Archeologia - miti e leggende


archeologia sarda: discorso introduttivo


archeologia sarda: discorso introduttivo ii parte


archeologia sarda: discorso introduttivo iii parte


tombe dei giganti e archetipi


piccole riflessioni sul megalitismo

megalitismo: altre piccole riflessioni.

archeologia sarda: il culto dei morti nel neolitico

archeologia sarda - nuraghi: templi o fortezze?

 

archeologia: nuraghi sardi e brochs scozzesi

nuraghi e brochs: ii parte

archeologia: brochs, i nuraghi della scozia.

 

il tempio di mnajdra a malta

archeologia :che cos'era il mitico oricalco?

archeologia: l'antenato del moderno gps

archeologia: il culto della dea madre - i parte

archeologia: il culto della dea madre ii parte

la dea madre: i volti della dea - iside -

la dea madre: i volti della dea - medea –

la dea madre: i volti della dea - circe -

il culto della divinitá femminile : ecate

artemide: la divinitá dei confini

 

La Dea Madre e il concetto di Androgino

il mito di dioniso e suoi possibili collegamenti con la spiritualita’ della sardegna antica - i parte

il drago che è serpente (prima parte).wmv

il drago che è serpente (seconda parte).wmv

il drago che è serpente parte quarta

 il drago che è serpente parte quinta


i popoli del mare... il paese del mare e... atlantide

il diluvio universale e l'arca di noè

platone - πλάτων - (atene 428-347 a.c.)

solone, platone e fetonte, figlio del sole

l'altro ulisse

com’era fatto l’arco di ulisse? e perche’ i proci non erano in grado di tenderlo?

ulivi, abeti, ciclopi & mammut

 il padre dell’archeologia? mah...

 

 

 

 

 

 

ARCHEOLOGIA SARDA: discorso introduttivo

PER INIZIARE IL DISCORSO SULL’ARCHEOLOGIA SARDA AFFRONTEREMO I PERIODI CHE L’HANNO CARATTERIZZATA CON UNA BREVE DESCRIZIONE DEI MONUMENTI TIPICI DELLA NOSTRA ISOLA



BREVI NOTIZIE SULLA SARDEGNA PRENURAGICA

La presenza dell’uomo in Sardegna risale al Paleolitico (450.000 – 10.000 a.C.), ma trova la sua attestazione documentaria nel Neolitico antico (6.000 – 3.700 a.C.). 

Durante il Neolitico vi furono due importanti innovazioni che determinarono profondi mutamenti anche sul piano sociale: il sistema economico agropastorale e la scoperta della ceramica, grazie ai quali si affermò il sistema di ripartizione del lavoro per gruppi e una progressiva tendenza alla gerarchizzazione.

Il Neolitico si divide in tre sottofasi:


il Neolitico antico (6.000 – 4.000 a.C.)

Durante questa fase vi fu il passaggio ad un sistema di sussistenza basato su agricoltura e allevamento che determinò un progressivo aumento demografico con profonde conseguenze sul piano sociale ed economico.

Le abitazioni tipiche di questa fase furono le grotte e i ripari sotto roccia.


Fece la sua comparsa la ceramica, talora decorata ad impressione strumentale oppure con l'impiego del bordo del cardium edule ("ceramica cardiale"); inoltre si sviluppò  lo sfruttamento sistematico dell’ossidiana, una roccia vulcanica dalla struttura vetrosa proveniente dal Monte Arci, nell’Oristanese, che ebbe molta fortuna anche fuori dall’isola

il Neolitico medio (4.000 – 3.400 a.C.)


Si intensificarono le innovazioni relative all’agricoltura, all’allevamento e alla ceramica.

In ambito funerario caratterizzarono questa fase le tombe a grotticella e i corredi funerari destinati ad accompagnare il defunto nell’aldilà

il Neolitico recente (3.400 – 3.200 a.C.)

Furono scavate le prime domus de janas, tombe a grotticella artificiale e si realizzarono le tombe a circolo megalitico e i primi dolmen e menhir


il Neolitico finale (3.200 – 2.800 a.C.).

Fece la sua apparizione la cultura di Ozieri le cui testimonianze archeologiche si estesero in tutta l’isola.

Durante questa fase i villaggi crebbero di estensione e di numero come conseguenza della crescita demografica e del maggiore sfruttamento delle risorse agricole.


Anche le tipologie tombali si diversificarono sempre più: domus de janas,  tombe a circolo, allées couvertes, spesso accompagnate da dolmen e menhir. L'area archeologica di Pranu Muttedu rappresenta una delle più suggestive e importanti aree funerarie.

Vi furono anche le prime attestazioni dell’estrazione e della lavorazione di metalli, soprattutto rame.


TIPOLOGIE FUNERARIE DEL NEOLITICO
RECENTE E FINALE


La civiltà prenuragica espresse soprattutto due forme di sepoltura: quella sotterranea delle domus de janas e quella megalitica dei dolmen.

La sepoltura ipogeica delle domus de janas, di matrice orientale comune a molte antiche culture agricole e quella megalitica all’aperto, tipica delle culture pastorali del mediterraneo occidentale, indicano due diverse concezioni della morte e dei valori religiosi.

Domus de janas



Le domus de janas sono grotte scavate nella roccia e utilizzate come sepoltura. Sono formate da una o più stanzette circolari o quadrangolari, comunicanti fra loro o collegate con una cella centrale alla quale si accedeva per mezzo di un atrio o un corridoio. Spesso le stanze erano fornite di vaschette per le offerte, di nicchie, di cassoni ricavati dalla pietra, di fosse per riporvi i defunti. I muri venivano ottenuti lasciando un argine di roccia tra una stanza e l’altra, e le porte piccole e rettangolari, avevano una soglia formante un alto gradino. Nelle nicchie probabilmente venivanoriposti oggetti del defunto, come attestano molti ritrovamenti in pietra, rame e argento. Le figurazioni di teste taurine, i disegni spiraliformi e l’uso dell’ocra rossa (dal colore del sangue, rigeneratrice di vita), avevano sicuramente una funzione religiosa, in particolare le figure umane capovolte, presenti in alcune domus farebbero pensare al mondo dei defunti concepito come un mondo alla rovescia.

La sepoltura sotterranea o scavata nella roccia, è la forma che si diffuse maggiormente nell’isola nel periodo prenuragico: sta a significare un profondo legame con la terra intesa come forza naturale dispensatrice di vita.


 Si tratta di grotticelle artificiali scavate sotto terra o nella roccia tenera e si presentano con tre tipi di ingresso: uno a corridoio, in cui il terreno scende gradatamente, talvolta anche con dei gradini verso i piani del sottosuolo in cui è scavata la tomba; uno a pozzetto, in cui l'ingresso avviene dall'alto e da un piccolo vestibolo si accede alla tomba vera e propria; e uno a portello, scavata a balza rocciosa in cui l'ingresso è praticamente orizzontale. Generalmente si presentano isolate, ma talvolta anche in piccoli gruppi o in vaste necropoli.

Tombe a circolo



Le tombe del tipo "a circolo" furono edificate solo in una ristretta area dell'isola, cioè nelle campagne di Arzachena (SS), in zona Li Muri.
I "circoli" sono costituiti da un certo numero di pietre, fitte verticalmente nel terreno, che delimitano un'area; in alcuni casi al centro di tale area è presente una cassetta di pietra quadrangolare e si presume che al suo interno venissero deposte le membra del defunto scarnificate dagli agenti atmosferici.


La presenza dei circoli nella sola area di Arzachena testimonia la complessità e la vitalità delle antiche società sarde, capaci di diversificare le tipologie costruttive anche all’interno di un unico contesto culturale.


Allèes couvertes



Locuzione francese che significa "corridoi coperti".

Questi particolari monumenti sono composti da lunghe stanze rettangolari parzialmente interrate e coperte da grosse lastre di pietra, generalmente in granito all’interno delle quali venivano deposti i defunti.

La particolarità di questa sepoltura è data dal fatto che, dopo la deposizione dei defunti, tutta la tomba veniva poi sommersa da  terra e pietre.

Una delle allèes  couvertes più belle e meglio conservate è sicuramente quella diCorte Noa a  Laconi.

Dolmen e menhir





Sul finire del Neolitico Recente si diffuse nell'Isola il fenomeno del megalitismo (dolmen e menhir): a questo periodo appartengono i circoli tombali della Gallura e le sepolture del complesso funerario di Pranu Mutteddu (Goni (CA)).

 I monumenti dolmenici, tipici delle culture pastorali del mediterraneo occidentale, ebbero in questo periodo un’importanza e un diffusione decisamente minore rispetto alle tombe sotto roccia.

I complessi megalitici presenti nell’isola, costituiti da aggregati ed allineamenti di menhir,  probabilmente hanno avuto funzione di templi relativi ad antichi culti astronomico-religiosi applicati anche all'agricoltura, come è avvenuto di consueto nelle culture megalitiche similari e coeve del continente europeo.

In sardo i menhir hanno il nome di "pedras fittas": sono grandi massi, alti fino a tre metri, piantati nel terreno; si trovano in diverse zone della Sardegna ma sono concentrati prevalentemente in Barbagia.

In alcuni menhir non vi è scolpito nessun simbolo e questo rappresenta il principio cosmico del fallo  maschile; su altri invece gli uomini di Ozieri scolpirono i segni espliciti della Dea-Madre, le mammelle, simbolo femminile di fecondità e di vita.




Il Mulino del Tempo

LUOGHI DI CULTO DELLA
SARDEGNA NURAGICA



BREVI NOTIZIE SULLA SARDEGNA  NURAGICA

Secondo le teorie più accreditate (sulle quali avremmo modo di tornare e di discuterne in maniera più diffusa) la civiltà nuragica ha inizio nel secondo millennio a. C. e si può dividere in tre periodi:  

Età del Bronzo (1800 a. C. - 1000 a.C.)

- Nuragico Antico (1800-900 a. C.) durante il quale si sviluppò la cultura di Bonnannaro, pastorale e guerriera; probabilmente furono le popolazioni di tale cultura a costruire i primi nuraghi e le tombe dei giganti per le sepolture

Età del Ferro (1000-500 a.C.)

- Nuragico Medio (900-500 a. C.) che fu il periodo di massima espansione, infatti si intensificarono gli scambi commerciali via mare, si sviluppò l’industria per la lavorazione dei metalli, furono costruiti villaggi e luoghi di culto e vi fu un’evoluzione nell’organizzazione politico-militare.

Età delle dominazioni (cartaginese e romana)

- Nuragico Recente e finale (500-238 a. C.)

La società di tipo patriarcale era composta dalle tribù, a loro volta costituite da clan familiari, governati dal patriarca, una sorta di re-pastore in cui probabilmente si assommavano il potere politico, militare e religioso. Di grande prestigio doveva godere la classe dei sacerdoti e delle sacerdotesse, così come quella aristocratica dei pastori-guerrieri, di cui abbiamo una rappresentazione fedele nei numerosi bronzetti che sono stati rinvenuti.

I bronzetti sono un aiuto fondamentale alla ricostruzione della vita dei nuragici ”. Sono  in bronzo, alti da un minimo di 8 ad un massimo di 40 cm..

La loro funzione originaria era quella di ex-voto ed infatti la maggior parte è stata ritrovata presso i templi. Se ne conoscono circa 500, risalenti agli ultimi secoli della civiltà nuragica, dal IX al VI secolo a. C..

Oltre a rappresentare esseri umani maschile e femminile (guerrieri, pastori e sacerdoti), alcuni rappresentano anche imbarcazioni e ciò è una testimonianza della diffusione del viaggio e del commercio marittimo.

Il centro della vita della comunità era il villaggio, costruito di solito nei pressi dei nuraghi, esso era costituito da capanne rotondeggianti, raccolte in gruppi attorno a uno spazio scoperto, abitate oltre che per abitazione anche da officine artigianali.

Una delle costruzioni più importanti del villaggio nuragico era la sala del Consiglio Federale in cui conversavano i rappresentanti più autorevoli della confederazione delle tribù, che discutevano dei problemi di maggiore importanza rispetto a quelli riguardanti il singolo villaggio. 

Le sale del Consiglio erano costruzioni circolari delimitate da un muro megalitico alto alcuni metri con porta ad architrave; nella porta interna, lungo il muro, era disposto un sedile di pietra su cui prendevano posto i rappresentanti dell’assemblea: su tutti dominava il re-pastore.

Ciascun clan familiare e ciascuna confederazione veneravano un antenato eroe divinizzato la cui tomba diveniva luogo di culto. Esistevano però dei santuari collettivi a cui affluivano tribù di diverse zone dell’Isola per celebrare i riti religiosi che comprendevano anche giochi, gare, balli e canti.

Le costruzioni più caratteristiche dell’epoca nuragica, oltre ai nuraghi, sono i pozzi sacri e le tombe di giganti.

I pozzi sacri, chiamati anche templi a pozzo, sorgevano quasi sempre vicino ad una fonte. Nei pozzi sacri si celebrava il culto dell’acqua e il loro alto numero indica l’importanza di tale culto presso i nuragici. Il tipo più comune è quello che prevede un pozzo circolare con volta a tholos costruito con blocchi di pietra squadrati, a cui si accedeva tramite dei gradini che dalla superficie arrivavano sino al livello dell’acqua.


DESCRIZIONE DEI POZZI SACRI

I pozzi sacri, come già detto, erano delle strutture destinate al culto delle acque e risalgono alla fase finale dell’età del bronzo, o a quella iniziale del ferro. La loro costruzione si ispira agli stessi principi architettonici del nuraghe con la parte più importante del tempio (chiamato anche a pozzo) costituita da un ambiente circolare con volta a tholos, nella quale veniva realizzato un foro nella parte più alta; a differenza dei nuraghi la loro architettura è però prevalentemente ipogea.

Una scala monumentale collegava questo spazio all’atrium del tempio stesso, situato a livello del suolo. Addossati lungo i muri perimetrali si trovano dei banchi di pietra sui quali venivano deposte le offerte e gli oggetti di culto. In alcuni siti sono stati ritrovati degli altari sacrificali e si è ormai certi che tutto l’insieme architettonico fu concepito per celebrare particolari riti propri del misterioso culto dell’acqua sacra.

Antichi scrittori greci e latini (ad es. Solino) ci hanno informato di una pratica strettamente legata al culto delle acque, quella dell’ordalia consistente nell’applicare dell’acqua sacra conservata nel pozzo sugli occhi di chi veniva sottoposto a giudizio divino: sembra che l' acqua lustrale, oltre a guarire vari malanni come le malattie degli occhi, avesse anche il potere di smascherare i colpevoli di vari delitti punendoli proprio con la perdita della vista.

Si possono ritrovare diverse tipologie di pozzi sacri :

Tipo Ciclopico:


Tutti quei pozzi composti da conci non lavorati,  non si percepisce la scrupolosità minuziosa della lavorazione nonostante il progetto architettonico sia spesse volte il medesimo.

- Tipo isodomo:



A differenza del ciclopico presenta una struttura ben curata negli allineamenti e nella simmetria della struttura.


A breve torneremo sull'argomento "culto" e concluderemo il discorso parlando delle tombe dei giganti.


Il Mulino del Tempo



 
ARCHEOLOGIA SARDA: discorso introduttivo III parte


LUOGHI DI CULTO DELLA
SARDEGNA NURAGICA

 TOMBE DEI GIGANTI


Le tombe di giganti erano monumenti sepolcrali collettivi in cui venivano deposti i morti di tutto il villaggio, forse dopo essere stati ridotti allo scheletro. Edificate a forma di testa taurina (simbolo sacro della  stato di divinità che insieme alla Dea Madre proteggeva i morti). Oltre che per onorare la memoria degli avi, i nuragici si recavano nelle tombe anche per la cerimonia della incubazione:, durante la quale  il credente pregava e dormiva per parecchi giorni perché durante il sonno i morti avrebbero dato consigli e cura.

Gigantinos si dividono in due grandi modelli:
- LE TOMBE DOLMENICHE derivate dai dolmen e spesso un'evoluzione di precedenti allèe couvertes. Un esempio classico di quest'ultima tipologia di tomba dei giganti è S'Ena 'e Thomes che venne per l'appunto edificata ampliando una  precedente allèe couvertes.

Sono costituite da una camera sepolcrale formata da un corridoio dolmenico,cioè una serie di ortostati (pietre infisse nel terreno verticalmente) coperte da lastre litiche a piattabanda e da un'esedra a forma di mezza luna che dà al monumento la classica forma a protome taurina (testa di toro). Al centro dell'esedra trova posto la stele centinata alla cui base si apre un piccolo portello nel quale venivano introdotti i defunti.

- LE TOMBE A FILARI costruite con una tecnica prettamente nuragica, sono considerate più recenti rispetto a quelle dolmeniche, anche se la questione è ancora in fase di dibattito accademico, perché i criteri di arcaicità sono molteplici e non ci si può limitare alla semplice tecnica costruttiva.
Un esempio tipico di tomba a filari è Sa Domu e s'Orku di Siddi edificata con grossi blocchi isodomi disposti a filari sovrapposti.


La camera funeraria è aggettante (a forma di carena rovesciata) e termina con una fila di pietre a piatta banda (una fila di pietre che chiudono orizzontalmente il soffitto).

A differenza di quelle dolmeniche queste tombe sono prive di stele centinata, anche se alcuni studiosi ritengono che proprio quella di Siddi avesse probabilmente la stele per via di una probabile decorazione che fa pensare al resto di una centina nell'ultimo filare di pietre collocate nell'ingresso.

Anticipando un discorso che porteremo avanti nei prossimi post, mettiamo in evidenza la pianta di questi sepolcri:
la protome taurina è costituita dal corpo tombale che, nella sua forma allungata,  simboleggia l'elemento fallico maschile e dall'esedra che, con la sua forma di falce di luna, simboleggia quello femminile, sorge dunque spontaneo associarlo all'unione degli opposti che ha trovato in tutti i popoli antichi la sua rappresentazione (ad esempio il Tao dei taoisti).

Il Mulino del Tempo



TOMBE DEI GIGANTI E ARCHETIPI


Tomba dei giganti S'Omu 'e S'Orku- Siddi
Il nostro approccio allo studio delle forme architettoniche arcaiche è improntato sugli studi di psicologia archetipica di stampo junghiano.  Pertanto riprendiamo il discorso sulle tombe dei giganti, soffermandoci su quello che a nostro parere e supportati dagli studi di storici delle religioni, potrebbe essere il simbolismo racchiuso nella loro architettura.
La nota forma a protome  taurina dei sepolcri sardi in esame, potrebbe essere in realtà la manifestazione in terra della divinità androgina primordiale, essa infatti rappresenta l’unione degli opposti,il maschile e il femminile, o forse le due essenze di un’unica divinità.
Per capire le strutture antiche dobbiamo cercare di entrare nell’ordine d’idee delle civiltà arcaiche; lo storico delle religioni Mircea Eliade dice che ogni atto costruttivo per gli antichi era un ricreare il cosmo, una celebrazione di un avvenimento accaduto all’inizio dei tempi.
Anche  i “Gigantinos” potrebbero rappresentare ciò che era in ”illo tempore”, cioè in quel tempo  prima della creazione, quando il Dio era indistinto,non diviso, con entrambe le caratteristiche sessuali, l’Androgino.

Nella maggior parte dei sistemi religiosi l'androgino è simbolo dell'identità suprema e rappresenta il livello dell'essere non-manifesto, la sorgente di ogni manifestazione.
(Elemire Zolla, L'ANDROGINO. L'umana nostalgia dell'interezza).


La grande esedra con la sua forma a falce di luna (la luna è uno dei più noti simboli del femminile) e con l’apertura della camera funeraria al centro è un chiaro riferimento anatomico femminile, l’interno della tomba potrebbe rappresentare l’utero dal quale il defunto rinasceva a nuova vita.
Prendendo in esame il corpo tombale con la sua forma allungata, (il muso del toro) si può pensare ad una forma fallica, che insieme all’esedra completa la protome taurina realizzando l’unione degli opposti, una sorta di “Tao” arcaico.
Anche nell’alchimia, una scienza spirituale manifestatasi in tempi molto più recenti rispetto a quelli che stiamo trattando, ma che si rifaceva ad una sapienza antichissima, l’unione degli opposti era il simbolo dell’opera alchemica compiuta; l’Androgino era una figura fondamentale che rappresentava l’essere umano completo.
L’Androgino simboleggiava l’essere indistinto, perfetto e primordiale prima della divisione che, secondo il pensiero arcaico, sta alla base dei mali del mondo.
Quindi ricreando in terra l’essere perfetto e indistinto, i nostri antenati rievocavano una situazione archetipica, prima che l’universo cadesse nella corruzione della divisione.
Studi recenti hanno ipotizzato un cambiamento ideologico-religioso avvenuto in epoca nuragica, si passò da una religione basata sulla Dea Madre-lunare ad una basata su principi maschili-solari, difatti il dio toro potrebbe essere la manifestazione del Dio maschile-solare; però l’architettura delle tombe dei giganti potrebbe richiamare una religiosità molto più antica.
Questo è solo l’inizio di un discorso che intendiamo portare avanti con l’aiuto di tutti coloro che vorranno intervenire apportando ulteriori contributi.

Fabrizio e Giovanna


PICCOLE RIFLESSIONI SUL MEGALITISMO


Quello che vediamo nella foto è il bellissimo dolmen Sarbogadas di Birori, una tomba megalitica datata da alcuni studiosi alla cultura di Ozieri nel neolitico recente (3500/3300-2900 AC), altri la fanno risalire all'inizio dell'eneolotico (2900 circa AC).
dolmen Sarbogadas- Birori

Il megalitismo è il primo linguaggio architettonico globale  della storia, esistono esempi di strutture megalitiche costruite con tecniche e modalità molto simili in tutto il mondo. 

Prendendo in esame i dolmen della Sardegna, della  Francia o dell'Irlanda non è possibile riscontrare grandi differenze costruttive, è evidente la loro "parentela" culturale.


Dolmen - Irlanda



dolmen- Francia

Le strutture megalitiche sono l'antica testimonianza di un unico popolo che in tempi lontanissimi ha abitato la terra, oppure gli esseri umani in diverse aree geografiche hanno elaborato le stesse tecniche costruttive e le hanno adibite alle stesse funzioni?

Dal punto di vista della psicologia archetipica, il problema è di facile soluzione per essa le affinità tra popoli lontani sono archetipi, cioè un bagaglio culturale insito nella natura umana.
Invece l'archeologia ufficiale si basa su fatti certi, cerca dei riscontri scientificamente attendibili che dimostrino eventuali contatti tra i popoli "megalitici".

Dolmen Sa Coveccada - Mores

File:Dolmen Grammont.jpg

Dolmen di Grammont, Hérault


Il Megalitismo si sviluppò in un arco cronologico abbastanza breve, sembra effettivamente opera di un'unica cultura, anche se le datazioni variano, molto probabilmente talvolta sono soggette all'interpretazione ideologica degli studiosi che nel corso degli anni si avvicendano. Questi, non riuscendo a capire in che modo maestranze della stessa estrazione culturale possano aver concepito un progetto globale e globalizzante, cercano di trovare il capostipite di una tipologia costruttiva che poi si sia diffusa in tutto il mondo. A questo punto si apre un altro problema, se noi attribuiamo agli uomini dell'epoca una scarsa conoscenza tecnologica e una scarsa attitudine allo spostamento, non siamo in grado di spiegare come da un unico fulcro si sia potuta sviluppare una cultura "internazionale" compresa da popoli molto lontani tra loro.
Lo studio di civiltà così antiche è reso più difficile anche dal fatto che non abiamo a disposizione ufficialmente testimonianze scritte ma soltanto architetture in grado di sfidare i millenni.
Probabilmente per riuscire ad interpretare pienamente il pensiero degli uomini che ci hanno preceduto, dovremmo, nei limiti del possibile, applicare all'archeologia e alla storia anche le altre discipline come l'antropologia, la storia delle religioni e la psicologia archetipica, cercando di trovare i nessi che possano permettere una visione globale di ciò che di grandioso hanno realizzato; per giungere a questo risultato è necessario mettere da parte quei pregiudizi che ci portano erroneamente a considerarli inferiori, dei primitivi rozzi e privi di un cervello in grado di elaborare, ma soprattutto tradurre nella pietra, concetti complessi e trascendenti.

Fabrizio e Giovanna


MEGALITISMO: Altre piccole riflessioni

tomba n° 2 "il grande circolo"- Goni


Il popolo megalitico

Abbiamo già parlato del Megalitismo definendolo un linguaggio architettonico globale, che si sviluppò in un arco di tempo ridottissimo in parti del mondo molto lontane fra loro.
Quello che ci fa riflettere è che le grandi strutture in esame sembrano fare parte di una stessa cultura (quella appunto Megalitica) e di uno stesso progetto umano.
I monumenti che sfidando i millenni possiamo ancora oggi ammirare, furono costruiti nel neolitico da un popolo megalitico che colonizzò gran parte della terra lasciando in ogni luogo in cui si insediò la sua inconfondibile “firma”.
 Per tentare di capire le motivazioni che spinsero queste genti a compiere sforzi immensi per innalzare alle loro divinità ed in onore ai loro defunti delle colossali costruzioni in pietra, dobbiamo analizzare l’epoca in cui vissero, la loro ideologia e la loro religione.  
L’era è quella neolitica, secondo molti studiosi si tratta della mitica età dell’oro, un periodo di pace e di relativa abbondanza in cui gli esseri umani, vivevano in armonia dopo le ristrettezze e l’insicurezza delle glaciazioni.
La dimostrazione di questa teoria si evince dagli studi archeologici che hanno evidenziato come gli insediamenti umani dell’età della “pietra nuova” fossero prive di mura e di qualsiasi accorgimento  difensivo, a differenza di quello che accadrà in epoche successive.
In questo periodo regnava il Matriarcato, la donna era considerata quasi divina, era padrona della vita, il suo ventre si gonfiava e miracolosamente una nuova esistenza nasceva.
Gli uomini del tempo guardavano con ammirazione e stupore alla maternità ed erano completamente ignari di come essa potesse avvenire.
Alcuni ritenevano che l’ingravidamento fosse opera del vento del nord, altri credevano che come l’acqua rendeva fertile la terra facesse lo stesso con le donne; Omero narra che le giovani spose Troiane per favorire la nascita di una numerosa prole facevano il bagno nel fiume Scamandro.
A quei tempi la donna appariva come un essere eccezionale, estremamente superiore all’uomo in quanto solo lei deteneva il potere di generare la vita.
Era anche l’incarnazione della dea lunare che col suo crescere e decrescere simboleggiava il parto e che come è noto dal suo moto dipendeva la scelta del periodo adatto alla semina.
 La luna era la manifestazione visibile agli umani, della Grande Dea lunare e la donna la sua messaggera nel mondo degli uomini, le sue sacerdotesse erano il tramite tra il cielo e la terra ed erano le uniche in grado di interpretare la volontà divina.
Le iniziate ai segreti  della Dea dirigevano la celebrazione dei sacri riti volti ad assicurare la fertilità dei campi e l’abbondanza di bestiame, svolgendo il ruolo di sacerdotesse e quello di profetesse, e da esse proveniva ogni potere sulla terra, compreso quello regale.
Al maschio erano riservati compiti più “terreni”,  per delega della donna e su sua investitura sovraintendevano all’amministrazione della cosa pubblica e alla condotta della guerra.
Le genti del neolitico costruirono i loro templi e le tombe per i loro antenati riproducendo in terra ciò che credevano si trovasse in cielo, le corrispondenze astronomiche riscontrate nei megaliti dimostrano come  questo “popolo”  fosse totalmente immerso in una dimensione spirituale che permeava ogni atto della loro vita.
L’uomo delle società arcaiche si sentiva parte di tutto il creato, costruendo le sue grandiose opere architettoniche creava un legame con l’intero cosmo.
Il matriarcato, e con esso la sua ideologia spirituale, sopravisse  fino a quando l’uomo scoprì che la donna rimaneva incinta ad opera sua, da questo momento iniziò la rivalutazione del maschio, quella rivalutazione che portò al patriarcato.
Il patriarcato vide nell’uomo l’elemento attivo della procreazione mentre la donna (similmente alla Madre Terra che accoglie il seme e lo nutre) rappresentò da quel momento l’aspetto passivo.
Con la scomparsa del matriarcato ebbe termine la millenaria età dell'oro e con essa quel periodo di pace e spiritualità che ha lasciato una traccia indelebile nel patrimonio mitico dell'umanità.

 Fabrizio e Giovanna






ARCHEOLOGIA SARDA: IL CULTO DEI MORTI NEL NEOLITICO

Dea Madre statopigia

Tracce di una cura dei vivi nei confronti dei morti si hanno già dal Paleolitico, nelle sepolture gli inumati venivano posti in posizione fetale ricoperti di ocra rossa quale simbolo di rinascita.
In Sardegna nel Neolitico e soprattutto in quello recente, questo tipo di attenzione nei confronti del defunto e del suo destino ultraterreno, trovò la sua massima espressione nei vari tipi di sepoltura del periodo come le Tombe a Circolo, i Dolmen e, soprattutto le Domus de Janas.


Domus de Janas "Corongiu"- Pimentel. ingrandendo la foto
si possono notare i disegni che decorano la tomba.

Queste ultime riproducevano la pianta dei villaggi neolitici e, in molti casi, l’ambiente interno delle abitazioni dei vivi; a tal riguardo la presenza di suppellettili e di vari oggetti di uso quotidiano in funzione di corredo funebre fornisce utilissime informazioni riguardo alle abitudini e allo stile di vita delle popolazioni antiche.
Tra i vari oggetti rinvenuti nelle tombe ipogee destano particolare interesse le statuette rappresentanti una figura femminile in marmo completamente nuda, per la probabile relazione con la bambolina di farina impastata riposta dentro un vaso contenente dei semi di frumento (chiaro simbolo di fertilità) che le ragazze di Ozieri custodivano fino alla metà dell’Ottocento, in occasione della celebrazione del “Comparatico” di San Giovanni (ossia la particolare forma di unione sacra fra un ragazzo e una ragazza).
La presenza di queste statuette nel corredo tombale va probabilmente inserita nella corrente culturale della statuaria neolitica del Mediterraneo e delle aree extramediterranee legate culturalmente con la figura femminile nuda e, in molti casi, con l’enfatizzazione degli attributi sessuali legati alla fertilità. Tra i luoghi dove avviene tale rappresentazione ricordiamo, oltre all’Italia, Malta, Egitto predinastico, Creta, Anatolia, Isole Cicladi, Grecia, Serbia, Bosnia, Tracia e Cipro. Pur variando gli stili tipici di ogni area, è degno di nota il fatto che gli idoletti femminili nudi si diffusero enormemente in periodo neolitico in concomitanza con la cosiddetta “rivoluzione agricola” (non dimentichiamo che la festa di San Giovanni ha connotati chiaramente pagani legati alla religiosità agraria).
La destinazione funeraria di questi idoletti è stata riscontrata anche nelle necropoli di Creta,  Micene e Tirinto, Malta, Tracia, Francia e Penisola Iberica.
L’interpretazione data a questi oggetti di culto è varia, alcuni hanno pensato che fossero dei doni riservati ai defunti di sesso maschile per trovare consolazione nell’aldilà, ma questa teoria è stata confutata dalla presenza degli stessi idoletti nei sepolcri di famiglia dove trovarono posto individui di entrambi i sessi.
La teoria più accreditata e più probabile è che le piccole statue rappresentassero la Dea Madre (enfatizzazione degli attributi sessuali legati alla fertilità), protettrice del viaggio e della permanenza nel mondo ultraterreno.
Il defunto veniva affidato al ventre della Madre Terra, sistemato in posizione fetale e ricoperto di ocra rossa con la speranza di una rinascita nel mondo dei morti. I nostri antenati guardavano alla morte come a un momento di passaggio da uno stato di esistenza ad un altro diversi ma non disgiunti tra loro, una soluzione di continuità e di contiguità.
È evidente il collegamento tra il ciclo di morte e rinascita umano e quello relativo al mondo agricolo, con la morte e la rinascita della natura che nel corso dei secoli, nonostante le sovrapposizioni culturali e religiose continua ancora oggi a manifestarsi nei vari riti religiosi con chiari connotati arcaici.
Il culto dei morti si riscontra con una certa continuità culturale fino all’epoca nuragica che tratteremo in un altro articolo.

Fabrizio e Giovanna

Bibliografia:
- Vittorio Lanternari, "Dalla preistoria al folklore: alcuni aspetti della tradizione religiosa sarda", in Atti del convegno di studi religiosi sardi 24-26 maggio 1962
Giovanni Lilliu, Arte e religione della Sardegna prenuragica
- Dolores Turchi "Il culto dei morti in Sardegna e nel bacino Mediterraneo"




Alcune riflessioni sulle diverse interpretazioni fornite dagli studiosi


Nuraghe Santa Barbara, Macomer

In tema di nuraghi esistono tantissime teorie sulla loro funzione, nessuna di queste, però, si basa su fatti certi, dunque tutte le interpretazioni hanno la stessa dignità, ovviamente escludendo quelle troppo fantasiose; probabilmente hanno tutte una loro validità: non è detto che tutti i nuraghi avessero la stessa funzione, quindi dovremmo smettere di discutere sui nuraghi e cominciare a parlare di architettura nuragica.
Alcuni studiosi, abbracciando la teoria che vuole i nuraghi luoghi di culto, ritengono che certi nuraghi fossero delle costruzioni realizzate con lo scopo prettamente religioso-cultuale di collegare il cielo e la terra, realizzando l’unione degli opposti al fine di ripetere in terra quell’unione propria del mondo divino.

Nuraghe Orgono, Ghilarza

E’ probabile anche che alcuni nuraghi siano stati utilizzati per il controllo del territorio, ma bisogna capire in che modo essi lo controllavano.
Ad una prima analisi è facile credere che le torri nuragiche fossero dei fortilizi, le loro grandi dimensioni, la robustezza delle mura e la presenza in molti di essi di un antemurale (o recinto), rendono questa teoria molto suggestiva e funzionale all’idea di un popolo sardo guerriero e bellicoso in perenne lotta interna.

Nuraghe Losa, Abbasanta


Nuraghe Losa, torre dell'antemurale

Questa teoria è condivisa da molti e valenti archeologi, però i fautori dell’ipotesi del nuraghe tempio obiettano che tantissimi nuraghi non potessero avere una funzione difensiva dal momento che possiedono alcune caratteristiche in contrasto con l’utilizzo militare, come l’ingresso sul piano di campagna  privo di tracce di chiusura (non è detto che prima o poi non si riesca a dimostrare il contrario), l’esiguità degli spazi interni, inoltre la scala elicoidale, dov’è presente, è molto stretta e non permette un rapido svolgimento delle manovre di una guarnigione sotto attacco, infine le feritoie (o meglio aperture) sono solitamente poste in basso e non permettono una visuale e un raggio di tiro adeguato ad una difesa militare.

Nuraghe Zuras, Abbasanta
Scala elicoidale del nuraghe Santa Barbara, Villanova Truschedu
Aperture nel nuraghe Losa di Abbasanta

A questo punto sorgono spontanee alcune domande: quanti guerrieri armati potevano presidiare il più grande dei nuraghi? E per quanto tempo potevano resistere ad un eventuale assedio dal momento che gli spazi interni potevano a mala pena contenere una guarnigione appena sufficiente alla difesa del forte?
Per avvalorare l’idea del nuraghe fortezza si è fatto spesso il paragone tra i questo e il castello medievale, ma la somiglianza è solo apparente. Il castello aveva accorgimenti difensivi e funzioni completamente diversi, in caso di assedio, infatti, l’intera popolazione dei villaggi di pertinenza del castello si rifugiava dentro le sue mura con tutti i suoi beni; dunque le dimensioni del castello erano tali da poter contenere uomini e viveri e al suo interno erano presenti scorte di cibo ed acqua tali da poter resistere ad un lungo assedio. 

Nuraghe Santu Antine, Torralba

È evidente per chiunque che nessun nuraghe possieda queste caratteristiche, quindi se si vuole sostenere tale idea, il paragone con il castello medievale è fuori luogo.
Anche l’idea che tutti i nuraghi fossero templi lascia perplessi, per quanto una popolazione possa essere devota è, infatti, improbabile che possa erigere un numero così elevato di templi da ricoprire un territorio ampio come la nostra Isola trasformando “un popolo di figli devoti di un Marte barbarico” in un popolo di soli devoti.
Di contro non si può escludere che alcuni nuraghi possano effettivamente essere stati dei luoghi di culto, tale teoria da alcuni studiosi viene legittimata dal fatto che la presenza del recinto potesse delimitare uno spazio sacro e non difensivo, lo storico delle religioni Mircea Eliade afferma infatti che il luogo sacro ha bisogno di essere delimitato da un recinto che separa lo spazio-tempo sacro da quello profano.
La presenza delle nicchie viene interpretata come una sorta di edicole per gli idoli dell’epoca, ma nessuno scavo ha messo in evidenza ritrovamenti attribuibili a tale pratica.

Nicchia laterale esterna del nuraghe Orgono di Ghilarza

Secondo i fautori della teoria del nuraghe tempio, nelle aperture di diversi nuraghi sono stati riscontrati numerosi orientamenti astronomici relativi ai culti legati ai movimenti degli astri, l’esempio più ricorrente è quello che vede i fenomeni solstiziali in vari nuraghi come quelli famosi di Aiga ad Abbasanta e Sa Jua ad Aidomaggiore. 
Coloro che si oppongono a tale interpretazione ritengono che molti elementi dimostrino la sua fallacia come ad esempio il fenomeno della processione equinoziale, che nel corso dei secoli muta le corrispondenze degli astri con i punti di riferimento terrestri; stando a questa obiezione un’apertura che oggi punta al solstizio d’estate, nell’Età del Bronzo era diretta verso un altro punto astronomico, un altro punto che magari aveva una diversa valenza simbolica che noi non siamo in grado di interpretare.
Chiaramente gli studi di archeoastronomia non si esauriscono nelle poche elementari notizie da noi riportate, esistono infatti degli studi molto seri che hanno una grande valenza scientifica ai quali rimandiamo i lettori per ulteriori interpretazioni e chiarimenti.

Nuraghe Aiga, Abbasanta

Nuraghe Sa Jua, Aidomaggiore

Si può concludere dicendo che definire tutti i nuraghi templi o tutti i nuraghi fortezza è riduttivo, la civiltà nuragica ha dato prova di una grande varietà edilizia, le varie strutture, pur mantenendo alcuni canoni architettonici simili, erano probabilmente destinati a vari usi, quindi nulla esclude che alcuni nuraghi fossero fortezze, altri templi ed altri ancora adibiti a usi che noi non conosciamo.

Fabrizio e Giovann
a




2 commenti:

  1. AnonimoDec 23, 2011 12:16 PM
    "Coloro che si oppongono a tale interpretazione ritengono che molti elementi dimostrino la sua fallacia come ad esempio il fenomeno della processione equinoziale, che nel corso dei secoli muta le corrispondenze degli astri con i punti di riferimento terrestri; stando a questa obiezione un’apertura che oggi punta al solstizio d’estate, nell’Età del Bronzo era diretta verso un altro punto astronomico"
    La sola differenza che risulterebbe tra una osservazione del solstizio effettuata oggi e una quattromila anni fa, consiste nel fatto che i nostri antenati vedevano (nel nostro emisfero) l'arco che percorre il sole al solstizio estivo leggermente più ampio e quello del solstizio invernale leggermente più piccolo e ciò è dovuto, non dalla precessione degli equinozi ma dal raddrizzamento dell'asse terrestre.

    Cyrano
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  2. mulinodeltempoDec 23, 2011 06:11 PM
    Grazie per il tuo intervento, se vuoi approfondire l'argomento lo spazio del nostro blog è a tua disposizione. Ti aspettiamo per ulteriori contributi.
    RispondiElimina

NURAGHI, BROCHS, TALAIOT E TORRI DELLA CORSICA.

Questo che vediamo nella foto è il bellissimo nuraghe “Piscu” di Suelli la cui datazione varia dal bronzo finale all’inizio dell’età del ferro. Sappiamo che le torri in pietra costruite a secco non esistono solo in Sardegna; certo i nuraghi sono costruzioni complesse e tecnologicamente avanzate che non hanno uguali al mondo, però se non possiamo parlare di architettura nuragica in altre aree geografiche possiamo certamente parlare di un ambito culturale, di una koinè  megalitico-ciclopica che faceva capo alla nostra Isola.      
                                      
nuraghe Piscu

Altre torri in pietra come quelle della Corsica e i Talaiot delle Baleari, apparentemente molto simili ai nuraghi, pur avendo molte differenze strutturali come quella fondamentale di non essere voltati a Tholos e una probabile datazione più recente sono innegabilmente figlie di una stessa matrice culturale.

Torre Araghju, Corsica
Talaiot delle Baleari
La maggior parte dei nuraghi propriamente detti (escludendo quindi i cosiddetti protonuraghi) sono datati in un arco di tempo che va dal bronzo medio alla prima età del ferro, con alcune variazioni che dipendono dai vari autori; alcuni pensano che i Sardi avessero smesso di costruire le loro torri già con l’arrivo dei Fenici, altri invece credono possibile che l’edificazione di nuraghi continuasse fino ed oltre l’occupazione romana.

Altri studiosi sono convinti che l’origine di questi monumenti sia molto più antica di quanto fino ad ora dichiarato.

L’utilizzo  delle datazioni come parametro utile ad attribuire la vicinanza culturale di monumenti situati in diverse aree geografiche è molto rischioso perché le datazioni possono variare col progredire della tecnologia, oppure grazie al ritrovamento di un reperto che mette tutto in discussione. L’archeologia ufficiale fa iniziare l’età del bronzo in Sardegna intorno al 1800 a.C., quindi se i nostri monumenti più rappresentativi hanno origine nell’età del bronzo sono inevitabilmente databili a partire dal 1800 A.C. circa. Siamo però sicuri che l’età del bronzo inizi nella data cui siamo soliti farla principiare? Nella necropoli di “Mesu’ e Montes” di Ossi, nella tomba II sono state rinvenute delle lame in bronzo attestate intorno al 3200 A.C..

Alla luce di queste informazioni, sulle quali si potrebbe discutere all’infinito (alcune lame in bronzo non significano che questa lega fosse impiegata in tutte le attività umane come la guerra, l’artigianato ed il lavoro), cosa che in questa sede eviteremo di fare, possiamo dire che le datazioni sono un terreno molto scivoloso e che per decidere se delle strutture siano “parenti” dobbiamo cercare di capire se “parlano” la stessa lingua.

Quella che vediamo qui sotto è una scala costruita nello spazio intramurario  di una grande torre in pietra, a prima vista sembrerebbe la classica scala di uno dei tanti nuraghi, invece questa struttura si trova in Scozia, in un Broch.

Scala di un Broch della Scozia


Questa invece è la scala del nuraghe “Sa Jua” di Aidomaggiore, chiaramente parlano la stessa “lingua megalitica”

Scala del Nuraghe Sa Jua di Aidomaggiore


Anche i Brochs sono considerati più recenti dei nuraghi, però non si può negare una parentela quanto meno culturale come dimostra la seguente foto:

Broch della Scozia

Sicuramente molti di noi vedendo questa foto avrebbero pochi dubbi nel definire nuraghe questo monumento.


In queste poche righe abbiamo appena sfiorato degli argomenti sui quali torneremo dedicando ad essi lo spazio che meritano; lungi dal voler dare risposte ma speranzosi sollevare un sano dubbio sulle tante certezze che vedono la Sardegna isola isolata dal resto del mediterraneo e del mondo. Per tanti anni si è pontificato che quel mare che ci circonda, comoda via di comunicazione per tanti popoli, sia stato per noi una barriera insormontabile; una barriera che ci ha tenuti prigionieri e esclusi dal progresso culturale, quel progresso che di volta in volta ci hanno benignamente elargito le varie popolazioni che ci avrebbero conquistati e sottomessi.



Il Mulino Del Tempo.






ARCHEOLOGIA: NURAGHI SARDI E BROCHS SCOZZESI



Dun Troddan
Santa Sirbana



I Nuraghi Sardi e i Broch Scozesi sono dei monumenti megalitici che nonostante la distanza geografica e la differente datazione, mostrano elementi architettonici che denotano una parentela quantomeno culturale.
In questo filmato si alterneranno le immagini di entrambi  i monumenti al fine di evidenziare gli elementi che li accomunano, in attesa di un prossimo post che affronterà nel dettaglio l'argomento.
Ringraziamo il nostro amico Andrea Cera che ci ha concesso di pubblicare le foto dei Brochs che ha scattato in occasione di un suo recente viaggio in Scozia. 






Fabrizio e Giovanna



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NURAGHI E BROCHS: II PARTE


Dun Telve-vista muro lato interno

I Nuraghi Sardi e i Brochs Scozzesi  sono dei monumenti megalitici composti da una torre troncoconica costruita con grosse pietre a secco. Le loro parti costitutive mostrano degli elementi comuni veramente sorprendenti.
Considerata la grande distanza tra la Scozia e la Sardegna è difficile sostenere l’idea di un rapporto diretto tra i due popoli costruttori, però non si può ignorare la vicinanza, quantomeno culturale, che unisce i due grandi manufatti.
Se poi si prende in esame la vicinanza architettonica di altri monumenti megalitici presenti sia in Sardegna che in Scozia, come i dolmen, i menhir e i circoli megalitici, la possibilità di una “lingua architettonica comune”, non sembra più così improbabile.
Come già accennato, i Brochs sono delle torri troncoconiche in pietra a secco, la maggior parte degli studiosi data la loro edificazione all’età del ferro e la discussione sulla loro reale funzione e sull’identità dei loro costruttori è ancora aperta, infatti una parte degli studiosi è convinta che siano monumenti autoctoni,  altri li considerano invece opera dei Pitti venuti dall’Inghilterra.
Alcuni ricercatori sono convinti che fossero le abitazioni dei capi tribù, altri che fossero dei punti di osservazione e di controllo, altri ancora li ritengono delle fortezze.
Come si può notare le teorie interpretative sulla funzione dei monumenti Scozzesi si possono tranquillamente sovrapporre a quelle sui Nuraghi Sardi.
La datazione è differente, età del bronzo per i Nuraghi e del ferro per i Brochs, però considerato che non pochi archeologi ritengono che l’utilizzo dei Nuraghi con varie finalità si sia protratto fino all’IX-X sec. a.C. (se non oltre), non possiamo escludere che le due strutture siano state per qualche tempo coeve.
Prendiamo ora in esame le similitudini tra i due edifici megalitici.
La caratteristica più evidente è la somiglianza nella forma troncoconica delle torri circolari Scozzesi e Sarde che, ad un esame superficiale, potrebbe confondere parecchi osservatori.


Dun Troddan
Santa Sirbana














I Brochs come i Nuraghi sono dotati di un doppio guscio murario, entro il quale trova posto una scala elicoidale intramuraria che conduce ai livelli superiori, l’accesso ad essa nei primi è ricavato nel perimetro della camera principale al pian terreno, mentre nei secondi si trova in una nicchia dell’andito d’ingresso.



Dun Telve- doppio guscio
Nuraghe Is Paras- doppio guscio














Carn Liath-scala intramuraria
Nuraghe Santa Barbara- scala intramuraria

















Si accede al Broch tramite un ingresso architravato posto sul piano di campagna privo di finestrella sovrastante l’architrave, in molti di essi è presente una nicchia d’andito paragonabile a quelle Sarde.




Nuraghe Lighei- ingresso 

Dun Telve- ingresso














Carn Liath- nicchia d'andito
Is Paras- nicchia d'andito














La differenza sostanziale fra le due strutture prese in esame riguarda la copertura delle torri, nei Nuraghi è sempre presente la tholos, realizzata con cerchi concentrici di pietre aggettanti, nei Brochs non vi è traccia di essa e si presuppone che fosse realizzata con grosse lastre di pietra sostenute da un pilastri, come nei Talayot delle Baleari, o con legno e frasche.
I nuraghi sono opere architettoniche complesse uniche al mondo, gli antichi costruttori possedevano nozioni ingegneristiche veramente notevoli, quindi è fuori luogo (allo stato attuale delle conoscenze) pretendere di trovare strutture nuragiche fuori dalla Sardegna, però non si può negare che nel caso dei Brochs si respiri inequivocabilmente una certa aria di famiglia.

Fabrizio e Giovanna



Le foto dei Brochs ci sono state gentilmente fornite da Andrea Cera.



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ARCHEOLOGIA: Brochs, i Nuraghi della Scozia.






Nei precedenti post abbiamo visto le somiglianze tra i Nuraghi di Sardegna e i Brochs scozzesi, ora cercheremo di analizzare brevemente le caratteristiche architettoniche di questi ultimi e le teorie sulla loro funzione.

I Brochs sono delle misteriose strutture, caratteristiche del nord della Scozia e in particolar modo delle Orcadi, dello Shetland e delle isole occidentali, dove la pietra era un materiale da costruzione facilmente reperibile.
La loro datazione è collocata nell’età del ferro, verso la fine del II millennio, e si pensa che nel territorio scozzese ne fossero presenti circa 700.
La maggior parte di essi versa in cattiva condizioni, ma alcuni si conservano in buono stato e la loro forma è molto simile ai Nuraghes di Sardegna, anche se a ben guardarli somigliano anche alle torri dei reattori nucleari.
I Brochs sono tra le strutture edificate con grossi blocchi di pietra senza l’ausilio di nessun materiale legante, più interessanti del continente europeo.
Sono delle grandi torri in pietra a pianta circolare, dotate di un guscio esterno senza nessun’altra apertura oltre l’ingresso architravato, e di un guscio interno.

Particolare del doppio guscio

Nello spazio tra i due gusci, si sviluppa una scala elicoidale o una rampa che permette di accedere ai piani superiori alla cui sommità si ipotizza una copertura in legno o in pietra.

Scala intramuraria 
Anche per le torri scozzesi come per i Nuraghi esistono molte teorie riguardo alla loro funzione.
Alcuni studiosi li hanno definiti “case fortificate”, sostenendo che il piccolo ingresso al piano terra poteva essere facilmente difeso in caso di un  attacco di piccola entità, durante il quale i pochi abitanti potevano trovare rifugio insieme ai loro beni.

Altre teorie ipotizzano una funzione di rappresentanza, in pratica le grandi torri di pietra sarebbero state le dimore dei capi tribù che, attraverso l’imponenza delle loro case, intendevano mostrare la loro potenza ed il loro status egemone.
Gli scavi hanno dimostrato che gli abitanti dei Nuraghes scozzesi godevano di un buon stile di vita, che comprendeva l’uso di vini importati e di olive provenienti dal mediterraneo, molto prima dell’invasione romana (questo aspetto merita una trattazione particolare).

Gli archeologi generalmente tendono ad escludere che queste strutture fossero delle vere e proprie fortezze, perché l’ingresso  sul piano di campagna è difficilmente difendibile, le loro pareti risultano facili da scalare e la mancanza di aperture impediva agli eventuali difensori un’adeguata visibilità e la possibilità di un contrattacco dall’alto.

Guscio esterno privo di apertur

Particolare dell'ingresso sul piano di campagna













Le similitudini tra i Brochs e i Nuraghi sono veramente sorprendenti, è difficile credere che entrambe le strutture non siano figlie di una stessa matrice culturale e la presenza di alimenti provenienti dal mediterraneo dimostra la frequenza dei contatti tra le due aree geografiche.
Vino ed olio non dimostrano che le torri della Scozia ed i Nuraghi siano stati edificati dalle stesse genti, però dobbiamo imparare a studiare i rapporti tra i popoli senza preconcetti che blocchino a priori il progresso della conoscenza storico-archeologica.

Fabrizio e Giovanna

Le foto ci sono state gentilmente fornite da Andrea Cera.



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Il tempio di Mnajdra a Malta



Le isole dell’arcipelago maltese custodiscono, su un territorio relativamente ridotto, una straordinaria concentrazione di monumenti megalitici, dotati di forme architettoniche peculiari che si identificano come un unicum nel panorama della preistoria del Mediterraneo e che non trovano confronti nella vicina Sicilia o negli altri territori più prossimi.
Isolotto di Filfla
Senza volersi addentrare nella complessità del discorso relativo alle origini, alla datazione e allo sviluppo delle forme delle architetture megalitiche maltesi, si presentano qui una breve descrizione e una serie di immagini recenti di uno dei monumenti più rappresentativi ed emblematici, che riassume in sé più o meno tutte le caratteristiche che sono proprie del fenomeno architettonico.



Il complesso archeologico di Mnajdra è, insieme al vicinissimo sito di Haġar Qim, uno degli esempi meglio conservati del suo genere. Il sito archeologico si trova nei pressi del villaggio di Qrendi, a meno di venti chilometri a sud-ovest de La Valletta, e domina dalla sua spettacolare posizione un ampio tratto della rocciosa costa meridionale dell’isola di Malta, di fronte all’inaccessibile isolotto di Filfla.
Inquadrando il fenomeno si può dire che le architetture megalitiche caratteristiche della preistoria maltese sono il risultato di un lungo percorso di gestazione e affinamento delle tecniche costruttive e delle tipologie di pianta, che hanno infine portato ai complessi cultuali sviluppati nelle forme complesse che possiamo vedere oggi, in genere frutto di aggiunte e ampliamenti anche molto distanziati nel tempo ma che mantennero, in linea di massima, le stesse proporzioni e la stessa concezione di sviluppo degli spazi, sia interni che esterni.

Plastico del tempio di Mnajdra

A una prima fase, datata intorno al V millennio, risalgono le prime strutture architettoniche semplici documentate in alcuni siti maltesi (ad esempio il sito archeologico di Skorba a Mġarr); a queste seguono, in una fase successiva, i primi esempi di strutture templari di tipo complesso, che vedranno la massima fioritura e il massimo grado di sviluppo tra il 3600 e il 2500 a. C., datazioni avallate da diversi elementi rilevati durante le fasi di scavo e oggi generalmente accettate dalla maggior parte degli studiosi.
Una datazione tra la metà del IV e la metà del III millennio è stata proposta anche per il complesso di Mnajdra. I due siti di Haġar Qim e Mnajdra, distanti tra loro poco più di cinquecento metri oggi percorribili agevolmente a piedi per mezzo di un moderno percorso lastricato che supera il pendio della scogliera, sono probabilmente meno noti al grande pubblico rispetto ai più “turistici” siti di Ġgantija sull’isola di Gozo e di Tarxien a Malta (da quest’ultimo sito proviene la maggior parte degli splendidi rilievi scolpiti conservati nel Museo Archeologico Nazionale de La Valletta), in quanto più distanti dalle principali località balneari e dalla capitale; nonostante questo il loro eccezionale stato di conservazione e l’isolamento nel paesaggio, rimasto sostanzialmente immutato in questa zona nonostante i recentissimi interventi di valorizzazione, ne fanno uno degli esempi più importanti di architettura megalitica nel bacino del Mediterraneo.

I templi maltesi, negli esempi più semplici, presentano una particolare pianta a trifoglio, costituita da un vano di fondo centrale a cui si addossano altri due ambienti contrapposti lungo l’asse principale dell’edificio, accessibile da un piccolo corridoio che comunica con l’esterno. Tutti gli ambienti mostrano un profilo curvilineo, in genere a ferro di cavallo, che caratterizza lo sviluppo dello spazio interno e che viene riproposto nel perimetro esterno dell’edificio, con una cortina muraria di notevole spessore. 

Il muro di prospetto del tempio è in genere formato da una esedra, al centro della quale si apre l’ingresso agli ambienti interni, sempre costituito da una porta architravata dal profilo rettangolare. 

A volte (ad esempio a Mnajdra) gli ambienti interni erano separati tra loro per mezzo di ortostati di grandi dimensioni, in cui si apriva il varco che permetteva il passaggio. Il vano di fondo centrale spesso si riduce a poco più di una nicchia.

A questo sviluppo di base della pianta vennero via via ad aggiungersi altri ambienti che, seguendo lo stesso sviluppo curvilineo delle pareti, formano edifici più complessi, con più ambienti simmetrici giustapposti, la cui precisa funzione non è chiara ed è ancora oggi oggetto del dibattito storiografico.

La tecnica costruttiva di queste strutture è data da megaliti di dimensioni variabili, spesso accuratamente tagliati e messi in opera con estrema perizia tecnica.
Resta tuttora acceso il dibattito relativo al tipo di copertura che doveva caratterizzare i vani interni dei templi, e le ipotesi sono diverse: per le strutture più semplici e arcaiche si è pensato a una copertura litica a piattabanda, con lastroni orizzontali; per i templi più complessi si è ipotizzata una soluzione di tipo diverso: l’aggetto delle pietre ancora visibile in alcuni vani di Mnajdra e di altri siti, farebbe pensare a una copertura litica realizzata per mezzo del progressivo aggetto dei corsi di pietre, che andavano a chiudersi alla sommità; questa soluzione, verosimile per ambienti di piccole dimensioni, sarebbe stata diversa nei vani maggiori, dove i primi corsi di pietre aggettanti costituirebbero la base d’appoggio di travi a sostegno di una copertura lignea. Le ipotesi restano comunque tali, data anche la difficoltà dell’analisi delle strutture residue in ambienti che hanno subito interventi di restauro e ricostruzioni recenti anche di ampia portata.

Il complesso cultuale di Mnajdra è in realtà costituito non da un solo tempio, ma da tre edifici affiancati e raccolti attorno ad un’ampia area d’ingresso a forma di esedra. A causa del dislivello del terreno, in decisa pendenza verso il mare, le tre parti del complesso hanno i piani di calpestio a livelli differenti. Il più semplice dei tre ambienti, che è anche il più danneggiato e meno leggibile, è formato da una semplicissima pianta a trifoglio secondo lo schema suddetto;

gli altri due vani sono invece caratterizzati da una maggiore complessità: al vano di fondo dalla canonica pianta trifogliata si aggiunge un secondo ambiente, caratterizzato anch’esso da due vani dal profilo a ferro di cavallo contrapposti, collocati in posizione simmetrica davanti al primo ambiente e comunicanti con esso tramite un piccolo corridoio architravato; un altro brevissimo corridoio permette l’accesso dall’esterno. 

Tutti i vani si dispongono accuratamente secondo uno schema comune anche ad altri siti, allineandosi lungo un asse di simmetria che parte dall’ingresso e passa per la nicchia di fondo. L’esedra all’ingresso dei templi mostra, alla base del tempio principale, un ampio bancone litico, funzionale al culto e destinato, probabilmente, ai fedeli. Tutti e tre i templi che formano il complesso sono caratterizzati da un perimetro esterno a ferro di cavallo, che circonda gli ambienti interni con una cortina muraria imponente spessa diversi metri, oggi purtroppo in gran parte crollata.

Il rinvenimento di diversi elementi di arredo, ricollocati in fase di restauro, testimonia la presenza di altari all’interno dei vani del tempio. Alcuni siti (ad esempio Haġar Qim e Tarxien) hanno inoltre restituito numerosi frammenti di statue di culto ed elementi architettonici con decorazioni scolpite a bassorilievo, di eccezionale interesse archeologico e artistico.
Notevole attenzione è stata dedicata, da parte di diversi studiosi e appassionati, all’indagine dei particolari orientamenti astronomici dei templi maltesi, che ha dato risultati molto interessanti. Per quanto concerne il sito di Mnajdra è stato rilevato un orientamento particolare che consente ai raggi del sole, durante gli equinozi, di penetrare all’interno degli ambienti principali del complesso secondo un percorso ben preciso.

I due complessi megalitici di Haġar Qim e Mnajdra iniziarono ad attirare l’attenzione degli studiosi verso la metà dell’Ottocento, cui seguirono i primi interventi di scavo sistematico tra la fine del secolo e i primi decenni del Novecento. Interventi di scavo e restauro si sono susseguiti per tutto il XX secolo, fino al radicale intervento conservativo conclusosi nel 2009, che ha visto la predisposizione di due enormi tensostrutture a protezione dei templi. 

Questo intervento, sebbene invasivo poiché inficia la percezione dei monumenti a distanza e impatta sul paesaggio in modo negativo, è tuttavia giustificata dal processo di estremo degrado a cui gli edifici stavano andando incontro negli ultimi anni, sopra tutto a causa dell’effetto delle piogge, che avevano causato lo smottamento e il crollo di intere parti dei templi.


Nicola S.



ARCHEOLOGIA :CHE COS'ERA IL MITICO ORICALCO?

L'oricalco è un metallo sconosciuto, lo cita fra gli altri il grande filosofo Platone. In questo articolo si propone una spiegazione molto interessante sulla sua natura. Il mistero sembrerebbe risolto, ma ci piace pensare che la scienza moderna  non sia in grado di spiegare tutto e che Platone ne sapesse molto più di noi.


Rame nativo.

Il rame nativo e l'alchimia dei metalli.
Quasi 2500 anni fa il filosofo Platone, nel parlare d'Atlantide nel dialogo "Crizia", scriveva:
"L'oricalco, quel metallo che ormai si sente solo nominare, allora era più che un nome, ed era estratto dalla terra in molti luoghi dell'isola, ed era a quel tempo il metallo più prezioso dopo l'oro... essi ricoprirono di bronzo, a guisa di vernice, tutto il percorso del muro della cinta esteriore, e spalmarono di stagno liquefatto quello della cinta interiore, e d'oricalco dai riflessi ignei quello della stessa acropoli".
D'oricalco era rivestito il muro dell'acropoli di Atlantide e d'oricalco era la colonna, dentro il tempio di Poseidone, su cui erano scritte le leggi. L'oricalco è stato a lungo identificato con l'ottone, sulla base d'una frase di Filopono. L'ottone però è una lega, non un metallo. Platone parla dell'oricalco come d'un metallo ormai ignoto (o - per meglio dire - passato in disuso). Il suo colore rosso-fuoco è quello del rame puro ed esclude l'identificazione con il platino, voluta da taluni, ma anche con l'ottone o un altro metallo o lega.
Il termine greco oréi-chalkos significa letteralmente "rame di montagna" e può ben indicare il rame nativo, estratto in condizioni di particolare purezza. Ci sono tracce di miniere a cielo aperto presso Gafsa, in Tunisia, presso l'antico lago di Atlantide.
Il rame è stato il primo metallo utilizzato dall'uomo. È un elemento relativamente abbondante: costituisce lo 0, 006% circa della crosta terrestre. In natura, può trovarsi allo stato elementare (rame nativo), ma generalmente è ricavato da composti (sali). Fu impiegato in Mesopotamia nel IX millennio a.C. per fabbricare oggetti sacri o decorativi. A partire dal V millennio a.C. fu fuso in lega con lo stagno per la produzione di bronzo, che per moltissimo tempo mantenne un ruolo importante nella fabbricazione di armi e di manufatti. Nei secoli il rame nativo è stato talmente sfruttato, che non esistono più giacimenti economicamente importanti di questo minerale. Questo potrebbe spiegare l'espressione usata da Platone: "Quel metallo, ormai, si sente solo nominare..."
Pertanto la frase di Platone potrebbe significare due cose, entrambe storicamente documentate:
- che le cave a cielo aperto di rame nativo, come quelle del sud della Tunisia, si erano esaurite e pertanto, presso la maggior parte dei popoli, il rame si ricavava per fusione d'altri sali. I principali minerali di rame conosciuti nell'Antichità, la malachite e l'azzurrite, sempre in associazione col rame nativo, sono carbonati di rame dal colore blu o verde, colori caratteristici di tutti i minerali contenenti rame, salvo l'ossido di rame che è rosso e la calcopirite che è dorata;
- che poiché il rame puro, in tempi successivi, fu in generale sostituito con il bronzo e in seguito ancora con leghe ferrose, non era più usato per fabbricare oggetti e strumenti ed era quindi difficile a vedersi. Si tratta del passaggio dall'Età del Rame all'Età del Bronzo, secondo l'interpretazione moderna dell'evoluzione tecnologica.
Il vero miracolo alchemico fu quello di ricavare metalli, per fusione, da minerali che avevano un aspetto così differente dal prodotto finale.
La prima invenzione alchemica fu lo smalto vetroso, conseguenza della scoperta del rame, 4000 a.C.
Lo smalto vetroso fu utilizzato in perline e pezzetti, in Egitto, verso il 4000 a.C. Si pensa che la scoperta dello smalto fosse accidentale. Può essere accaduto che malachite e natron, sminuzzati per farne trucco per gli occhi, fossero posti accidentalmente sul fuoco e nascesse così il primo smalto.
La fusione del rame compare in Egitto contemporaneamente allo smalto. È verosimile che, per abbassare il punto di fusione, si usasse un fondente molto comune nella regione: il natron, carbonato di sodio. Si ottiene lo stesso risultato col turchese, dal quale si può estrarre il rame, con la differenza che l'aggiunta di natron rende fusibile la miscela. Se si tenta con la crisocolla (altro sale del rame), anch'essa fonde ma - a differenza degli altri composti - quando la miscela si solidifica si forma una sostanza dura, brillante, blu: lo smalto, con un punto di fusione relativamente basso: tra i 600 ed i
 700°C.
Dal punto di vista della ricerca alchemica, l'invenzione dello smalto con l'uso di crisocolla e natron fu molto facile.
La seconda invenzione alchemica: La vetrificazione superficiale delle statuette, 3600 a.C.
Per smaltare la superficie delle statuette, si poteva fare lo smalto dalla crisocolla e dal natron, aumentando la quantità di natron, oppure si poteva sostituire il natron con la soda caustica. Sin dalla prima Antichità la soda caustica si otteneva sciogliendo nell'acqua natron e calce viva (quest'ultima prodotta dalla cenere delle piante, o dalla calcinazione di calcare). La soda caustica così preparata contiene sempre un eccesso di calce. Essa reagisce con diverse materie silicee a bassa temperatura (tra 50°C e 130°C) e a temperatura media (350/450°C) può dare un prodotto molto simile al famoso silicato di soda (vetro solubile), che nel sec. XIX era chiamato "liquore di pietra".
La terza invenzione alchemica: Il silicato di soda, 3600 a.C.
Per fabbricare statuette di pietra "riaggregata" si usava la fritta alcalina, un materiale che, con l'acqua, dà silicato di soda (vetro solubile). Oggi il silicato di soda si fabbrica fondendo a 1300°C un miscuglio di sabbia quarzosa e carbonato di sodio. Il quarzo (sabbia) ha una struttura cristallina compatta e non può reagire a temperatura moderata. Le varietà naturali di silicati che contengono acqua permettono di fabbricare silicato di soda a temperature inferiori. Occorre aggiungere ceneri silicee, provenienti dalla calcinazione di canne, steli e stoppie di cereali, paglia di riso o d'avena o di segale, che contengono un'altissima percentuale di silice, molto attiva (65-75% in peso).
La fabbricazione di silicato di soda con questi materiali era molto probabile e facile.
La quarta invenzione alchemica: La pietra artificiale, aggregata grazie al turchese, 3600 a.C.
Un fine strato di silicato di soda fa presa all'aria, ma è molto difficile farlo indurire se l'impasto si trova in uno stampo chiuso, come nel caso di statuette e d'altri oggetti smaltati. Il silicato di soda non è un legante idraulico, come la calce. La presa si effettua solo se l'acqua evapora, a meno di fare intervenire un'altra reazione chimica: la formazione di cementi naturali, la geopolimerizzazione. Nei laboratori moderni, si trasforma il silicato di soda in un cemento resistente facendolo reagire con fosfato d'alluminio. Il fosfato d'alluminio, con fosfato di rame, forma un geopolimero simile al turchese. Si comprende così perché il turchese fosse il minerale più sfruttato dagli Egizi nel Sinai, per essere usato non come pietra ornamentale, ma come fondente per fabbricare oggetti di pietra artificiale.
La quinta invenzione alchemica: L'agglomerazione dei calcari alluminosi fatta da Imhotep, 2700 a.C.
Imhotep scoprì le proprietà degli strati calcarei del pianoro di Saqqarah, molto sensibili all'erosione del clima e dell'acqua; ne risulta una poltiglia di calcare, che permette la fabbricazione di blocchi impastati (calcestruzzo di calcare artificiale). La parte argillosa contiene l'allumina e la silice ed è attivata chimicamente dalla soda caustica (derivante dal natron e dalla calce); si forma un allumino silicato di sodio e di calcio, base d'un cemento polimerico. La pasta di calcare argilloso viene compressa in stampi di legno, come quelli usati per i mattoni d'argilla cruda. Si disarmano i mattoni, si lasciano seccare all'ombra e si trasportano sul sito di costruzione della piramide.
Con questa tecnica, secondo Joseph Davidovits, furono costruite le tre grandi Piramidi di Gizah: con blocchi di pietra riaggregata, non con enormi massi cavati direttamente dalla roccia-madre.
In Africa non si trova lo stagno, indispensabile per ottenere il bronzo, in lega col rame... come fecero l'Egitto e Atlantide per procurarselo? Questo è un altro problema, che dovremo affrontare.


Fonte: Antikitera.net



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ARCHEOLOGIA: L'ANTENATO DEL MODERNO GPS

Photo: SWNS
Prehistoric man navigated his way across England using a crude version of 'sat nav' based on stone circle markers, historians have claimed.
Silbury Hill, Wiltshire   


Gli uomini del neolitico utilizzavano un sistema simile all’odierno GPS, usando come riferimento dei grandi circoli di pietra.
Questo è quanto ha affermato uno studioso inglese, aggiungendo che gli antichi abitanti della Gran Bretagna si sapevano spostare con precisione attraverso un complesso sistema di monumenti posti in cima a delle colline, come Silbury Hill,Stonehenge e The Mount.
Questi monumenti facevano parte di un vero e proprio sistema di triangolazione geodetica, che copriva il Galles e l’Inghilterra meridionale.
Secondo lo scrittore Tom Brooks, le costruzioni in pietra degli antichi britanni dimostrano che essi possedevano sofisticate conoscenze ingegneristiche, e che non erano certamente dei “barbari”.
Egli afferma che alcuni dei lati dei triangoli megalitici sono lunghi anche 100 miglia, ma la precisione delle distanze ha uno scarto di massimo 100 m, questa precisione non può essere frutto del caso,  invece è la testimonianza della grande conoscenza delle leggi matematiche e geometriche degli uomini del neolitico. Continua affermando che la scoperta di un così avanzato e sofisticato sistema geometrico, deve spingerci a rivedere radicalmente il giudizio sui nostri antenati dell’età della pietra smettendo di considerarli dei semplici uomini primitivi anche se non esclude l’intervento di un "aiuto esterno". Brooks ha analizzato 1500 siti in un’area che si estende da Norfolk al nord del Galles che comprende pietre infisse nel terreno, colline e accampamenti fortificati e cerchi di pietre, tutti collegati tra loro dal punto di vista geometrico. Utilizzando le coordinate GPS ha stabilito i rapporti di reciprocità tra le posizioni dei monumenti da lui analizzati scoprendo che questi sono compresi dentro una griglia geometrica composta da triangoli isosceli, la cui punta è diretta verso l’insediamento successivo. Secondo i suoi studi un viaggiatore del Neolitico, trovandosi a Stonehenge, nel Wiltshire, sarebbe potuto andare, utilizzando questo sistema satellitare, a Lanyon Quoit, in Cornovaglia, senza l’ausilio di una mappa.
Lo studioso inglese è convinto che molti siti dell’età della pietra siano stati costruiti 5.000 anni fa da una popolazione in espansione che si stava riprendendo dal trauma dell’Era Glaciale. Le pianure e le vallate si trasformarono in paludi e stagni e, quindi, le popolazioni dell’epoca cercavano di stabilirsi in aree elevate. Dopo l’Era Glaciale, sempre secondo lo scrittore, il territorio era molto difficile da attraversare, quindi la gente costruiva santuari sui luoghi più elevati  e usava queste strutture molto visibili come sistema di orientamento.
Il sistema di triangolazione geodetica agevolava sia gli scambi commerciali che gli altri tipi di spostamenti.
Brooks spera che le sue scoperte incentivino nuove ricerche sui sistemi di triangolazione degli antichi Britanni, continua dicendo che oltre 2.000 anni prima dell’invenzione della geometria da parte degli antichi greci, gli uomini del Neolitico avevano ideato uno dei più grandi progetti di ingegneria civile del mondo.
Gli approfondimenti su questo argomento sono trattati nel suo libro “Prehistoric Geometry in Britain”.

Mulino del Tempo


Fonte: 





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ARCHEOLOGIA: Il culto della Dea Madre - I parte



Dea Madre steatopigia


In alcuni post precedenti abbiamo parlato del Megalitismo definendolo un linguaggio architettonico neolitico, comune a molti popoli stanziati in aree geografiche notevolmente distanti fra loro.
Esiste un altro filo conduttore che unisce i popoli neolitici che, con varie caratteristiche, è ancora fortemente presente nel sentimento religioso dell’uomo contemporaneo, ossia il culto della Dea Madre.
Come nel caso del Megalitismo, anche per quando riguarda il culto della Dea la Sardegna, nonostante per moltissimo tempo sia stata considerata estranea allo sviluppo culturale extrainsulare, è perfettamente allineata con il resto del mondo.
Le bellissime statuine Sarde trovano corrispondenze stilistiche ed ideologiche nelle Cicladi, a Sparta (la Sparta neolitica, non quella di epoca classica), a Malta, in Anatolia e nella penisola balcanica.
Il culto della Grande Dea è legato all’opulenta cultura agricola del neolitico, quella che da molti studiosi è considerata l’età dell’oro, come dimostrano le statuette cosiddette “steatopigie” (grasse) che rappresentano la divinità femminile nel suo ruolo di nutrice e portatrice di fertilità.
La Dea viene  immaginata nella sua carnalità, come nella famosa Venere di Cuccuru s’Arriu, i suoi attributi sessuali sono enfatizzati con la rappresentazione dei grossi seni e degli abbondanti glutei; quindi è una divinità fortemente legata alla sfera terrena.
L’artista ha però voluto esprime anche il concetto che la carnalità della Dea è solo apparente, è un fenomeno che coinvolge solo una parte di essa (quello legato alla produzione agricola e alla sfera sessuale umana), infatti le sue forme così generose e terrene, contrastano con l’espressione quasi ascetica del volto leggermente sollevato, con lo sguardo rivolto verso l’altrove, a significare che le sue radici sono da ricercarsi nel mondo spirituale.
I nostri progenitori vedevano nella donna un essere superiore e padrone della vita, la gravidanza era un miracolo inspiegabile dal quale l’uomo era escluso.
Anche le fasi della gravidanza, con la crescita graduale del ventre della donna, che dopo aver messo alla luce una nuova vita torna alle sue forme di fanciulla, sono state associate alle fasi lunari e ai tempi del raccolto.
In molte culture la Dea era considerata nella  triplice forma di fanciulla, matura e vecchia, con chiaro riferimento alle fasi lunari e della gravidanza.
Anche la corrispondenza tra il ciclo mestruale, che avviene ogni 28 giorni, ed il mese lunare ha contribuito a legare indissolubilmente l’elemento femminile al nostro bellissimo satellite.
La Dea era padrona della vita ma anche della morte, era generosa con chi rispettava i precetti del culto e spietata con chi li contravveniva.
Chi mostrava crudeltà nei confronti delle creature più deboli, cadeva sotto la sua maledizione, conosciuta nei secoli successivi col nome di “maledizione di Iside”.
Era signora della morte anche in qualità di accompagnatrice e protettrice del defunto nell’aldilà, l’inumato nel sepolcro di Cuccuru s’Arriu teneva stretto in mano l’idoletto rappresentante la Dea Madre, nella speranza che essa lo guidasse verso una nuova rinascita nel mondo ultraterreno.
I defunti venivano posti in posizione fetale e cosparsi di ocra rossa, il colore della vita e del sangue che ricopre il neonato al momento del parto, esso era accolto nel grembo della Terra Madre ed era pronto a rinascere ad una nuova vita.
La concezione dell’aldilà di questi antichi uomini, ci fa capire quanto sia sbagliata la convinzione che essi fossero dei selvaggi senza cervello, sicuramente ragionavano diversamente da noi, però la cura verso i defunti e la loro tendenza verso la spiritualità è sintomatica di una grande civiltà.
Il culto della Dea Madre ha attraversato i millenni prendendo varie forme, dalla Ishtar assiro Babilonese, alla Astarte Fenicio-Cananea, ad Iside degli Egizi fino a Maria Vergine, mantenendo pur nel rispetto delle diverse religioni i suoi connotati di protettrice e consolatrice.
Anche la Sardegna nuragica mantiene una forma di venerazione per l’elemento femminile, l'iconografia del  bellissimo bronzetto raffigurante una donna con in grembo una figura maschile non è molto diversa da quella di Iside che tiene in braccio Horus o a quella della “Pietà” di Michelangelo.
La più conosciuta delle Dee Madri è appunto Iside, che assomma in se tutte le caratteristiche proprie della divinità femminile, essa è doppiamente donatrice di vita, perché compie la resurrezione di Osiride-Orione ed è madre di Horus.
Essa è anche una terribile dispensatrice di morte capace di spietate vendette, è più potente del padre degli Dei egizi, Atum-Ra, perché conoscendo i suoi 72 nomi ha la capacità di ucciderlo.
L’uomo, essendo cosciente del grande potere del “Femminile”, una volta capito che il “miracolo” della nascita lo coinvolgeva da protagonista, ha cercato in tutti i modi di schiacciarlo e di renderlo subalterno a quello maschile.
La Dea è divenuta sposa del Dio maschio, figlia del Dio padre o madre di quello che una volta nato diviene infinitamente più importante di lei riducendola a semplice contenitore della divinità.
Quello del femminile è stato il più antico e duraturo culto dell’umanità e, nonostante i tentativi (ancora in atto) tesi a distruggerlo, mostra tutt’ora la sua grande forza nascosto nelle pieghe delle grandi religioni e nella tradizione ermetica.

Fabrizio e Giovanna


Riferimenti bibliografici:
Giovanni Lilliu: Arte e religione della Sardegna prenuragica
Giulio Malvani: Della Sapienzialità Templare





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ARCHEOLOGIA: Il culto della Dea Madre II parte



Da Dea a strega.

La grande Dea fu la protagonista indiscussa del mondo spirituale dell’umanità per molti millenni, fino a quando il maschio si rese conto del suo ruolo fondamentale per la riproduzione.
La nascita di una nuova vita cessò di essere un miracolo per divenire un fatto umano, con tutte le sue conseguenze.
L’uomo, che per millenni aveva invidiato alla donna il suo potere di dare la vita, iniziò ad esaltare il suo ruolo che in breve tempo divenne quello principale; la donna da essere semidivino fu ridotta allo stato di moglie e madre.
Secondo alcuni studiosi proprio a causa di questo cambiamento nacque il concetto di proprietà. Nell’età dell’oro che abbiamo identificato col neolitico, la donna partoriva miracolosamente e il nuovo nato era patrimonio dell’intera comunità, invece quando l’uomo si rese conto di essere protagonista della gravidanza iniziò a custodirla e a premunirsi di non essere costretto ad avere cura del figlio di un altro.
Anche la compagna venne sentita come una proprietà da proteggere dagli altri uomini, quindi era necessario avere una dimora adatta a tale scopo ed un territorio proprio sul quale costruirla, era nata la proprietà privata.
La Dea perse gradualmente i suoi poteri, da padrona della vita e della morte divenne simbolo delle virtù domestiche, l’esempio più noto è quello di Era, moglie di Zeus, protettrice dei matrimoni e dei parti, sempre pronta a perdonare le scappatelle dell’arzillo padre degli Dei.
L’elemento femminile mantenne eccezionalmente anche altre caratteristiche, come quella di essere invocato durante le guerre o chiamato a proteggere città e tiranni (come nel caso di Uni, Dea etrusca strutturata sulla matrice di Era), ma il suo ruolo principale restava relegato in ambito domestico.
L’ultima grande Dea Madre fu Iside, figlia di Nut, Dea dell’aria, e di Geb, Dio della terra, nella religione egizia essa sommava in se tutte la caratteristiche del principio femminile tipiche del neolitico.
Iside era padrona della vita, era capace non solo di generarla come madre, ma riusciva a compiere veri e propri atti di resurrezione, come nel caso del suo sposo-fratello Osiride, da lei ricomposto e fatto risorgere.
Osiride fu fatto a pezzi dal fratello Seth che rappresentava l’archetipo del male, Iside lo ricompose recuperandone tutti i pezzi tranne il fallo e lo portò nuovamente in vita.
Nonostante la mancanza dell’organo riproduttivo maschile la Dea riuscì miracolosamente a concepire Horus destinato all’eterna battaglia contro il male rappresentato da Seth.
Proprio in questo “miracoloso” concepimento Iside si dimostra padrona della vita, come la sua antenata neolitica, essa era in grado di generare una nuova esistenza indipendentemente dal principio maschile.
La Dea egizia era anche signora della morte, era madre dolcissima e protettiva (con caratteristiche molto simili alla Vergine Maria), ma anche capace di estrema ferocia, e come gia accennato in un precedente post, era più potente dello stesso Atum-Ra, perché conoscendo il suo nome segreto aveva il potere di ucciderlo.
Come detto in precedenza fu la  Grecia classica a codificare l’archetipo della Dea domestica, in tutta la sua mitologia vengono narrati episodi emblematici della lotta senza quartiere del “maschile” nei confronti del “femminile”.
L’esempio più chiaro è il mito della guerra contro le Amazzoni, intollerabili donne guerriere e libere capaci di combattere come e meglio degli uomini, per averne ragione si dovettero scomodare eroi del calibro di Heracle, Teseo ed Achille.
Con i greci si passò dalla Dea madre guaritrice, consolatrice e miracolosa generatrice di vita, che dagli egizi venne rappresentata con Iside, a figure come Circe, la Medusa e Medea (quest’ultima sarà oggetto di una trattazione particolareggiata) che esaltavano unicamente gli aspetti terribili del potere femminile.
L’unica virtù alla portata delle donne divenne quella di essere buone mogli e madri, quelle che non accettarono questi principi vennero relegate ai margini della società e in molti casi perseguitate per le loro scelte.
Le sacerdotesse dei culti della Grande Dea non trovarono più spazio in un mondo ormai dominato dai maschi e dal concetto di proprietà che non tollerava donne libere che non dipendessero totalmente da un uomo.
Lentamente ma inesorabilmente la sacerdotessa si trasformò in strega.

Fabrizio e Giovanna

LA DEA MADRE: I VOLTI DELLA DEA - Iside -


Iside alata

Nei precedenti post abbiamo cercato di inquadrare il fenomeno del culto della Dea Madre, anche esaminando superficialmente alcune sue rappresentazioni.
Ora proveremo a vedere più nel dettaglio la più famosa manifestazione della Dea:Iside.
Iside racchiude in se tutte le caratteristiche del principio femminile, nessuna prima e dopo di lei ha avuto un potere così grande ed essenziale per il destino del mondo degli uomini e degli Dei.
La cosmogonia egizia vede l’universo prima della creazione indistinto, un grande oceano cosmico in cui tutto esisteva in potenza ma che ancora non aveva piena coscienza di se, il Nun.
In questo universo, che la visione gnostica chiama Pleroma, dominava il caos, Ra, il padre degli Dei aleggiava in esso, ancora inconsapevole della sua forza generatrice.
Una volta preso coscienza di se, Ra si sdoppiò in Atum, creando la prima coppia divina dell’Enneade Egizia, che diede vita agli altri Dei, che altro non sono che sue emanazioni.
Al contrario di quello che si può pensare, la religione dell’antico Egitto è monoteista, gli Dei emanati da Atum-Ra sono la personificazione dei suoi attributi.
Appare chiaro che lo sdoppiamento di Ra in Atum è un riferimento al fatto che la creazione è un evento possibile solo in presenza del duale, il maschile ed il femminile in perfetto equilibrio, cioè gli opposti risolti.
Dalla coppia iniziale nacquero Tefnut, la Dea dell’umidore, in cui si riconosce un riferimento all’oceano primordiale da cui nasce la vita,  e Shu, il Dio dell’aria e del soffio vitale.
Tefnut e Shu, generarono Geb, il dio della terra, e Nut, la Dea del cielo, la loro raffigurazione vede Geb disteso e Nut, in forma di volta celeste stellata, lo avvolge offrendogli le mammelle in segno di nutrimento alla madre Terra.
Come si può notare la cosmogonia egizia differisce da quasi tutte le altre del mondo antico, che vedevano l’elemento maschile rappresentante il cielo e quello femminile la terra, ma Nut non differisce dalle altre Dee Madri, in quanto in essa è presente la funzione di protettrice e nutrice.
Anche Nut e Geb, come i loro genitori fratelli-amanti, sentirono il bisogno di unirsi, ma Shu, il Dio dell’aria, si frappose tra loro separandoli per sempre e creando la divisione tra cielo e terra.
Nonostante l’interruzione i due Dei diedero vita a Nephtys, Seth (il principio del male che nella tradizione ebraico-cristiana diverrà il maligno), Iside ed Osiride, che insieme a Seth saranno protagonisti del dramma cosmico dell’eterna lotta tra il bene e il male.
Dopo questa forse prolissa, ma necessaria introduzione, passiamo alla narrazione del mito di Iside e del suo divino sposo-fratello Osiride.
Iside ed Osiride furono due Dei civilizzatori, insegnarono agli uomini l’agricoltura e a sfruttare le risorse del sottosuolo, liberandoli dalle preoccupazioni relative alla sussistenza e permettendo loro di poter dedicare tempo all’elevazione spirituale.
La tradizione li descrive come degli intermediari tra uomini e Dei e la diffusione degli insegnamenti di Osiride è legata al successo di campagne militari, infatti la sua missione civilizzatrice ha spesso i tratti di una vera e propria conquista.
Plutarco nel suo “De Iside et Osiride” dà  un’ampia trattazione della storia della coppia divina:
Osiride, al rientro da una delle sue campagne militari, venne invitato dal fratello Seth ad un banchetto di benvenuto, che in realtà nascondeva un tranello. Seth fece costruire un bellissimo sarcofago che espose durante il banchetto dicendo che sarebbe andato in dono a colui che meglio vi si sarebbe adattato, come è facile immaginare Osiride vi si inserì alla perfezione. Seth e i suoi 72 accoliti (lo stesso numero dei nomi di Ra) sigillarono la cassa contenente Osiride con del piombo fuso e la gettarono nel Nilo.  Iside, appena venuta a conoscenza dell’accaduto, si recise la chioma in segno di lutto e si mise immediatamente alla ricerca del sarcofago domandando informazioni a tutti, compresi i bambini; fu proprio grazie ad uno di essi che apprese in quale braccio del Nilo fosse presente la salma del suo sposo. In seguito venne a sapere che il sarcofago fu trascinato dalla corrente nei pressi della città fenicia di Biblos, incagliata nelle radici di un tamarindo che, grazie all’influsso di Osiride crebbe a dismisura nascondendo la cassa. Il tamarindo crebbe a tal punto che il re di Biblos lo fece tagliare per farne una colonna di sostegno per il tetto del suo palazzo. Avvertita dal vento, Iside partì alla volta di Biblos dove, nascoste le sue vere sembianze, si guadagnò la fiducia della regina che le concesse l’onore di allattare suo figlio. In questo episodio si manifestarono le caratteristiche di Iside-nutrice, infatti, per allattare il bimbo Iside non aveva bisogno di accostarlo alla mammella, ma le era sufficiente infilargli un dito in bocca. Ogni notte la Dea passava il bambino sopra una fiamma per distruggere la sua mortalità, ma la madre, vedendo lo strano rituale, si spaventò e lo interruppe negando inconsapevolmente al figlio il dono dell’immortalità. A questo punto Iside svelò la sua vera natura e si fece consegnare il fusto del tamarindo dal quale, grazie alle sue arti magiche, riuscì ad estrarre la cassa contenente Osiride aprendola in un luogo appartato, dove abbracciò in lacrime la salma del suo sposo. Nonostante le sue precauzioni, fu vista dal figlio maggiore del re fenicio e nel momento di massimo dolore, percependone la presenza, lo fulminò con lo sguardo.
Seth, approfittando della sua disperazione, tagliò il corpo di Osiride in 14 parti nascondendoli in 14 luoghi diversi. Iside, aiutata da Anubis, il Dio sciacallo traghettatore delle anime nell’aldilà, riuscì a recuperare tutte le parti del corpo dello sposo tranne il fallo che, secondo la tradizione, era stato divorato da tre animali acquatici: un crostaceo, un lepidosteo e un parago.
Grazie ai suoi poteri la Dea riuscì a ricostruire l’organo sessuale mancante e, unendosi ad esso, generò Horus, il principio del bene. Osiride, riportato in vita grazie alla magia di Iside, ascese al cielo sul carro di Ra e trasmise i suoi poteri al figlio affinché combattesse contro Seth per vendicarlo.
Horus e Seth sono due aspetti complementari, il bene e il male non possono esistere separatamente, ognuno dei due giustifica l’esistenza dell’altro e devono essere sempre in perfetto equilibrio. In mancanza di questo equilibrio, gli opposti non sono risolti e, nel pensiero magico, coincidono col male sommo (cfr “Il mito della Biga Alata” di Platone).
Iside è la Grande Madre nutrice e protettrice che rende gli uomini immortali, purificandoli col fuoco della coscienza, ma è anche colei che annienta coloro che si avvicinano ai suoi segreti senza preparazione e purezza d’animo. Solo chi è iniziato alla sua grande magia può condividerne i segreti  e sollevare il velo che la nasconde. 

Fabrizio e Giovanna

Bibliografia:
Robert Bauval, Adrian Gilbert, Il mistero di Orione
Fernando jiménez del Oso, Streghe - le amanti del diavolo -





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LA DEA MADRE: I volti della Dea - Medea -



Il principio femminile nel Neolitico era una divinità portatrice di vita e, come abbiamo avuto modo di vedere nel precedente post  LA DEA MADRE: I VOLTI DELLA DEA - ISIDE -, la religione egizia lo celebrò con il mito della meravigliosa Dea Iside, le cui sacerdotesse erano guardate con rispetto e timore e la loro parola era legge.
La mitologia greca cambiò questa visione della “magia” al femminile dando ad essa un’accezione perlopiù negativa.
Le donne dotate di poteri magici non furono più definite Dee, esse divennero infatti prima maghe, poi streghe.
La figura emblematica di questa visione “terribile” del potere del femminile, è Medea, la maga che per amore dell'argonauta Giasone tradì il padre, uccise il fratello e si macchiò di altri atroci delitti.
Il sorte di Medea si intrecciò con quella di Giasone a causa del desiderio dell’eroe di entrare in possesso del famoso Vello d’oro.
L’impresa  era talmente importante che Era ed Afrodite si allearono tra loro per favorirne la riuscita e, ritenendo che i poteri della bella maga fossero utili a Giasone, indussero Eros a farla innamorare dell’eroe.
Medea era figlia di Eete, re della Colchide e padrone del Vello d’oro; quest’ultimo era protetto da  un enorme serpente, simbolo, insieme al drago, della custodia dei segreti.
Giasone si presentò a corte e chiese il prezioso manto al re, il quale acconsentì a condizione che si prestasse ad una prova di coraggio, consistente nell’ aggiogare due enormi tori dalle zampe di bronzo per costringerli ad arare un campo, in seguito dovevano essere seminati dei denti di drago dai quali sarebbero nati dei guerrieri armati e pronti all’azione.
L’impresa era disperata e i compagni di Giasone tentarono invano di dissuaderlo. Medea, che si era subito perdutamente innamorata dell’Argonauta, dopo essersi a lungo dibattuta tra la fedeltà  a suo padre e il sentimento amoroso, donò all’amato un unguento in grado di renderlo invulnerabile. L’impresa riuscì e il re della Colchide dovette concedere a Giasone il permesso di prendere il Vello, con la speranza che il serpente fosse riuscito ad ucciderlo; anche in questo frangente il greco riuscì a cavarsela grazie all’aiuto di Medea che addormentò la bestia con un canto magico.
Questa azione decise il destino di Medea e rappresentò il punto di non ritorno, infatti decise di seguire Giasone in Grecia e tutte le azioni, incluse quelle più tremende, furono determinate da questa passione.
Medea fuggì insieme a Giasone sulla nave Argo, fece a pezzi il fratello e ne buttò i resti in mare per rallentare l’inseguimento del padre che li raccolse per dare degna sepoltura al figlio.  La maga fu determinante anche in altre occasioni:
-         uccise Talos, il gigante di bronzo che cercava di impedire l’approdo a Creta scagliando grosse pietre sulla nave, facendogli esplodere l’arteria del malleolo;
-         aiutò il suo sposo a riappropriarsi del trono usurpato dallo zio Pelia durante la sua assenza, inducendo con l’inganno le figlie a farlo a pezzi e a gettarlo in un calderone di acqua bollente con la promessa di ringiovanirlo.
I due amanti si stabilirono a Corinto dove ebbero due figli, ma mentre Medea si struggeva d’amore, Giasone si innamorò della figlia del re di Corinto e la sposò.
Giasone, per avere piena libertà, la fece condannare all’esilio insieme ai suoi figli. Sentendosi tradita, la maga, ripensando alle atrocità commesse in nome di quell’amore non corrisposto, si lasciò sfuggire delle parole che lasciavano presagire la sua terribile vendetta. Fingendo sottomissione donò una veste stregata alla nuova moglie di Giasone, che, una volta indossata, avvolse il corpo della donna nelle fiamme. Dopo questo ulteriore delitto Medea comprese che la sua unica via di salvezza era la fuga, ma non poteva andarsene senza attuare la più terribile delle vendette, infatti uccise i suoi figli e fuggì a bordo di un carro trainato da due draghi guardando con disprezzo l’uomo che aveva amato che osservava impietrito i cadaveri dei due bambini.
La vicenda di Medea ha molti punti di contatto con l’immagine delle streghe europee dei secoli successivi. Un’interpretazione simbolica fa di Medea l’archetipo del lato terribile del femminile, la vendetta della Dea che prende il sopravvento sulla sua parte consolatrice; la differenza con la Dea Iside è enorme, quest’ultima, infatti, utilizza la sua energia negativa per preservare il mistero che la anima, mentre Medea è più umana nelle sue rappresentazioni del maligno, in quanto determinate da un amore travolgente e passionale poco divino e molto terreno.

Fabrizio e Giovanna


Riferimenti bibliografici:
Euripide, Medea
Fernando Jiménez del Oso, Streghe





1 commenti:

  1. podoAug 12, 2011 05:15 PM
    bellissimo!
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LA DEA MADRE: I volti della Dea - Circe -



Secondo la leggenda Circe era figlia di Elio, il Dio Sole e di Perseide, una delle figlie del titano Oceano. Era sorella di Eete il re della Colchide, quindi zia di Medea. Le due donne, oltre che dal vincolo di sangue, erano anche legate dalla comune conoscenza dei segreti della magia.
Viveva nell’isola di Eea, un luogo non civilizzato coperto da una fitta selva con un’economia basata sulla caccia, la pesca e l’agricoltura.
La maga amò non corrisposta il giovane Glauco, che a sua volta amava Scilla, la quale venne trasformata in un mostro da Circe, che avvelenò la fonte presso la quale i due giovani erano soliti incontrarsi.
Omero nell’Odissea fece approdare Ulisse fortuitamente nell’isola della maga Circe dopo aver evitato i Sardi Lestrigoni. Durante un giro di perlustrazione i suoi uomini, comandati da Euricolo, notarono delle abitazioni costruite con pietre squadrate dotate di porte rese lucenti dagli ornamenti bronzei; le pietre squadrate fanno pensare a delle costruzioni megalitiche e le porte lucenti richiamano alle famose porte micenee, questo particolare potrebbe essere indicativo del fatto che Omero per la stesura del suo poema si rifece a delle tradizioni orali di molto precedenti la sua epoca.
Davanti all’abitazione della maga vi erano degli animali feroci stranamente mansueti e questo, insieme all’aspetto dell’edificio, insospettì Euriloco che, contrariamente al resto degli uomini della spedizione ricognitiva, rifiutò l’invito ad entrare nel palazzo.
Gli incauti che accettarono l’invito e, dopo aver assaggiato i cibi e le bevande preparati ed offerti dalla maga, furono trasformati in maiali.
Euricolo, non vedendo i suoi compagni uscire dal palazzo si allarmò e riferì l’accaduto ad Ulisse. Mentre l’eroe andava in soccorso dei compagni  incontrò il dio Ermes che gli consigliò di mischiare un’erba magica chiamata moly ai cibi offertigli dalla maga per restare immune alla trasformazione. L’eroe greco, immunizzato dall’erba magica, accettò tutti i cibi senza subire alcun male e riuscì a far tornare umani i suoi compagni minacciando la maga di morte. Liberati gli uomini, Ulisse si trattenne un anno da Circe ed ebbe da lei un figlio che chiamò Telegono. Il tempo di permanenza risultava eccessivo per i suoi uomini che lo costrinsero a lasciare l’isola, la maga gli consigliò di  recarsi negli inferi per chiedere all’ombra di Tiresia la strada migliore per il rientro a casa.
Qui si conclude il racconto omerico, analizziamo adesso la figura della maga. 
Come abbiamo già detto era la zia semidivina di Medea, come lei è capace di amare gli uomini, anche se il suo non è un sentimento profondo ma il frutto di un capriccio come denota l'enorme quantità di uomini trasformati in bestie.
Un altro elemento comune è la vendetta che non lascia posto alla compassione per le vittime.
Entrambe le maghe, inoltre, rappresentano il ruolo archetipico, più spiccato in Medea, del femminile inteso come ponte tra il male e l'uomo.
Nell'episodio Omerico si cela un'altra chiave di lettura, ossia lo scontro tra religione arcaica e moderna. La prima è quella che, nella sua visione naturalistica, viene qui rappresentata dalla selva in cui vive Circe, dalle costruzioni forse megalitiche e dalla padronanza dei segreti della natura prettamente appannaggio del femminile; la nuova religione greca codificata in schemi rigidi atta unicamente a legittimare i rapporti sociali e di potere, trova riscontro invece sia nella figura di Euriloco che, in qualità di coscienza moderna, teme il passato e fugge da esso senza cercare di integrarlo a quella realtà a cui è abituato, sia da quella di Ulisse, che riesce per un anno a ridurre la potenza della maga relegandola al ruolo di sposa e madre.
Secondo varie interpretazioni moderne Circe potrebbe anche rappresentare, da un lato la donna risentita nei confronti del tradimento dell'uomo che sfrutta la sua carica erotica al fine di dimostrare la sua superiorità, dall'altro la donna che, raggiunta la consapevolezza della propria generosità, riesce a rompere la sua scorza di risentimento e decide di rimettersi in gioco.

Fabrizio e Giovanna


Riferimenti bibliografici:
Omero, Odissea
Fernando Jiménez del Oso, Streghe



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IL CULTO DELLA DIVINITÁ FEMMINILE : ECATE





Ecate è oggi riconosciuta come la dea delle arti magiche e della stregoneria, Il suo nome significa colei che colpisce da lontano.
Circe e Medea avevano appreso da Ecate la loro arte ed erano iniziate ai suoi misteri.
Anche questa figura mitologica ebbe inizialmente connotazioni positive in qualità di dea delle terre selvagge e del parto (assimilabili quindi alla dea madre), in seguito, quando iniziò la demonizzazione del femminile, divenne dea della stregoneria e il suo ruolo fu relegato a quello di “Regina degli Spettri”, tale attributo fu trasmesso alla cultura post-rinascimentale, dalla quale presero poi spunto gli inquisitori durante la loro opera di “pulizia religiosa”.
Era rappresentata con tre teste e un solo corpo o con tre corpi uniti per la schiena (trimorfa).  
Per gli orfici era trimorfa non solo perché rappresentava le fasi lunari, ma anche per l'assimilazione al culto delle grandi divinità ctonie come Demetra, Persefone e Artemide.

Esistono due teorie circa la sua origine:
·  Una ritiene che fosse figlia di Zeus e della figlia di Eolo Ferea e che la sua rappresentazione infernale derivasse dall'ira di Era che, immergendola nell'Acheronte con lo scopo di purificarla, ne determinò la trasformazione in una divinità degli inferi. In  qualità di dea degli inferi teneva per cento anni aldilà dello Stige le anime di coloro che erano morti senza sepoltura.
·         Secondo la Teogonia di Esiodo era invece figlia dei Titani Asteria e Perse:
E Asteria incinse, e a vita diede Ècate, cui sopra tutti Giove Croníde onorò, le die' fulgidissimi doni:
parte le die' della terra, del mare che mai non si miete: 
ed anche ella ha potere nel cielo gremito di stelle,
e piú d'ogni altra, onore fra i Numi immortali riscuote.
Ed anche adesso, quando qualcuno degli uomini in terra fa sacrifizi, e placa, secondo le usanze, i Celesti,
Ècate invoca per nome. E onore accompagna un mortale, quando la Dea le sue preghiere benevole intende;
e gli concede prosperità: ché ben grande è sua possa.
Perché di quanti nacquer da Terra e da Uràno, ed onori ebbero, questa Dea parte ha degli onori d'ognuno;
perché duro con lei non fu Giove, né nulla le tolse di quanto ella avea già fra i Numi piú antichi, i Titani,
bensí tutta la parte che allor possedeva, possiede.
Né meno onor la Dea, perché figlia è unica, ottenne, non della terra parte minore, del cielo e del mare,
ma anzi assai di piú: ché molto l'onora il Croníde.
E sta presso a chi vuole proteggere, e molto gli giova.
Nell'assemblea, prevale fra gli uomini l'uom ch'ella brama: quando alla guerra, sterminio degli uomini, s'arman le genti,
Ecate qui, la Diva, si mostra, ed a quelli che vuole, volonterosa gloria concede, concede vittoria:
dove giustizia si parte, vicino ai re giusti ella siede: anche allorché negli agoni contendono gli uomini, giova:
ché anche presso a loro si reca la Diva e li assiste, e chi di gagliardia prevalse, di forza, il bel premio
agevolmente guadagna, ricopre i suoi figli di gloria.
Ai cavalieri anche sa, quando vuole, recare assistenza.
E a chi nel glauco mare travaglia, e tra l'ira dei flutti Ecate invoca, e l'Enosigèo che profondo rimbomba,
la celeberrima Dea, facilmente concede ogni preda, agevolmente, e, dopo scovata, se vuole, la toglie.
Moltiplicare il bestiame nei chiusi ella può con Ermète. Le mandre dei giovenchi, le greggi gremite di capre,
le mandrïe lanose di pecore, ov'essa lo voglia, da pochi a molti capi, da molti riduce a ben pochi.
Così costei, che fu di sua madre l'unica figlia, onor su tutti i Nomi che nacquer piú antichi, riscote.
E protettrice il Croníde dei pargoli tutti la fece che gli occhi dopo lei dischiusero ai raggi del sole:
così da prima fu tutrice onorata ai bambini1

Nella tradizione più antica era probabilmente una divinità lunare della Tessaglia, più tardi confusa con l'aspetto invisibile di Artemide corrispondente alla luna nuova per la sua identificazione con Selene. Come Artemide non usciva mai dalle dimore sotterranee e vagava sulle montagne come la luna, ma proprio per questo motivo in seguito divenne la dea degli spettri e di ogni magia, le erano sacri i crocicchi e i trivi nelle strade (per cui veniva chiamata anche Trivia) e la sua presenza era annunciata dai latrati dei cani da battaglia.
Anche questo animale merita una breve riflessione perché nel corso dei secoli subì interpretazioni ora positive, ora negative, in relazione ai personaggi che affiancavano o che rappresentavano (si pensi all'iconografia domenicana). Si riteneva che i cani fossero in grado di salvaguardare gli uomini dai pericoli invisibili perché in grado di vedere gli spiriti, in relazione al dio Anubi, che prese la forma di un grande cane simile allo sciacallo, ebbero anche il ruolo di guidare le anime nell'aldilà, però durante l'azione repressiva intrapresa dall'Inquisizione, i cani neri entrarono a far parte del novero dei simboli demoniaci presenti nei diversi trattati di demonologia perché considerati accompagnatori demoniaci delle streghe o dei maghi.


Fabrizio e Giovanna


NOTIZIE TRATTE DA:
Rosalba Mulas“Iconografia delle streghe dall’antichità all’età moderna e stregoneria in Sardegna”
in Salvatore Loi “Inquisizione, magia e stregoneria in Sardegna”
H. Biedermann Enciclopedia dei simboli”
Esiodo Teogonia”







1Esiodo, Teogonia: Ècate figlia unica di Astèria e di Perse


ARTEMIDE: LA DIVINITÁ DEI CONFINI




Con Ecate abbiamo visto l’aspetto quasi demoniaco della natura tendente alla distruzione con l’obiettivo rigeneratore. Vediamo l’aspetto più luminoso della natura incarnato da Artemide, sorella di Apollo, che come lui indicava la natura estiva con la sua esplosione di luce.
Data la sua identificazione con il fratello, per raggiungere la perfezione avrebbe dovuto rappresentare la Luna, in contrapposizione e completamento del sole che egli incarnava e in alcune rappresentazioni l’astro compare sotto forma di diadema, ma gli antichi sentivano che essendo una divinità della luce non poteva possedere anche significato notturno e spesso scaricarono questo lato oscuro sulla dea Ecate.

Nell’iconografia classica Artemide è raffigurata sotto forma della vergine cacciatrice in tunica corta con l’arco in mano e accompagnata spesso dai suoi cani o circondata da animali.
Artemide presiede al parto, alla nascita, alla educazione dei bambini.

Il nome Artemide non è di origine greca e molto probabilmente fu il risultato della fusione con miti preellenici, come quelli di tipo orgiastico innestati in quelli della triplice dea-Luna con le sue tre fasi.
Il mito orgiastico si può ricollegare in maniera diretta alla suprema Dea-Ninfa, meglio conosciuta come la cretese “signora della selvaggina”, alla quale erano sacre le quaglie, ritenute lascive e chiaro elemento sessuale di tipo orgiastico.
Alcuni elementi della sua storia riportano chiaramente al mondo delle ninfe come la coppia di cerve cornute vive che catturò grazie all’arco d’argento e le frecce fabbricate dai Ciclopi e ai tre cani segugi dalle orecchie mozze e sette segugi spartani ottenute da Pan in Arcadia. L’immagine della dea-ninfa appartiene alla seconda fase della luna, quella crescente della maturità sessuale dell’Afrodite orgiastica i cui simboli erano la palma da dattero, la cerva e l’ape.

Le due cerve furono aggiogate ad un cocchio d’oro e qui si innesta il culto della Vergine dall’Arco d’Argento con chiaro riferimento alla Luna nuova che ebbe larghissima fortuna nel culto divenuto poi ufficiale dove la verginità fu uno dei caratteri salienti della dea.
Il culto di Artemide si esplicò anche seguendo la fase calante della luna, quando sotto l’aspetto di vegliarda ebbe la prerogativa di assistere ai parti e di scagliare frecce.

Un altro aspetto della sua storia riconducibile più ad una Ninfa che ad una Vergine è quello relativo al bagno rituale al quale assistette Atteone: l’uomo  disse ai suoi amici di aver visto Artemide esibirsi nuda ai suoi occhi senza alcun ritegno, la dea lo tramutò in cervo e fu divorato dai suoi cinquanta cani; qui l’elemento pre-ellenico è riscontrabile proprio nell’uccisione dell’uomo che si ricollega al culto del cervo dove il re sacro veniva fatto a pezzi dopo i suoi 15 mesi di regno corrispondente alla metà del Grande Anno.

L’Artemide della Luna Nuova volle che le sue compagne di viaggio, le ninfe, rispettassero la castità come fece lei e punì duramente la ninfa Callisto, figlia di Licaone, quando rimase incinta di Zeus trasformandola in orsa, in seguito la uccise inconsapevolmente spinta da Era accecata di gelosia. Arcade, il figlio di Callisto, fu salvato e divenne l'antenato degli Arcadi. 

In questo passo si percepisce la volontà di spiegare l’origine degli Arcadi, ma si può altresì identificare l’altro animale molto caro alla Dea, l’orso, che in alcune zone fu addirittura imitato dalle giovani donne durante la fase di apprendimento che le fanciulle dovevano affrontare per poter convivere con un uomo.  
Simbolicamente le bambine mimavano il lento percorso che le conduceva dallo stato selvaggio della loro natura sessuale alla civiltà della buona sposa.

Anche il sesso maschile doveva sottoporsi ad una sorta di apprendistato prima di giungere all’età adulta, i ragazzi spartani, ad esempio, affrontavano un addestramento molto rigido, consistente nell’imposizione di doveri e in una successione di prove; per strada dovevano comportarsi come delle fanciulle assumendo un comportamento casto e riservato camminando a testa china e in assoluto silenzio;  per completare il percorso dovevano nel frattempo fare ciò che normalmente era proibito, come rubare alla tavola degli adulti, giocare d’astuzia, sbrogliarsela, intrufolarsi senza farsi prendere per procurarsi del cibo e durante le feroci battaglie collettive in cui erano leciti tutti i colpi, dovevano manifestare tutta la violenza brutale di cui erano capaci raggiungendo la feroce crudeltà del guerriero disposto alle atrocità più grandi pur di vincere.

Non è un caso che proprio Artemide si occupasse dell’educazione degli infanti, del resto la sua particolare posizione di confine tra il selvaggio ed il domestico permetteva a questi di raggiungere l’evoluzione passando dall’informe età, dove il confine tra i due sessi non è ancora ben definito, all’età adulta. L’apprendistato avveniva di solito fuori dai centri abitati dove la natura incontaminata rappresentava meglio la Dea che sovrintendeva questo rito di passaggio.
Per il mondo classico, infatti, Artemide era l’incarnazione della natura intesa come fecondità luminosa e incontaminata di luoghi solitari e rigogliosi.

Non va tuttavia tralasciato un fattore molto importante, ossia che nel suo mondo si sperimenta il contatto con l’Altro, si ha contemporaneamente una contrapposizione e una coesistenza tra il selvaggio e il civilizzato, questi due elementi tendono addirittura a compenetrarsi reciprocamente.

Ecco perché  Artemide è considerata la divinità dei confini, il suo spazio, infatti, si dispiega  sulle zone di frontiera come le montagne che delimitano e separano gli Stati, o in luoghi dove i confini tra terra e acqua non sono ben definiti, come le spiagge e i litorali, le pianure interne, i bordi dei laghi, i suoli paludosi e le rive di certi fiumi. 



Fabrizio e Giovanna




Notizie tratte da:
Robert Graves, I MITI GRECI - Dei ed eroi in Omero
A. Morelli, DEI E MITI - enciclopedia di mitologia universale
Jean-Pierre Vernant - Pierre Vidal-Naquet, MITO E TRAGEDIA DUE - da Edipo a Dioniso

La Dea Madre e il concetto di Androgino



 Immagine tratta da: Atalanta Fugiens di Michael Maier


Come abbiamo avuto occasione di vedere in alcuni post precedenti, la Grande Dea è un simbolo ambivalente, infatti essa è donatrice di vita e di morte, protegge i vivi ed accoglie nel suo ventre materno i defunti.
Essa è anche dispensatrice di grandi doni e terribile vendicatrice nei confronti di chi osa avvicinarsi a lei senza essere iniziato ai suoi segreti.
Esistono inoltre numerosi esempi di divinità femminili che pur essendo preposte alla tutela della maternità e della fecondità, sono allo stesso tempo protettrici della guerra.
Asharte la Dea semitica più venerata è la divinità dell’amore e della fecondità e nello stesso tempo la protettrice degli uomini d’arme.

Anche la Ishtar venerata a Babilonia è stata fin dagli inizi del suo culto, Dea della fecondità e della guerra, così come ‘Anat, un’altra divinità semitica onorata in Palestina ai tempi di Tutmosi III (1501-1447 a.C.) e la iranica Anaitis.

Sembra in realtà una contraddizione  che la Grande Dea, principio del femminile, creatrice e protettrice, madre misericordiosa fonte ed origine del creato sia nel contempo una divinità della guerra.
Nella guerra le virtù femminili non trovano spazio, la guerra è all’antitesi delle caratteristiche della Dea che essa invece prende sotto la sua tutela.
Come abbiamo visto prima la Magna Mater è la madre premurosa dei vivi e dei morti, la guerra è il più efficace strumento di morte, quindi la grandi Dee asiatiche non sono divinità militari, non appartengono ai soldati ma alla guerra in quanto dispensatrice di morte.
Esse sono invocate dalle donne in tempo di pace e dagli uomini in tempo di guerra, perché la Dea è principio e fine di tutto, la fonte della vita coincide con la vittoria della morte.

 Questa apparente contraddizione che fa coesistere in uno stessa divinità vita e morte, gioia e dolore, piacere e sofferenza, trova la sua spiegazione nel principio dell’unione degli opposti, la cui massima espressione è l’Androgino, l’essere perfetto che unisce in se le caratteristiche del maschile e del femminile.

L’Androgino è uno dei simboli principali dell’Alchimia e di tutta la filosofia ermetica antica e medioevale.
L’Androgino cosmico dell’Alchimia europea è il Rebis (letter. due cose), rappresentato come una creatura umana bisessuale, nata dal principio femminile (la luna) e da quello maschile (il sole).

Anche Zurvan il Dio iranico del Tempo Illimitato che i greci chiamavano Cronos era una divinità androgina, dalla quale nacquero due gemelli, , Ohrmazd e Ahriman, il principio del bene e del male e della luce e delle tenebre.
Il fatto che due gemelli siano figli dello stesso Dio dimostra che i principi opposti hanno un’origine comune, Zurvan rappresenta la loro unione, il compimento dellaGrande Opera alchemica.

Anche nelle religioni degli egizi, dei babilonesi e degli indiani esistono numerosi esempi in cui la divinità è chiamata Padre e Madre, artefice da sola dell’intero creato.
Lo stesso Atum-Ra, il Dio principale degli egizi rappresenta la coppia primordiale da cui scaturisce l’impulso creatore, infatti come dice Mircea Eliade: L'androginia divina ha come conseguenza logica la "monogenesi" o l’autogenesi”.

L’unione degli opposti rappresenta le “nozze mistiche” tra il principio maschile e il principio femminile.

Queste nozze mistiche,  tuttavia,  non si devono interpretare soltanto come una esperienza precisa della presenza divina nell'anima dell'uomo, ma hanno anche un altro senso segreto: l'uomo non si può avvicinare alla  divinità se non diventando perfetto e,  prima di poter conoscere Dio,  la  sua  anima  deve  realizzare  compiutamente  se   stessa,
ridiventando archetipo, ridiventando Adamo-Eva  dell'inizio  degli  inizi, l'uomo del tempo anteriore al peccato.
 (Mircea Eliade, Il mito della reintegrazione.)



Fabrizio e Giovanna



Riferimenti bibliografici:

 Mircea Eliade, Il mito della reintegrazione,

 E. Zolla: L’Androgino- L'umana nostalgia dell'interezza





IL MITO DI DIONISO E SUOI POSSIBILI COLLEGAMENTI CON LA SPIRITUALITA’ DELLA SARDEGNA ANTICA - I PARTE






Euripide nelle “Baccanti” dice che Dioniso è figlio della principessa tebana Semele e di Zeus, mentre nella tradizione Orfica sua madre è Demetra-Persefone.
Il nuovo Dio nacque da una delle tante “scappatelle” del padre degli Dei con una donna mortale alla quale promise di esaudire ogni suo desiderio.
La tradizione racconta che la Dea Era, sposa di Zeus, furiosa per l’ennesimo tradimento, prese le sembianze di Beroe, la nutrice di Semele, e convinse la donna a chiedere al suo amante di mostrarsi in tutto il suo splendore.
Zeus, che aveva promesso di esaudire ogni suo desiderio, si mostrò in tutta la sua divinità alla ragazza che rimase folgorata all'istante dal momento che nessun occhio umano era in grado di sopportarla.
Durante la relazione adulterina Semele rimase incinta ed al momento della sua morte lo era di sei mesi.
Zeus per salvare suo figlio (Dioniso), lo estrasse dal ventre materno e per proteggerlo dall’ira della legittima consorte lo nascose nella sua coscia fino ai nove mesi necessari per portare a termine la gravidanza.
L’episodio appena descritto lega Dioniso ancor prima della sua nascita alla simbologia fallica (la coscia è un chiaro riferimento alla sessualità), e come dice Carolina Lanzani nel suo interessante volume Religione Dionisiacaquello Dionisiaco è essenzialmente un culto betilico”;
infatti l’Omphalos, la pietra conica che rappresentava il centro del mondo nel santuario di Delfi consacrato ad Apollo (che in seguito divise il suo tempio con Dioniso), non era altro che un betilo.
Questo a nostro avviso  potrebbe essere il primo legame tra Dioniso e l’antica spiritualità sarda che, come ha dimostrato l’archeologia, rappresentava il principio maschile attraverso i betili ed i menhir.
Dioniso è il Dio del vino e dell’ebbrezza e secondo la mitologia greca fu proprio lui ad insegnare all’attico Ikarios l’arte della produzione del vino.
In questo episodio si ha forse per la prima volta la manifestazione dell’ambiguità del Dio: Ikarios ebbe in dono da Dioniso un tralcio di vite e gli fece apprendere come trasformare il succo dell’uva in vino attraverso il “miracolo” della fermentazione. Ikarios fece assaggiare la bevanda ai suoi vicini che prima esaltarono le doti del primo viticoltore, ma poi, non conoscendo gli effetti del vino, caduti in preda all’ebbrezza lo accusarono di averli avvelenati e lo uccisero facendolo a pezzi.
La figlia di Ikarios vedendo il padre ucciso decise di impiccarsi.
L’ebbrezza  dionisiaca è un’esperienza positiva ma se non si conoscono i suoi segreti porta l’uomo incauto ad una fine terribile.
Nella cultura sarda tradizionale il vino ha una valenza simbolica molto marcata, l’atto di offrire da bere va ben oltre la semplice soddisfazione del palato, assumendo i contorni di una vera e propria cerimonia che suggella amicizie e contratti.
L’antichità dell’utilizzo del vino in Sardegna è dimostrato dal rinvenimento di numerose brocche askoidi (brocche da vino) di epoca nuragica ed il loro ritrovamento in altre zone del mediterraneo (principalmente in Etruria) evidenzia che la bevanda dionisiaca era esportata fuori dall’Isola dagli isolani, che certamente ne erano anche produttori.
Dioniso è anche il Dio della natura, della fertilità e di tutto ciò che è selvaggio ed animalesco.
Nelle varie manifestazioni carnevalesche della nostra Isola si celebra la natura, la fertilità ed i personaggi rappresentati hanno un carattere selvaggio ed assolutamente Panico.
Il Dio è spesso accompagnato da Satiri, asini e tori rappresentati con i falli eretti e molti personaggi delle sue processioni suonano il flauto.
Chiunque abbia visitato il museo archeologico di Cagliari o abbia sfogliato un libro di archeologia sarda ha sicuramente notato il famoso bronzetto del “suonatore di Ittiri”, che suona uno strumento a fiato simile alle Launeddas e mostra il fallo eretto.
Non intendiamo dire che il culto greco di Dioniso sia nato in Sardegna, siamo però convinti che alla base vi fosse un'unica matrice culturale mediterranea facente capo alla nostra Isola. Nei prossimi post intendiamo argomentare questa nostra teoria comparando il culto dionisiaco ai vari fenomeni della cultura sarda che, a nostro avviso, sono ad esso direttamente collegati.
In ogni caso un concetto così complesso come quello del  Dioniso merita una trattazione più approfondita e ci ripromettiamo di analizzarlo in maniera appropriata.

Fabrizio e Giovanna


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IL DRAGO che è SERPENTE (prima parte).wmv




Il termine Ierofania indica la manifestazione del sacro, mentre la Teofania è la manifestazione della divinità attraverso le sue opere; nel video seguente l'amico Giulio Pala, attraverso lo studio dei testi sacri e del mito, ha individuato i segni divini presenti nella natura. Il video è intitolato "Il Drago e il Serpente" ed evidenzia l'antica tendenza a rappresentare la divinità anche attraverso i suoi lati oscuri e mostruosi. Il Drago nel mito custodisce i segreti e l'autore attraverso le immagini e il testo ci accompagna in un vero e proprio viaggio iniziatico.

Ringraziamo Giulio e invitiamo i blogger a leggere attentamente le frasi che accompagnano le immagini presenti nel primo di una serie di video che condividiamo.

Il Mulino del Tempo




1 commenti:

  1. AnonimoDec 6, 2011 12:16 PM
    la località è paesagisticamente fantastica e la descrizione dell'Autore del video aggiunge ulteriore fascino.
    Complimenti Giulio
    Austiana
    RispondiElimina

Il DRAGO che è SERPENTE (seconda parte).wmv



Proseguiamo con il viaggio iniziatico nei luoghi sacri della Sardegna attraverso i testi e le immagini dei filmati autoprodotti dal nostro amico Giulio Pala. Ovviamente rinnoviamo l'invito ai lettori a leggere attentamente il messaggio che Giulio vuole imprimere nel suo lavoro.
Attendiamo commenti e suggerimenti, buona visione.


Il Mulino del Tempo




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IL DRAGO che è SERPENTE (terza parte).wmv





Siamo giunti alla terza tappa del viaggio intrapreso da Giulio Pala alla ricerca dei luoghi sacri degli antichi sardi.
In questo “video da leggere” l’autore analizza ed interpreta in chiave iniziatica le tracce del Sacro che i nostri antenati ci hanno lasciato in eredità.

Il Mulino del Tempo



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Il drago che è serpente parte quarta

Pubblichiamo il quarto video creato dal nostro amico Giulio Pala nel quale prosegue il suo discorso che si può riprendere nei seguenti link:

http://ilmulinodeltempo.blogspot.com/2011/11/il-drago-che-e-serpente-prima-partewmv_16.html

Ringraziamo ancora Giulio e invitiamo i blogger ad esprimere il loro parere al riguardo.
Domani pubblicheremo la quinta parte.





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Il DRAGO che è SERPENTE parte quinta

Come promesso pubblichiamo la quinta e penultima parte del viaggio iniziatico di Giulio Pala. I link dei precedenti video sono elencati nel post pubblicato ieri (http://ilmulinodeltempo.blogspot.com/2011/12/il-drago-che-e-serpente-parte-quarta.html). Buona visione a tutti.




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Il DRAGO che è SERPENTE parte sesta + Aggiunta

Con la sesta ed ultima parte termina il viaggio nel tempo e nel mito di Giulio Pala. 
Nei suoi filmati ha messo in evidenza l’aspetto più antico e misterioso della spiritualità dei nostri antenati.
Augurandoci che questa non sia l’ultima delle sue fatiche, invitiamo ancora i nostri lettori ad esporre le loro opinioni e perplessità.
Buona visione.


1 commenti:

  1. AnonimoDec 25, 2011 07:21 AM
    molto interessante
    RispondiElimina

I popoli del mare... il paese del Mare e... Atlantide




Con il termine "i popoli del mare" ci si riferisce ad alcune popolazioni di cui si sa ben poco, citate dagli egizi nelle fonti del faraone Ramesse III (ufficialmente 1198-1166 a.C.).
Queste popolazioni probabilmente arrivarono via mare e invasero la Siria travolgendo Ugarit, Biblo, Tiro e Sidone. Pare che i Filistei fossero parte di un contingente dei popoli del mare, lasciati lungo la costa a controllare i territori conquistati.
Non si sa bene chi fossero ne da dove venissero ma dovevano essere molto bellicosi.
C'è da dire anche che la parte sud della Babilonia a partire dalla città di Nippur fino al golfo persico era conosciuta con il nome di Paese del Mare.
Non so se vi siano dei collegamenti tra popoli del mare e paese del mare.
In ogni caso l'ultimo re del paese del mare pare sia stato Eagamil, sconfitto dal cassita Ulamburiash intorno al 1.500 a.C..
Nei testi antichi vi sarebbero anche altri riferimenti a fantastici invasori del mare, sono i greci a parlarcene. Pare infatti che una popolazione arrivò dal mare e invase il mondo allora conosciuto, Egitto compreso. Furono i greci a salvare il Mediterraneo se diamo retta a questa storia.
Questa storia, raccontata nel Timeo da Platone nel capitolo III, a mio parere potrebbe essere ricollegata a quella dei popoli del mare.
Si tratta della storia di Atlantide. Non vi sto a raccontare tutto ma, in definitiva, così parlò un sacerdote Egizio a Solone: "Molte grandi opere pertanto della città vostra qui trascritte si ammirano, ma a tutte una va di sopra e per grandezza e per valore; perocchè dice lo scritto di una immensa potenza cui la vostra città pose termine, la quale violentemente avea invaso insieme l'Europa tutta e l'Asia, venendo di fuori dal mare Atlantico. Infatti allora [..] in questa isola Atlantide era sorto un grande e mirabile impero, il quale la dominava tutta quanta con molte altre isole e alcune parti pure del continente. Ed oltre di ciò anche delle regioni da questa parte nel mare interno signoreggiavano sulla Libia (Africa) fin verso l'Egitto e sull'Europa fino all'Etruria. Or tutta questa forza raccolta in uno tentò una volta con un impeto solo di soggiogare e i luoghi vostri ed i nostri e quanti altri sono di qua dello stretto. E fu allora, o Solone, che la potenza della città vostra diventò illustre presso tutti gli uomini e per valore e per vigoria..."
Dunque, i greci avrebbero salvato il mediterraneo da questa poderosa invasione.
Ma questa storia, se veramente accaduta, risale a prima del Diluvio, o almeno così ci dice sempre Platone per voce dello stesso sacerdote in un altro passo del Timeo:
"Perocchè fu una volta, o Solone, prima della grande distruzione per mezzo delle acque, quella che ora é la città degli ateniesi una città prestantissima, e per la guerra e per tutte le atre cose ben ordinata più che alcun'altra..."
Chiaramente gli storici non attribuiscono alcun valore a quanto raccontato da Platone, come non conta niente ciò che ha raccontato Erodoto oppure ciò che sta scritto nei testi religiosi...
Il Diluvio, nonostante sia presente in tantissimi testi antichi di popolazioni di tutto il mondo, non c'è mai stato...
Eppure, vien da riflettere...
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO



Il Diluvio Universale e l'Arca di Noè




Quando si parla di “arca” viene spontaneo pensare all’arca di Noè, ma esistono altre tradizioni, forse anche più antiche dei racconti della Genesi biblica, che annoverano l’arca tra le cose strane…

Ma andiamo con ordine.

Con il termine arca si intende comunemente una grande imbarcazione utilizzata per salvare le specie viventi dall’estinzione dovuta al diluvio inviato da Dio. Autore del salvataggio, il mitico Noè. Dio, resosi conto della malvagità dell’Uomo, decide di sterminare la specie umana e con essa tutti gli esseri viventi. Qui entra in gioco Noè che, considerato uomo giusto, viene invitato a salvarsi unitamente alla propria famiglia e agli esseri viventi, costruendo un’arca. Vediamo cosa ci dice la Bibbia:

[Genesi, 6,14]

“Fatti un’arca di legno di Cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. Ecco come devi farla: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. Farai nell’arca un tetto e a un cubito più sopra la terminerai; da un lato metterai la porta dell’arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore.”

Il resto, al momento, non ci interessa.

Ciò che sappiamo sull’arca di Noè, si può riassumere in poche informazioni: é costruita in legno di Cipresso, è compartimentata, è impermeabilizzata per mezzo del bitume, ha un tetto e una porta. In merito alle dimensioni, in linea di massima possiamo considerare un cubito circa cinquanta centimetri, per cui siamo di fronte ad una nave di 150x25x15 metri! Un vero mostro per quei tempi!

In apertura ho parlato di altre tradizioni che ci riportano di un’arca, vediamone una, il racconto del diluvio della saga di Gilgamesh. Il testo ci dice che in quei giorni il mondo pullulava di persone e il loro rumore era tale che il grande Dio, venne destato e unitamente agli altri dei fu deciso di distruggere l’umanità. Ma Ea, altra dea, volle salvare l’umanità così avvisò Utnapistim, il Noè di Suruppak, città sulle rive dell’Eufrate. Ma sentiamo cosa dice Ea:

“Uomo di Suruppak, figlio di Ubara-Tutu, abbatti la tua casa e costruisci una nave, [..] Ecco le misure del battello, così come lo costruirai: che la sua larghezza sia pari alla sua lunghezza, che il suo ponte abbia un tetto come la volta che copre l’abisso; [..] Alla prima luce dell’alba la mia famiglia si riunì intorno a me, i bambini portarono pece e gli uomini tutto il necessario. Il quinto giorno misi in posa la chiglia e le coste, poi fissai il fasciame. Di un acro era la sua area di terreno, ogni lato del ponte misurava cento e venti cubiti e costituiva un quadrato. Sotto coperta costruii sei ponti, sette in tutto; li divisi in nove sezioni con paratie fra di loro. Dove era necessario infissi dei cunei, provvidi alle pertiche di spinta e caricai provviste. I portatori recarono olio in canestri, versai pece nella fornace e asfalto e olio; altro olio venne consumato per calafatare, altro ancora lo mise tra le sue provviste il nocchiero.[..] Al settimo giorno la nave era pronta. Venne poi il varo pieno di difficoltà, lo spostamento della zavorra di sopra e di sotto finché due terzi rimasero sommersi. [..] Guardai fuori e il tempo era terribile, così anche io salii a bordo della nave e chiusi i boccaporti. Era tutto finito, la chiusura e la calafatura, diedi dunque il timone al timoniere Puzur-Amurri, assieme alla navigazione e alla cura di tutta la nave.”
L’arca di Utnapistim, come possiamo vedere, è leggermente diversa da quella di Noè, forma quadrata, sette ponti in tutto divisi in nove sezioni tramite paratie. E così via. Interessante e particolare la parte relativa alle “pertiche di spinta”, i remi forse? Ancora più interessante la parte dei “portatori” che recarono l’olio in canestri, versato insieme a pece e asfalto “nella fornace”, per far che? Non per calafatare, quello lo dice subito dopo, e poi a cosa serve altro altro olio tra le provviste del nocchiero?
Al di là delle domande che io mi pongo e che sicuramente troverebbero una spiegazione logica se avessimo più elementi, resta il fatto che due testi antichissimi di due popoli diversi riportano il medesimo racconto…


Ma vediamo che ci dice un altro grande del passato... Ovidio!


Nel precedente articolo sulle Metamorfosi ho concluso parlando dell'età del ferro, l'era delle guerre.

Giove, stancatosi di vedere e sentire gli uomini riunì il concilio degli dei per decidere sulla punizione da dare alla razza umana e dopo aver valutato attentamente decide di usare l'acqua per distruggere questa razza malvagia. I fulmini, sua arma preferita, avrebbero potuto dar fuoco al "sacro etere" e causare distruzioni incontrollabili. Si sarebbe potuto infiammare e bruciare il lungo asse terrestre, ci riporta Ovidio! E dunque é meglio distruggere "la stirpe dei mortali con un'inondazionee mandare un diluvio da ogni parte del cielo".

E così l'acqua sommerse il mondo, trascinando via tutto "e le torri strette dall'acqua restano invisibili sotto i gorghi; ormai non c'era nessuna separazione tra mare e terra: tutto era mare ma al mare mancavano i lidi...

Solo in due si salveranno, Deucalione e la moglie, Pirra. Su una fragile barca sopravvissero ed approdarono sul monte Parnaso e, resisi conto di essere soli al mondo si rivolgono agli dei perché li consiglino su come ripopolare la terra con la stirpe degli uomini. Temi, interpellata dai due sopravvissuti risponde: "Allontanatevi dal tempio e copritevi il capo, sciogliete le vesti e buttate dietro le spalle le ossa della gran madre..."

Deucalione, figlio di Prometeo, interpreta come "pietre", le ossa della gran madre "Terra" e così, ubbidendo alla dea, inizia il lancio delle pietre... e "le pietre lanciate dalle mani di Deucalione assunsero l'aspetto di maschi, mentre le femmine ripresero vita con il lancio effettuato dalla donna"...


Censorino ci da una serie di informazioni sulle età passate... prendendo come guida uno storico enciclopedico latino, Marco Terenzio Varrone (Rieti 116-27 a.C.) autore, tra l'altro dei "Logistorici" e delle "Antichità", opere di storia memorabili e di cui resta poco o niente! Censorino però ci permette di conoscere alcune informazioni tratte da Varrone.

Devo però mettere i lettori sull'avviso, Censorino l'ho letto in francese e, quando poco chiaro, ho consultato la versione in latino. Data la mia conoscenza del Francese e del Latino, potrebbero esservi degli errori! Se volete, potete leggere voi stessi i testi suhttp://penelope.uchicago.edu/Thayer/E/home.html.

Detto ciò, vediamo cosa ci dice il nostro Censorino...

"Io vado ora a parlare di quel periodo di tempo che Varrone chiama "storico". Questo autore, in effetti, divise il tempo in tre periodi: il primo periodo che va dall'origine degli uomini al primo diluvio Varrone lo chiama "incerto", a causa delle tenebre che lo ricoprono. Il secondo periodo va dal primo diluvio fino alla prima olimpiade e siccome si raccontano tante storie fantastiche, Varrone lo chiama "mitico"; il terzo periodo va dalla prima olimpiade a oggi e Varrone lo chiama "storico" perché i fatti principali accaduti ci sono riportati da storici veri."

Ecco dunque che uno storico, nella sua suddivisione delle ere, utilizza come confine un Diluvio... ma quale? E quando si sarebbe verificato?

"Sul primo periodo, se abbia avuto o meno un inizio, non si potrà mai dire di quanti anni fu. Non sappiamo con precisione di quanti anni sia stato il secondo periodo ma si pensa a circa 1.600 anni. Dal primo diluvio, in effetti, chiamato diluvio d 'Ogigia, fino al regno di Inaco, si contano circa 400 anni, da li all'eccidio di Troia se ne contano circa 800, poco più di 400 poi da li alla prima olimpiade. E siccome questi ultimi, nonostante appartengano alla fine dell'epoca mitologica, si avvicinano più degli altri all'epoca degli scrivani, qualcuno ha cercato di meglio precisare il numero degli anni. Così Sosibius ha fissato il numero degli anni a 395; Eratostene a 407, Timeo a 417, Aretes a 514. Altre cifre ancora sono state indicate da altri autori ma il loro stesso disaccordo è testimone dell'incertezza del numero degli anni trascorsi."

Dunque sappiamo che si parla del Diluvio di Ogigia... e che si verificò circa 1600 anni prima della prima olimpiade... secondo il nostro calendario la prima olimpiade fu celebrata verso il 776 a.C. , il diluvio di Ogigia si sarebbe dunque verificato nel 2376 a.C., anno più, anno meno!

E sempre secondo la cronologia indicata, nell'anno 1176 a.C. circa si ebbe la fine di Troia. Nel 1976 a.C. si ebbe invece il regno di Inaco, chiunque esso sia!

Diluvio di Ogigia... occorre tornare indietro al periodo delle scuole per cercare nella memoria e poi nel libro, l'Odissea, qualche notizia su Ogigia... sappiamo infatti che al tempo della guerra di Troia, quindi intorno al 1176 a.C secondo la cronologia di Censorino/Varrone, Ogigia esisteva ma era pressoché disabitata, e questo ce lo conferma Omero quando ci dice che...
[Odissea, Libro I, 80-87]
"O nostro padre Cronide, sovrano tra i potenti, se questo é caro ai numi beati, che alla sua casa torni l'accorto Odisseo, allora, Ermete messaggero, argheifonte mandiamo all'isola Ogigia, che subito alla dea trecce belle dica decreto immutabile, il ritorno del forte Odisseo, perché possa tornare."
E' chiaro che Odisseo si trovava ad Ogigia... ma di quale terra si tratta? Per scoprirlo, o almeno per avere delle informazioni utili, occorre spostarci più avanti...
[Odissea, Libro V, 13-17]
"Là nell'isola giace, dure pene soffrendo, nella dimora della ninfa Calipso, che a forza lo tiene. E non può ritornare alla terra paterna, perché non ha navi armate di remi, non ha compagni che lo trasportino sul dorso ampio del mare."
E' Atena che parla agli dei, ricordando loro le pene di Odisseo. E' Atena che parla di isola, dimora della ninfa Calipso, ed è là che è diretto dunque Ermete messaggero... Ed è dunque nell'isola Ogigia che ci spostiamo ora, sempre nell'Odissea... é Zeus ora che parla...
[Odissea, Libro V, 29-35]
"Ermete, tu sempre sei il messaggero; alla ninfa bei riccioli porta decreto immutabile, il ritorno del costante Odisseo; che ritorni senza accompagno né di numi né d'uomini, ma sopra una zattera di molti legami, soffrendo dolori, arrivi al ventesimo giorno alla Scherìa fertili zolle, dei Feaci alla terra, che sono parenti agli dei."
Dunque il viaggio di Odisseo dovrà riprendere dietro ordine di Zeus e Odisseo partirà da Ogigia, l'isola, come abbiamo detto poco sopra, e a bordo di una zattera si dirigerà verso Scherìa... fertili zolle, terra dei Feaci parenti degli dei, terra che raggiungerà dopo venti giorni di navigazione... Ma oggi a noi interessa qualcosa di più su Ogigia, non Scherìa... che vedremo in altra occasione! Vediamo se troviamo qualcosa che possa aiutarci a capire quale sia la famosa e introvabile isola di Ogigia... E allora seguiamo Ermete, il messaggero degli dei, nel suo viaggio verso l'isola, attraverso il mare, fino alla grande spelonca in cui la ninfa abitava...
[Odissea, Libro V, 59-74]
"Gran fuoco nel focolare bruciava e lontano un odore di cedro e di fissile tuia odorava per l'isola, ardenti [..] Un bosco intorno alla grotta cresceva, lussureggiante: ontano, pioppo e cipresso odoroso. Qui uccelli dall'ampie ali facevano il nido, ghiandaie, sparvieri, cornacchie che gracchiano a lingua distesa, le cornacchie marine, cui piace la vita del mare. Si distendeva intorno alla grotta profonda una vite domestica, florida, feconda di grappoli. Quattro polle sgorgavano in fila, di limpida acqua, una vicina all'altra, ma in parti opposte volgendosi. Intorno molli prati di viola e di sedano erano in fiore..."
E così sappiamo che l'isola Ogigia aveva una grande grotta, vi cresceva la vite domestica, era ricca di uccelli e il clima era tale da permettere la crescita delle viole e del sedano. E niente altro? vediamo se Ermete ci aiuta...
[Odissea, Libro V, 99-101]
"Zeus m'ha costretto a venir quaggiù, contro voglia; e chi volentieri traverserebbe tant'acqua marina, infinita? non è neppure vicina qualche città di mortali..."
Dunque Ogigia è un'isola priva di città di mortali, posta in mezzo al mare infinito, ma qualcuno comunque vi abitava o vi aveva abitato in passato...
Ermete va via... ora chi potremo seguire alla ricerca di informazioni? Seguiamo Calipso, mentre guida Odisseo nella preparazione della zattera per il ritorno...
[Odissea, Libro V, 234-240]
"Per Odisseo magnanimo, poi, preparò la partenza. Gli diede una gran scure, ben maneggevole, di bronzo, a due tagli: e un manico c'era molto bello, d'ulivo, solidamente incastrato. Gli diede anche un'ascia lucida e gli insegnava la via verso l'estremo dell'isola, dov'erano gli alberi alti, ontano e pioppo e pino, che al cielo si leva, secchi da tempo, ben stagionati, da galleggiare benissimo."
Ecco altre preziose informazioni, c'era il bronzo, che veniva usato per fabbricare asce, c'era l'ulivo, e tra gli alberi vi era anche il pino, oltre al pioppo e all'ontano... Poi Calipso, terminata la zattera e munitala di vele, da ad Odisseo le informazioni per il viaggio di ritorno...
[Odissea, Libro V, 270-290]
Così col timone drizzava il cammino sapientemente, seduto: mai sonno sugli occhi cadeva, fissi alle Pleiadi, fissi a Boòte che tardi tramonta, e all'Orsa, che chiamano pure col nome di Carro, e sempre si gira e Orione guarda paurosa, e sola non ha parte ai lavacri d'Oceano; quella infatti gli aveva ordinato Calipso, la dea luminosa, di tenere a sinistra nel traversare il mare. Per diciassette giorni navigò traversando l'abisso, al diciottesimo apparvero i monti ombrosi della terra feacia: era già vicinissima, sembrava come uno scudo, là nel mare nebbioso."
Ecco le ultime informazioni... per andar alla terra dei feaci, Odisseo avrebbe dovuto navigare per circa 17 giorni tenendo gli occhi fissi alle Pleiadi e tenere Orione sulla sinistra durante la traversata... Dove si trova la terra dei feaci? Dove si trova Ogigia? Le domande aumentano... o Omero ha inventato tutto?
Ma ora finalmente Odisseo approda tra i Feaci e noi riprendiamo la strada indicataci dalla nostra guida, Censorino... con nella mente, però, un po più di notizie su Ogigia, quella del Diluvio...
"In merito al terzo periodo, tra gli autori esiste una divergenza di 6 o 7 anni sulla sua estensione, ma questa incertezza è stata pienamente dissipata da Varrone, che, dotato della più rara sagacia, pervenne, risalendo i tempi di alcune città, basandosi sulle eclissi e calcolandone gli intervalli, a far riemergere la verità e ad illuminare questo punto con tale luce che oggi è possibile precisare non solo il numero di anni ma addirittura il numero dei giorni di quest'epoca! Se non erro, seguendo questi calcoli, l'anno in cui ci troviamo e del quale il consolato di Ulpius e Ponziano é indice e titolo, a partire dalla prima olimpiade fino ai giorni estivi in cui si celebrano i giochi olimpici sono passati 1014 anni. se invece si inizia a contare dalla fondazione di Roma, ci troviamo nell'anno 991 a partire dalla festa "des Parilies", festa usata per il conteggio degli anni della città. Se invece si inizia a contare secondo l'anno Giuliano, ci troviamo nell'anno 283, a partire dalle calende di gennaio, periodo in cui Giulio Cesare ha voluto che cominciasse l'anno da lui stabilito. Se invece si conta a partire dall'anno detto degli Imperatori, siamo nell'anno 265, a partire sempre dalle calende di gennaio, nonostante solo il 16 delle calende di febbraio sotto la proposta di L. Munatus Plancus, il senato e il resto dei cittadini diedero il nome di "Imperatore Augusto" a Cesare Ottaviano, figlio del divino Cesare, allora console per la settima volta assieme a Vipsanius Agrippa che lo era per la terza volta. In merito agli egizi, siccome essi si trovavano, a quell'epoca, già da due anni sotto il dominio del popolo romano, il presente anno è per loro il 267 degli Imperatori."
Dunque, così apprendiamo che l'opera fu scritta nell'anno 238 d.C.... e che siamo in grado di fare questi conto lo dobbiamo, ancora una volta, a Varrone!
"Anche la storia d'Egitto, come la nostra, ha dato luogo a differenti ere: così distinguiamo l'era di Nabonassar, così chiamata dal nome del principe Nabonassar e che ad oggi ha raggiunto la cifra di 986 anni dalla data di inizio del suo regno. Quindi si parla dell'era di Filippo, che a partire dalla morte di Alessandro il Grande e contando fino ad oggi abbraccia un periodo di 562 anni. Tutte queste epoche degli egiziani cominciano sempre al primo giorno del mese da essi chiamato "thoth", giorno che quest'anno corrisponde al 7 di calende di luglio, tanto che cento anni fa, durante il secondo consolato di dell'Imperatore Antonino Pio e di Bruttius Praesens, questo giorno corrispondeva al 12 di calende d'agosto, epoca del levarsi della canicola in Egitto. Dunque, possiamo vedere che noi siamo oggi nel centesimo anno di questo Grande Anno che, come ho detto prima, è chiamato "solare", "canicolare" o anno di Dio."
E così ora sappiamo che nell'anno 138 d.C. iniziò un altro Grande Anno...
"Ho dovuto indicare in quale epoca cominciano gli anni per evitare che si pensi che questi comincino tutti alle calende di gennaio o a qualche altro giorno simile, perché sulla questione delle diverse ere si sottolineano non meno opinioni divergenti nelle volontà dei loro fondatori che nelle opinioni dei filosofi. Così alcuni fanno cominciare l'anno naturale al levar del sole nuovo, cioè in inverno, altri autori al solstizio d'estate, altri all'equinozio di primavera, altri ancora all'equinozio d'autunno, questi al levare, quelli al calare delle Pleiadi, altri ancora, infine al levare di Canicola."
Un bel caos, dunque, ma mai un dubbio sul fatto che gli antichi conoscessero alla perfezione l'anno solare, anche se con qualche approssimazione... e chissà che più avanti Censorino non possa raccontarci qualche altra cosa di interessante sul sapere dei suoi tempi, o magari, Varrone vorrà prender parte alla nostra tavola rotonda!?!


Ancora un grande:  Apollodoro: la creazione della razza umana e il Diluvio

Abbiamo già visto qualcosa su Apollodoro e la sua opera, ora proseguiamo...
Nel libro primo Apollodoro ci parla della cosmogonia greca, la nascita dell'universo e degli dei, ma anche la nascita della razza umana e del furto del fuoco...


(Biblioteca, Libro I, 7)

Dall'acqua e dalla terra Prometeo plasmò gli uomini e inoltre donò loro il fuoco racchiudendolo, di nascosto da Zeus, dentro una canna.



Prometeo per il suo furto venne condannato da Zeus ad una pena eterna... ma evidentemente aveva già dato vita alla sua discendenza, perché Apollodoro ci dice che



"Figlio di Prometeo fu Deucalione. Questi, mentre regnava sulle regioni circostanti Ftia, sposò Pirra, figlia di Epimeteo e di Pandora, la prima donna che gli dei avevano plasmato.

Quando Zeus decise di annientare la stirpe dell'età del bronzo, Deucalione per suggerimento di Prometeo costruì un'arca, la equipaggiò con il necessario e vi salì insieme a Pirra.

E Zeus, riversando una gran pioggia dal cielo, sommerse la maggior parte della Grecia tanto che tutti gli uomini perirono ad eccezione di quei pochi che si erano rifugiate sulle cime dei monti vicini: fu a quel tempo che le montagne della Tessaglia si separarono e tutto il mondo al di là dell'Istmo e del Peloponneso fu inondato".



Deucalione, sulla sua arca viene trasportato fino al Monte Parnaso dopo aver navigato per nove giorni e nove notti.

Deucalione e Pirra dopo aver sacrificato a Zeus Salvatore ripopolano il mondo lanciandosi pietre dietro le spalle, nascono così i popoli del mondo dopo il Diluvio...




Solo poche righe per aggiungere un piccolissimo riferimento storico a chi studia il diluvio di Deucalione...

[Apollodoro, Biblioteca, Libro III, 8]Fu durante il regno di Nittimo che si verificò il diluvio di Deucalione e alcuni dicono che esso avvenne proprio a causa dell'empietà dei figli di Licaone".Poco più avanti un altro riferimento:[Apollodoro, Biblioteca, Libro III, 14]Dopo la morte di Cecrope, divenne re Cranao, che era nato dalla terra; fu ai suoi tempi (si dice) che ebbe luogo il diluvio di Deucalione".Licaone e suo figlio Nittimo, sovrani della regione Arcadia, Cecrope e il suo successore al trono di Atene, Cranao, mitiche figure o personaggi storici?Di Licaone sappiamo ciò che ci ha raccontato Ovidio nelle Metamorfosi... e i miti sugli uomini lupo.Ma di che periodo parliamo?Secondo alcuni si tratta del 1500 a.C.... e questi pongono dunque in quel periodo il diluvio, ma non esiste niente di certo!Un altro piccolo tassello a quanto già sappiamo sul diluvio...

Considerazioni interessanti: non solo la Bibbia!



Vogliamo vedere cosa dicono i testi sacri indiani?

SRIMAD BHAGAVATAM - Kapila



[Canto 1, Cap. 3, verso 10]Il quinto avatara fu Kapila, il più elevato di tutti gli esseri realizzati. Egli espose ad Asuri Brahmana la conoscenza della metafisica e degli elementi della creazione, poichè nel corso del tempo questa conoscenza era andata perduta.Se volessimo prendere per buono ciò che ci dice questo verso, si potrebbe dire che Kapila è colui che ha recuperato il sapere del passato.Ma perchè la conoscenza andatò perduta?Di che periodo si parla?Chi era Kapila?Queste cose non mi è dato saperle... e dal testo che ho non si evince niente di più!Sembra però che apparve prima "dell'inondazione totale"... Questa avvenne durante la presenza del decimo avatara...ma vediamo cosa dice...[Canto 1, Cap. 3, verso 15]Quando soppraggiunse l'inondazione totale dopo l'era di Caksusa Manu e il mondo intero fu completamente sommerso dalle acque, il Signore assunse la forma di un pesce e protesse Vaivasvata Manu facendolo salire su un vascello.Se vogliamo dar credito a quando riportato in questo verso, vi fu una grande inondazione, non si parla di diluvio... potrebbe però essere un effetto dello stesso evento verificatosi in altre parti del mondo?Nella spiegazione del versetto si parla comunque di diluvio, affermando che "si scatena sempre un diluvio alla fine di ogni Manu".In ogni caso vi è un sopravvissuto, Vaivasvata Manu, un altro Noè, Ziusudra (o Utmapistim), Xisuthrus, Deucalione... e chissà quanti altri!

Finirà qui?

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO



Fonte: http://tuttologi-storia-e-archeologia.blogspot.com/2011/04/il-diluvio-universale-e-larca-di-noe.html 






Platone - Πλάτων - (Atene 428-347 a.C.)




Filosofo greco, viaggiò molto e si recò, tra l'altro, in Egitto.
Nel corso della sua vita conobbe Euclide.
Autore di numerosi "Dialoghi" tra cui la Repubblica, Timeo, Crizia, Fedro, Leggi...
Discepolo di Socrate, conobbe Aristotele.
Nel Timeo parla di Atlantide, attribuendo a Solone un racconto sulla mitica civiltà scomparsa...
Racconto proveniente dall'Egitto... da un sacerdote del tempio di Neith (Atena) della città di Sais:
".. fu una volta, o Solone, prima della grande distruzione per mezzo delle acque (il diluvio universale?), quella che ora è la città degli ateniesiuna città prestantissima, e per la guerra e per tutte le altre cose ben ordinata più che alcun altra, per opera della quale si dice abbiano avuto luogo le più belle imprese e i più belli ordinamenti di quanti mai sotto il cielo ci sia stata trasmessa notizia.
Or come udì queste cose Solone, disse di essersene meravigliato, e di averci messo ogni buon volere, pregando i sacerdoti che gli raccontassero ordinatamente per filo e per segno tutto ciò che sapevano dei suoi antichi concittadini.
E il sacerdote gli rispose: Non c'è ragione di rifiutartelo, o Solone,; e per amor tuo e della città tua parlerò, e sopra tutto anche per rispetto della Dea che possedette, nutrì e allevò la citta vostra e la nostra, anzi la vostra mille anni prima, ricevendo il seme di voi dalla Terra e da Efesto, e la nostra posteriormente. E di questa fondazione nostra nelle sacre scritture è scritto il numero di ottomila anni. Pertanto dei tuoi concittadini, che sono stati novemila anni fa, ti esporrò brevemente e le leggi e delle opere loro quella che fu la più bella; [..] Molte grandi opere pertanto della città vostra quì trascritte si ammirano, ma a tutte una va di sopra per grandezza e per valore; perocchè dice lo scritto di una immensa potenzacui la vostra città pose termine, la quale violentemente avea invaso insieme l'Europa tutta e l'Asia, venendo di fuori dal mare Atlantico. Infatti allora per quel mare là si poteva passare, perchè innanzi a quella foce stretta che si chiama, come dite voi, colonne d'Ercole, c'era un'isola. E quest'isola era più grande della Libia e dell'Asia insieme, e da essa chi procedeva trovava allora un valico alle altre isole, e dalle isole a tutto il continente dall'altra parte intorno a quel mare là [..] Ora in questa isola Atlantide era sorto un grande e mirabile impero, il quale la dominava tutta quanta con molte altre isole e alcune parti pure del continente. Ed oltre di ciò anche delle regioni da questa parte del mare interno signoreggiavano sulla Libia fin verso l'Egitto e sull'Europa fino all'Etruria. Or tutta questa forza raccolta in uno tentò una volta con un impeto solo di soggiogare e i luoghi vostri ed i nostri e quanti altri sono di qua dello stretto. E fu allora, o Solone, che la potenza della città vostra diventò illustre presso tutti gli uomini e per valore e per vigoria. Perocchè avendo la preminenza su tutti per forza d'animo e per ogni arte di guerra, parte da sola per necessità, quando gli altri la abbandonarono, dopo esser giunta agli estremi pericoli, riuscì a trionfare degli invasori e ad innalzarne trofei; e coloro che non erano ancora stati soggiogati impedì che si soggiogassero, e gli altri, quanti abitiamo di quà dai confini di Ercole, tutti generosamente liberò.
In tempi posteriori per altro, essendo succeduti terremoti e cataclismi straordinari, nel volgere del giorno e d'una brutta notte, quando v'era presso di voi atto a combattere, tutto in massa si sprofondò sotto terra, e l'isola Atlantide similmente ingoiata dal mare scomparve. Per questo anche adesso quel mare là è diventato impraticabile e inesplorabile, essendo d'impedimento il fango dei bassi fondi che l'isola sommersa produsse."
Vi invito a leggere voi stessi il Timeo...
troverete anche tante altre cose d'interesse...

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO


Gilgamesh e i Maya, un viaggio attraverso l'Oceano?




Quante cosa sono ancora nascoste tra le pagine di libri scritti e mai letti?
Quante cose devono ancora esser tradotte da lingue salvate per caso dalla morte?

Questa è una storia un po strana, che inizia ad Uruk, antichissima città del sud della Mesopotamia e, attraverso l'Oceano, termina in America, nella terra dei Quiché.

Leggendo leggendo, mi scontro con fatti strani e affascinanti e non posso fare a meno di trovare delle somiglianze... di intravvedere un filo trasparente come seta attraversare il mondo e la storia e i secoli e i millenni, solo per me, forse!
Ho già scritto di Gilgamesh come dei Quiché, ora per gioco ma non troppo voglio mettere assieme questi popoli e vediamo che cosa accade.
L'epopea di Gilgamesh racconta del suo viaggio alla ricerca dell'unico uomo che abbia avuto il dono dell'Immortalità, Utnapistim, sopravvissuto al Diluvio. Gilgamesh va dunque alla sua ricerca e dopo varie peripezie giunge dal barcaiolo di UtnapistimUrsanabi. Qui accade qualcosa di poco chiaro e così Gilgamesh distrugge delle "Cose di Pietra"...Gilgamesh chiede ad Ursanabi di essere condotto con lui al cospetto diUtnapistim ma Ursanabi, arrabbiato risponde:
"Gilgamesh, quelle cose che hai distrutto hanno la facoltà di trasportarmi sull'acqua, di impedire alle acque della morte di toccarmi. Per questo le conservavo; ma ora tu le hai distrutte e con esse i serpenti urnu..."

Cosa distrusse Gilgamesh?
Cosa sono le Cose di Pietra?
Cosa sono i serpenti urnu?

Comunque il viaggio prosegue, Gilgamesh viene condotto da Utnapistimil Lontano, che vive a Dilmun, nel luogo del transito del Sole, ad Est della montagna...

"Ora Utnapistim, da dove giaceva a suo agio, guardò lontano e disse in cuor suo, riflettendo tra sé: 'Perché mai il battello naviga fin qui senza sartiame o albero? Perché sono distrutte le sacre pietre, e perché non è il nocchiero a governare il battello?

Così pare che Utnapistim potesse vedere molto lontano... chissà...

Utnapistim aveva già compiuto in precedenza opere meritevoli di riguardo, infatti aveva costruito una grande nave e aveva salvato la stirpe degli esseri viventi sulla Terra dal Diluvio...
ora, riceve Gilgamesh e gli racconta i suoi segreti...

Ma adesso é ora di passare su un altro continente, alla ricerca delle tracce di viaggiatori del passato. Siamo ora nella terra dei Quichè... e si parla dei popoli che vennero dopo la creazione, di popoli che: "Riuscirono a conoscere tutto ed esaminarono i quattro angoli ed i quattro punti della volta del cielo e della faccia della Terra".
Poi accadde qualcosa e "il Cuore del Cielo gettò una nebbia sui loro occhi, i quali si appannarono come quando si soffia sulla lastra di uno specchio. I loro occhi si velarono e poterono vedere soltanto ciò che era vicino... Così vennero distrutte la loro sapienza e tutte le conoscenze dei quattro uomini, origine e principio della razza quiché."

Questo popolo perse le conoscenze che aveva acquisito...
Quale fu la causa?

Dal popolo che perse le conoscenze deriva un nuovo popolo... un popolo particolare... che viene dall'Oriente...

"Erano diversi i nomi di ciascuno quando essi si moltiplicarono là nell'Oriente, e molti erano i nomi della gente: TepeuOlomànCohah,QuenechAhauché così si chiamavano questi uomini là nell'Oriente, dove si moltiplicarono. Si conosce anche l'origine di quelli di Tamub e di quelli di Ilocab, che vennero insieme di là, dall'Oriente... Là stettero allora in gran numero gli uomini neri e gli uomini bianchi, uomini di molte specie, uomini di molte lingue, che era portentoso udire."

Più tardi i quichè intrapresero un viaggio, forse alla ricerca di qualcosa che li aiutasse a far tornare la luce del sole, giungono in una località chiamata Tulàn e li gli apparvero i loro dei... TohilAvilix e Hacavitz... efu allora che le lingue di tutti i popoli divennero diverse e non si capivano più... (come nel racconto di Babilonia e la torre di Babele,Babel voleva dire Caos..) ed i loro indumenti erano solo pelli di animali ma erano uomini prodigiosi... anche Gilgamesh vestiva solo pelli di animali... quando arrivò da Utnapistim!

Veramente il racconto è molto confuso, per cui a volte si parla di dei, altre volte con gli stessi nomi ci si riferisce a monti...
Ma da dove giunsero questi dei o uomini prodigiosi?

Dal mare ma... "Non é ben chiaro, tuttavia, come avvenne il loro passaggio sul mare; come se non esistesse il mare, passarono su pietre, su pietre messe in fila sull'arena. Per questo motivo vennero chiamate Pietre in fila, Arene divelte, nomi che essi diedero loro quando attraversarono il mare, essendosi divise le acque quando essi passarono."

Quante strane coincidenze... uomini che vengono dall'Oriente, Diluvio, lingue che si mischiano e popoli bianchi e neri... mare che si apre, pietre in fila...
e se leggiamo ancora Gilgamesh, vi sembrerà sempre più possibile che lui abbia raggiunto quelle terre... e sia poi andato via...
E chissà che il Re Gucumatz (il re che diede inizio all'espansione del degno dei quichè) non sia altri che lo stesso Gilgamesh...

Forse, dopo queste righe, direte...
Tutte fantasie...
Eppure la storia... quella ufficiale, ci parla di un dio o di un uomo,Quetzalcoatl, dio degli aztechi, il cui nome significa serpente piumato...
Dio o uomo giunto dal mare e che andò via perché fu scacciato ma un giorno sarebbe tornato dal mare, a bordo di navi...

Ha, a proposito, non è che i serpenti urnu di Gilgamesh sono i serpenti piumati?


Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO







Solone, Platone e Fetonte, figlio del Sole



Ancora una volta, rileggendo il Timeo, vengo colpito da qualcosa...
Questa volta è il terzo capitolo, lo stesso in cui si parla del mito di Atlantide che mi colpisce per un aspetto che non avevo osservato con attenzione... e sempre Critia che racconta ciò che da ragazzo sentì da un più vecchio Critia durante la festa Cureotide che asseriva di averla sentita raccontare da Solone sulla sua visita in Egitto e in particolare presso la città di Sais.
Solone parlava con i sacerdoti del tempio di Neith (Atena) di Foroneo e Niobe, vissuti prima del Diluvio e di Deucalione e di Pirra e di come s'erano salvati dal Diluvio, quando un sacerdote, per alcuni di nome Sonchis, per altri Pateneit, lo interruppe dicendo:
"... voi Greci siete sempre fanciulli e un Greco vecchio non c'é [..] Perocchè non avete in essa per antica udita alcuna antica opinione né scienza che per il lungo tempo sia diventata canuta. E il perché di ciò è questo: molte volte e per molti modi avvennero stermini di uomini e ne avverranno, per mezzo del fuoco e dell'acqua i maggiori, e per infinite cause altri più lievi. Infatti ciò che si racconta presso di voi, che una volta Fetonte figlio del Sole, aggiogato il carro paterno, per non esser capace di guidarlo sulla strada del padre, bruciasse quanto era in terra e perisse fulminato, questo si racconta in forma di favola, ma la verità è la deviazione delle cose che circuendo la terra vanno per il cielo, a la distruzione per mezzo del fuoco, dopo lunghi periodi di tempo, di tutto ciò che è sulla terra. Allora infatti..."

Tutto il resto è interessantissimo ma voglio cercare di capire meglio queste poche righe...

In primis, il sacerdote afferma che i greci sono giovani nel senso che non conoscono la storia.
Motivo? Le numerose estinzioni che hanno colpito il genere umano (e in particolare il popolo greco).
Le estinzioni sono causate principalmente da acqua e fuoco, così nel passato come nel futuro.
Poi arriva la spiegazione della favola di Fetonte... che è visto come il figlio del Sole perchè portò distruzione per mezzo del fuoco... ma Fetonte non è altro che uno o più corpi celesti che deviati dal loro percorso finirono sulla terra e la distrussero con il fuoco.
E poi, per finire, sembra che ciò accada ripetutamente ad intervalli di tempo...

Bene, dopo queste poche righe vi invito a leggere il Timeo con attenzione e senso critico, cercando di andare oltre le parole, cercando di capire cosa potesse esserci dietro le parole...

Cercando di capire la Storia che potrebbe essere alla base di racconti, miti e leggende perchè conoscere meglio il passato potrebbe aiutarci a vivere meglio il presente preparandoci correttamente al futuro...

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO









L'ALTRO ULISSE

Presentiamo l'intervista del nostro nuovo amico  Alberto Majrani, invitiamo i blogger ad intervenire in merito alle sue suggestive argomentazioni.


Una sorprendente soluzione dei misteri dell’Odissea

intervista con Alberto Majrani
di Osvaldo CARIGI
pubblicata sul n° 6 di FENIX - aprile 2009

Forse ben poche opere del passato hanno avuto, al pari dell’Iliade e dell’Odissea , l’”onore” di essere, fin dalla loro prima apparizione, oggetto di un’accesa 'scansione' critica che ha percorso i secoli generando una notevole saggistica circa il luogo di origine di Omero, l’attribuzione allo stesso di entrambi i poemi e il reale contesto geografico in cui inquadrare i fatti narrati nei due epos. Negli ultimi tempi, la questione omerica si è arricchita di nuove interessanti ipotesi alternative e quindi foriere, manco a dirlo, di ulteriori discussioni sulla loro validità; in tale contesto, un libro che ha attirato l’attenzione degli appassionati della cosiddetta archeologia ‘eretica’, nonchè gli immancabili strali degli accademici, è “Ulisse, Nessuno, Filottete” di Alberto Majrani. Lo studioso milanese, analizzando attentamente i versi dell’Odissea, è giunto alla conclusione che il vero protagonista dell’Odissea non sarebbe il famoso re di Itaca, ma un altro forse meno reclamizzato partecipante alla guerra di Troia: l’impareggiabile arciere tessalo Filottete (www.filottete.it ).


 
                   Filottete



Sicuramente non deve essere stata un’impresa facile, quella del Majrani, di inquadrare il poema in un’ottica interpretativa così sorprendentemente diversa da quella classica, e questo anche a fronte del suo bagaglio professionale, alquanto atipico per l’argomento in questione.

Alberto MAJRANI:” In effetti il mio curriculum è abbastanza  anomalo: sono laureato in scienze naturali e ho sempre svolto un lavoro di fotografo e giornalista scientifico e turistico. Apparentemente è quanto di più lontano ci possa essere dalla mitologia classica!”
Osvaldo CARIGI:” Alberto, quale è stata ‘l’anomalia di fondo’ dei poemi omerici che ti ha portato a iniziare questo lavoro di ricerca assolutamente fuori da ogni contesto di esegesi rigorosamente tradizionalista dei predetti?”
A.M.: “Nel corso dei miei viaggi e dei miei studi mi sono reso conto di quanto fosse complicato far concordare i dati storici e archeologici con tutto il ricchissimo materiale dei racconti mitologici. Eppure, alcuni miti prendono chiaramente spunto da storie vere o da fenomeni naturali: gli antichi vedevano i vulcani e i terremoti e pensavano che ci fosse una divinità sotterranea come il fabbro Efesto che lavorava nella sua fucina, sentivano il vento e pensavano che Eolo soffiasse, e così via. Parliamo, quindi, di avvenimenti reali magari ingigantiti ma sempre con un fondo di verità. Invece, con i poemi omerici ci troviamo in una strana situazione di cortocircuito: migliaia di pagine con una miriade di personaggi e di luoghi descritti accuratamente, ma che non sembrano corrispondere in niente con gli eventi reali e i reperti archeologici del Mediterraneo, se non a costo di continui salti mortali interpretativi, o di vere e proprie forzature. Possibile che non ci fosse un'interpretazione più semplice, e al tempo stesso più efficace? Qualcosa tipo le tre leggi di Keplero, che ora sui libri di scuola stanno in una paginetta, ma che riuscirono finalmente a spiegare i movimenti degli astri nel cielo, un problema che aveva fatto impazzire i migliori sapienti di tutti i tempi?”
O.C.:”E questa tanto agognata interpretazione più semplice, sembra che tu l’abbia trovata decodificando i tanti criptici messaggi di cui sarebbe costellata l’Odissea e dietro i quali si celerebbe una verità davvero sorprendente.
A.M.: “Sì, sembra incredibile, ma basta semplicemente cambiare un presupposto (e che presupposto!) per fare quadrare tutto. Eppure, una volta che si accetta questo cambio di prospettiva, ci si accorge che i messaggi che ci manda continuamente Omero sono tutt'altro che criptici, ma diventano del tutto logici ed evidenti. E' logico pensare che, se uno è partito per la guerra e non è ancora tornato dopo vent'anni, ciò significa che è morto; e in effetti l'idea che Ulisse sia ormai defunto viene ripetuta per almeno una cinquantina di volte. Mentre i pochi che affermano che "forse" Ulisse è ancora vivo, vengono subito smentiti dopo pochi versi; e costoro sono proprio quelli che hanno interesse a far sì che il vero Re di Itaca ritorni a sistemare le cose, come il figlio Telemaco o i servitori più fedeli, che saranno ricompensati ampiamente, con una bella moglie, una casa e un podere. Anche gli Dèi dicono che Ulisse è vivo, ma agli Dei si possono attribuire tante affermazioni, visto che raramente si preoccupano di smentire...”
O.C: “La chiave di volta delle tue ricerche sembra essere stata un’attenta e alternativa analisi del “numero da circo” proposto da Telemaco ai Proci per decidere chi di questi sarebbe andato in sposo a Penelope e, di conseguenza, diventare re di Itaca. Tutti noi sappiamo che la prova consisteva nel cercare di attraversare con una freccia gli anelli di dodici scuri allineate. Sappiamo, altresì, che il vincitore fu Ulisse, ma, come si legge nel tuo libro, “In tutta l’Iliade Ulisse non usa mai l’arco, neanche durante i giochi in onore di Patroclo” quindi, come suol dirsi, i conti non tornavano… Solo un guerriero dotato di grande valentia nell’uso dell’arco poteva portare positivamente a termine l’impresa prospettata dal figlio di Ulisse. Ecco allora che ti sei ricordato del più abile degli arcieri achei…..
A.M.:Eh già, infatti quelle poche volte che Ulisse prende in mano un arco, poi non lo usa, salvo affermare che  solo Filottete era più bravo di lui! Proprio Ulisse ci dà la giusta "dritta", e come nei migliori gialli, bastano pochi indizi per trovare la soluzione dell'enigma. Nei due poemi ci sono ben poche  informazioni su Filottete, ma più che sufficienti: era il migliore degli arcieri achei e doveva essere zoppo a causa di una grave ferita a un piede. E poi ci si accorge che anche quello strano Ulisse giunto a Itaca zoppica, perché cammina lentamente, appoggiandosi a un bastone, viene continuamente paragonato al dio Efesto, zoppo pure lui, fino al famoso riconoscimento da parte della nutrice che scopre la profonda cicatrice sul ginocchio, mentre gli lava i piedi. Quindi il problema doveva essere nel piede, e non nel ginocchio! Tanto che il vero Ulisse aveva delle cosce perfette e si vantava di essere un eccellente corridore; tutte queste incongruenze si risolvono automaticamente nel momento in cui ci si rende conto dello scambio di persone: non era lui, ma quell'altro, e tutto si spiega! Strano, vero?
O.C.:”Sempre focalizzando l’attenzione sulla vicenda finale dell’Odissea, la tua ‘rivisitazione’ della stessa può sembrare, a prima vista, davvero sorprendente. In sintesi tu asserisci che Telemaco, oramai convinto che suo padre sia morto, escogita un piano diabolico che prevede il succitato “numero da circo” come preambolo ad un successivo massacro degli ignari Proci. E proprio uno di questi, Leocrito, sembra darci la motivazione di quella che tu definisci “una strage di Stato”:“Se l’Itacese Odisseo, sopraggiungendo in persona, i pretendenti alteri in casa sua banchettanti macchinasse nel cuore di cacciar dalla sala, non proverebbe gran gioia la donna, che tanto lo sogna, del suo ritorno, ma qui forse avrebbe morte ingloriosa, volendo lottare con molti”. (Odissea, libro II, 246-51).
A.M.:Siamo nella tarda età del bronzo e le regole di discendenza non sono ancora codificate, e d'altra parte Telemaco non può compiere un "golpe" sanguinoso senza alcuna giustificazione. Ma se il vero Re torna, compie la sua vendetta e poi si autoesilia lasciandogli sgombro il campo, tutto diventa più facile. Molti credono di conoscere l'Odissea perché hanno ben scolpite nella mente le fantastiche avventure di Ulisse, che occupano la parte centrale del poema, ma le parti più interessanti e realistiche si trovano all'inizio, con il viaggio di Telemaco alla ricerca di alleati per sconfiggere i Proci, e alla fine, con l'arrivo simultaneo di tutti i congiurati.

            strage dei Proci



O.C.:” Filottete, ingaggiato da Telemaco, sbarca a Itaca e si presenta a corte sotto le mentite spoglie di un redivivo Ulisse e nessuno dei Proci presenti, poco più che ventenni, sembra accorgersi di questa ‘sostituzione’ o, quanto meno, non riesce a dipanare qualche dubbio sull’identità dello ‘straniero’. Ad esempio Antinoo afferma che “Non c’è nessuno fra tutti costoro, che sia uomo tale qual era Odisseo; io l’ho veduto, e lo ricordo; certo allora ero un bambino” (Odissea, libro XXI, 93-95). Anche Eurimaco ricorda di, come fanciullo, veniva tenuto sulle ginocchia da Ulisse e ora, nel supplicarlo di non ucciderlo, premette che “Se proprio sei l’Itacese Odisseo che ritorna….”(Od., libro XXII, 45). Sono passati molti anni dalla partenza di Ulisse e, come abbiamo visto, i Proci, allora, erano dei bambini e, quindi, hanno un vago ricordo del loro sovrano, anche in considerazione del riuscito travestimento da vecchio malconcio, escogitato da Filottete/Ulisse per tenere nascosta la propria identità fino al momento della prova con l’arco. Vi è però un episodio che può dare adito a qualche rilievo circa la validità della tua teoria incentrata sull’effettivo mancato riconoscimento del ‘falso’ Odisseo: l’incontro di questi con il suo vecchio fedele cane Argo, che, seppur semi morente, riconosce subito il padrone” 

A.M.:In effetti, questa è la prima obiezione che mi viene sempre fatta quando comincio a esporre la mia teoria. L'episodio del riconoscimento da parte del vecchio cane fedele è certamente uno dei momenti più commoventi dell’intero poema, in cui Omero riesce con pochi versi a descrivere una scena di grande intensità emotiva. Ma se continuiamo a cercare di osservare l’episodio con la necessaria freddezza, ci rendiamo conto che anche qui la nostra analisi mantiene la sua validità: neanche il cane potrà "testimoniare" di aver visto Ulisse, dato che muore subito! E così succederà che moriranno anche tutti quelli che non riconoscono il Re ritornato, come tutti i Proci, alcuni loro parenti, e persino una dozzina di ancelle, impiccate poco democraticamente dallo stesso Telemaco. Altri eventuali testimoni si trovano in luoghi lontanissimi e inaccessibili. 
O.C.“Nel contesto della tua rivisitazione dell’Odissea c’è ovviamente posto anche per Omero, la cui “storicità”, come già ricordato nella prefazione, è da sempre al centro di contrapposte ipotesi interpretative.





Busto di Omero; Museo Capitolino


In tale contesto, mi ha particolarmente incuriosito un particolare nella descrizione, contenuta nel libro, dell’arrivo di Omero ad Itaca e del suo susseguente incontro con il figlio di Odisseo:“Telemaco ascolta la storia dell’Iliade”, significando una tua collocazione temporale nella stesura del poema più o meno coeva a quella della guerra di Troia e acclarando, nel contempo, le origini troiane dell’aedo cieco poiché“conosce troppe cose accadute entro le mura della città assediata”.”
A.M.Omero è il geniale poeta di corte, che inventa una serie di favolose avventure per giustificare la lunga assenza dell'eroe.

Ulisse e le Sirene, urna etrusca dal Museo Guarnacci di Volterra


Ma, essendo amante degli enigmi e dei giochi di parole, inserisce tutta una serie di indizi, che io ho chiamato "messaggi in bottiglia", per fare capire come sono andate realmente le cose. E anche lui, o meglio, la sua "proiezione" a Itaca, il cantore Femio, implora Ulisse di risparmiargli la vita, promettendogli di ricompensarlo con la sua arte. Una cosa che stranamente mi è sfuggita scrivendo il libro, e che mi fa piacere rivelare ora ai vostri lettori. Un altro sopravvissuto, Medonte, non è solo l'araldo di Itaca, ma ha anche lo stesso nome del "vice" di Filottete all'epoca della spedizione a Troia. Quindi anche questo  può essere un'altro dei tanti "messaggi in bottiglia" lanciati da Omero, e può dare un'idea di quante altre interpretazioni inedite possono nascere dalla mia teoria. I cantori descritti nell'Odissea, come Femio e Demodoco, raccontano gli episodi della guerra di Troia, conclusasi da alcuni anni. Quanto a Omero, il suo nome può significare "ostaggio", ed è evidente che descrive i Troiani in modo molto più positivo rispetto ai rozzi Achei; si può ragionevolmente pensare che fosse una specie di cantastorie girovago, come ce ne sono stati fin dalla notte dei tempi, vissuto dapprima presso i Troiani e poi con gli Achei. Questo spiegherebbe anche sia le somiglianze che le diversità stilistiche dei due poemi. Salta anche uno dei molti luoghi comuni offensivi su Omero: non è affatto vero che Omero dormisse, le sue apparenti contraddizioni  sono il frutto del raffinato gioco di enigmi e incastri creato ad arte dal poeta, e si risolvono in un sol colpo con la mia interpretazione. E quindi si può pensare che l'Odissea non sia un minestrone di miti cucinati assieme in qualche modo, ma sia un lavoro di un unico autore, con una sua logica e coerenza.

O.C.:”Come abbiamo visto, tu affermi che il visitatore misterioso che sbarca a Itaca e compie la strage non è Ulisse ma Filottete. Orbene, nell’Odissea vi è un personaggio portato da Telemaco nell’isola: il fuggitivo Teoclimeno, che, secondo la tua tesi, è in realtà lo stesso Filottete, frutto dell’ennesima ‘proiezione’ di identità escogitata da Omero nel suo poema.”
A.M.:Questo strano Teoclimeno viene introdotto con grande enfasi e poi sparisce proprio sul più bello; ma sarà un caso che Teoclimeno sembri quasi un anagramma (a parte una emme al posto di una effe) del nome Filottete? Io ho intitolato il mio libro "Ulisse, Nessuno, Filottete" anche per riecheggiare il pirandelliano "Uno, nessuno e centomila". Non a caso lo stesso Ulisse viene definito "multiforme" proprio perché si incarna in diversi personaggi. Omero amava i giochi di parole: il più noto è quello con cui  Odysseus, Ulisse, inganna il ciclope Polifemo, dicendo di chiamarsi Outis, cioè Nessuno: l'assonanza tra Outis e Odysseus purtroppo si perde nella traduzione.  Polifemo ripete che Nessuno lo acceca, Nessuno lo uccide. Questo concetto ritorna continuamente nel poema: nessuno è mai tornato vivo dall'oltretomba, nessuno ha mai oltrepassato gli scogli delle sirene, nessuno mai sbarca nella terra dei Feaci, e così via. E nessuno, finora, lo aveva preso alla lettera!
O.C.:”Secondo gli studi di due astronomi, Marcelo Magnasco della Rockfeller University di N:Y e Costantino Baikouzis dell’osservatorio argentino di La Plata, Omero avrebbe descritto, ovviamente in forma poetica, un’eclissi solare realmente accaduta il 16 aprile 1178 a.C., data del massacro compiuto da Ulisse. Nel libro XX dell’Odissea (355-357) Teoclimeno così conclude la sua arringa contro i Proci presenti nella sala reale: “d’ombre è pieno il portico, pieno il cortile che scendono all’Erebo, sotto la tenebra; il sole del cielo s’è spento, fatale è scesa una notte di morte” (355-357). In base alla tua teoria secondo la quale Teoclimano è lo stesso Omero, si potrebbe affermare che questi avrebbe assistito al fenomeno ottico.”
A.M.:Io invece ho ipotizzato che fosse il giorno del solstizio d'estate, una data molto importante presso gli antichi, dato che si afferma che era la festa di Apollo arciere, e Apollo era il dio della luce. Del resto, in un'epoca in cui ben pochi possiedono un calendario, dei congiurati possono darsi appuntamento solo in un giorno preciso, ben noto a tutti. Se davvero ci fosse stata un'eclisse, penso che Omero ci avrebbe ricamato sopra molto di più. E poi io contesto anche la tradizionale collocazione geografica e temporale degli eventi, quindi tutti i calcoli andrebbero rifatti!
O.C.:”Contestazione da te ampiamente argomentata nell’appendice del libro e che si potrebbe riassumere nell’assunto che i due poemi omerici non furono altro che la trasposizione in area mediterranea di avvenimenti realmente accaduti nel nord Europa.”
A.M.:Nel 1870, un archeologo dilettante, Heinrich Schliemann, si vantò di aver scoperto le rovine dell'antica Troia in Turchia. In realtà, molti archeologi seri dubitano di poter identificare quel sito con la città omerica, perché non si riesce a trovare ciò che si cerca, mentre si trova ciò che non dovrebbe esserci! Circa una quindicina di anni fa sono usciti quasi contemporaneamente due saggi: uno, del giornalista Iman Wilkens, localizza l'antica città in Inghilterra, e l'altro, dell'ingegnere Felice Vinci, intitolato "Omero nel Baltico", pone i biondi "Danai" in Danimarca, Troia presso la cittadina finlandese di Toija, e individua molte altre località con impressionanti assonanze. La collocazione nordica rende comprensibili le apparenti incongruenze geografiche, come il clima freddo e nebbioso, gli strani fenomeni naturali come il gorgo di Cariddi (un tipico maelstrom), le "isole galleggianti" (degli iceberg!), le puntigliose descrizioni dei luoghi omerici, che però non coincidono con gli omonimi mediterranei, e così via. I nordici guerrieri, una volta scesi a sud con le loro “concave navi”, oppure migrati lungo la "via dell'ambra", avrebbero ribattezzato le località del Mediterraneo con i nomi presenti nelle loro saghe, dando luogo a un'inestricabile guazzabuglio e alla diceria secondo cui "Omero è un poeta e non un geografo". Povero poeta, sempre calunniato da chi non l'ha capito! Quanto alla datazione, si è immaginata una lunga trasmissione orale prima che i poemi venissero trascritti nell'ottavo secolo avanti Cristo, quando finalmente si trovano nell’area greca dei reperti archeologici significativi, dato che il mondo Omerico è più arcaico di quello dell'VIII secolo, ma corrisponde meglio al XII. Ma ciò non è affatto necessario! Il mondo nordico dell'VIII secolo era rimasto più arretrato, quindi i poemi possono essere arrivati in Grecia subito dopo gli eventi. Lassù la scrittura non esisteva ancora, e quindi i poemi sono andati persi; nel sud la scrittura, la pittura e la scultura c’erano già nel XII secolo, ed è assurdo che il più importante conflitto dell'antichità non abbia lasciato traccia per quattro secoli. Concludendo, bisogna far cadere alcuni presupposti sulle vicende di Ulisse e soci: non era lui, non era lì, e non era neanche quella volta! Solo così la questione omerica si risolve: Omero era un genio, peraltro incompreso, i suoi messaggi sono chiarissimi, e gli avvenimenti narrati sono molto realistici. Ora sì che c'è da divertirsi!
LE COLONNE D’ERCOLE
O.C. Una delle tue poche divergenze con Felice Vinci, seppur sempre nell’alveo di una ambientazione ‘nordica’ delle vicende omeriche, riguarda la collocazione delle famose Colonne d’Ercole che il primo fa corrispondere alle odierne Far Oer mentre tu le identifichi con la costa nord dell’Irlanda ed in particolare con una formazione naturale nota come il “Selciato dei Giganti”.

Irlanda: Selciato dei Giganti


Ci puoi dire come sei giunto a stabilire tale localizzazione?

A.M.:Il mito di Ercole presenta molte caratteristiche nordiche, ed era presente nelle isole britanniche già in epoca molto antica. Ciò suggerisce una originale soluzione ad uno dei problemi degli antichi geografi: la collocazione delle famose Colonne d'Ercole, che rappresentavano il limite del mondo conosciuto, e che solo in un secondo tempo furono situate a Gibilterra. Nell'Irlanda del nord, proprio di fronte all'oceano, il "fiume Oceano" che ricorda la Corrente del Golfo, c'è una straordinaria formazione geologica, oggi nota come "Selciato del Gigante", costituita proprio da 40.000 gigantesche colonne di basalto! Quindi lì c'era Ercole, c'era l'Oceano e c'erano pure le colonne! Devo dire che questa idea è piaciuta molto anche al Professor Giulio Giorello, che ha scritto la prefazione del mio libro.
O.C.: Nel libro 'Ulisse' di Paolo Granzotto è scritto: "Un altro che emigrò in Italia fu Filottete, l'uccisore di Paride. Scacciato dai ribelli della sua Melibea si rifugiò in Calabria e lì edificò la città di Crotone. Quando morì venne sepolto insieme al suo infallibile arco sulle sponde del fiume Sibari". Concordi con questa versione?
A.M.:Sì, conosco la leggenda di Filottete in Calabria; ma come ho detto, i navigatori e guerrieri nordici emigravano al sud, quindi anche Filottete poteva far parte di una di queste spedizioni.





Alberto Majrani



Chi ha ucciso realmente i Proci?

ULISSE,NESSUNO,FILOTTETE

Scoperto dopo tremila anni

il protagonista nascosto dell'Odissea



Prefazione di Giulio Giorello

LoGisma Editore www.logisma.it



Intervista originale su




COM’ERA FATTO L’ARCO DI ULISSE? E PERCHE’ I PROCI NON ERANO IN GRADO DI TENDERLO?








di Alberto Majrani



In un precedente intervento
(vedi http://ilmulinodeltempo.blogspot.com/2011/05/laltro-ulisse.html  ), abbiamo visto come tutto il racconto dell’Odissea diventi estremamente logico e realistico una volta che si cambi drasticamente la prospettiva della narrazione Omerica. Ulisse non era... Ulisse, ma colui che Ulisse stesso presenta come il migliore degli arcieri achei, cioè Filottete: un mercenario ingaggiato da Telemaco per interpretare il Re di Itaca e liberarsi di tutti i Proci. Esaminiamo ora in questa luce una delle scene più importanti dell’Odissea: quella della sfida con l’arco. Come si ricorderà, i Proci hanno tentato inutilmente di tendere l’arma, ma ora il compito spetta ad Ulisse, o a chi per esso.


Quindi “Ulisse” prende in mano l’arco, cominciando ad esaminarlo e a palparlo accuratamente, tanto che due giovani commentano:



 Certo costui era un esperto, un uomo pratico d’archi.

E forse anche lui possiede archi simili in casa (XXI,  397-398)


Chiaramente, nessuno a Itaca aveva mai visto un arco di quel tipo: probabile quindi che Filottete se lo fosse portato dietro da casa. Magari era stato nascosto tra i cosiddetti doni che Menelao aveva fatto a Telemaco: in effetti, quando Penelope lo prende per portarlo nella sala, lo estrae dalla sua custodia, che stava a sua volta in mezzo alle arche contenenti le vesti. Quindi è plausibile che nessuno l’avesse visto mentre veniva introdotto nella reggia. Ma è possibile che un gruppo di baldi giovani in pieno vigore fosse così smidollato da non riuscire a tendere la corda di un arco? Siamo alle prese con un altro intervento divino? Qui probabilmente ci troviamo di fronte a un equivoco interpretativo di natura tecnica, che può essere risolto solo conoscendo alcuni fondamentali particolari costruttivi degli archi antichi. Chi non ha pratica della materia è portato a pensare che un arco sia soltanto un pezzo di legno ricurvo con una corda tesa alle estremità. In realtà, fin dalla remota antichità, esistevano degli archi molto più complessi, costituiti di legno e corno animale, così come descritto da Omero.

Arcere Svezia Tanum graffiti
                                                     



Ma non solo: la  corda veniva tesa tra le due estremità attraverso un movimento complicato, che consisteva nel tendere con forza, aiutandosi col ginocchio per fare leva, l’arco stesso in senso INVERSO rispetto alla sua curvatura naturale nella posizione di riposo. A quel punto l’arciere infilava la corda, già preparata con due cappi alle estremità, in due scanalature  presenti alle estremità dell’arco stesso. Si otteneva così un’arma dalla tensione e dalla portata notevole. Naturalmente una simile operazione poteva essere espletata correttamente solo da un individuo ben addestrato, e non da dei ragazzotti, è il caso di dirlo, “alle prime armi”. Oltretutto tale tipo di arco non poteva essere tenuto perennemente in tensione, dato che nel giro di pochi giorni avrebbe perso gran parte della sua elasticità e potenza. Se poi davvero si fosse trattato dell’arco di Ulisse, rimasto lì ad ammuffire per vent’anni, avrebbe potuto spezzarsi dopo pochi tiri: un rischio, ovviamente, che non si poteva correre; Omero lo sa bene, e infatti racconta che il suo protagonista osserva con cura l’arma, per controllare che non sia intaccata dai tarli. Certo, se davvero fosse stata tarlata, tutta la terribile “vendetta” di Ulisse sarebbe sprofondata nel ridicolo. Quindi bisogna pensare che l’arco fosse un attrezzo in piena efficienza, e fosse stato introdotto di soppiatto. Ecco dunque che anche questa scena, esaminata con la dovuta attenzione, perde il suo carattere miracoloso per diventare estremamente realistica.
E ora Filottete tende la corda dell’arco, prende la mira, scaglia la freccia e infila al primo colpo gli anelli delle dodici scuri, tra lo stupore generale. E Telemaco gli si mette accanto armato di tutto punto: è tempo di cambiare bersaglio.

arco turco del XVII sec.
                                                        

Come si vede nella foto, le tacche dove andrebbe inserita la corda si trovano ora nel lato INTERNO dell'arco in posizione di riposo, ma verrebbero a trovarsi correttamente all'esterno una volta compiuta correttamente l'operazione di ribaltamento. Questi nell’immagine sono al museo medioevale di Bologna, è roba turca del XVII secolo, ma comunque la tecnologia è rimasta immutata da millenni





Intervista ad Alberto Majrani  http://www.youtube.com/watch?v=jDoz_Hx6o3Y


Inoltre sul sito www.filottete.it  trovate interviste, riassunti e una lunga videoconferenza assieme all'archeoastronomo Guido Cossard

ULIVI, ABETI, CICLOPI & MAMMUT

POLIFEMO


Di Alberto Majrani


In un precedente intervento 
(http://ilmulinodeltempo.blogspot.com/2011/05/laltro-ulisse.html), abbiamo visto come tutto il racconto dell’Odissea diventi estremamente logico e realistico una volta che si cambi drasticamente la prospettiva della narrazione Omerica, anche spostandone l’origine nel nord Europa. Vediamo ora alcuni esempi di tipo botanico e zoologico, sempre tratti dal saggio di Alberto Majrani “Ulisse, Nessuno, Filottete”


Esaminiamo il caso dell’ulivo, nominato più volte nei poemi. 






Felice Vinci ritiene che, durante l’optimum climatico postglaciale, il clima consentisse la coltivazione di questa pianta nel nord Europa, analogamente a quello che avviene oggi sulle sponde dei laghi lombardi. Il che è plausibile: tuttavia in Omero l’ulivo è una pianta ben strana, dato che serve per fare attrezzi, oppure pali, come quello che acceca Polifemo, che viene descritto grande e diritto come l’albero di una nave; alcuni studiosi ritengono che ci sia stata una correzione di certe parole della lingua omerica (il dialetto ionico) per rendere più “comprensibili” certi termini: quindi può darsi che l’“ulivo” omerico fosse in realtà un’altra pianta, pressoché sconosciuta nell'ambiente greco, come forse una betulla o un tasso, o meglio ancora un abete, il cui nome greco (elati) assomiglia parecchio a quello dell’ulivo (elaia). 




Dato che nel clima nordico gli abeti crescono al livello del mare, mentre nel Mediterraneo no, qualche antichissimo copista, ignorando l’origine nordica del poema, può aver pensato bene di correggere quella strana anomalia botanica. Ma questo è uno dei pochissimi casi in cui si può pensare a una piccola modifica del testo originale, avvenuta in epoca successiva alla prima stesura, a differenza della miriade di casi che si è obbligati a immaginare con le tradizionali interpretazioni. Ma è logico pensare che l’albero di una nave sia fatto con un tronco di abete, e non certo di ulivo, che è quasi sempre contorto e nodoso. Si aggiunga che Omero non parla mai di “olive” e che spesso parla di olio, che però non viene mai usato per usi alimentari, ma solo per ungere il corpo. Ammesso che non fosse addirittura un prodotto d’importazione, c’è da chiedersi che tipo di olio fosse; il mio sospetto è che potesse trattarsi di un olio di lino, visto che c’è un passo che mette in relazione la tessitura con l’olio:

Dalle tele in lavoro goccia limpido l’olio  (Od., VII, 107)

Ma non è neanche da escludersi un olio animale, di foca o di fegato di merluzzo, se non addirittura di balena.

Ritornando a parlare di Polifemo, miti simili si ritrovano con qualche variazione in parecchie saghe nordiche; molti studiosi attribuiscono la nascita del mito dei Ciclopi al ritrovamento, da parte dei marinai dell’antichità, dei crani degli elefanti, in cui l’ampia fossa nasale di forma ellittica induce a pensare alla presenza di un unico grande occhio in mezzo alla fronte. Ed aggiungono che sulle isole del Mediterraneo erano presenti degli elefanti nani, estintisi in epoca preistorica, i cui resti potrebbero avere originato la leggenda dei giganti con un solo occhio. 






Io, da buon naturalista, ho fatto alcuni calcoli: il cranio di un elefante nano è lungo circa mezzo metro, e fatte le debite proporzioni, un uomo con un cranio simile dovrebbe essere alto all’incirca 4 o 5 metri. Non male per un gigante, ma troppo poco per terrorizzare un gruppo di valorosi guerrieri, né tantomeno per prenderli a due per volta nelle mani “come cuccioli” e sbatacchiarli brutalmente. Per far ciò bisognerebbe essere alti almeno il doppio, ed avere perciò il cranio di almeno un metro, come quello di un mammut! 










Quindi anche in questo caso il discorso fila: Polifemo aveva il cranio non di un raro elefante nano insulare, ma di un ben più grande e comune mammut, animale di cui si era perso il ricordo all’epoca, essendo  ormai estinto da tempo,  e del quale non è difficile tuttora trovare i resti nelle regioni nordiche!


Foto di Alberto Majrani www.photomajrani.it 
Le foto sono state scattate al Museo di Storia Naturale di Parigi e al  museo di Sperlonga
Inoltre sul sito www.filottete.it  trovate recensioni, interviste, riassunti e una lunga videoconferenza assieme all'archeoastronomo Guido Cossard


IL PADRE DELL’ARCHEOLOGIA? MAH...


Rovine di Troia: torre nella cinta muraria



Di Alberto Majrani 



Nell’intervista ad Alberto Majrani http://ilmulinodeltempo.blogspot.com/2011/05/laltro-ulisse.html  abbiamo accennato a come l’identificazione della mitica città di Troia in Turchia sia tutt’altro che sicura: ora l’autore ci regala un capitolo del suo libro “Ulisse, Nessuno, Filottete” (www.logisma.it) in cui viene approfondita la questione.


QUI SI NARRA DELL’ASTUTO SCHLIEMANN

Qualcuno a questo punto potrebbe spazientirsi, e domandare: ma Troia, allora? Heinrich Schliemann ha ben scoperto una città nell’Asia minore! In realtà l’identificazione del sito turco di Hissarlik con la città dell’assedio ha sempre lasciato perplessi gli studiosi; gli archeologi seri tendono oggi a metterne in rilievo più le differenze che le analogie. Per esempio, gli studi geologici dimostrano che l’ampia pianura alluvionale che si trova alla base della collina su cui sarebbe sorta Troia non esisteva ancora all’epoca del XII secolo avanti Cristo, data che viene comunemente considerata come la più probabile per l’evento della guerra. Il che significa che non c’era l’ampia spiaggia dove parcheggiare più di mille navi, non c’era la piana dove far correre i carri, e non c’era neanche il campo di battaglia!

Rovine di Troia


 Schliemann, inoltre, nell’ansia di cercare i tesori dell’antica Troia, combinò dei disastri notevoli, scoperchiando i vari strati archeologici e danneggiandoli irreparabilmente. Credette di trovare il “tesoro di Priamo” nel secondo strato (risalente ad almeno mille anni prima della presunta data della guerra), identificando in seguito la città dell’assedio con il sesto o il settimo strato (gli strati archeologici vengono numerati in ordine progressivo dal più profondo, che è anche il più antico, al più recente). Inoltre, lo stesso Schliemann era tutt’altro che un personaggio irreprensibile, e la sua autobiografia, che molti conoscono,  è ampiamente “romanzata”: parecchi episodi citati sono inventati di sana pianta, come per esempio la storia del suo incontro con il presidente degli Stati Uniti, la presenza a San Francisco durante il famoso incendio della città, la stessa smania di scoprire le vestigia di Troia fin dalla più tenera infanzia, e molto altro ancora. Rimandiamo a questo proposito al documentatissimo saggio di David A. Traill: “Schliemann e la verità perduta di Troia”, dove il professore americano mostra dell’archeologo tedesco un ritratto molto meno lusinghiero di quello divulgato da lui stesso e dai suoi ammiratori. Particolarmente gravi sono le accuse di aver alterato i risultati dei propri scavi con oggetti trovati altrove, forse comprati o addirittura contraffatti, distorcendo molti dati archeologici e persino falsificando i propri diari per provare certe affermazioni. Addirittura il bel tipo si vantava della propria scorrettezza nei confronti di altri archeologi che dovevano sovraintendere agli scavi, e contrabbandava illegalmente i pezzi più preziosi, infischiandosene degli accordi sottoscritti con le autorità locali. Traill non sembra però sostanzialmente dubitare della realtà della scoperta delle rovine di Troia.

Rovine di Troia


Tuttavia, molti archeologi la pensano in modo diverso. Per esempio, il prof. Dieter Hertel (che insegna Archeologia Classica all’Università di Colonia ed ha preso parte a diverse campagne di scavo nell’area di Hissarlik), nel suo libro Troia(Bologna 2003), dopo aver premesso che “fra i tanti strati che testimoniano le diverse ricostruzioni di Troia dopo ogni distruzione avvenuta nei secoli, le fasi Troia VI (1700-1300) e Troia VII (XIII secolo) non furono il teatro di famose imprese militari”, sottolinea che «non è possibile parlare di una spedizione di greci micenei contro la città, fosse essa Troia VI o Troia VIIa [...] Lo studio delle fasi Troia I-VII [...] ci ha rivelato i contorni di una lunga epoca storica, dai caratteri del tutto diversi da quelli del mondo e degli eventi descritti da Omero». Inoltre, «non vi è alcun indizio che consenta di attribuire a una conquista la fine di Troia VI, VIIb1 e VIIb 2 [...] Anche nel caso in cui Troia VIIa sia stata presa con la forza, questo evento non può aver trovato riflesso nella saga greca: nemmeno il minimo indizio depone a favore di tale possibilità». Per di più, aggiunge Hertel, «nei dintorni di Troia non è stato trovato alcun segno di un assedio contemporaneo agli strati di distruzione rinvenuti nello scavo della città, portato da greci micenei o da altre popolazioni; né trincee, né accampamenti fortificati per le navi, né alcunché di simile è stato scoperto nei dintorni della città, sulla costa settentrionale o nella baia di Beşika, nonostante le numerose e alacri ricerche condotte».
Da notare che i turisti vengono spesso portati a vedere resti come la cosiddetta “tomba di Aiace”: peccato che tali reperti archeologici risalgano all’epoca romana, circa un millennio dopo Omero, e furono costruiti per far contenti i già allora numerosi viaggiatori provenienti da Roma, compresi alcuni imperatori, che restavano affascinati nello scoprire quelle che Virgilio aveva raccontato essere le “radici” degli antichi romani! Trascriviamo testualmente da Il libro dei libri perdutidi Stuart Kelly:  «L'imperatore Adriano cercò di districare quei resoconti contraddittori chiedendo un parere alla sibilla Pizia, che gli rispose: “Itaca è la sua patria, Telemaco suo padre, ed Epicasta, figlia di Nestore, la madre che lo partorì, un uomo che è di gran lunga il più saggio fra i mortali”. 

Imperatore Adriano


Se aveva ragione, e se Telemaco, figlio di Ulisse, era l'antenato di Omero, l'Odissea è una biografia di suo nonno oltre che un poema epico» e quindi, aggiungiamo noi, un espediente agiografico per legittimare il suo potere su Itaca. Così la Pizia, che era a capo dell’oracolo di Delfi, poteva magari essere a conoscenza di qualche “mistero”, ben custodito e ben tramandato da generazioni. Niente male l'idea di Omero, figlio di Telemaco, che scrive la storia della nobile casata...

Si aggiunga poi che se si vanno a vedere le descrizioni che Omero fa di Troia, per esempio nei libri XII e XX dell’Iliade, ci si accorge che l’antica città di pietra del sito di Hissarlik, fondata nel 3000 avanti Cristo sulla costa turca, ha ben poco in comune con quello che sembra un tipico villaggio fortificato dell’Europa nordica. Omero riferisce che le mura del campo degli Achei sono ancor più imponenti di quelle di Troia, ma che vengono in parte abbattute durante un attacco troiano, e che sono poi spazzate via dalla successiva piena del fiume. La stessa Troia verrà poi completamente distrutta da un incendio: il tutto fa arguire che fosse fatta in gran parte di legno; Omero sottolinea che solo le case dei membri della famiglia reale erano di pietra. Si consideri quanta fatica fece secoli dopo Giulio Cesare per fare capitolare Alesia, la città dei Galli, per rendersi conto di quanto i villaggi del nord Europa fossero difficili da espugnare, pur essendo protetti solo da robuste palizzate di tronchi. A questo punto si può anche pensare, riprendendo le osservazioni di alcuni storici dell’antica Grecia,  che il famoso “Cavallo di Troia” fosse in realtà una specie di “macchina da guerra”, non molto dissimile da quelle architettate da Cesare per conquistare Alesia.  L’eroe troiano Enea poi afferma (Iliade XX, 219-240) che la fondazione della sua città risale a meno di sei generazioni prima, cioè a circa 200 anni addietro; quindi se la guerra datasse al 1200 avanti Cristo, e la fondazione al 1400, ci sarebbero “appena” 1600 anni di differenza con la data reale di nascita della città turca! Insomma, in poche parole, non c’è quello che dovrebbe esserci, e c’è quello che non dovrebbe esserci! Alla fine di questo discorso, dunque, gli archeologi avrebbero tutti i motivi per tirare un bel sospiro di sollievo al pensiero che la gloriosa città cantata da Omero non sia quel cumulo di macerie devastato dal “mitico” Schliemann!
Quindi la Troia della Turchia non è altro che una delle tante città chiamate così, come ce n’è una in Puglia, una in Portogallo, una Troyes in Francia, una Troynovant nell’antica Inghilterra, per non parlare della ventina circa di Troy negli USA. Del resto questo meccanismo di chiamare luoghi diversi con lo stesso nome ha continuato a perpetuarsi dall’antichità fino ai giorni nostri: basti pensare che il termine Eridano indicava anticamente un fiume europeo (non si è mai capito se il Rodano o il Reno, o qualcun altro) e poi ha designato il Po. O a quanti monti Olimpo ci sono: sette tra Grecia e Turchia, alcuni altri sparsi per il mondo, tra cui uno in America, e uno persino su Marte! Quindi Schliemann non ha scoperto la Troia omerica, ma solo un’importante città dell’antichità che poi è stata chiamata così. Sarebbe ora interessante scoprire quale città fosse, magari è proprio quella che gli Ittiti chiamavano Wilusa.  La sua non fu un'impresa particolarmente difficile, in fondo: egli era un ricco mercante, che viaggiava molto ed era appassionato di archeologia, in un’epoca in cui i ricchi viaggiatori erano pochissimi, e gli archeologi ancora meno. Bastava solo chiedere un po’ in giro e lasciare qualche mancia, per scoprire resti interessanti. Bei tempi!



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