati sardi e dell’arcivescovo Villano di Pisa, giunto in Sardegna come legato pontificio  intorno al 1146-47.


Ruderi del monastero camaldolese

Grazie al Condaghe di Santa Maria di Bonarcado sappiamo che intorno al 1100 fu fondato il monastero camaldolese affiliato all’abbazia pisana di san Zeno per volontà del giudice Costantino I de Lacon Gunale. Probabilmente i Camaldolesi provenienti da Pisa provvidero ad erigere quasi subito una “chiesa nuova” a pochi metri dal santuario di origine bizantina intitolato a Nostra Signora di Bonacattu (probabilmente del VII secolo) a pochi metri di distanza.

                                                  

                                                

Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado raccoglie la registrazione di atti e memorie relative alla vita del monastero. La parola Condaghe  indicava il codice che registrava e conservava le memorie della vita economica e patrimoniale di un monastero. Le registrazioni contenute nel condaghe di Santa Maria di Bonarcado abbracciano un arco cronologico che parte dalla data di fondazione dell’abbazia (XII secolo) alla metà del secolo XIII.

Del primo impianto sopravvivono la facciata e il fianco meridionale fino al punto dove si innesta il campanile, le altre parti sono, come già detto, frutto di rimaneggiamenti successivi.

Facciata della chiesa

Fianco meridionale fino al punto dove si innesta il campanile























Veduta absidale
Campanile

La chiesa consacrata nel 1146 era in origine mononavata, successivamente, fra il 1242 e il 1268 (anno della riconsacrazione testimoniata dall’iscrizione presente nella parasta all’angolo sinistro nella zona absidale), subì un consistente ampliamento di un corpo trinavato, con arcate poggianti su pilastri e absidato.
Iscrizione

Nel XIX secolo vi fu un ulteriore intervento che comportò l’aggiunta di una navatella a quella originaria e la demolizione del muro settentrionale che fu rimpiazzato con una serie di arcate.


Fabrizio e Giovanna

Notizie tratte da: Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, a cura di Maurizio Virdis

ALCUNE CHIESE MEDIEVALI DEL NORD SARDEGNA (video)

Il ricchissimo patrimonio artistico della Sardegna trova nelle bellissime chiese medievali una delle sue massime espressioni.
Vi proponiamo alcune immagini delle chiese della parte settentrionale della nostra amata Isola.
Buona visione!






Fabrizio e Giovanna

ARCHITETTURA: Poseidonia / Paestum e il tempio “di Nettuno”




L’antica città di Poseidonia fu una delle più fiorenti colonie della Magna Grecia. L’area che ne ospita i resti rappresenta oggi uno dei maggiori tesori archeologico-architettonici dell’Antichità e uno dei vanti del patrimonio archeologico e artistico dell’Italia meridionale.

La città antica, fondata presumibilmente tra la metà e l’inizio del VII secolo a. C. da coloni greci (secondo le fonti Achei e Dori) provenienti da Sibari (città sulla costa ionica calabrese, nel golfo di Taranto), occupa un’ampia area della piana alluvionale del fiume Sele, nel territorio dell’odierno comune di Capaccio (Salerno).

I resti monumentali, rimasti quasi ignoti per secoli a causa dell’isolamento della zona, divenuta malarica in seguito all’impaludamento della foce del fiume, furono “riscoperti” alla metà del Settecento, epoca a cui risalgono i primi disegni e stampe dei templi; i primi interventi di scavo sistematico del sito risalgono, invece, ai primi anni del Novecento; tali campagne di scavo riportarono alla luce i resti del settore pubblico della città e alcuni quartieri residenziali (per lo più di epoca romana), togliendo in tal modo i templi dal loro secolare isolamento nella campagna e reinserendoli opportunamente nel contesto della città di cui facevano parte.

La cerchia delle mura greche, molto ben conservata (databile dal IV al I sec. a. C. con alcuni tratti più antichi del VI-V), circonda ancora oggi come un anello l’area della città antica per quasi 5 chilometri, rendendoci un’idea della sua estensione (circa 120 ettari, di cui solo 25 scavati). 
Mura, porta Sirena
Mura, presso porta Sirena

Poseidonia era collegata al mare per mezzo di una laguna, oggi scomparsa, e dotata di un trafficato porto che consentiva i collegamenti e i commerci marittimi lungo la costa tirrenica.
L’area della città ha restituito tracce preistoriche della presenza umana, che vanno dal Paleolitico all’età del bronzo, con resti molto interessanti di alcuni villaggi di capanne di età neolitica.
La città fondata dai Sibariti prese il nome di Poseidonia, e vide nei secoli VI e V a. C. la sua fase di massimo splendore, con la costruzione dei grandiosi monumenti che ancora oggi testimoniano la ricchezza e la prosperità della sua vita commerciale e culturale. La fase di massima crescita e sviluppo segue l’episodio della distruzione della città madre Sibari, avvenuto nel corso della guerra contro Crotone nel 510 a. C..

Verso la fine del V sec. a. C. Poseidonia venne conquistata dalla popolazione indigena dei Lucani, conquista che non fu violenta e che portò ad un passaggio senza traumi di rilievo: si ritiene, infatti, che più che di una conquista militare si sia trattato di una graduale affermazione politica della popolazione lucana a scapito dell’elemento greco. La città mantenne integra la propria funzionalità e il proprio assetto urbanistico, senza distruzioni o stravolgimenti. Ai Lucani si deve probabilmente il cambio di nome, che fu mutato in Paistom. Le necropoli di questa fase (fine V-IV sec. a. C.) sono particolarmente rilevanti perché hanno restituito un alto numero di tombe con decorazioni pittoriche di grande rilievo e corredi funerari preziosissimi, oggi esposti nel Museo Archeologico Nazionale di Paestum, nei pressi dell’area archeologica.

Dopo la brevissima parentesi del 331 a. C., quando Paistom fu conquistata dall’esercito del re dell’Epiro Alessandro il Molosso, che aveva sconfitto i Lucani, si giunge alla importante data del 273 a. C. quando, dopo la guerra contro Pirro, la città fu definitivamente occupata dai Romani, che cambiarono il nome lucano in quello di Paestum, con il quale è conosciuta ancora oggi. La romanizzazione di Paestum fu molto profonda; Roma vi dedusse una colonia di diritto latino e riorganizzò l’abitato secondo lo schema delle città romane, con la costruzione di nuove infrastrutture e edifici monumentali (come, ad esempio, il foro e l’anfiteatro). 
I principali monumenti greci, tuttavia, tra cui i grandiosi templi, sopravvissero indenni senza modifiche di sorta.

 La prosperità di Paestum continuò anche sotto il dominio romano e la sua potenza navale fu di grandissimo aiuto a Roma nel corso della prima e seconda guerra punica.
Il declino della città iniziò in seguito al graduale impaludamento della piana circostante e all’insabbiamento del porto, fattori che causarono la perdita dell’importanza commerciale, un impoverimento inarrestabile con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita e un lento spopolamento della città, i cui pochi abitanti rimasti si ritireranno, nei secoli dell’alto medioevo, nei centri abitati in quota sulle montagne circostanti.
Alcuni dati archeologici hanno dimostrato che, nelle ultime fasi di vita di Paestum, la scarsa popolazione residua si era ritirata nell’unico punto leggermente sopraelevato della città, l’area più a nord intorno al tempio di Atena (noto tradizionalmente come tempio “di Cerere”) e che quest’ultimo, con opportuni adattamenti, era stato convertito in chiesa cristiana.

Tra i numerosi edifici superstiti della città greca si è scelto di presentarne uno tra i meglio conservati: il così detto tempio di Nettuno, edificio ammirevole per le sue qualità architettoniche e per il suo eccezionale stato di conservazione, che ne fa uno tra i monumenti più rappresentativi della Magna Grecia.


L’intitolazione tradizionale a Poseidone / Nettuno è di fantasia, e le fu conferita in riferimento al nome della città, di cui costituiva certamente l’edificio di maggior rilievo. Alcune fonti e dati archeologici fanno ipotizzare una dedica ad Apollo o a Zeus. L’edificio, di ordine dorico, databile con buona approssimazione intorno alla metà del V secolo a. C., è un grande tempio periptero esastilo, cioè con la cella circondata da un giro di colonne e con un numero di sei colonne sulle fronti principali. Misura circa metri 25x60 e sorge su un alto crepidoma costituito da tre gradoni, che lo innalza sul piano di campagna e ne aumenta l’imponenza. Il colonnato, come già visto, presenta 6 colonne sui lati brevi e 14 su quelli lunghi; 

la cella (naos) del tempio è costituita da un vano diviso in tre navate da due file di 7 colonne su due ordini (ampio lo spazio centrale, più angusti quelli laterali); due scale collocate ai lati dell’ingresso, di cui rimangono poche tracce, consentivano l’accesso alle parti alte del tempio, probabilmente in funzione delle operazioni di manutenzione. 

L’ingresso del naos è preceduto da un pronao in antis (costituito cioè dal prolungamento dei muri laterali della cella e da due colonne interposte, che racchiudono uno spazio che funge da vestibolo alla cella stessa); una struttura analoga (opistodomo) è collocata, simmetricamente, sul lato opposto del naos (ovest), accessibile solo dall’ambulacro interno al colonnato. 

I muri perimetrali della cella sono andati quasi del tutto perduti, mentre sussistono in buone condizioni i colonnati interni.

Eccezionalmente integra è, invece, la peristasi esterna del tempio; le 36 colonne doriche, alte circa 9 metri, presentano un fusto molto massiccio e una rastremazione (assottigliamento del diametro del fusto dal basso verso l’alto) molto accentuata: le colonne hanno infatti un diametro di circa 2 metri alla base e un metro e mezzo in alto. L’entasis (rigonfiamento del fusto a circa un terzo dell’altezza) è meno accentuata rispetto ad altri edifici dorici del periodo. 

L’elevato numero delle scanalature che caratterizza i fusti (in numero maggiore rispetto ad altri templi) è un espediente che conferisce maggiore slancio ascensionale alle colonne e attenua, parzialmente, la sensazione di pesantezza che ci si aspetterebbe da strutture di queste dimensioni.
Sulle colonne, concluse in alto dai canonici echino (elemento rigonfio a “cuscinetto”) e abaco (elemento parallelepipedo a base quadrata), che caratterizzano l’ordine dorico, poggia un’alta trabeazione, formata da un architrave liscio e dal fregio con triglifi (formelle in pietra con scanalature decorative verticali)  e metope (elementi quadrangolari in pietra, lisci o scolpiti, che si alternano ai triglifi) non scolpite; un cornicione di coronamento fortemente aggettante e i due timpani triangolari sui lati brevi concludono l’edificio. 

Restano poche tracce degli elementi di copertura e della policromia originaria dell’edificio, che doveva presentarsi ai contemporanei interamente rivestito da uno strato pittorico a colori vivaci.
Una fitta serie di ulteriori accorgimenti ottici ed elaborati calcoli matematici per le proporzioni fanno di questo tempio pestano un capolavoro dell’architettura e una delle massime espressioni della cultura e della civiltà greche.
Davanti alla facciata principale (est) sorgono i resti di due grandi altari per i sacrifici, uno coevo al tempio, l’altro databile a età tardo-repubblicana (I sec. a. C.).

Nicola S.

LA CHIESA DI NOSTRA SIGNORA DEL REGNO - ARDARA


L’epigrafe di consacrazione dell’altare maggiore, attualmente murata a destra del presbiterio, attesta che Ardara fu capoluogo del Giudicato di Torres tra il 1065 e il 1107.  La fabbrica del castello e della cappella palatina fu voluta da Giorgia, sorella del giudice di Torres e di Arborea Gonario-Comita.

L’edificio romanico poggia su una base di roccia e la trachite nera utilizzata per la sua costruzione lo rende elegante e maestoso.
La facciata è divisa in tre settori, che corrispondono alla divisione interna in tre navate, in quello centrale è presente una bifora rincassata con colonnina, capitello e un alloggio per un bacino ceramico nella parte superiore.

Il portale architravato presenta un arco di scarico a sesto rialzato e sopracciglio con modanatura.


L’abside è orientata a N-E,  presenta delle monofore gradonate e il semicatino è segnato da una doppia cornice.
     
Sul lato sinistro si erge il campanile a canna quadrangolare, in trachite scurissima con conci di media pezzatura, recante particolari tipologie costruttive di influenza lombarda.
All’interno presenta uno schema basilicale, la navata centrale presenta una copertura lignea, mentre quelle laterali sono voltate a crociera; ogni navata è separata dalle altre da otto colonne in trachite nera con abaco a tavoletta, terminanti con capitelli dorici e corinzi.   




Fabrizio e Giovanna

LA CHIESA DI SAN MICHELE DI SALVENNOR - PLOAGHE



La chiesa si trova lungo la statale 597 Sassari - Olbia a 3 Km da Ploaghe

La chiesa era annessa all’abazia vallombrosana di San Michele di Salvennor acquisita dai monaci prima del 1138. La presenza dei Vallombrosani nel Logudoro risale al XII sec., quando il giudicato di Torres era retto da Costantino I che diede il suo beneplacito in virtù della sua posizione  favorevole a Pisa.
Non si sa né come né quando la chiesa passò ai monaci; è certo che la chiesa fu edificata  tra il 1065 e il 1082 per volontà del giudice Mariano I e che il 25 maggio del 1139 una bolla papale confermò ai Vallombrosani il suo possesso insieme all’annesso monastero.
Il monastero era molto ricco e comprendeva un terreno di oltre seimila ettari che fruttava enormi guadagni, inoltre godeva di enormi privilegi, tra i quali spicca quello concesso dal papa Innocenzo II nel 1139 dove si riconosceva la facoltà di proibire ai vescovi di celebrare messa nella chiesa.
I Vallombrosani rimasero a Salvennor fino alla seconda metà del XIV sec. iniziarono a decadere dal 1259, quando cadde il giudicato di Torres. Già nel XVI sec. l’abbazia era semidistrutta e i monaci erano pressoché assenti. 

La chiesa, costruita con pietre calcaree e vulcaniche bianche e nere, con pianta a croce commissa dotata di tre absidi semicircolari, è frutto di ampi rimaneggiamenti che hanno parzialmente risparmiato soltanto la parte posteriore.

La facciata è tripartita e ogni sezione è inquadrata da lesene, al centro il portale, architravato con arco di scarico a tutto sesto con ghiera, è sovrastato da un oculo, al di sopra del quale domina una sequenza di nove archetti a tutto sesto e doppia ghiera. 


Il frontone sovrastante, anch'esso tripartito da semicolonne poste in asse con le lesene sottostanti, è sovrastato da un secondo oculo con una croce greca inscritta.






Nel fianco sinistro è presente un vano di forma quadrata dove sono presenti trentadue arcatelle a tutto sesto con doppia ghiera sorrette da capitelli, quattro monofore centinate a doppio strombo e una porta, oggi chiusa, con architrave a timpano.


Internamente l'aula è divisa in tre navate, quella centrale ha copertura lignea, mentre quelle laterali sono voltate a crociera.




Nella parte posteriore dotata di tre absidi, quella centrale è divisa  in cinque parti delimitate da lesene dove si alternano tre monofore centinate a doppio strombo, 







quelle laterali sono invece divise in tre  parti, sempre delimitate da lesene, ognuna dotata di monofora sempre centinata a doppio strombo








Fabrizio e Giovanna


Le notizie storiche sono tratte da:
Giovanni Francesco Fara, Chorographia Sardiniae
G. Zanetti, I Vallombrosani in Sardegna
R. Di Tucci, Il Condaghe di San Michele di Salvennor

CHIESA DI SAN NICOLA - OTTANA - più video



La chiesa romanica intitolata a San Nicola di Mira fu cattedrale della diocesi di Othana fino all’inizio del XIV sec., quando quest’ultima fu unita a quelle di Castra e Bisarcio e trasferita ad Alghero.
Durante i restauri del 1973-76 fu individuata una chiesa preesistente, forse altomedievale, con una sola navata ed abside rivolta verso est.
L’impianto della chiesa, con abside rivolta verso est, è a croce commissa (croce che ricorda la lettera T per la mancanza del braccio superiore) e presenta una sola navata con copertura lignea e i due bracci voltati a botte.
L’abside, il transetto e il fianco settentrionale furono costruiti in un primo tempo, in seguito si realizzarono la facciata e il fianco meridionale.
La chiesa fu realizzata con l’impiego di trachite nera e violacea intervallata dalla pietra rosa, utilizzata per gli inserti ornamentali (rombi), le arcate e le colonnine.
La facciata è a capanna o frontonata e si sviluppa su tre ordini di false logge:
- il primo ordine si divide in tre specchi che al centro presentano il portale architravato e sormontato da un arco a tutto sesto.
- il secondo ordine è diviso in tre parti dalle lesene di sostegno alle tre arcatelle, delle quali quella centrale include una bifora, mentre le due laterali contengono dei rombi decorativi.
- una falsa loggia, decorata da piccole formelle ceramiche e costituita da cinque arcatelle sorrette da lesene, è presente nel terzo ordine.



Per visualizzare il video su You Tube:


L’ipotesi che la chiesa sottostante fosse altomedievale è avvallata dalla stessa intitolazione al santo che fu vescovo di Mira, in Licia (nella moderna Turchia).
Secondo la tradizione egli compì numerosi miracoli come placare una tempesta in mare e resuscitare due fanciulli uccisi da un oste.
Oltre sette secoli dopo la sua morte, avvenuta il 6 dicembre di un imprecisato anno del IV secolo, un gruppo di settantadue marinai pugliesi, comandati da un certo Giovannacaro, si imbarcarono alla volta di Mira per recuperare le reliquie di Nicola.
La spedizione in Asia Minore, allora dominata dai  Turchi, ebbe i tratti di  vera e propria rapina piuttosto che quelli di una santa missione.
Giovannocaro e i suoi uomini tornarono a Bari il 9 maggio del 1087 e da quel momento San Nicola di Mira divenne il patrono della città pugliese. 

Fabrizio e Giovanna

Notizie tratte da:
R. Coroneo, Architettura romanica dalla metà del Mille al primo '300, collana "Storia dell'arte in Sardegna"

ARCHITETTURA ROMANICA: SAN PLATANO DI VILLASPECIOSA




La chiesa romanica di San Platano sorge su un piccolo poggio ai margini dell’odierno abitato di Villaspeciosa, di cui era probabilmente l’antica parrocchiale. Datata generalmente al secondo quarto del XII secolo risulta citata, per la prima volta, tra i possessi vittorini in un documento marsigliese del 1141, con cui l’arcivescovo di Cagliari Costantino confermava al monastero di San Vittore la chiesa di San Saturno di Cagliari e altri edifici.
Secondo il canonico Giovanni Spano la chiesa di San Platano fu dedicata al santo identificato come fratello di Sant'Antioco Sulcitano.

La chiesetta, costruita con pietra calcarea di pezzatura diversa e con abbondante uso di elementi di spoglio in marmo, mostra una particolare planimetria a due navate, che la mette in relazione con altri edifici dello stesso tipo del meridione sardo.
La bipartizione dell’aula avviene per mezzo di tre arcate poggiate su due colonne libere e due paraste addossate ai muri perimetrali. Le coperture originarie a botte risultano oggi sostituite da un tetto ligneo a doppia falda, in seguito al crollo delle volte avvenuto in un momento difficile da precisare, generalmente riportato al XIV secolo basandosi sulle forme goticheggianti del piccolo campanile a vela. Tale crollo coinvolse anche il muro perimetrale sud che risulta quasi integralmente ricostruito, in parte con i materiali originali. Anche il prospetto principale, che in origine presentava un coronamento orizzontale, subì di conseguenza delle modifiche, che lo portarono all’attuale configurazione a capanna, con campanile a vela al centro.

Prospetto ovest

Le volte a botte erano rinforzate per mezzo di sottarchi - di cui restano alcuni conci d’imposta - che nascevano da paraste poggiate ai muri perimetrali e da mensole nel setto divisorio.



Le colonne del setto divisorio sono elementi di spoglio probabilmente romani e mostrano due capitelli diversi: uno corinzio di epoca classica a foglie d’acanto, l’altro coevo all’edificio, con facce scolpite con motivi a foglie d’acqua, ovoli, volute e rosetta. Tra l’arco e il capitello si posizionano gli abachi a tavoletta; i catini delle due absidi mostrano, all’imposta, una cornice. 

Capitello medioevale

Capitello romano

L’illuminazione dell’aula è data dalle due monofore aperte nelle absidi e da quella nel prospetto principale.

Prospetto est
All'esterno la decorazione era limitata alle teorie di archetti su semicolonne, che caratterizzano i terminali delle absidi e probabilmente erano presenti anche nei fianchi, dove la parte alta è stata ricostruita.
La facciata presentava una decorazione dello stesso tipo: suddivisa in tre specchi per mezzo di due semicolonne, aveva arcatelle distribuite secondo il ritmo di due per specchiatura. Alle due navate dell'aula corrispondono, in facciata, due piccoli portali centinati.

Elementi da segnalare sono anche:

le ruote intarsiate di matrice pisana nella facciata e in una delle absidi;


la scala pensile innestata nel fianco nord;


un architrave di epoca romana riscolpito e riutilizzato al centro della facciata;


un concio, nella monofora di facciata, scolpito con due clipei, all'interno dei quali si vedono una croce greca e un animale non identificato con quattro zampe.


Sia all’interno, sia all’esterno dell’edificio si può notare un leggero accenno di bicromia, che rimanda a maestranze che erano a conoscenza degli sviluppi dell'architettura pisana.



Fabrizio, Giovanna e Nicola S.



ALCUNE CHIESE MEDIEVALI DEL SUD SARDEGNA

Chiesa di San Platano, Villaspeciosa





Mulino del Tempo


Cagliari, SANTA LUCIA: un rudere dalla storia nobile e antica




I ruderi della chiesa di Santa Lucia, luogo di culto di antica origine medioevale, si possono osservare nella parte più antica del rione Marina, e occupano una porzione dell’isolato formato dall’intersezione delle vie Barcellona, Sardegna, Napoli e Cavour.



Quanto oggi resta dell’antico edificio non rende giustizia alla sua storia e all’importanza che esso ha rivestito nel passato; la chiesa è, infatti, in linea di massima, totalmente ignota alla maggioranza dei cittadini, che spesso si fermano incuriositi davanti alle strutture superstiti, affascinanti pur nella loro nudità. Solo di recente l’area della chiesa, per decenni mortificata dalla presenza di un parcheggio e di un ponteggio che nascondevano alla vista la porzione di edificio ancora in piedi, è stata recintata, in attesa di un adeguato intervento che le restituisca dignità e la consegni alla fruizione di cittadini e turisti.



Contrariamente a quanto in genere si crede, l’edificio non venne distrutto dai bombardamenti aerei del 1943; solo lievemente danneggiata nella cupola e nei locali annessi, essa fu infatti demolita nel 1947, per motivi legati a ragioni urbanistiche e di speculazione oggi difficilmente condivisibili, che non tenevano in nessun conto il valore storico e architettonico del sito e del contesto medioevale del quartiere, per il quale erano previsti estesi sventramenti e demolizioni; la piazza prevista al posto dell’edificio non fu infatti mai realizzata, e le strutture residue, ben presto cadute in totale abbandono, contribuirono ad accentuare il degrado dell’area, fino a tempi molto recenti.



Non si hanno notizie precise sull’origine del luogo di culto; allo stato attuale degli studi, se l’identificazione è esatta, la prima notizia riguardante la chiesa di Santa Lucia risale al 1 aprile 1119, quando l’arcivescovo di Cagliari Guglielmo concesse ai monaci Vittorini di Marsiglia, tra gli altri edifici, anche la chiesa Sanctae Luciae de Civita; la chiesa doveva trovarsi pienamente inserita nel contesto del porto antico, molto probabilmente al centro di un piccolo borgo funzionale alle attività portuali, quasi un secolo prima dell’ufficializzazione dell’insediamento pisano sul colle di Castello; questo avvenimento segnò la nascita della Cagliari medioevale e pose le basi per il suo sviluppo urbano, che dovette interessare in misura non marginale anche la zona portuale, anche se i dati concreti al riguardo sono piuttosto scarsi e incerti.

Per ritrovare menzione della nostra chiesa si deve attendere fino al 1263 quando, nel corso della visita pastorale effettuata dall’arcivescovo di Pisa Federico Visconti, essa venne visitata insieme ad altri luoghi di culto della città.
In seguito alla conquista aragonese di Cagliari nel 1326, la chiesa si trovò ad essere inserita nel fitto tessuto del nuovo quartiere disegnato dai conquistatori per la sistemazione della zona del porto. 


La nuova urbanizzazione del rione – giunto in buona parte integro fino ai giorni nostri – venne portata avanti secondo un progetto ben definito, con strade diritte e perpendicolari tra loro, che formano, per mezzo della loro intersezione ad angolo retto, isolati molto regolari di forma quadrata. Non è noto se l’antica chiesa, trovatasi al centro di un intervento di pianificazione urbana così complesso, abbia subito per questo delle modifiche o una totale ricostruzione. È comunque certo che, all’interno del reticolo stradale del quartiere, essa si inserì perfettamente in uno dei nuovi isolati, mantenendo questa configurazione fino ad oggi, con l’ingresso aperto sulla via Barcellona, una delle principali arterie del borgo.



L’orientamento dell’edificio, con ingresso rivolto a est e abside a ovest, risulta piuttosto anomalo nel panorama dell’architettura medioevale sarda, per cui è lecito pensare a un qualche adattamento dell’edificio antico, forse ristrutturato o spostato in funzione dello sviluppo del quartiere.
Citata in pochi altri documenti del XIV secolo, passò, nel 1405, tra le proprietà arcivescovili. Ai primi del Seicento la chiesa venne concessa quale sede della arciconfraternita della Santissima Trinità e Sangue di Cristo, fondata nel 1606; la confraternita resterà legata alla chiesa di Santa Lucia fino all’ultimo dopoguerra.

Fu probabilmente in seguito all’insediamento dell’ arciconfrater-nita che la chiesa venne sottoposta ad importanti lavori di ristrutturazione che, nel corso del Seicento, le diedero la configurazione planimetrica e l’immagine che mantenne fino al momento della demolizione.
Le varie fasi dei lavori secenteschi sono ancora da chiarire con precisione: la chiesa antica venne trasformata (demolita o ristrutturata non è dato di sapere) in una architettura moderna, perfettamente allineata alle nuove istanze controriformistiche e classicistiche che stavano lentamente mutando, da qualche decennio, il panorama architettonico cittadino, fino ai primi del secolo pienamente aderente alla corrente tardogotica di marca iberica.



L’edificio che ne risultò si allinea ad altre architetture religiose della città edificate nei secoli XVII e XVIII: impianto ad unica navata con sei cappelle laterali (tre per lato) e presbiterio leggermente più stretto e più basso della navata; per quanto concerne le coperture, navata e cappelle si presentavano voltate a botte, mentre il presbiterio mostrava una elegante cupola emisferica su pennacchi, elemento non comune nelle chiese cagliaritane del Seicento, e che si può accostare agli esempi simili – vicinissimi nel tempo e nello spazio – delle chiese di Sant’Agostino (ultimo ventennio del XVI secolo) e di Sant’Eulalia (1612-1613). L’esecuzione geometrica corretta degli elementi di raccordo con il quadrato di base – contrariamente a quanto avviene nelle due chiese appena citate, dove i pennacchi mostrano varie incertezze legate all’inesperienza delle maestranze con questo tipo di strutture – darebbe adito all’ipotesi di una datazione più recente per il presbiterio di Santa Lucia, datazione al momento non precisabile. Altre due cupolette simili per forma e decorazioni si possono vedere quali coperture di due cappelle laterali nella vicina chiesa del Santo Sepolcro. Alcuni dati documentali ci attestano, comunque, che nel 1620 erano in corso dei lavori.


La chiesa prospettava su via Barcellona con una facciata leggermente arretrata rispetto al filo stradale, conclusa da un coronamento a doppia inflessione, elemento anch’esso comune a molte altre chiese cittadine di epoca barocca o ristrutturate tra Sei e Settecento (tra gli esempi più notevoli superstiti si ricordano le facciate delle chiese di Santa Restituta, Santa Chiara e Santa Teresa). Un semplice portale permetteva di accedere alla navata, il cui piano pavimentale era più basso rispetto alla via antistante. Una cornice marcapiano, di cui resta un piccolo tratto, divideva il prospetto in due ordini. Un finestrone rettangolare in asse col portale dava luce all’interno.
Al di sopra delle cappelle laterali, su entrambi i lati dell’edificio, vennero ricavati alcuni ambienti di servizio, accessibili per mezzo di scale collocate nella sacrestia e nel vano ad essa speculare, in cui si apriva l’ingresso secondario su via Napoli.



Lungo la via Sardegna si aprivano le finestre per l’illuminazione delle cappelle del lato sud e del corridoio ad esse sovrapposto. Altri due piccoli ambienti erano ricavati nello spazio di risulta tra il prospetto principale e le prime due cappelle.
La chiesa venne poi dotata, nel corso del tempo, di interessanti arredi marmorei e di opere d’arte, elementi oggi in buona parte dispersi o custoditi presso il vicino Museo del Tesoro di Sant’Eulalia.
Un ultimo importante restauro si ebbe tra il 1910 e il 1912, per motivi legati a problemi di tipo strutturale e statico, non meglio noti. Il “restauro” comportò, oltre alle necessarie riparazioni volte a garantire la stabilità dell’edificio, la realizzazione di una nuova decorazione degli interni con un pesante rivestimento pittorico a tempera, nuove cornici e stucchi, sia nella navata che nelle cappelle. Le decorazioni in questione sono ben visibili in alcune fotografie dell’interno eseguite nel 1947.



Uscita indenne dalla parziale demolizione prevista dal piano regolatore di Gaetano Cima del 1858 (ripreso poi dal piano Costa del 1890), che prevedeva il taglio delle cappelle del lato sud per permettere l’allargamento di via Sardegna, la chiesa venne solo lievemente danneggiata nel corso dei bombardamenti aerei del 1943.
La demolizione quasi totale avvenne nel 1947: l’edificio venne abbattuto per due terzi della sua estensione; si salvarono esclusivamente le cappelle del lato destro con gli ambienti soprastanti, la piccola sacrestia, il muro perimetrale nord del presbiterio fino all’imposta della cupola, un tratto del muro di fondo dello stesso presbiterio con una nicchia e un piccolo tratto della facciata su via Barcellona. Le cappelle vennero murate e i locali da esse ricavati usati per decenni come deposito.



Come già detto, solo di recente l’area della chiesa è stata dotata di una recinzione e di alcuni pannelli illustrativi finalizzati a dare ai cittadini qualche dato utile per la conoscenza del sito, in attesa di un intervento di recupero e di valorizzazione non più procrastinabile.
L’indagine archeologica prevista consentirà, inoltre, di avere dati più certi sulle preesistenze e sulla chiesa medioevale, di cui, al momento attuale, si sa molto poco.


Nicola S.

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